Mobilità, facciamo da soli!

C’è poco da fare, in Parlamento non abbiamo dipendenti adeguati alla recessione che stiamo subendo e sprecano le proprie energie mentali su questioni poco rilevanti o addirittura fuorvianti rispetto agli interessi generali del Paese. Eppure basterebbe “poco” per cambiare la rotta, cominciando dallo studio del primo documento relativo al Benessere Equo e Sostenibile, ed è un esercizio utile anche per noi cittadini elettori poiché potremmo capire ed imparare cose veramente importanti per nulla affrontate nei dibattiti politici.

La mobilità: gli spostamenti quotidiani (BES 2013, pag. 257)
Il tempo trascorso negli spostamenti quotidiani ha spesso effetti negativi sul benessere e la qualità della vita, determinando una riduzione del tempo dedicato ad altre attività più utili o gratificanti, in primo luogo al tempo libero. Inoltre elevate durate degli spostamenti della popolazione hanno un impatto sostanzialmente negativo sia dal punto di vista economico (si tratta di periodi di tempo generalmente improduttivo) che dal punto di vista ambientale, in considerazione dell’estrema diffusione in Italia dell’utilizzo di mezzi di trasporto privati. Infine, soprattutto nelle grandi città, spostarsi può risultare un’attività generalmente stressante. Come è naturale che sia, in un giorno feriale qualsiasi il 90% delle persone effettua almeno uno spostamento: nell’arco di una giornata feriale media, agli spostamenti sono dedicati 76 minuti, indipendentemente dalla loro finalità, equivalenti al 5,3% dell’intera giornata. Escludendo dalle 24 ore il tempo dedicato alle attività essenziali (dormire, mangiare e cura della persona) il peso degli spostamenti sale al 10,1%.

Come possiamo notare il BES si occupa di noi, i dipendenti nominati tramite il porcellum molto meno. La considerazione del BES sopra citata ci ricorda quanto sia importante spostarsi e soprattutto come spostarsi. Nel 2013 ci spostiamo ancora con auto inquinanti, nonostante ci siano tecnologie molto migliori, lo facciamo ognuno con la propria auto creando evidenti problemi ambientali e di congestione nelle nostre città, ed i politici continuano ancora a foraggiare un’industria obsoleta che è una delle principali cause dell’aumento di rischi sanitari.

Su questo argomento mi sembra evidente che una corretta informazione e formazione culturale può fare molto di più dei dipendenti in Parlamento pagati con le nostre tasse. Facciamo un semplice ragionamento: una famiglia di quattro persone adulte, tutte con la patente, anziché possedere quattro auto, potrebbero avere una o due auto, e sostituire le auto con bici pedelec. Questa semplice scelta riduce notevolmente le spese familiari (assicurazione, carburante e manutenzione), riduce notevolmente il danno ambientale prodotto dalle auto, e riduce notevolmente i tempi trascorsi nel traffico o alla ricerca di un posto auto. A fine anno la famiglia può investire tempo e danaro risparmiati su interessi migliori quali sport, libri, viaggi e relazioni familiari.

Il legislatore ancora non favorisce l’adeguamento culturale e tecnologico per una mobilità intelligente.  Nonostante la tecnologia sia matura, siamo ancora a livelli di sperimentazioni politiche, ecco un bando per i comuni. Ad esempio in Svizzera, territorio con una orografia impegnativa le bici pedelec non hanno limiti di potenza e velocità per ovvie ragioni territoriali. Solo in pianura esiste una tradizionale cultura per la bicicletta, mentre l’innovazione tecnologica ci consente di estendere questa tradizione sul resto del territorio nazionale consentendo un notevole miglioramento della qualità della vita che un nuovo stile di vita può portare.

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I Sindaci fanno politica?

