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Posts Tagged ‘occupazione’

Abbiamo a disposizione risorse che non riusciamo a riconoscere come tali, il problema? E’ la nostra incapacità di “vedere”. Possiamo creare occupazione e solidità per il presente ed il futuro impegnandoci in ambiti finora sottovalutati e pertanto bisogna sviluppare curiosità, creatività e coraggio. Partendo dal fatto che la nostra società non è stata creata per consumare all’infinito dobbiamo accettare l’idea di individuare attività sostenibili che producano merci col giusto prezzo. Traduzione: trasformare e produrre non per il mercato globale, ma per il mercato locale. Come non possiamo e non dobbiamo comprare all’infinito, non possiamo produrre e vendere all’infinito, e per questo motivo bisogna trovare un equilibrio fra chi vende e chi compra, ma soprattutto un equilibrio con le risorse finite. Curando la malattia degli acquisiti compulsivi possiamo cominciare ad eliminare gli sprechi e ripensare i nostri bisogni reali. La recessione, in questo senso, ci da una mano, poiché ci consente di ripensare la nostra posizione sociale uscendo dalle illusioni classiste di una società profondamente malata, poiché sviluppata sull’avidità e sull’incoscienza di se stessi.

Cittadini ed istituti di credito possono sviluppare progetti intorno a questa visione virtuosa: un ritorno alla terra. Immaginando l’economia delle risorse ed il giusto equilibrio fra merci e beni possiamo stimolare il recupero di intere comunità e valorizzazione beni e merci prodotte dal territorio. In che modo? Attraverso un processo culturale che ribalti gli obsoleti paradigmi, tant’è che ha molto più valore un borgo recuperato piuttosto che un borgo abbandonato e degradato, ovvio?! L’urbanesimo e l’obsoleta epoca industriale hanno disprezzato la vita contadina propagandata come vita dura, sporca ed incivile, contrapponendola alla “civile” ed “evoluta” mentalità dell’usa e getta, auto sempre nuove, la scarpa sempre nuova ed inquinamento cittadino. Stiamo assistendo al crollo di queste malsane ideologie televisive e la riscoperta dell’ovvio: la cultura contadina è l’unica sostenibile poiché è l’opposto degli sprechi e dell’inutile sovrapiù.

Possiamo incrementare e ripristinare la cultura contadina salvandola dall’agri-industria, ed adeguare le moderne tecnologie all’agricoltura naturale. Aziende e cooperative agricole sono la risposta più ovvia per produrre nuova occupazione, aziende e cooperative facenti parte di un’economia locale adeguate allo sfruttamento delle fonti energetiche alternative a piccola scala, e cittadini consumatori di cibo locale, di migliore qualità e salubrità rispetto alle merci della grande distribuzione organizzata.

La natura offre tutte le opportunità per un’economia reale, dai beni prodotti per alimentare gli abitanti all’abbigliamento tramite l’indotto di una canapa senza thc. Cibo, manifattura e tessile sono risorse già presenti in natura. Come sappiamo buona parte delle imprese ha preferito sfruttare la globalizzazione per aumentare i propri profitti. Cittadini e lavoratori partendo dal fatto che l’obiettivo non può essere il profitto, ma la sostenibilità economica ed ambientale, essi possono riprendersi i diritti negati avviando economie locali consapevoli del fatto che bisogna produrre il giusto, cioè rispettando la natura e le condizioni di lavoro. Un’impresa progettata non sul profitto, ma sulla sostenibilità dura nel tempo più a lungo e meglio di una multinazionale che ruba le risorse, evade le tasse e sfrutta i lavoratori. Aumentano i cittadini consapevoli che preferiscono consumare merci prodotte localmente e sono sensibili a questioni etiche, ambientali e sanitarie. E’ questo tipo di cultura che scoraggia la globalizzazione poiché attacca l’avidità, gli affari e gli interessi degli imprenditori che preferiscono l’immoralità alla sostenibilità. Dogmi come competitività, crescita sono solo invenzioni per truffare i popoli e giustificare comportamenti immorali ed illogici. Sviluppando il consumo critico possiamo e dobbiamo aiutare le imprese sane perché aiutiamo noi stessi.

