Era urbana, meridione e sistemi locali

L’era urbana è già in corso di sviluppo e gli abitanti che ci vivono subiscono un’esistenza passiva per una serie di motivi culturali, politici ed economici. Gli abitanti non partecipano ai processi di pianificazione, mentre le classi politiche dominate dal dogma liberale laissez faire, anziché applicare l’interesse generale, lasciano la pianificazione a chiunque possa trarne un tornaconto economico. Solitamente sono le élite locali economiche più forti che determinano i processi pianificatori.

L’epoca che sta arrivando trasforma nuovamente i nostri stili di vita, e in parte questo processo è già consolidato, mentre le nuove tecnologie informatiche accelerano processi degenerativi della specie umana inconsapevole del sé. Una parte importante degli esseri umani di questo pianeta (1,4 miliardi di persone), mentre la crescita urbana capitalista è nel solco del vecchio paradigma neoliberale, è costretta a vivere nel degrado (slums) come accadeva nell’Ottocento; ma i numeri sono diversi per dimensione, e più schifosamente ingiusti, se consideriamo il fatto che oggi esistono tecnologie e opportunità per estinguere la fame e offrire occasioni di sviluppo umano a chiunque lo desidera. I poveri aumentano, e le città non pianificate correttamente sprecano energia. Ancora una volta, l’invenzione del mostro capitalista manovra tutto: sia lo sviluppo tecnologico e sia la distruzione delle risorse comprimendo i diritti umani.

L’epoca di urbanizzazione dove i cittadini vivono nelle aree urbane ha forme e caratteristiche diverse: la crescita urbana in Asia, in Africa, e la contrazione urbana negli USA e in Europa con la dispersione (sprawl). In alcuni casi, le élite medio orientali e asiatiche sperimentano per conto proprio le nuove tecnologie e programmano la costruzione di nuove città a basso consumo.

In Europa, i gruppi economicamente più forti stanno già trasformando le aree urbane esistenti, e in parte hanno già soddisfatto le proprie esigenze speculative innescando processi di gentrificazione. Ciò avviene in tutte le principali città e soprattutto nelle cosiddette città globali, cioè i luoghi offshore, della finanza e dei media come New York, Londra, Parigi, Tokyo, ed oggi si aggiungono le capitali asiatiche, Singapore, Pechino, Shangai, Hong Kong, Mumbai. In Italia, non esistono città globali, anche se Milano ambisce a farne parte.

Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi, prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, (1) impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e (2) guadagnare senza lavorare attraverso la rendita. Sono più di 150 anni che ciò avviene sotto il naso di tutti, poiché i popoli sono tenuti all’oscuro dei meccanismi economici della pianificazione, anzi li ignorano del tutto.

La recessione economica che i popoli subiscono è un vantaggio per l’élite ma soprattutto strumento di controllo delle politiche territoriali per determinare una migliore allocazione delle imprese sfruttando tutti i vantaggi della globalizzazione neoliberale, sia sfruttando e usurpando le risorse finite del pianeta e sia sfruttando la schiavitù umana. La novità degli ultimi trent’anni è che ciò accade anche nella vecchia Europa, senza quella consapevolezza di classe che si ebbe nell’Ottocento, quando i popoli si ribellarono chiedendo e ottenendo migliori condizioni di vita.

In Italia, le condizioni sociali ed economiche sono a dir poco drammatiche nel meridione d’Italia, annesso al Nord 150 anni fa, e costantemente depredato dalle imprese private e di Stato. Secondo il mio modesto parere, a parte la voluta carenza di infrastrutture e di agglomerazioni manifatturiere leggere che possono essere programmate e realizzate, oggi il danno più grande è la percezione psicologica di costante svantaggio e degrado che fa emigrare le giovani generazioni. Tutto ciò nonostante il meridione d’Italia e d’Europa sia la parte di territorio europeo con straordinarie ricchezze culturali, paesaggistiche, con intelligenze e capacità manifatturiere uniche nel mondo. La religione capitalista liberale misura i valori mercantili e non quelli morali, pertanto durante l’Ottocento, la volontà politica inglese e francese pianificò e guidò dall’esterno la distruzione della concorrente potenza economica meridionale, inventando la propaganda risorgimentale e corrompendo i graduati borbonici. Ancora oggi il capitalismo liberista adotta i medesimi strumenti, propaganda e corruzione, sia con la psico-programmazione degli individui secondo i dogmi materialisti dei liberal, e sia facendo disprezzare l’identità storica della Magna Grecia, della Langobardia minor, e del Regno delle Due Sicilie ai meridionali stessi, convinti dai media di esser “terroni”, per dirla secondo le ignobili fantasie di un leghista qualunque. Una costante narrazione mediatica razzista presente nei network nazionali, e persino inserita nei testi scolastici (Risorgimento e brigantaggio) costruisce una falsa rappresentazione del meridione che influisce soprattutto nell’educazione degli abitanti del Sud. La menzogna criminale e razzista propugnata per decenni nei libri scolastici è stata che la cosiddetta questione meridionale, cioè le differenze economiche fra il Nord e il Sud d’Italia fossero presenti prima dell’Unità d’Italia. I primi ad aver creduto alle fandonie propugnate dai programmi scolastici dei Governi italiani sono stati, sia la classe dirigente meridionale e sia gli abitanti. Infine, cosa di non poco conto, è stata l’élite meridionale a peggiorare la condizione sociale ed economica delle comunità del Sud costruendo un sistema sociale forgiato sul vassallaggio a vantaggio di poche e selezionate famiglie imprenditoriali.

Solo in questi ultimi anni grazie al successo di testi popolari ben documentati con fatti storiografici mostrano quanto la narrazione storica scritta dai vinti abbia stravolto la realtà dei fatti per motivi economici e politici. E solo da alcuni anni sembra rinascere un desiderio di conoscenza e di partecipazione politica nel tentativo di scardinare il sistema sociale feudale dell’élite degenerata.

La guerra di annessione del Sud al Nord c’è stata, ma non può essere un alibi per non vedere il dramma dell’ignoranza funzionale degli italiani e della cattiva classe dirigente locale sostenuta da una generale apatia degli individui nei confronti della politica.