La retorica domanda posta come titolo vuole porre attenzione sul fatto che la sovranità popolare è stata sospesa, ed uno degli inganni più efficaci all’interno della grande trasformazione globalista, è stato quello di far credere che il popolo potesse scegliersi il ceto politico locale; è vero, lo elegge direttamente ma non ha poteri, ed è il peggiore che si possa avere, spesso è narcisista, egocentrico, e ignorante. Per fare il Sindaco non è richiesta alcuna competenza, e può distruggere il territorio distribuendo favori a chi l’ha votato. Ovviamente esistono eccezioni, alla prassi consolidata di amministrazioni locali totalmente incapaci e irresponsabili. Il cambiamento liberista ha spostato poteri, ha colpito il ruolo pubblico dello Stato, ed ha spostato sovranità dagli Stati verso organizzazioni sovranazionali. Osservando la realtà politica Sindaci e Consiglieri sono gli esecutori materiali del neoliberismo: meno Stato più mercato. Ancora oggi, nonostante tutte le evidenze, il malcostume, e la distruzione dello stato sociale, molti cittadini credono che i propri Sindaci abbiano il potere di fare politica, senza focalizzare l’attenzione su alcuni fatti che mostrano la fine delle politiche pubbliche e la trasformazione della polis in luoghi per il profitto. A partire dagli anni ’80 le Nazioni diventano un concetto astratto per favorire la nascita di un’area geografica neoliberista, col “centro” e la “periferia”. Durante gli anni ’90, varie riforme del diritto amministrativo spostano i poteri, dai Parlamenti nazionali all’UE. I Sindaci non hanno l’opportunità di fare politica nel senso più alto e nobile del termine, e si limitano a ratificare decisioni altrui. Si tratta di decisioni politiche avanzate dalle imprese private. La globalizzazione neoliberista, le delocalizzazioni produttive e la riduzione del welfare state trasformano la società e consolidano nuovi fenomeni sociali ed economici che cambiano profondamente il territorio da rendere obsoleta la scala amministrativa attuale. Ad esempio, l‘esplosione delle strutture urbane che si sono unite agli agglomerati limitrofi. Diversi elementi possono farci comprendere, come e quanto, la nostra società sia stata rifeudalizzata, e perché generalmente Sindaci e Consigli comunali – amministratori – non pensano autonomamente ma obbediscono a decisioni prese altrove. Ovviamente ci sono anche le eccezioni di Sindaci autonomi, ma è difficile decidere diversamente quando non hai disponibilità economiche e quando hai vincoli normativi che danno priorità agli aspetti materiali piuttosto che a quelli sociali. Il legislatore, nel solco del pensiero liberale laissez faire al mercato, ha spostato il centro decisionale attraverso le riforme: elezione diretta del Sindaco e introduzione del diritto privato in ambito pubblico, con la facoltà data ai Sindaci di creare SpA per la gestione dei servizi pubblici. Il processo politico viene privatizzato e ai cittadini è impedita la partecipazione politica. Da molti anni l’ANCI, ha assunto il doppio ruolo sia di pensatoio (Ifel e Cittalia) per i Sindaci, e sia di lobbies di pressione nei confronti di Regioni e Parlamento. In buona sostanza le azioni politiche non partono dai Consigli eletti, ormai luoghi di camere di registrazione di decisioni prese altrove, ma dai pensatoi delle associazioni politiche che raccolgono manager e professionisti esterni. In questo modo le imprese private e globali, legittimamente, riescono a influenzare le istituzioni locali. Anche la pianificazione comunale è condizionata degli interessi privati, nonostante i Consigli esprimano l’ultima opinione attraverso il mero rito del voto. Nella realtà, le pubbliche istituzioni locali avendo aderito alle politiche neoliberali, attendono le direttive dell’UE, e tali direttive sono influenzate dalle organizzazioni sovranazionali private (“ce lo chiede l’Europa”). Un esempio molto famoso, riguarda le cosiddette politiche smart, ideate e pensate dalle multinazionali che non pagano le tasse, come google, amazon, facebook che desiderano avere città cablate e interconnesse per aumentare i propri profitti. Le regole per adeguare le città agli interessi privati sono nelle direttive UE, poi sono recepite con un copia incolla dalle organizzazioni coordinate dall’ANCI. Altri temi, dalle tasse locali alla gestione dei servizi educativi e sociali, e sono argomenti sviluppati sempre nel solco dell’ideologia liberista. Generalmente gli amministratori, durante gli anni ’90 hanno deciso di esternalizzare, come si dice in gergo, ogni servizio ritenuto oneroso. La gestione della cosa pubblica, la polis: acqua, mobilità, energia, rifiuti, è nelle mani di società che non rispondono alla democrazia rappresentativa, non rispondono agli elettori. Il legislatore anziché favorire forme di democrazia diretta e partecipativa negli Enti locali, sceglie di allontanare i cittadini privatizzando i processi decisionali e ripristinare rapporti di vassallaggio feudale, ove l’élite borghese locale e le imprese scelgono i propri burattini per sfruttare la cosa pubblica, con contratti e affidamento dei servizi, e per conservare lo status quo. I Sindaci nominano, secondo la propria convenienza, i dirigenti di queste SpA locali. La conseguenza di questa scellerata scelta politica, figlia dei liberali (privato meglio dello Stato), è la privatizzazione dei servizi che ha generato enormi multiulities SpA, soprattutto al centro Nord, e in buona sostanza i veri amministratori politici sono i manager di queste società che determinano tariffe e servizi.

