La decrescita infelice di Matteo Renzi/3

Dice il proverbio: «a lavar la testa all’asino ci rimetti il ranno e il sapone». Il sofista imbonitore come ogni teatrante in tour ripete le proprie battute imparate a memoria, a volte le modifica ma ripete sempre gli stessi slogan pubblicitari, e così nel denigrare una filosofia politica aggiunge anche la gratuita offesa personale «se qualcuno parla di decrescita felice, bisognerebbe farlo vedere da gente brava». Secondo il centro studi di Intesa Sanpaolo la bioeconomia (da cui nasce la filosofia politica della decrescita) in Italia vale 241 miliardi di euro. «Secondo il report curato da Stefania Trenti, responsabile Industry & Banking della direzione centrale Studi e Ricerche, la bioeconomia riveste una grande importanza anche in termini di impiego: nei cinque Paesi oggetto della ricerca gli occupati del settore sono 7,5 milioni, di cui 1,6 milioni in Italia. Il numero salirebbe a 18 milioni se si includessero nel calcolo tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea».

peso della bioeconomia

Riporto qui alcune risposte già pubblicate sul mio diario:

17 settembre 2014. Metti un pubblicitario al Governo è ottieni un linguaggio composto da slogan, gag, battute, ottieni un linguaggio privo di contenuti e privo di verità. Non si tratta solo di come Matteo Renzi si esprime, ma si tratta del linguaggio politico contemporaneo di tutti i politici che smanettano su internet, divulgano opinioni poco colte; si tratta di politici che scimmiottano la società per entrare in empatia con l’uomo qualunque. La società liquida costruita nel corso dei decenni, ideata proprio dal mondo della pubblicità, è una società nichilista e apatica che esprime giustamente il “meglio” del mondo politico creato dalla televisione, dalle serie televisive e dall’immaginario politico costruito dalle SpA che controllano il mondo mediatico, e che hanno inventato l’attuale linguaggio dei politici. Sono diversi decenni che la scuola non è più il luogo ove si formano cittadini, non è più la scuola a creare il linguaggio dei cittadini. Oggi c’è un’arma distruttiva dell’essere umano ancora più efficace: twitter di natura orwelliana, come sarà stato già detto da molti altri. Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

E’ così il premier italiano, Matteo Renzi, crede che la ricetta giusta per l’Italia sia la crescita mentre la decrescita felice sia la strada sbagliata, opinione del tutto legittima, ma espressa a suo modo con battute e slogan poiché così ci si esprime nelle pubblicità. Se bisogna vendere questo prodotto adotto un linguaggio efficace, per stimolare l’interesse di chi vuole comprare. Secondo Renzi «l’Italia ha interrotto la caduta, ma non basta. L’obiettivo è tornare a crescere” e le riforme sono “lo strumento per farlo», affermazioni di un premier che non ha la visione giusta per aiutare il popolo. Si può non condividere la filosofia politica della bioeconomia dai cui nasce la decrescita, che suggerisce semplicemente di non basare le scelte politiche sull’andamento del PIL, e quindi la decrescita selettiva del PIL stesso, cioè ridurre e cancellare il consumo di merci inutili; si può non condividere, ma non si può far credere che la proposta della decrescita non aiuti l’operaio e l’imprenditore, soprattutto quando nella realtà è vero il contrario, e cioè grazie all’applicazione delle tecnologie della decrescita felice sorge nuova occupazione. […]

6 febbraio 2015. Se oggi siamo in grado di confutare e comprendere che il capitalismo sia sbagliato o meno, è grazie agli studi di economisti, matematici, biologici e filosofi che preconizzarono questo momento di crisi con estrema precisione. Fra questi Nicholas Georgescu-Roegen riuscì a dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, poiché la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” ignorano l’entropia, e Georgescu-Roegen propose una nuova “funzione della produzione” basata sul modello di flussi di energia e di materia. Da molti anni, grazie ai contributi di Keynes, Marshall, Schumpeter, Daly e Georgescu-Roegen sappiamo perché il capitalismo sia insostenibile, e soprattutto abbiamo le teorie alternative per uscirne ed entrare in un sistema economico equilibrato. Il sistema passa necessariamente attraverso un periodo di transizione chiamato “decrescita felice”, tecnicamente è la decrescita selettiva del PIL, cioè la riduzione e cancellazione di sprechi e merci inutili, che ci aiuta a migliorare la qualità della vita, perciò la decrescita è felice, poiché ci consente di decolonizzare l’immaginario collettivo dall’idea errata che la crescita del PIL coincida col benessere, e di avviare un reale sviluppo umano grazie al modello suggerito dalla bioeconomia ideata da Georgescu-Roegen. […] Per fortuna, la decrescita felice è sempre più popolare e affascina accademici, cittadini, e imprese che stanno anticipando e realizzando l’epoca che verrà (Una strategia per una bioeconomia sostenibile in Europa), e speriamo sia sinceramente sostenibile grazie alla transizione chiamata proprio “decrescita felice”. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“.