Il meridione può e deve diventare una rete di città connesse fra loro. Le politiche territoriali bioeconomiche sono in grado di valorizzare le risorse locali e sono la spinta culturale per impiegare un mix di nuove tecnologie che usano le risorse rinnovabili. Tutto ciò può essere ben fatto applicando progetti bioeconomici che interpretano correttamente l’uso razionale delle risorse sotto la guida dell’etica politica.

E’ necessario che le persone e la classe politica meridionale si rinnovi, cambi abbandonando i dogmi liberali che stanno depredando il meridione, oggi periferia economica dell’Europa. I Comuni stessi sono organizzazioni e istituzioni amministrative obsolete e inutili, eleggere direttamente un Sindaco e un Consiglio comunale non serve a nulla, poiché tali Enti non rappresentano più l’economia e l’identità dei territori. Una classe politica seria e capace deve avere il coraggio di riformare gli Enti locali guardando le aree funzionali dei sistemi locali e introducendo forme e strumenti efficaci di democrazia diretta e partecipativa. E’ necessario riorganizzare le amministrazioni osservando i sistemi locali e approvare piani intercomunali bioeconomici (bioregioni urbane) per favorire lo sviluppo umano e la creazione di agglomerazioni manifatturiere leggere e d’innovazione tecnologica e sociale. E’ questo l’approccio culturale per interpretare la realtà territoriale e l’economia odierna, ma oggi siamo sprovvisti di strutture amministrative e di istituzioni adeguate. Il mondo è cambiato, la società è cambiata regredendo e le istituzioni politiche sono rimaste quelle del Novecento mentre la condotta dell’élite è di tipo feudale. Le politiche neoliberali stanno distruggendo i nostri territori mentre le politiche bioeconomiche fanno l’opposto, restituendo autonomia, libertà e creando occupazione utile.

Il meridione e soprattutto i meridionali devono darsi delle opportunità, devono sperimentare, avere il coraggio di investire su stessi aggregando talenti da tutto il mondo. Il mondo accademico deve e può programmare attività di ricerca applicata bioeconomica che favorisce investimenti utili nella rigenerazione territoriale del patrimonio esistente. In questo modo si creano opportunità per chiunque progetti sul territorio utilizzando il paradigma bioeconomico. I cittadini stessi, con imprese e banche devono prendere in considerazione l’idea di sperimentare la rigenerazione urbana bioeconomica che si occupa della città costruita intervenendo nei quartieri ancora privi di servizi minimi, e degli edifici arrivati a fine ciclo vita tendendo presente gli impatti sociali e ambientali degli interventi programmati.

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Regioni come sistemi urbani, fonte immagine Treccani on-line.

DiEM25 e il meridione d’Italia

Ho aderito al manifesto di DiEM25 poiché condivido l’analisi critica sull’UE e l’obiettivo di introdurre la democrazia nell’UE. Dal sito di DiEM25 leggiamo che «l’UE deve diventare il regno della prosperità condivisa, della pace e della solidarietà per tutti gli europei». E’ la descrizione di un sogno e di una visione molto bella, ma per trasformare tali sogni in realtà è necessario organizzarsi e cambiare passo, per osservare attentamente quanto la realtà sia diversa per la presenza di disuguaglianze economiche profonde e ingiuste, e pertanto è una risposta comune a problemi eterogenei è difficile.

La sintesi politica sull’UE è perfetta: «debito, sistema bancario, povertà, bassi investimenti, migrazioni», e inoltre si afferma che DiEM25 è lo strumento per «elaborare una risposta comune a questa crisi» e che le istituzioni dell’UE diventino trasparenti e responsabili verso i cittadini europei. DiEM25 si è organizzato con un “Gruppo consultivo”, un “Collettivo di coordinamento” e con gruppi di volontari “DSC”. Nel “Gruppo consultivo” ci sono anche personalità importanti e note provenienti dal mondo accademico e dello spettacolo, tali personalità possono contribuire a dare qualità alle proposte di cambiamento su temi economici e sociali. Nel cosiddetto “Collettivo di coordinamento” troviamo le persone più attive nell’organizzare e promuovere DiEM25. Le competenze di alcune personalità presenti in DiEM25 sono più che sufficienti nel compiere un’analisi corretta e proporre soluzioni per migliorare l’UE. Trasformare le proposte che possono emergere da DiEM25 in azione politica efficace è un lavoro diverso, molto complicato e difficile.

In Italia, DiEM25 è pressoché sconosciuto ma come tutti i progetti neonati le cose possono cambiare. Navigando il sito di DiEM25 e frequentando il forum di DiEM25, cioè dialogando con altri cittadini europei, credo di coglierne le difficoltà attrattive e di partecipazione. L’approccio e i temi del manifesto sembrano distanti dalla vita quotidiana delle persone, e poi c’è la barriera inevitabile della lingua straniera. Penso che noi italiani conosciamo poco o nulla dell’UE. Inoltre, la gravità della recessione economica non incentiva le persone nell’impegno politico, ma contribuisce a rinchiuderle nei propri problemi sociali, economici e culturali per sperimentare soluzioni improvvisate utili a sopravvivere. Nel meridione d’Italia il tasso di disoccupazione è così alto che dovrebbe stimolare i giovani a occuparsi di politica ma da decenni accade l’esatto opposto. Per «elaborare una risposta comune a questa crisi» non bisogna commettere l’ingenuità di ignorare le peculiarità sociali ed economiche dei territori e delle regioni europee. E’ necessario che DiEM25 sviluppi la capacità di calarsi e vivere i territori coinvolgendo direttamente le persone di quegli ambienti, invitandoli a suggerire e applicare le soluzioni politiche.

Oltre al manifesto politico, per il momento DiEM25 non propone altro. Il mio auspicio è che la visione bioeconomica entri nel manifesto e che le politiche urbane occupino un posto di rilievo per le proposte politiche. La ragione è semplice, circa l’80% della popolazione occidentale vive nelle città, perciò chiunque studi e si occupa dell’esperienza urbana si sta occupando della vita delle persone. E’ nelle città che si manifestano i più grandi squilibri sociali dell’Occidente, è nelle città che si creano le più grandi opportunità economiche e sociali per le persone. Le città sono contemporaneamente i luoghi delle opportunità e i luoghi del disagio e del degrado.