Sindaci e Consigli comunali non gestiscono più direttamente la cosa pubblica, e i politici sono stati trasformati in ragionieri che devono solo ratificare un bilancio pubblico sotto le condizioni del patto di stupidità, che impedisce di fare investimenti. Nella sostanza gli organi eletti hanno serie difficoltà nel decidere come spendere le tasse dei cittadini (investimenti), mentre i trasferimenti statali progressivamente si riducono. Il problema principale è senza dubbio di natura ideologica e culturale, poiché il sistema istituzionale è orientato su politiche di crescita che non sono sinonimo di miglioramento e qualità della vita, ma solo di aumento della produttività, cioè aumento del PIL. Fra benessere e aumento del PIL non c’è alcuna relazione diretta, ma c’è fra l’aumento della produttività e l’aumento della disoccupazione, poiché le innovazioni finalizzate all’aumento dei profitti e delle produttività hanno creato più disoccupati. Tutto l’impianto culturale istituzionale è condizionato da indici e parametrici dell’economia neoclassica secondo gli interessi delle imprese (l’accumulo di capitale) e non secondo l’interesse delle persone. Poiché le istituzioni sono state piegate all’interesse del capitale, che si alimenta di natura propria con la capacità immorale di creare danaro dal danaro, i politici locali che hanno rinunciato a una propria autonomia di pensiero diventando inutili. In una società dove tutto è merce e l’accesso a queste merci avviene attraverso il danaro, il potere reale è nelle mani delle banche e delle imprese che possiedono liquidità. Oltre a questo la classe politica non è stata capace di legiferare una seria ed efficace lotta all’evasione fiscale, mentre sono considerati prioritari gli interessi delle banche, le spese militari, le grandi infrastrutture altrettanto inutili. Cosa è accaduto? A partire dagli anni del secondo dopo guerra, il legislatore ha ripreso ad assecondare gli interessi della borghesia liberale attraverso favori e privilegi, concentrando capitali attraverso le rendite finanziarie e immobiliari, cioè senza lavorare e sfruttando la collettività. L’accumulo di queste rendite negli istituti bancari ha generato mostri che oggi “possiedono” gli Enti locali. In questo modo si è creata, in ogni città italiana, un’élite borghese liberale e classista che ha la forza capitalista di influenzare le scelte dei politici locali, poiché il ruolo pubblico dello Stato è ridotto cedendo la sovranità economica. Dal punto di vista del governo del territorio, gli amministratori locali sono i responsabili della gentrificazione e dell’aumento delle disuguaglianze sociali, sono responsabili dell’aumento del consumo di suolo agricolo, della distruzione di ecosistemi, e dell’inerzia politica sul rischio sismico e idrogeologico.