8 febbraio 2015. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed è l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; e buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale, e cambiando l’armatura urbana in città estese. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. […]

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La decrescita infelice di Matteo Renzi/2

Bisogna ammettere che in questi giorni abbiamo nuovi ed importanti sostenitori del cambiamento, persino il premier italiano torna a fare battute da cabaret, anziché prendersi la responsabilità delle proprie azioni di governo, e così il 7 febbraio 2014 Renzi dichiara: «io credo che siamo a un passo da un 2015 in cui l’Italia riprenderà a crescere. Ci sono tanti teorici della decrescita felice. Io ho visto gli ultimi 3 anni in Italia. Direi che come decrescita felice ci è bastato», ha proseguito Renzi, rilevando che: «c’e’ stata molta decrescita e poca felicità» (IlSole24ore radiocor). Nel suo modo di comunicare Renzi compie almeno due danni; ma quello più sostanziale è che vorrebbe far credere che la crisi sia colpa della decrescita felice e dei suoi sostenitori, un’operazione mediatica quasi da trattamento sanitario obbligatorio, poiché è lui che governa il Paese. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. L’Italia è l’unico paese che negli ultimi trent’anni ha sottovalutato la contrazione dei principali centri urbani, semplicemente ignorandola nonostante fosse state osservata già negli anni ’70, e tale inerzia politica ha consentito un peggioramento della qualità vita per inseguire un’ideologia, il neoliberismo, che stava distruggendo ecosistemi ed identità culturali. La maggioranza delle città costruite dal dopo guerra in poi, non sono le città dell’urbanistica, ma sono le città del capitalismo. Tutto ciò è noto e mentre l’implosione del capitalismo genera opportunità per ricostruire e ripensare le città, finalmente progettandole con gli abitanti e per gli abitanti, l’Italia è l’unico Paese che sta ignorando questa opportunità poiché non ha una politica urbana adeguata, e non ha strumenti giuridici ad hoc per farlo, e questo il comico Renzi o non lo sa, oppure se lo sa: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» Ciò che ha partorito il Governo Renzi sul governo territorio, è la proposta indecente del suo Ministro Lupi.

Osservazioni: I termini crescita e decrescita non hanno accezioni positive o negative in se; ad esempio è sufficiente osservare che la crescita di una malattia non è un fatto positivo ma negativo, la decrescita della malattia è positiva. In ambito politico economico la crescita del PIL non è un fatto positivo in se, com’è noto. Il termine decrescita non è sostituibile poiché viene usato negli anni ’60-’70 in ambito economico in opposizione alla crescita del PIL; non esiste altro termine migliore per qualificare la critica del PIL, che per l’appunto decrescita del PIL. La questione comunicativa che alcuni fanno notare è figlia del fatto che si confonde facilmente la crescita col miglioramento, mentre in ambiti divulgativi sinceri, la questione della decrescita selettiva del PIL trova un’ampia gamma di vocaboli che declinano gli effetti virtuosi del cambio dei paradigmi culturali; il più popolare è sostenibilità (non l’ossimoro sviluppo sostenibile), poi resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità, poi altri ancora ma più tecnici come conversione ecologica e bioeconomia. Con estrema onestà intellettuale, tutti questi obiettivi – sostenibilità, resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità – per essere perseguiti, necessariamente, partono dal cambio di paradigma, che concretamente si attua solo attraverso un periodo tecnicamente denominato decrescita selettiva del PIL, poi adeguato in decrescita felice. Chiunque interpreti male il senso del termine, in buona fede o in cattiva fede, nella realtà comunicativa e percettiva non compie un vero danno, poiché non sta dicendo la verità del suo messaggio (decrescita selettiva del PIL), e volontariamente o involontariamente aiuta a far emergere comunque una verità insita nella decrescita stessa, già rilevata circa trent’anni fa, ma tenuta nascosta: bisogna uscire dal capitalismo applicando la bioeconomia. Rispetto agli anni ’60 quando si svilupparono aspre critiche al modello di sviluppo capitalista non c’erano tutte le ricerche e le pubblicazioni culturali inerenti alla decrescita, provenienti da tutto il mondo, come le abbiamo oggi, non c’erano le tecnologie della decrescita e gli strumenti di misura ampiamente in uso in diversi ambiti. E’ solo una questione di tempo e di volontà politica; non bisogna crearsi paure che non hanno motivo di esistere. Se la crescita del PIL non dimostra un miglioramento, perché tutti partiti sostengono la crescita del PIL? Perché con la crescita del PIL aumenta il gettito fiscale che viene gestito da tutti partiti, i quali possono distribuirlo dando priorità al proprio tornaconto, se diminuisce il PIL diminuisce anche il budget del loro tornaconto. Ma le tasse non servono a mantenere i servizi pubblici? Certo, ma all’interno di una società con un nuovo paradigma e con una forma di Governo federale tendente all’autogestione e la democrazia partecipava i cittadini ed i parititi dovrebbero preoccuparsi della felicità, e potrebbero co-decidere come destinare le risorse, riducendo e proporzionando correttamente le tasse e la funzione stessa dei partiti, privilegiando l’interesse generale.