Osservando la realtà è facile riconoscere come e quanto le aree urbane italiane siano diverse dalle altre, non solo per il patrimonio costruito, per le dimensioni ma per le caratteristiche fisiche del territorio e per l’uso che le imprese e gli abitanti fanno delle risorse. Nel resto d’Europa non esiste lo stesso rischio sismico e idrogeologico che troviamo in Italia, nei balcani e in Grecia. Di fronte a queste sfide, spesso la classe dirigente politica è incapace e irresponsabile sia nell’ascoltare le categorie di esperti, e sia nel programmare la normale manutenzione del territorio riducendone i rischi.

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Progetto Share, Commissione europea.

 

DiEM25 dovrebbe sostenere politiche urbane bioeconomiche partendo dalla realtà territoriale che non è affatto uguale in tutta Europa, e pertanto non esistono soluzioni e modelli generali da poter vendere nel mercato politico.

L’Italia, diversamente dagli altri, è il paese che ha scelto di “privatizzare” il governo del territorio, perdendone il controllo pubblico dell’attività edilizia, e favorire la rendita privata più degli altri. Ciò ha costituito e costituisce tutt’oggi un conflitto politico sociale ed economico che ancora non trova soluzione, e la ragione è soprattutto politica, oltre che culturale. Negli anni della ricostruzione post bellica fu il partito comunista a rappresentare le battaglie contro le rendite, e com’è noto non avendo la maggioranza politica dagli elettori italiani non riuscì a tutelare adeguatamente il territorio e contenere il disordine urbano, se non in quelle città amministrate direttamente dal PCI. Dopo la scomparsa di Berlinguer (1984) c’è stato il nulla, e in Italia non esiste un soggetto politico che si renda conto degli enormi problemi sociali, ambientali ed economici innescati dal disordine urbano, costruito nei decenni precedenti, dalle rendite di posizione e dagli attuali piani urbanistici pensati partendo dal profitto dei privati. Ancora più grave non c’è un soggetto politico che abbia il coraggio di opporsi a tutto ciò.

Esiste invece un’idea generale da poter suggerire, e cioè la territorializzazione delle politiche urbane. Ad esempio, i comuni del meridione d’Italia hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. Territorializzare significa ridurre la dipendenza dal sistema globale, e può avvenire programmando l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmando processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientando i consumi su merci locali.

Il meridione d’Italia, diversamente da altre aree geografiche non ha una “rete delle città“, cioè non esiste una diffusa infrastruttura ferroviaria che unisce tutte le città ma solo alcune, non c’è in Sicilia, non c’è fra le città costiere pugliesi, campane e calabre. Non c’è un’adeguata rete ferroviaria in Sardegna. Per costruire quello che già esiste in Europa, è necessario che la Repubblica torni ad applicare la sovranità e programmare politiche pubbliche socialiste incoraggiando i centri di indirizzo e controllo politico coordinando gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bio economiche capaci di finanziare connessioniattività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

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Occupazione in Europa, fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato.

 

Rinascimento meridionale

Sulla cosiddetta questione meridionale inventata dopo la guerra di annessione del 1860 esiste una letteratura sterminata, e negli anni recenti troviamo sempre più pubblicazioni con ampia storiografia che sgretola la narrazione razzista imposta dai vincitori per omettere genocidio e ruberie dei piemontesi. Il capitalismo moderno si basa soprattutto sulle disuguaglianze, e così i personaggi storici della guerra di annessione ribaltarono l’economia italiana per predare risorse e conoscenze, e poi localizzarle al Nord. Le differenze geografiche territoriali sono il frutto della storia, ovviamente, ma il danno più grande è la disuguaglianza di riconoscimento. In diverse località meridionali, i problemi economici con la propaganda mediatica unita a programmi ministeriali scolastici, sostengono un clima generale di sfiducia e conservazione dello status quo, e così la collettività non riconosce il valore delle persone stimolando l’emigrazione dei propri concittadini, già innescata proprio dalle disuguaglianze territoriali grazie alla concentrazione di capitali e investimenti in determinati Sistemi Locali del Lavoro, tutti dell’area padana.

I problemi del meridione si risolvono affrontando le disuguaglianze sociali, di reddito, e di riconoscimento, e sia attraverso la ricerca storica della propria identità col fine di riterritorializzare le attività rubate dalle scelte politiche dei “prenditori” (l’opposto degli imprenditori). E’ necessario che imprese e università sviluppino la capacità di attrarre studenti e investimenti, anziché perderli, e ciò avviene con idee capaci di valorizzare le risorse locali ed il coraggio rilocalizzare manifatture ad alto valore aggiunto per risolvere problemi pratici, ad esempio la mobilità intelligente impiegando nuove tecnologie.