L’obiettivo politico di scoraggiare la partecipazione politica e delegittimare la democrazia rappresentativa è stato ampiamente raggiunto e questo percorso fu studiato e programmato molti decenni fa nei soliti gruppi élitari. Già il senatore Norberto Bobbio, in Il futuro del democrazia del 1984, disse chiaramente che il Parlamento era una camera di registrazione di decisioni prese altrove. Enrico Berlinguer nel 1981 denunciò la corruzione nei partiti. Quindi già negli anni ’80 emerse drammaticamente la denuncia dell’influenza delle lobbies nei confronti dei partiti. L’influenza delle imprese private negli affari pubblici è un tema che resta senza soluzioni, e si ha l’impressione che si preferisca andare nella direzione opposta: legalizzare la corruzione – il voto di scambio – copiando l’immorale sistema americano ove chi ha soldi può comprare (finanziare) il partito che preferisce. «Il sistema privato odia profondamente i sindacati. Da sempre. Quella statunitense è una società dominata dalle aziende molto più di altre a lei paragonabili» scrive Noam Chomsky, in Sistemi di potere. In questi ultimi 15 anni le proposte di legge più importanti non sono state più suggerite dal Parlamento, ma dal potere esecutivo tramite il “voto fiducia” sui decreti governativi per evitare che qualche parlamentare potesse porre emendamenti, modifiche sul testo preparato dal Governo stesso. Stiamo assistendo da molti anni ad un processo di delegittimazione di ogni forma di democrazia, lento e continuo che serve ad abituare i cittadini al sistema feudale. Dopo circa 30 anni possiamo constatare che le organizzazioni del potere invisibile hanno raggiunto ogni obiettivo: la sovranità monetaria è nelle mani di organi non elettivi, la politica industriale è nelle mani di organi non elettivi (WTO). Gli organi eletti ratificano solo i bilanci con criteri e regole scritte altrove. La sostituzione delle Nazioni con la dittatura delle SpA fu studiata negli anni ’30 e migliorata negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. L’aspetto più drammatico di questo nuovo feudalesimo è l’aspetto volontario, cioè i parlamenti hanno ceduto poteri e sovranità volontariamente, tramite l’indottrinamento e la distruzione della partecipazione politica all’interno dei partiti tradizionali addomesticati, infiltrati e coordinati dall’esterno con efficaci sistemi di corruzione e cooptazione programmata, nella sostanza i partiti non sono liberi ed indipendenti, al contrario sono cagnolini da compagnia del potere invisibile raccontato da Bobbio.

Acqua, mobilità, energia e rifiuti, cioè la politica; la conduzione delle cosa pubblica deve tornare nelle mani del legittimo proprietario, lo Stato col sostegno dei cittadini. Società no profit ad azionariato diffuso popolare ove i cittadini possano eleggere i propri consigli di amministrazione e investire gli utili nella manutenzione e gestione dei servizi. Un altro scandalo intollerabile si comprende osservando l’armatura urbana italiana. Le città non corrispondono ai confini amministrativi che tutti conoscono, ma sono diventate aree urbane estese, e ciò richiede un cambio di scala territoriale e amministrativo per accorpare gli Enti comunali, considerando i comuni centroidi e le loro conurbazioni. Il cambio di scala comporta un enorme vantaggio politico poiché elimina enti inutili, e consente un’efficace gestione amministrativa e territoriale rispondente alla realtà italiana.

In alcuni ambiti la gestione della politica è nelle mani dirette dei cittadini. Nella confederazione Svizzera, com’è noto, da circa 150 anni, i cittadini hanno strumenti efficaci di democrazia diretta. A Schönau, in Germania, esiste un’esperienza molto significativa poiché i cittadini decisero di acquistare la rete elettrica locale per auto produrre energia con le fonti alternative, diventando produttori e consumatori di energia. A Torraca (SA), l’Amministrazione locale decise di diventare la prima city led al mondo con fonti alternative. Due esempi, uno dal basso ed uno dall’alto col medesimo obiettivo: diventare auto sufficienti dal punto di vista dell’energia ed applicare il principio dell’uso razionale dell’energia con la naturale conseguenza di eliminare gli sprechi (riduzione dei costi) ed essere più sostenibili. Questo per ricordaci che le soluzioni esistono, ma vanno studiate, capite e perseguite con un’energia popolare.

Questa valutazione non vuole assolvere gli amministratori locali teleguidati dalle lobbies, anzi i Sindaci, rispetto ai ruoli che hanno, sono responsabili e attuatori dei piani liberisti e delle privatizzazioni. La cronaca politica e il modello neofeudale ha favorito l’ingresso nelle istituzioni pubbliche della peggiore classe politica, la più ignorante, autoritaria e stupida categoria di politicanti si trova proprio nei Consigli comunali e regionali. La democrazia liberale, avendo esternalizzato e privatizzo i processi decisionali  della politica, può permettersi di far eleggere veri e propri ignoranti funzionali che devono solo dire Si al capo di turno. Si tratta di una finta democrazia. Il malcostume prolifera negli Enti locali, come luoghi del neofeudalesimo e creazione delle clientele a danno della collettività.  Per fare il Sindaco o consigliere non è richiesta alcuna competenza, mentre i cittadini elettori ritengono di non doversi impegnare politicamente introducendo merito e democrazia. Occuparsi della cosa pubblica con democrazia è un processo culturale evolutivo pertanto ci vogliono politici capaci di interpretare questo cambiamento utile alla cosa pubblica che introduce etica e abilità finora inutilizzate.