La decrescita infelice di Matteo Renzi

Metti un pubblicitario al Governo è ottieni un linguaggio composto da slogan, gag, battute, ottieni un linguaggio privo di contenuti e privo di verità. Non si tratta solo di come Matteo Renzi si esprime, ma si tratta del linguaggio politico contemporaneo di tutti i politici che smanettano su internet, divulgano opinioni poco colte; si tratta di politici che scimmiottano la società per entrare in empatia con l’uomo qualunque. La società liquida costruita nel corso dei decenni, ideata proprio dal mondo della pubblicità, è una società nichilista e apatica che esprime giustamente il “meglio” del mondo politico creato dalla televisione, dalle serie televisive e dall’immaginario politico costruito dalle SpA che controllano il mondo mediatico, e che hanno inventato l’attuale linguaggio dei politici. Sono diversi decenni che la scuola non è più il luogo ove si formano cittadini, non è più la scuola a creare il linguaggio dei cittadini. Oggi c’è un’arma distruttiva dell’essere umano ancora più efficace: twitter di natura orwelliana, come sarà stato già detto da molti altri. Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

E’ così il premier italiano, Matteo Renzi, crede che la ricetta giusta per l’Italia sia la crescita mentre la decrescita felice sia la strada sbagliata, opinione del tutto legittima, ma espressa a suo modo con battute e slogan poiché così ci si esprime nelle pubblicità. Se bisogna vendere questo prodotto adotto un linguaggio efficace, per stimolare l’interesse di chi vuole comprare. Secondo Renzi «l’Italia ha interrotto la caduta, ma non basta. L’obiettivo è tornare a crescere” e le riforme sono “lo strumento per farlo», affermazioni di un premier che non ha la visione giusta per aiutare il popolo. Si può non condividere la filosofia politica della bioeconomia dai cui nasce la decrescita, che suggerisce semplicemente di non basare le scelte politiche sull’andamento del PIL, e quindi la decrescita selettiva del PIL stesso, cioè ridurre e cancellare il consumo di merci inutili; si può non condividere, ma non si può far credere che la proposta della decrescita non aiuti l’operaio e l’imprenditore, soprattutto quando nella realtà è vero il contrario, e cioè grazie all’applicazione delle tecnologie della decrescita felice sorge nuova occupazione. Le uniche imprese italiane che non hanno delocalizzato e stanno conservando un proprio mercato sono proprio quelle che hanno impiegato piani e programmi nell’artigianato di qualità e la comunicazione del prodotto biologico, imprese che usano le energie alternative, imprese che investono nel riuso e nella rigenerazione urbana sostenibile. Inoltre esistono tutta una serie di cooperative agricole che stanno crescendo grazie all’agricoltura naturale (non più agri industria) e l’impiego delle fonti alternative per realizzare fattorie auto sufficienti. Tutto questo mondo che non dipende dall’economia degli idrocarburi fa decrescere selettivamente il PIL (eliminazione degli sprechi energetici), ma immette nel mercato merci di qualità. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

L’indicatore economico del PIL – la crescita – non misura affatto la qualità della vita, non ci dice se la vita sia migliore o peggiore, e questo aspetto per un politico dovrebbe essere un concetto elementare e determinante poiché il politico dovrebbe occuparsi soprattutto delle ricadute positive o negative delle sue scelte nei confronti dei cittadini e preoccuparsi del loro benessere. Addirittura il PIL – la crescita – poiché è un mero indicatore quantitativo misura anche le cose che peggiorano la vita, cioè sostenendo il consumo di determinati servizi e merci possiamo far aumentare il PIL e distruggere la vita umana. Il PIL – la crescita – misura tutto tranne il benessere dei cittadini, lo spiegò pubblicamente Bob Kennedy nel 1968, oggi siamo nel 2014 e Renzi fa battute contro la decrescita a favore della crescita del PIL. Sempre i fratelli Kennedy già negli anni ’60 svelarono al grande pubblico, grazie ai consigli del loro consigliere economico John Kenneth Galbraith, come fosse importante far crescere la qualità della vita e non il PIL degli USA.