L’alternativa al feudalesimo crescente è la democrazia che ancora non abbiamo sperimentato poiché siamo stati abituati a delegare ad altri il nostro destino. La recessione che stiamo percependo da circa dieci anni, in realtà, viene da lontano, comincia prima e si tratta di una strategia geopolitica per far rientrare alcuni paesi europei in aree “periferiche”, oltre che l’effetto dell’industria finanziaria fuori controllo. L’Europa è la “semiperiferia” dell’Occidente mentre gli USA sono il “centro”, in Europa la Germania è diventata il “centro” della “semiperiferia” ed è accaduto a danno economico degli altri, ma col sostegno di tutti i leader politici europei. In Italia il meridione è la “periferia” del nostro paese. Per chiarezza questo modo di leggere il “sistema mondo” fra “centro e periferia” è la teoria di Immanuel Wallerstein che spiega come il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo. Pertanto non è un segreto, e questa fase è ormai chiara a tutti gli osservatori, il problema dei popoli europei è che non esiste un soggetto politico che si ponga la priorità di restituire sovranità e libertà economica ai territori per rimediare all’aumento delle diseguaglianze e all’aumento della disoccupazione innescate dalla strategia sopra accennata. Il fatto che l’UE non funzioni come dovrebbe, è un giudizio che troviamo fra tutti gli esponenti politici, compresi coloro i quali che hanno costruito questo mostro che vive di capricci dell’alta finanza, e se ne frega della felicità delle persone. Fatta la fotografia, restano i drammi sociali del meridione “periferia” dell’Italia e dell’Europa. La disoccupazione e il sottosviluppo creati dalle politiche neoliberali possono essere rimossi cambiando i paradigmi culturali della classe dirigente: restituire sovranità agli Stati cambiando la natura giuridica della moneta (da debito a credito) e adottando la teoria endogena; applicare politiche bioeconomiche per finanziare direttamente a credito attività industriali diversificate sviluppando la manifattura leggera e il settore terziario con lo scopo di territorializzare il sistema economico, sia riducendo la dipendenza dal sistema globale e sia favorendo economie di sussistenza per tutelare gli interessi delle comunità locali. In questo modo si bilancia l’attuale squilibrio economico che favorisce l’avidità dell’élite finanziaria globale. Ricollocando attività manifatturiere di settori tecnologici specializzati per rigenerare le aree urbane in chiave bioeconomica si produce occupazione utile, e si contribuisce a recuperare il patrimonio esistente favorendo la bellezza, la cultura e il turismo sostenibile.

La storia insegna che la guerra di annessione contro il Sud non rubò semplicemente le riserve auree del Regno delle Due Sicilie per costruire la banca del Nord, ma smantellò il settore primario e secondario per trasferirlo al Nord, fu una guerra economica che ricollocò la produttività dal Sud al Nord. Il mondo è “cambiato”, il capitalismo ha mosso guerra ovunque, ma la realtà di oggi è figlia della storia, e il milieu territoriale meridionale può e deve investire nello sviluppo umano per ridurre e liberarsi dalla dipendenza del sistema globale, lo può fare programmando l’agglomerazione di specifiche attività che rappresentano l’identità culturale dei luoghi e investendo nell’aggiornamento tecnologico delle connessioni territoriali. I sistemi locali dovranno cooperare fra loro anziché competere. E’ un percorso lungo ma intelligente, stimolante e creativo poiché coinvolge direttamente formazione e produzione per rigenerare il meridione attraverso attività sostenibili. Lo Stato e le istituzioni devono tornare a programmare questa politica industriale bioeconomica.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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Indici composti, Benessere Equo e Sostenibile 2016.

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Territorializzare

Negli ultimi trent’anni la società occidentale è stata trasformata dalla scelta politica delle classi dirigenti di realizzare il capitalismo neoliberale, e questo cambiamento ha prodotto e produce danni sociali ed ambientali che si possono osservare. Sono due i danni culturali più grandi: la rifeudalizzazione della società cancellando la classica idea di democrazia e la regressione culturale delle masse che hanno sviluppato un deficit d’ignoranza funzionale e di ritorno (animal laborans). L’effetto dei danni ambientali innescati dalla crescita è la conseguenza delle due precedenti condizioni. La ricetta di questa religione è nota e prevede: la riduzione del ruolo dello Stato nel pensare e proporre politiche industriali (fatto); la privatizzazione delle aziende di Stato (fatto); la deregolamentazione delle leggi sul lavoro (fatto); la riduzione o cancellazione degli investimenti pubblici (in corso d’opera); la liberalizzazione degli investimenti esteri (in corso d’opera). Tali dogmi della religione neoliberale hanno generato l’aumento dei profitti per le multinazionali, l’aumento dei profitti per i paesi “centrali” e la distruzione industriale nei paesi “periferici”, l’aumento delle disuguaglianze economiche fra ricchi e poveri, migrazioni dei neolaureati verso i paesi “centrali”; l’aumento della dipendenza delle comunità dal sistema globale che preda le risorse locali, e la distruzione delle economie locali innescando drammatiche conseguenze sociali e ambientali a danno dei territori.

La sintesi appena esposta assume una drammatizzazione più grande se osserviamo il fatto che buona parte degli amministratori locali sono stati attuatori della religione neoliberale, poiché gli Enti locali, solitamente gestiti da personale politico meno capace e culturalmente più debole, hanno privatizzato i processi delle trasformazioni urbanistiche tradendo lo spirito della Costituzione e della legge nazionale sull’urbanistica («l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali», «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo») che prevede il corretto uso del suolo per scopi sociali  e la tutela dell’ambiente. Buona parte degli Enti locali ha seguito il dogma della religione neoliberale imposto dall’élite degenerata, ed ha ridotto i servizi locali e fatto addebitare il costo degli stessi ai cittadini, rendendo difficile la possibilità ai più poveri di fruire dei servizi pubblici. Tutto ciò attraverso lo stupro della Costituzione, avvenuto per mano del legislatore che ha cambiato l’articolo 81, introducendo il virus della religione neoliberale, il famigerato obbligo del pareggio di bilancio che consente ai sacerdoti dell’economia neoclassica di applicare il razzismo con l’invenzione dell’economia e consentire alle élite globali, nazionali e locali di conservare il proprio ruolo in una società feudale e mercificata, che distingue le persone dal capitale e non dalla condotta etica e morale. Tutta la strategia geopolitica del neofeudalesimo dell’UE si basa sul controllo diretto delle istituzioni locali (Nazionali, regionali e comunali) circa il pareggio di bilancio per misurare e assicurarsi diversi obiettivi: favorire la nascita della prima grande area commerciale di consumatori (far diventare l’Europa un’area semiperiferica e periferica); orientare i destini dei paesi “periferici”; cronicizzare il pagamento del debito; cancellare l’auto determinazione dei popoli. La sintesi della stupidità occidentale è nell’analisi dei bilanci, tutto qua, ed oggi, attraverso l’informatica inserita come strumento spia nelle istituzioni pubbliche, una piccola oligarchia tecnocratica entra negli affari interi dei paesi violando diritti e sovranità, interpretando gli indici finanziari secondo il tornaconto delle multinazionali e scatenando guerre economiche e mediatiche contro eventuali governi e popoli non allineanti ai dogmi della religione economica.

