Miserabili

schiavitù mondiale 2017
Fonte: indice della schiavitù globale.

Il tema dei migranti è argomento di speculazione dei politicanti, che si dividono fra razzisti e borghesia imprenditoriale. I razzisti, banalmente, hanno un loro partito, e come accadeva nei secoli scorsi sfruttano i problemi sociali della mancata integrazione, facendo leva sull’intolleranza delle persone per raccogliere consensi elettorali. Le imprese richiedono l’ingresso di un esercito di riserva, nuova merce da sfruttare. In Europa, cosa che quasi nessuno dice, esiste la schiavitù, ed è stimata in 1,2 milioni di individui, e di questa cifra, in Italia si stima che ci siano 129.600 schiavi. I dati sulla schiavitù nel mondo offrono numeri molto più inquietanti, perché secondo l’Unicef esistono 150 milioni di bambini da liberare, mentre per Globalslaveryindex sono 40,3 milioni gli schiavi adulti.

La tratta degli schiavi ha diverse sfumature e complicazioni perché è difficile l’identificazione, mentre è più chiara l’origine dei flussi, come Romania, Bulgaria, Lituania e Slovacchia, e poi Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Cina e Brasile. Questa schiavitù si caratterizza per lo sfruttamento sessuale, e per impieghi con lavori forzati legati all’agricoltura, silvicoltura, pesca, edilizia, ristorazione, industria tessile, lavoro domestico e altri settori. Le vittime principali di questa tratta sono donne e bambini, e se fino al 2015 quasi il 70% dei migranti era costituito da uomini, l’anno successivo quasi il 60% erano donne e bambini. Nonostante i Paesi europei abbiano firmato impegni per contrastare la schiavitù moderna, ad oggi questo fenomeno non è affatto diminuito. Com’è altrettanto noto, le recenti crisi nel 2015 innescate dai conflitti in medio-Oriente (Siria, Afganistan, Iraq) hanno provocato migrazioni di massa verso l’Europa. In un Rapporto del 2017 si spiega perché le persone sono spinte a migrare e attraversare il mediterraneo.