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Città sostenibile/2

Possiamo vivere in città più sicure, senza l’inquinamento ed in ambienti migliori? Possiamo avere città più vivibili? SI. Da diversi anni urbanisti e progettisti presentano idee sostenibili che affrontano e risolvono problemi concreti realizzando luoghi ed ambienti più comfortevoli. Questi progetti ricordano molto la concezione della città medioevale dove le persone si spostavano a piedi, più aree verdi e servizi facilmente raggiungibili a piedi o in bicicletta.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione.

Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.

Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Non c’è alcun dubbio che in Italia esiste una forte esigenza per recuperare parti di città e bisogna adeguare gli edifici prevenendo il rischio sismico. Esistono diverse esperienze che mostrano progetti validi ed interessanti che realizzano l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti.

Oltre alle città esistono interi piccoli centri urbani da valorizzare e tutelare dove il paesaggio naturale è il patrimonio più importante, ed oltre a questo aspetto scontato, ci sono i piccoli borghi costruiti in pietra che esprimono un’identità nazionale unica nel mondo e sono un tutt’uno col paesaggio.

Misurarsi con gli ecosistemi significa progettare luoghi adeguati ai limiti della natura e l’uomo è parte dell’ambiente. Le tecnologie di oggi consentono di realizzare e consumare in maniera razionale limitando i danni e addirittura vivere in luoghi urbani privi di inquinamento. Basti pensare all’assenza delle nanopolveri emesse dalle obsolete automobili. Ad esempio, cambiando lo stile di vita è possibile ridurre il numero di auto circolanti (ritorno all’auto familiare) e far circolare solo quelle elettriche. L’uso delle bici pedelec consente di migliorare gli spostamenti in città, ed una saggia organizzazione dei servizi stimola gli spostamenti a piedi. La presenza di aree verdi, materiali migliori, la presenza dell’acqua, la realizzazione di reti intelligenti (smart-grid) e la corretta gestione dei rifiuti verso un riciclo totale consentiranno di ridurre l’impatto ambientale delle città e migliorerà la qualità della vita. Anche l’economia familiare gioverà del cambiamento poiché saranno cancellati gli sprechi che consentiranno di far lievitare il risparmio.

La transizione sopra descritta richiede nuova occupazione. Scegliere questa strada vuol dire ridurre selettivamente il PIL, ma fa aumentare il numero degli occupati in impieghi utili perché si tratta di imprese artigiane che muovono solo l’economia reale.

Possedere un’auto.

Il 7 gennaio 2011 ero fermo nel traffico, all’altezza di Roma, in autostrada A1. In un pomeriggio assolato, alle 16:15 un Ford Transit, guidato da un individuo in stato di ebbrezza, si evince dal verbale della polizia stradale, mi tampona distruggendo la mia auto: Ford Fiesta 1.8 TD.

Il destino ha voluto che vivessi ancora, ho riportato danni biologici ma sono vivo.

L’auto è stata demolita ed ho fatto un paio di calcoli su quanto costi possedere un’auto per 10 anni. L’anno 2001 acquisto auto nuova dando in cambio la vecchia Fiesta: ricordo a memoria, spesi circa €9.000. Volete sapere quanto costa l’assicurazione? Dal 2001 al 2010 ho speso €12.000 di premi assicurativi. Nel 2001, il primo anno – in 14 classe –  ho pagato €1.542 annui, poi nel 2010  – 5 classe – pagavo €967 (senza il furto). Ho conservato anche le fatture di tutti i tagliandi di controllo e manutenzione, costo totale €3.724,24. L’auto a diesel aveva percorso 176.581 Km e fatto il calcolo di spesa media dedotta considerando anche la variazione prezzi del diesel ed il “tracciato” risultano €9.530.

Aver avuto un’auto diesel 1.8TD per 10 anni mi è costato: €34.254,24.