Il dramma politico italiano è che finora sembra essere l’unico paese europeo a non avere un soggetto politico maturo e consapevole. La cosiddetta opposizione al pensiero dominante non esiste, poiché la sinistra è stata distrutta agendo dall’interno sin dal 1991, e questo vuoto politico finora è “riempito” da un soggetto politico poco serio e inaffidabile, sia perché non è ciò che millanta di essere (spesso suggerisce politiche neoliberali) e sia perché assomiglia alla vecchia Democrazia Cristiana. Questo partito è palesemente non democratico, aziendalista, con grandi carenze culturali, sociali e psicologiche. Solo in Italia si fa molta fatica a costruire un partito politico di sinistra e condotto sul piano culturale bioeconomico. In ambito europeo sta nascendo il percorso di DiEM25, che non è un partito ma un movimento politico culturale con un determinato programma: democratizzare l’UE. L’incapacità politica degli italiani favorisce il percorso neoliberale, e questa incapacità nei territori si traduce in aumento della disoccupazione e distruzione del nostro patrimonio con particolare rilevanza al meridione, storicamente depredato prima dalla guerra di annessione e poi dalle multinazionali. E’ proprio il meridione d’Italia il luogo ove può nascere un cambiamento poiché i cittadini vivono grandi problemi sociali ed economici, e talvolta in alcuni comuni hanno dimostrato capacità di reazione allo stupido pensiero unico. La risposta ai problemi si trova costruendo un soggetto politico socialista capace di programmare politiche pubbliche bioeconomiche per ridurre le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento.

Osservando le politiche urbane di tutte le principali città italiane (sono 26) riscontriamo il comune denominatore: la crescita e il neoliberismo. Sin dal secondo dopoguerra l’equivoco culturale fu quello di coniugare il capitalismo con le politiche sociali, il conflitto culturale ha retto fino agli anni ’80, poi il crollo del socialismo e la vittoria dell’ideologia neoliberale. Se questo è chiaro ai cittadini europei (la distinzione fra socialismo e liberismo), purtroppo è meno chiaro agli italiani, dove la confusione è di natura neurolinguistica, in quanto la regressione culturale innescata dal “sistema di controllo” (media, scuola, università) ha avuto l’effetto di ridurre le capacità cognitive degli individui. Le ricerche pubbliche di Tullio De Mauro dicono che molti italiani non capiscono ciò che leggono. Bisogna ripartire da questo dato drammatico, e risvegliare le coscienze delle persone con programmi culturali e di educazione di base per gli adulti. Cultura e bellezza aiutano lo sviluppo umano. Tornando alle politiche urbane, i comuni meridionali, se fossero guidati in maniera consapevole, hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. E’ fondamentale ridurre la dipendenza dal sistema globale: programmare l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmare processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientare i consumi su merci locali, in questo modo la globalizzazione neoliberale fa meno male all’economia locale. Nel meridione è indispensabile costruire la “rete delle città partendo dalle scuole e dai centri di indirizzo e controllo politico, partendo dai “pensatoi locali” come gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bioeconomiche capaci di finanziare connessioni, attività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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La città-rete meridionale

A partire dal secondo dopo guerra, l’armatura urbana italiana si trasforma per la scelta politica di deregolamentare le politiche urbane, consegnando agli investitori privati l’opportunità di accumulare capitali sfruttando meglio le rendite parassitarie, e di fatto rinnegando principi compositivi dell’urbanistica e rinnegando le regole della legge urbanistica nazionale. Amministrazioni locali prive di adeguati piani urbanistici hanno favorito la speculazione edilizia, la dispersione urbana, e l’aumento dell’impatto ambientale e con grande consumo di suolo agricolo. Ci sono stati due fenomeni molto noti: una prima fase di urbanesimo con la crescita fisica e demografica dei centri principali, e poi una contrazione delle grandi città che ha favorito l’inurbamento dei piccoli centri limitrofi ai comuni centroidi, di fatto favorendo la creazione di nuove città estese, reti di città, o città di città. Questi fenomeni condizionati dal capitalismo non sono stati affrontati ma sottovalutati, e così sono aumentate le disuguaglianze territoriali (carenze di standard fra città del Nord e Sud, e carenze di standard fra quartieri e quartieri), ed è aumentato il disordine urbano costituito da fenomeno della disomogeneità degli aggregati edilizi e dalla dispersione urbana. E’ altrettanto noto che negli anni ’60 gli speculatori privati vinsero il duello sul regime dei suoli, e così ci ritroviamo le aree urbane devastate dalla rendita fondiaria e immobiliare.

Esempi virtuosi di pianificazione territoriale e urbanistica sono presenti in Inghilterra, in Svezia, in Germania e in Olanda, quest’ultimo senza dubbio il territorio meglio organizzato sotto il profilo urbanistico, e dal loro esempio possiamo imparare programmi e processi virtuosi. Ad esempio, il meridione italiano potrebbe ispirasi al modello del Randstad Holland, cioè una rete di città costituita da quattro principali centri e poi centri minori, e le funzioni specializzate non si concentrano in un’unica città ma sono divise e ripartite sulla rete, i nodi (le città stesse). In questo modello prevale l’infrastruttura di collegamento che consente a merci e persone di muoversi sul treno, integrare il mezzo privato come la bicicletta ad esso. Funzioni, attività e risorse sono collegate da un’efficace rete ferroviaria. Un sistema analogo è stato pianificato anche in Germania, in Svezia e in Danimarca. Il modello si chiama Transit Oriented Development (TOD), cioè una costruzione delle aree urbane attraverso i sistemi di mobilità intelligente, con attività e funzioni concentrate nei nodi degli spostamenti, cioè le stazioni metropolitane, affinché le persone siano incentivate a spostarsi a piedi poiché il lavoro è localizzato presso le fermate. Negli USA il TOD è molto utilizzato e divulgato dal New Urbanism in opposizione al famigerato sprawl urbano. Nel meridione d’Italia non esiste una rete ferroviaria efficace che collega tutti centri urbani principali e secondari, mentre i sistemi urbani attuali sono carenti di servizi fondamentali, le agglomerazioni industriali sono state svuotate dalla delocalizzazione e nessuno ha investito in nuove attività produttive di manifattura leggera. Tutto ciò ha favorito l’aumento della povertà e l’aumento delle disuguaglianze, e il famigerato divario fra Nord e Sud d’Italia, che ha favorito i Sistemi Locali del Lavoro padani realizzando un dipendenza di consumi che favorisce esclusivamente un’area geografica privilegiata e sostenuta persino dal calcolo diseguale perché concentra risorse pubbliche in determinate aree sottraendole agli altri, cioè le disuguaglianze sono pianificate dallo Stato con una ridistribuzione iniqua e scorretta.