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Wuppertal Institut, Per un futuro equo, Feltrinelli, 2007, pag. 165

Poiché la decrescita si occupa di far ridurre selettivamente il PIL, cioè riducendo e cancellando il consumo di servizi e merci che distruggono ecosistemi e vita umana, la decrescita è semplicemente la risposta giusta alla recessione innescata dal sistema capitalistico auto imploso su stesso grazie al servizio del debito, ormai insostenibile. La decrescita felice non solo suggerisce cosa non consumare poiché inutile e dannoso, ma sposta energie, ricerca e innovazioni verso nuovi modelli sociali, di comunità e di consumo generando nuova occupazione e di qualità proprio grazie alle innovazioni tecnologiche. Un esempio clamoroso è nel settore delle energie rinnovabili ove imprese e settori industriali riescono a conservare un proprio mercato grazie all’uso razionale delle risorse, e questo ha consentito al settore edile di conservare posti di lavoro e/o aumentare il proprio indotto grazie alla domanda di un uso delle risorse più responsabile ed efficiente impiegando un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. La direttiva europea 2012/27/UE prefigge un piano di decrescita energetica per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e aumentare l’impiego delle fonti alternative. «L’efficienza energetica costituisce un valido strumento per affrontare tali sfide. Essa migliora la sicurezza di approvvigionamento dell’Unione, riducendo il consumo di energia primaria e diminuendo le importazioni di energia». In sostanza la decrescita felice è presente persino in direttive europee.

Oggi i progettisti hanno a disposizione dispositivi in grado di effettuare una diagnostica completa circa gli sprechi energetici, e questo consente di avviare più facilmente «un’innovazione che comporta una radicale trasformazione dei principi su cui si fondano le prime tre grandi rivoluzioni industriali e il passaggio a una quarta fase, equiparata da alcuni ad un periodo di envelopment (decrescita), per distinguerla dalle tradizionali forme di development, ossia sviluppo. Lungi dall’essere un vano appello a sovvertire il corso dell’evoluzione fin qui storicamente data, l’envelopment è l’arte della decrescita creativa, e consiste nel prendere di mira, smantellare, e quindi eliminare, i mali più debilitanti del progresso, per garantire una maggiore sicurezza e autonomia a metropoli, città, paesi e insediamenti urbani e aree antropizzate in tutto il mondo» (Droege, La città rinnovabile, 2008, pag. 32).

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Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia, Hoepli, 2008, pag. 62

Altro esempio è l’indotto del riciclo totale delle materie prime seconde denominate rifiuti, ed in fine il cibo auto prodotto e le reti cittadine dei gruppi di acquisto solidale, tutto ciò fa ridurre il PIL – la crescita – ma migliora la qualità di vita degli abitanti.

Sono stati proprio i neoliberisti del PD (la famigerata “terza via” di Clinton & Blair) che hanno creato crisi e recessione poiché hanno investito nell’ideologia della crescita. E’ la crescita che sta distruggendo ecosistemi e posti di lavoro. «Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (valori a prezzi 1990), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione» (Pallante, 2010). «Quasi 800.000 posti di lavoro persi, 14.200 imprese edili fallite dal 2007 e un calo degli investimenti di 58 miliardi in 7 anni» (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014). E’ stata proprio la ricetta della crescita auspicata da Renzi a creare disoccupazione nell’edilizia. «Il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città» (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag. 10). E’ l’ideologia della crescita che in Italia ha inventato gli aiuti statali agli inceneritori di rifiuti (decreto Bersani ’92) per sostenere un’industria insalubre di prima categoria, mentre il mondo della medicina informava dell’aumento del rischio sanitario generato proprio dagli inceneritori. E’ l’ideologia della crescita che punta alle trivellazioni per cercare nuovi idrocarburi, già nel 2010 un’inchiesta di Luigi Carletti evidenziò il desiderio del Governo di dare nuove concessioni per trivellare l’Italia. E’ l’ideologia della crescita che favorisce accordi commerciali sovranazionali contro il Made in Italy e contro la sovranità alimentare. Il sistema dell’UE è costruito secondo l’ipotesi della crescita continua, e non possiede strumenti correttivi per affrontare periodi di deflazione, così che la depressione economica ha innescato una generalizzata perdita del potere di acquisto dei lavoratori salariati con la conseguente riduzione della domanda interna, e l’impoverimento dei ceti medi e meno abbienti. Questo problema è noto persino nel PD ove la corrente Fassina intende apporre cambiamenti, ma il PD non è un partito di sinistra e la linea Renzi è maggioranza. La recente nomina della nuova Commissione europea dimostra che gli interessi dei Paesi periferici non saranno soddisfatti, e pertanto non ci sarà una riduzione delle diseguaglianze e tanto meno un riconoscimento degli errori marchiani dell’immorale e stupido sistema dell’euro zona.