Il lavoro sarà sempre più un’attività legata ai comportamenti etici poiché è l’unico modo per progettare comunità sostenibili, e come sappiamo la quantità di merci prodotte e scambiate in un anno è un dato statistico interessante, ma non è rilevante per il benessere dei cittadini. Prima si riduce la produzione di merci che distruggono l’ambiente e meglio sarà per noi tutti, e di conseguenza prima aumenta la produzione di beni e di attività che riguardano le bonifiche, il riuso e la conservazione, e prima migliorerà la nostra vita. Spostando i nostri risparmi su attività etiche e sostenibili potremmo realizzare impieghi solidi e duraturi nel tempo, dipende solo dalla nostra cultura, sensibilità e dalla nostra volontà.

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Urban-Mining

Formazione culturale, creatività e convinzione nelle proprie idee sono condizioni indispensabili per trasformare i propri sogni in realtà sostenibili.

Da troppo tempo l’industria sta rubando risorse naturali con una velocità superiore ai tempi di rigenerazione della natura e per molte materie prime sappiamo che non c’è rigenerazione. Se pensiamo a televisori, cellulari, computer, lavatrici possiamo intuire che la loro complessità progettuale sia anche una problema nel recuperare “materie prime seconde”, soprattutto quando queste merci arrivano nei centri di recupero. Spesso gli elettrodomestici a fine ciclo vita finiscono in Ghana, e li vengono recuperate le materie prime in condizioni ambientali e sanitarie a dir poco pericolose.

Oltre gli elettrodomestici anche gli edifici sono miniere di materiali. Le demolizioni selettive consentono di recuperare materiali in maniera più efficace, e consentono un facile riutilizzo di vetro, legno, laterizi, etc. Possiamo ricordare che il mondo delle costruzioni rappresenta un tradizionale volano dell’economia reale per un motivo molto semplice, la totalità delle risorse impiegate: materie prime, imprese, progettisti e lavoratori sono locali, cioè sono soldi che rimangono sul territorio. La globalizzazione ha favorito la delocalizzazione delle produzioni (abbigliamento, elettrodomestici) e quindi ha spostato i profitti dal territorio ai consigli di amministrazione espropriando i lavoratori locali. Un ritorno all’economia locale può restituire un salario ai cittadini. In che modo? Ad esempio, recuperando i materiali dalle merci che abbiamo importato dai paesi stranieri, possiamo creare giacimenti e creare un indotto virtuoso per le imprese locali. Un altro esempio è senza dubbio l’informazione e la cultura del consumo critico che ci permette di conoscere le condizioni di lavoro, l’impatto ambientale ed i rischi sanitari delle materie prime usate.

Possiamo immaginare che le Regioni siano aree, ambiti, ove poter gestire e recuperare tutte le “materie prime seconde” e che le accademie insieme alle imprese riescano a gestire questi flussi di energia e di materia in maniera efficiente, cioè col minimo impiego di risorse energetiche, il minimo impatto e la massima resa.

La gestione regionale del recupero di “materie prime seconde” consente di risparmiare energia e di avere giacimenti di materie a breve distanza. Giacimenti a disposizione delle imprese e dell’economia locale. Si tratta di unire il capitale naturale locale col recupero dei materiali ed avviare un’economia delle brevi distanze utile al sostegno delle auto produzioni locali: energia, cibo e mobilità.

Estrazione materie prime, trasformazione e produzione, commercio e consumo e recupero possono svolgersi in ambiti locali per migliorare il processo di ciclo vita e ridurre al minimo gli impatti delle filiere. Questa “innovazione” culturale consente di aumentare l’autonomia, l’indipendenza e la libertà delle città e degli abitanti che riducono la dipendenza dalle multinazionali e dai mercati finanziari globali.

Un’altra virtù di questa evoluzione culturale è lo stimolo del lavoro interno e la domanda interna verso obiettivi sostenibili, cioè non si crea lavoro per la crescita illimitata e la vendita di merci inutili, ma per la gestione razionale delle risorse, un totale ribaltamento dei paradigmi obsoleti, quei dogmi che leggono solo il rapporto debito/PIL. In questo caso si parte da un progetto di riuso al fine di tutelare l’ambiente e la salute, ma che innova e sostiene le imprese locali consentendo loro di attingere a giacimenti locali, anziché cercare le materie sparse nel pianeta.

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