Ancora oggi il modello di accumulazione dei capitali nei Sistemi Locali del Nord si basa sull’ideologia della competitività, ed oggi le politiche urbane dei grandi centri (città globali, New York, Tokyo, Londra, Parigi…) stimolano la concorrenza della conoscenza che aggrava il divario fra i Sistemi produttivi a danno di quelli rurali. Secondo l’approccio delle “città globali”, queste aree urbane sono capaci di attrarre investimenti pubblici e privati accelerando le disuguaglianze e sottraendo risorse umane alla aree interne e rurali, realizzando altri danni come l’aumento dei rischio idrogeologico. Anziché inseguire il modello sbagliato neoliberale che professa la competitività dei territori, sarebbe saggio preferire la cooperazione, la rilocalizzare le attività produttive e ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità, privilegiando il sapere locale. Attualmente le nostre aree urbane meridionali, oltre a vedersi sottrarre risorse pubbliche soffrono la competitività del Nord e soffrono di vecchi problem mai affrontati come il disordine urbano ereditato dagli anni della speculazione edilizia, continua il consumo di suolo agricolo, e l’abusivismo seppur calato non è contrastato efficacemente. Nei centri meridionali, notoriamente c’è carenza di servizi standard, carenza di infrastrutture pubbliche e persino di collegamenti. Affrontare questi vecchi temi secondo il pensiero dominante della crescita significa concorrere alla distruzione del meridione, allora è necessario affrontare i problemi sociali ed economici pensando allo sviluppo umano e non all’aumento della produttività delle merci. Normalmente le città intrattengono con l’esterno scambi di materia, energia, popolazione, beni, servizi e informazioni. L’osservazione e la misura di questi scambi in chiave bioeconomica consente di eliminare gli sprechi e favorire l’impiego di tecnologie più efficienti. Le città meridionali possono essere i nodi di una rete connessa per favorire lo sviluppo umano secondo il modello TOD e mostrare la diversità culturale, cioè scambiare la conoscenza e favorire la relazione umana, e per farlo è necessario favorire gli spostamenti di persone potenziando i trasporti pubblici e non privati. Attualmente, secondo lo schema del pensiero dominante le città sono utilizzate dalla politica economica come spazi per accumulare i capitali, e le politiche urbane sono piegate agli interessi delle imprese per competere, così le aree abbandonate dalle industrie sono state trasformate in attività terziarie, ma è l’economia della conoscenza ad accelerare le disuguaglianze. Nonostante la delocalizzazione della globalizzazione neoliberista, accade che i Sistemi Locali del Lavoro si adeguano, e gli spazi vengono riconvertiti in attività terziarie. Le disuguaglianze territoriali restano tali, poiché la produttività agglomerata nel corso dei decenni in pianura padana resta immutata, mentre il Sud Italia non vede cambiare il proprio tasso di disoccupazione. Perché? Ahimé, i dati storici (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018) forniti dall’ISTAT dimostrano che nel corso dei decenni, la programmazione economica non ha rispettato la Costituzione riducendo le disuguaglianze, ma ha fatto l’esatto opposto, cioè ha concentrato maggiori risorse della fiscalità generale in pianura padana trascurando volutamente il meridione. Ricordando le banali leggi dell’economia, ogni impresa per insediarsi in un territorio richiede la presenza di infrastrutture costruite dallo Stato. Nel meridione, si scelse di allocare alcune attività molto impattanti in pochi centri (Napoli, Taranto, Priolo, Gela) trascurando l’intero territorio, per questo motivo non ci sono mai state le infrastrutture diffuse necessarie per i centri urbani e per le piccole attività produttive leggere, anzi le scelte politiche furono quelle di deprivare la maggioranza dei territori di qualunque capacità di sviluppo. Tutt’oggi mancano infrastrutture pubbliche per collegare i centri urbani, mancano collegamenti est-ovest, e quelle poche esistenti necessitano di manutenzione.

La rinascita del meridione può ripartire avviando una cooperazione strategica di tutte le Regioni meridionali, elaborando programmi, piani e progetti sull’identità culturale del territorio, e aprendo attività di manifattura leggera legata alla rigenerazione urbana e territoriale bioeconomica. Ad esempio, piani di recupero e di rinnovo urbano delle zone consolidate considerando le nuove strutture urbane estese. In queste nuove città è possibile recuperare e trasformare gli spazi urbani sottoutilizzati e abbandonati per favorire il recupero degli standard mancanti, per favorire la ricerca applicata, così come lo sviluppo di attività tecnologie sostenibili legate alla conservazione del patrimonio e alla mobilità leggera non inquinante, così come tutti i progetti che applicano la sovranità alimentare ed energetica. Per favorire questo processo innovativo cooperativo è necessario creare luoghi e spazi per agglomerare centri studi e di ricerca per studenti, cittadini, e professionisti; si tratta di luoghi aperti ove chiunque può insediarsi e frequentare per progettare attività che sviluppano processi e tecnologie sostenibili utili al bene comune.