Cosa dimostrano questi costi? Possedere un auto è un sacrificio che i cittadini possono evitare se ognuno di noi si rendesse conto di quanto spende per avere un mezzo inquinante.

Lo Stato deve assolutamente intervenire per diminuire l’uso dei mezzi in circolazione e sostituire tutti i motori a combustione con quelli elettrici, obbligando le SpA che inquinano: chi inquina paga.

Una città civile con un serio piano di mobilità sostenibile dovrebbe partire da questa filosofia: prima cammino, poi in bici e poi coi mezzi quindi: chilometri di piste ciclabili, bike e car-sharing elettrico, parcheggi scambiatori e mezzi pubblici ecologici, ecco questa è una proposta pratica per disincentivare l’acquisto di auto nuove poiché si tratta di una mobilità integrata a sostegno del pedone e non dell’obsoleta automobile. Se nel 2001 la mia città fosse stata dotata di mezzi ecologici alternativi, con un abbonamento annuo di €150 avrei potuto risparmiare €2.498/annui per spenderli, magari, in viaggi interessanti, libri o benessere fisico, invece ho prodotto solo danni ambientali. Avrei risparmiato tonnellate di CO2 equivalenti ma soprattutto non avrei immesso nanoparticelle nell’atmosfera che possono far insorgere cancro e neoplasie.

Immaginate le famiglie dove hanno un auto a testa: il padre, la madre ed i due figli.

Da gennaio cammino a piedi o in bicicletta, uso il treno se devo cambiare città o il pullman se piove. Sto pensando di comprare un auto ecologica usata mentre le auto elettriche nuove costano intorno ai €33.000, somma proibitiva, quindi sto pensando ad un’auto a metano. Sto ancora pensando se comprarla o meno poiché i costi di gestione sono alti (premi assicurativi e tagliandi di controllo) mentre il metano è decisamente meno inquinante dei derivati del petrolio (benzina, diesel e GPL) ed anche molto meno costoso, €/kg.

Nel 2011 comprare un’auto nuova non conviene. Se fossimo in un Paese normale il Parlamento introdurrebbe gli incentivi per sostituire i motori a combustione e non per le auto nuove. Ma purtroppo i Governi sono a servizio delle SpA e non dei popoli. E’ tempo di democrazia diretta!

“Estratto” da “Qualcosa che non va“:

Se da duecento anni usiamo ancora automobili a petrolio è perché in questo modo si creano consumi, cioè dipendenza. Se nelle nostre abitazioni si usa scaldare i cibi col gas, la motivazione è la stessa, si diffondono tecnologie che creano consumi e cioè dipendenza da qualcuno.

[…]

Le città moderne sono state progettate per le automobili e non per i cittadini. Ma in realtà, per avere una buona mobilità è efficace il principio cardine: prima cammina, poi vai in bici e poi in macchina.

Moriremo tutti sepolti dalle macchine: di questo passo l’iperbole rischia di avvicinarsi alla realtà perché il nostro parco circolante auto continua a crescere senza fine: +4,92% negli ultimi cinque anni. Un record inaudito non tanto per l’incremento percentuale (che comunque non si può ignorare perché siamo passati dalle 34.636.594 auto del 2005 alle 36.339.405 del 2009…) ma perché in Italia siamo già ampiamente oltre la soglia di guardia con la più alta concentrazione di macchine in Europa grazie all’incredibile rapporto di 59 vetture ogni 100 abitanti. […] Tante tantissime e non solo in rapporto alle strade che sono le stesse dagli anni Sessanta ma anche rispetto alla superficie della nostra nazione le auto iniziano a diventare troppe: se saldassimo insieme tutte le carrozzerie delle macchine in Italia arriveremmo all’incredibile numero di 248 mila ettari, ossia 248 chilometri quadrati: come se Milano e Firenze fossero interamente ricoperte di lamiera. Il fenomeno, forse è questa la cosa più strana, sembra sfuggito ai più. [1]


[1] Vincenzo Borgomeo, parco auto, crescita infinita siamo oltre i 36 milioni, 12 maggio 2010, http://www.repubblica.it/motori/ecoauto/2010/05/12/news/parco_auto_crescita_infinita_siamo_oltre_i_36_milioni-3999787/