Ecco il paradosso sociale e politico: in Europa e in Italia esiste la schiavitù, e quindi non esiste una piena integrazione ma una realtà sociale complessa e contraddittoria. Ad esempio, in molti Paesi esiste un approccio diverso per l’integrazione sociale attraverso la formazione culturale e le attività. Il processo migratorio, innanzitutto, dipende dal capitale mentre l’integrazione dipende dalla cultura dei popoli. Esistono esempi di integrazione attraverso lo sport come in Francia, Inghilterra, Germania, oppure esistono modelli di sfruttamento attraverso la famigerata gig economy per un veloce ingresso nel mercato del lavoro (caso tedesco e inglese). Esistono i modelli dei Paesi scandinavi ispirati dal socialismo, e quindi da un’efficace sistema di welfare state grazie alla fiscalità generale che ridistribuisce le risorse, dai ricchi verso i poveri. In Europa, dunque, esistono approcci diversificati che contemplano lo sfruttamento degli immigrati regolari e irregolari, perché l’esercito di riserva, per dirla alla Marx, è una merce che le imprese sfruttano per ridurre i costi, dalla logistica all’agricoltura, e alla manifattura. A partire dal secondo dopo guerra, questo processo di integrazione nella società occidentale moderna ha avuto molte contraddizioni, e non si è ispirata affatto all’integrazione sociale che inventò l’impero romano, quando la schiavitù era accettata ma al potere delle istituzioni politiche riuscì a sedere chiunque. In Italia non esiste una legge razionale che gestisce le migrazioni per favorire sia i migranti economici e sia i rifugiati, ma purtroppo esiste la famigerata legge Bossi-Fini che inventa il cosiddetto clandestino. Nel nostro sistema c’è un buco legislativo e pertanto non esiste integrazione. Le istituzioni politiche, nel solco della deregolamentazione neoliberale, non hanno un sistema pubblico per la gestione del processo mentre delegano la gestione dell’accoglienza al terzo settore. Gli immigrati salariati sanno di essere sfruttati, e dove questi si concentrano vivono anche in condizioni ignobili. Imprese e ceto politico utilizzano questo disagio in tutti i modi: il degrado sociale è utilizzato come mercato politico sia per guadagnare dalla gestione delle emergenze e sia come forma di controllo politico sul territorio. Non è un caso che questo consenso politico abbia favorito razzismo e soggetti politici di destra, un esempio clamoroso sono i programmi televisivi dei network privati, studiati per rappresentare i disagi nelle periferie delle città e alimentare odio e razzismo fra i poveri. L’integrazione non avrebbe favorito i partiti di destra. La scelta politica di attuare politiche neoliberiste, con l’austerità, ha favorito i disagi sociali nelle periferie italiane, abbandonate da Sindaci e Governi che non hanno programmato l’integrazione ed hanno ridotto i trasferimenti per le politiche sociali e di welfare state. Il paradosso italiano è questo: gli abitanti italiani che hanno visto crescere o hanno percepito un aumento dell’insicurezza, e dei disordini urbani, anziché votare e richiedere politiche sociali, si sono affidati ai partiti razzisti e populisti, che hanno strumentalizzato il disagio sociale per raggiungere un ruolo di potere. Come ho già scritto più volte, in Italia la comunicazione politica è identica alla pubblicità (dimmi cosa vuoi che te lo vendo), e i partiti scelgono personaggi ignobili per vendere la loro merce, oggi costituita dagli istinti più beceri della maggioranza degli aventi diritto al voto, da circa trent’anni questa maggioranza desidera essere presa in giro. I noti problemi di insicurezza dentro le nostre periferie dipendono dalla riduzione del welfare state, dalla riduzione dei costi nella polizia giudiziaria (austerità) e dalla disoccupazione. I flussi migratori dipendono dal capitalismo e dalle guerre. In Italia, la stupidità e i razzisti hanno fatto credere che l’insicurezza dipende dai migranti perché vedono extracomunitari commettere violenze e reati, cioè guardano il dito e non la luna. La micro criminalità è un fenomeno notissimo che si elimina banalmente attraverso la repressione, ma si tratta di micro criminalità stimolata dai bianchi che sfruttano gli extra-comunitari anche per la vendita di stupefacenti. L’ordine pubblico dipende dalla capacità dei nostri dipendenti pubblici e dalla programmazione economica predisposta dal Parlamento.

La maggioranza parlamentare, nel suo famigerato contratto di governo, non cita neanche le disuguaglianze innescate dalla globalizzazione neoliberista, pertanto ignora il problema, e si limita a chiudere i confini, imitando altri Paesi europei. Com’è noto l’ondata di migrazioni dall’Africa subsahariana è l’effetto normale del capitalismo occidentale, da un lato, e dall’altro è l’effetto di guerre, l’altra faccia del capitalismo. La maggioranza politica formatasi in Parlamento non ha un’idea o un piano preciso sull’enorme problema delle migrazioni. Il tema delle migrazioni è grande perché riguarda milioni di persone che vivono in stato di povertà assoluta e di sfruttamento, e paradossalmente è semplice da interpretare proprio perché è l’effetto della globalizzazione inventata dal WTO, sotto l’influenza delle note multinazionali e degli imperi economici asiatici che sfruttano Africa e Asia. Per essere più chiari, non è in corso un’invasione, ma si tratta di un fenomeno abbastanza noto che esiste da secoli e che subisce condizionamenti dal capitalismo e dalle guerre.