La straordinaria bellezza del meridione, del suo paesaggio, del suo patrimonio e della sua storia rappresentano la base identitaria per costruire un progetto bioeconomico di tutta la rete di città. Spostarsi coi mezzi pubblici e fra le aree urbane, dall’Adriatico al Tirreno passando per lo Ionio, può favorire lo sviluppo umano della regione meridionale. Imitando i sistemi europei è possibile collegare con i tram-treno tutti i centri minori a quelli principali, e questo significa, ad esempio, percorrere grandi 70-80 km in circa 30-40 minuti senza l’uso dell’auto. Con questa infrastruttura si hanno molteplici vantaggi economici e sociali perché le persone non sono più costrette ad abbandonare i centri rurali, mentre chi vive nei centri principali può raggiungere i centri più piccoli con mezzi alternativi. Realizzando alcuni servizi culturali e sanitari mancanti nei centri minori questi diventano anche più attrattivi.

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Stimolare lo sviluppo umano

La conoscenza sulla specie umana è davvero vasta e immensa, i limiti della nostra specie sono noti ma non appartengono alla cultura delle masse, cioè buona parte di noi è assolutamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e spesso finisce col subire i cosiddetti condizionamenti dell’ambiente esterno svolgendo un’esistenza indotta dal pensiero dominate e dal sistema di potere.

La nostra inconsapevolezza è la principale causa dei problemi di questa società moderna. I dati ufficiali circa i tradizionali indicatori raccolti all’Istat, dicono che il presente è drammatico, e forse è un commento riduttivo. Viviamo in uno stato di emergenza, ma questa sembra non preoccupare le famiglie poiché abbiamo l’abilità di scegliere i peggiori rappresentanti politici per affrontare i seri problemi sociali, ambientali, economici e politici. La nostra casa sta bruciando e noi gettiamo benzina sul fuoco.

Istat tasso di disoccupazione giovanile

relazione PIL popolazione occupazione

Un dramma che trova momenti di picco se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro meridione, che abbiamo lasciato nelle mani di veri e propri stupratori seriali. Il meridione d’Italia è uno dei luoghi più belli del pianeta che subisce una guerra razziale e ideologica da più di 150 anni, con la collaborazione di noi meridionali psico programmati per disprezzare la nostra terra natia, e rincoglioniti dalla scuola e dal mainstream sviluppista (le televisioni milanesi e la RAI stessa). Siamo così confusi da credere ancora che la soluzione ai nostri problemi sia la crescita del PIL  quando è la religione che genera i nostri danni.

Le fotografie dell’Istat sembrano immagini post belliche, ma siamo nel 2016. La guerra economica contro i meridionali che cominciò col rubare oro, e tecnologie dal Regno delle Due Sicilie (l’allora Germania d’Europa), continuò con la propaganda razzista. La guerra economica è ancora in piedi poiché frutta denari per le imprese che hanno colonizzato il Sud, e per partiti politici “meridionali”, oggi i partiti non esistono più, ma gli interessi delle imprese continuano ad avere rappresentanza nei Governi italiani.

L’unico modo per cambiare i dati dell’Istat, è che i meridionali amino la propria terra sconfiggendo i mali sociali che più l’affliggono: l’indivia sociale e l’apatia politica. La soluzione non è imitare gli stili di vita rappresentati dal mainstream neoliberale, non è competere ma far crescere la creatività, e favorire i capaci e i meritevoli che possono creare nuova occupazione utile tutelando e valorizzando il territorio.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Istat reddito familiare netto mediano per Regioni

I migliori investimenti che possiamo fare sono nel cooperare e stimolare la nascita di una classe dirigente seria e responsabile, che superi il pensiero dominate materialista, e cominci dalla bioeconomia poiché produce nuova occupazione utile. Alcune imprese, senza attendere una nuova classe politica, stanno investendo nella bioeconomia, tant’è che nel riciclo e nel riuso delle risorse stanno emergendo nuovi mercati, così come nel recupero dei territori e nell’uso razionale dell’energia i settori della progettazione e delle costruzioni riescono a resistere alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo. Per il momento l’inerzia della politica sta facendo da tappo, soprattutto perché al pensiero neoliberale non interessa l’economia reale, in quanto certe imprese aumentano i dividendi degli azionisti attraverso la finanza e il sistema offshore, le speculazioni, gli illeciti e la depauperazione delle risorse del pianeta occupando i territori in via di sviluppo.

Il Sud non è sparito, è stato annesso

Sulle pagine dell’Espresso Marco Damilano scrive «desertificazione industriale», riferendosi al fatto che il Governo italiano abbia fatto sparire il Sud dall’agenda politica. Enfatizzando il rapporto pubblicato dallo Svimez si mostra una situazione che appare drammatica secondo lo schema mentale del pensiero dominante: la crescita del PIL, come se questa facesse bene gli italiani e nello specifico ai meridionali. L’opinione dei giornalisti è commisurata agli indicatori obsoleti dell’economia neoclassica, la stessa che ha distrutto il Sud, quando nel 1860 una grande potenza economica fu annessa allo Stato piemontese, e tutte le ricchezze tecnologiche depredate e spostate al Nord. I cittadini ribellatisi ai nuovi padroni furono chiamati briganti e gettati nelle prime fosse comuni d’Europa, interi paesi rasi al suolo e cancellati dalle cartine geografiche, terre rubate con falsi titoli di proprietà, tutto per far nascere il Regno d’Italia. Il primo sistema sociale, quello che oggi viene chiamato Welfare state, fu realizzato a San Leucio – 1776 circa – dotata di «un codice di leggi sapienti (1789), che fu detto la più bella opera che la dottrina di Gaetano Filangieri e le riforme sociali di Bernardo Tanucci avessero saputo ispirare. In esso l’educazione pubblica è considerata la prima origine della pubblica tranquillità, la buona fede la prima delle virtù sociali, il merito la sola distinzione fra gli individui». Il modello fu copiato incollato dagli inglesi decenni più tardi – 1848 Public health act -, poi tale modello fu introdotto in Italia 1903, legge Luttazzi. Il Sud non è sparito è stato annesso ai piemontesi per pagare i debiti che essi avevano con francesi e inglesi rubando le riserve auree dei Borbone.

Dopo 155 anni è chiaro che le condizioni socio economiche dipendono sopratutto dalle classi dirigenti locali e da una psicologia collettiva negativa, ma non è più accettabile ignorare i fatti storici poiché il presente è conseguenza di quei crimini ignobilmente nascosti dai libri scolastici attraverso vere e proprie omissioni e menzogne. In tal modo si favorisce un clima negativo nell’immaginario collettivo dei meridionali molti dei quali sembrano mostrare una profonda disistima verso se stessi, e al Nord un becero razzismo nei confronti dei meridionali stessi convinti di trovare migliore sorte emigrando altrove. Il danno sociale è profondo poiché si perpetua fra i giovani il desiderio di rinnegare le proprie origini senza una valida ragione, questa è povertà indotta e percepita.

Mutando la propria percezione delle cose attraverso un’adeguata formazione è facile osservare le opportunità non colte. Il Sud è già in grado di migliorare la propria qualità di vita, se e solo se i meridionali consapevoli delle proprie ricchezze e delle proprie capacità cominceranno a favorire i talenti nel solco di nuovi paradigmi culturali figli delle bioeconomia, che sostituisce l’obsoleta economia neoclassica. Le inchieste giornalistiche con gli occhi dell’industrialismo non servono poiché non aprono riflessioni nuove e costruttive ma vendono i giornali, il mantra che sta distruggendo l’euro zona: vendere, vendere, vendere; e il Sud è inserito in questo mantra.

Attraverso sistemi virtuosi costruiti sull’etica e l’uso razionale delle risorse è possibile rigenerare i propri luoghi. E’ vero ciò che osserva l’ex Ministro Barca, che si è occupato di come si spendono i fondi europei, e cioè che le classi politiche meridionali hanno saputo auto conservarsi lasciando che le condizioni economiche dei meridionali peggiorassero, e questa è una responsabilità degli stessi elettori meridionali. Potremmo affermare chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma è altrettanto vero che negli ultimi vent’anni i ministri economici hanno ridotto gli investimenti pubblici inseguendo la logica neoliberista secondo cui anche uno Stato deve pensare prima al profitto e poi, se c’è spazio anche ai diritti. Un’altra inchiesta giornalistica di Alberto Nerazzini dal titolo Il grande bluff, andata in onda sulla RAI, ha mostrato come si alimenta la ricchezza monetaria del Nord e in generale delle multinazionali, e cioè sfruttando il famigerato sistema offshore per evitare di pagare le tasse e riciclare denaro. Non solo l’Italia si realizzò col sangue e le ricchezze dei meridionali, ma da vent’anni un soggetto politico razzista e antimeridionale propone di ridistribuire le tasse rispetto al PIL regionale, non contento del fatto che il proprio elettorato già elude il fisco tramite il sistema offshore. In fine bisogna aggiungere che il sistema bancario è controllato direttamente da uomini del Nord secondo il dogma divulgato dalla scuola neoliberista bocconiana.

Anziché inseguire l’ideologia distruttiva e immorale del noeliberismo, i meridionali possono sviluppare la resilienza urbana, il Sud ha tutte le capacità di perseguire un miglioramento della qualità di vita. Osservando diverse città meridionali mancano ancora i servizi essenziali di base, e la mancata programmazione e realizzazione di tali servizi è responsabilità sia dei Governi che non hanno investito e sia degli amministratori locali che non hanno presentato progetti, e dove è accaduto il contrario, i progetti avevano la logica della speculazione coordinata dal mondo immobiliare favorendo il consumo di suolo e lo spreco di risorse.

Se usciamo dal pensiero economico che mercifica ogni cosa, possiamo osservare che il Sud è già ricco, nonostante i danni della guerra di annessione, ma con gli occhi del mercantilismo non è possibile vedere le opportunità che ci sono. Tutti quanti misurano la ricchezza in termini monetari e di PIL, e quindi dichiarano che il Sud sia una regione povera. La vera povertà si misura con l’accesso ai beni, con l’incoscienza e l’ignoranza. E’ povero chi non può accedere ai beni e alle merci necessarie per soddisfare i bisogni reali. La povertà è stata creata prima con lo smantellamento del tessuto artigianale meridionale, quando esisteva ancora un capitalismo reale, e poi favorendo i flussi migratori da Sud a Nord e programmando l’industrializzazione pesante dello Stato che ha creato posti di schiavitù e condizioni insalubri che ricordano l’Ottocento. Al Sud grazie alle prerogative geografiche e climatiche esiste una concreta opportunità di realizzare l’auto sufficienza energetica e alimentare, mi pare del tutto assurdo sostenere che sia una regione povera. Il lavoro che andrebbe svolto è proprio quello di costruire questa auto sufficienza e garantire a tutti gli abitanti l’accesso ai servizi essenziali per soddisfare i bisogni reali nella direzione dello sviluppo umano. In ambito politico e sociale bisogna sostituire tutti quegli individui che hanno impedito il raggiungimento degli obietti sopra elencati.

E’ necessaria una trasformazione del pensiero affrontando l’analfabetismo funzionale che colpisce un italiano su due. Costruendo proprio quei servizi essenziali che mancano ancora, e cogliendo l’opportunità di migliorare le morfologie urbane esistenti e costruite durante le speculazione edilizie dal secondo dopo guerra, nel correggere gli errori fatti sarà possibile creare nuova occupazione utile.

Il punto di partenza è indirizzare le energie mentali e finanziarie nella trasformazione dei sistemi locali in bio regioni urbane poiché i modelli di bio regione hanno le prerogative di usare le risorse rispettando i cicli auto rigenerativi della natura. In sostanza per creare occupazione utile è necessario fare l’opposto di quello che tutte le classe dirigenti credono e pensano di fare, poiché sono state allevate dal pensiero dominate dell’economia neoclassica.

La magna-grecia si riprende la propria dignità partendo dalla cultura e da programmi, piani e progetti forgiati dalla rigenerazione urbana bioeconomica che conserva i centri storici e trasforma i tessuti edilizi esistenti migliorando la qualità di vita. I progetti non sono valutati esclusivamente in termini di rendimenti finanziari per favorire gli interessi speculativi degli investitori, ma sono valutati in termini di valore del disegno urbano osservando i problemi e le peculiarità dei tessuti urbani esistenti.

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