Il nostro ceto politico anziché avere il coraggio di aprire un serio dibattito attaccando la globalizzazione neoliberista, e anziché offrire soluzioni applicando la Carta dei diritti dell’uomo, preferisce sfruttare e speculare le disgrazie degli ultimi, sia di quelli che vivono in Italia sfruttati dalle imprese, evitando un’integrazione sociale, e sia lasciando i poveri nelle mani dei mercanti di uomini. Il livello di infamia, ignominia e regressione è molto alto poiché si affermano e si divulgano banalità del tipo “non possiamo ospitarli tutti” e allora “aiutiamoli a casa loro”, quando è noto a tutti che l’Occidente, o attraverso i governi o attraverso le imprese, abbia prima destabilizzato diverse regioni asiatiche e africane, mentre sfrutta territori e risorse. È evidente che l’ONU e i paesi europei hanno capacità e mezzi per arrestare la tratta della schiavitù, così come abbiano capacità e mezzi per integrare gli extracomunitari che vivono in Italia. Governi e imprese non vogliono integrare e fermare la tratta poiché o conviene lasciare tutto com’è, oppure perché richiederebbe un impegno sociale per affrontare il tema che sposterebbe il consenso elettorale da destra a sinistra. Una recente inchiesta di Report, costruita da Michele Buono, mostra che il governo della Costa d’Avorio ha ritenuto utile coinvolgere l’Istituto di Tecnologia italiano per rigenerare la costa con un intervento di bonifica e recupero urbano, e l’utilizzo degli scarti vegetali per creare nuova occupazione costruendo materiali bio degradabili. La Costa d’Avorio è uno dei paesi coinvolti nella tratta degli schiavi,  e con questo progetto si sfavorisce la tratta, cioè se c’è volontà politica i problemi si affrontano.

schiavitù mondiale 2017_02
Fonte: indice della schiavitù globale.
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La politica razziale e feudale è in corso d’opera

Apriamo la mente e cominciamo a riflettere conoscendo meglio la storia economica delle politiche liberiste, mercantili e neomercantili, o meglio la storia razziale e schiavista. Tutta l’élite che risiede negli Stati occidentali e coloniali ha costruito la propria agiatezza attraverso la schiavitù, e nonostante si millanti il contrario, nonostante siano trascorsi secoli e secoli, sembra non sia cambiato nulla. Dall’impero britannico fino ai giorni nostri, l’élite ha saputo adattarsi e controllare le risorse secondo il proprio tornaconto a danno dei popoli. La fine del capitalismo reale in Europa, spostatosi volontariamente nei cosiddetti paesi “in via di sviluppo” ribattezzati “emergenti”, genera nuove politiche sociali e d’immigrazione indotta, e non più forzata. Nel nuovo mondo gli africani venivano deportati, poi una guerra decise di cancellare la concorrenza sleale e così nacquero gli USA, staccandosi successivamente dal controllo monetario dell’Inghilterra. “Finito” l’impero britannico delle colonie, nasce l’impero della “city di Londra” del mondo offshore e dei paradisi fiscali con collegamenti anche negli USA. Per arginare gli scompensi produttivi del capitalismo reale, l’élite programma l’ingresso di nuovi schiavi attraverso la pubblicità. L’aspetto più degradante di quest’élite degenerata e inumana, è che non esiste alcun soggetto politico capace di costruire un’area territoriale rispetto ai diritti umani, per il semplice fatto che tutti questi burattini sono stati psico programmati dal piano ideologico neoliberale che ha la priorità del profitto per il profitto, convinti che il benessere corrisponda con l”accumulo di pezzi di carta prestati agli Stati e creati dal nulla. Tutti gli attori politici trasmettono egoismo, avidità, e discriminazioni razziali, compresi i finti rivoluzionari.

La manipolazione della percezione pubblica sta concentrando le proprie energie nel legittimare la rifeudalizzazione della società, sono mesi e mesi che il dibattito pubblico promuove un linguaggio razzista orientato sul divide et impera, e alla continua regressione mentale degli individui. Le politiche razziali sono solo una delle facce del capitalismo liberale, e diventano concrete proprio nel cuore dell’Europa, in Ungheria si ammassano esseri umani per essere successivamente selezionati, e la Germania pianifica le quantità di nuovi schiavi con protocolli convincenti e accomodanti per essere addomesticati al modello delle imprese tedesche, senza diritti sindacali imitando lo stile Marchionne. In Italia vergognosamente si rubano risorse pubbliche attraverso il dramma dei migranti per dare da mangiare agli amici degli amici.

La classe politica e dirigenziale italiana, anticipando le altre classi politiche europee, si comporta da circa trent’anni come se la società non avesse più diritti civili, in sfregio e disprezzo dei principi costituzionali. Le forze dell’ordine, manovrate da leggi ad hoc, non agiscono massicciamente contro la schiavitù nei campi agricoli e tanto meno contro le imprese che sfruttano i lavoratori ed eludono il fisco tramite il sistema offshore. Gli imprenditori e i politici italiani hanno sperimentato, prima di altri, la competitività salariale interna mettendo gli operai italiani gli uni contro gli altri, abituando giovani e adulti alla servitù volontaria. Da decenni prima nel Meridione il famigerato lavoro nero prevarica la regolare assunzione; dopo il lavoro nero ha invaso anche il Nord, basti entrare in un pubblico esercizio. Solo adesso le altre élite europee si muovono imitando il comportamento degli italiani ma proponendo regole scritte per selezionare la schiavitù necessaria a sostegno del profitto delle imprese. La differenza fra l’élite europea e quella italiana sta solo nel fatto che i “nostri” prima agiscono, sperimentano, e poi gli altri copiano introducendo regole che tornano in Italia per legittimare una realtà, ormai già consolidata. Il modo in cui l’élite italiana ha saputo aumentare le diseguaglianze per arricchire i ricchi, è uno stimolo per gli altri, avrebbero voluto farlo anche loro (inglesi e tedeschi in primis); il modo in cui hanno saputo conservare il Sud in una condizione svantaggia rubando costantemente risorse pubbliche senza realizzare servizi adeguati ma a vantaggio dell’élite, è un modello politico che vorrebbero copiare per l’est dell’Europa.

Tutti i finanziamenti europei orientati verso le cosiddette “Regioni in via di sviluppo” servono a far crescere determinate imprese inserite in un determinato modello di società. Ad esempio, numerose imprese italiane ed europee per aumentare i propri profitti riducendo i costi, hanno spostato gli stabilimenti produttivi nell’est dell’Europa poiché l’operaio costa meno (il lavoro è merce come spiegò Marx), ecco perché la produttività cala in Italia e nei paesi periferici, ma aumenta altrove. Il Meridione d’Italia, già deindustrializzato da più di un secolo, ha usato meno tali fondi poiché non ha fatto proprio richiesta di usarli, in quanto tutto l’impianto burocratico finanziario è nelle mani dei banchieri e nessuno è del Sud. I criteri valutativi sono indicatori finanziari e favoriscono il servizio del debito a vantaggio delle banche. Inoltre in alcune Regioni la categoria di dirigenti e funzionari è persino incapace di farlo, mentre la classe imprenditoriale rimasta a lavorare e produrre è culturalmente isolata dal modello sviluppista proposto dall’UE. Basti osservare la tipologia di fondi europei usati dal Meridione, sono soprattutto opere e infrastrutture pubbliche richieste dagli Enti pubblici.

Se il modello dell’UE è lo sviluppo sostenibile, cioè l’economia neoliberista, è del tutto logico che le imprese puntino all’aumento dei dividendi attraverso il modello multinazionale, sfruttando l’opportunità di scaricare i costi verso i Paesi che tassano di più (Italia) e gestire i profitti nei Paesi con giurisdizioni segrete (city di Londra, etc.), e così si colgono gli incentivi a delocalizzare sfruttando al massimo la concorrenza salariale. Le imprese fanno a gara per non pagare le tasse internazionalizzando e sfruttando le tasse dei cittadini tramite le politiche dell’UE inventate dal modello neoliberale. Nei paesi periferici si licenzia e si assume in quelli emergenti a costi inferiori. Il famigerato TTIP produrrà un ulteriore desertificazione manifatturiera in tutta Europa a vantaggio delle multinazionali. Prima si esce dal mondo economico neoclassico, e prima le persone torneranno a riprendersi la propria libertà e dignità.