Dopo trent’anni di liberismo, ancora tutti a destra!

È ormai matura l’analisi politica, persino condivisa negli ambienti responsabili dell’aumento delle disuguaglianze, che la cosiddetta crisi economica in realtà non è una vera crisi ma la normale conseguenza del capitalismo neoliberista che ha invaso il mondo intero. La globalizzazione dei capitali finanziari, del mondo off shore e delle zone economiche speciali, cioè degli spazi dello sfruttamento, ha trasformato la società occidentale eliminando le conquiste sociali del socialismo europeo, e riducendo al minimo i diritti civili e dei lavoratori. È assurdo ma sembra che il ceto politico abbia rimosso la lezione di Marx, favorendo i sogni più proibiti di un élite avida e incivile.

All’interno del cambiamento epocale, la maggioranza dei cittadini italiani è nichilista, individualista e di conseguenza usa il momento del voto come sintomo di uno sfogo. Milioni di italiani e la maggioranza dei meridionali delusi, hanno votato per questi due partiti: la Lega (che resta Nord) e il M5S. Entrambi, durante cinque anni di opposizione politica al PD, hanno attaccato i governanti con un linguaggio politico al limite della violenza verbale. Il linguaggio adottato si basa su un preciso ed elementare calcolo politico, promettere qualunque desiderio dei cittadini. Il linguaggio, come nella pubblicità fa leva sulle emozioni delle persone economicamente più deboli, soprattutto il M5S attraverso il famigerato “reddito di cittadinanza”, che non è un “reddito di cittadinanza” ma “condizionato”, una proposta ideata dai liberisti della scuola di Milton Friedman, e già in uso in Germania; mentre la Lega (Nord), sempre nel solco liberista, promette la famigerata “flat tax”, cioè una “tassa piatta” composta da una sola aliquota, palesemente incostituzionale, che consente ai ricchi di aumentare l’accumulo di capitali e di ridurre lo Stato sociale. Infine la cosiddetta “pace fiscale” che si traduce in un condono fiscale, ennesimo provvedimento immorale a favore di chi non ha pagato tributi allo Stato, confermando che in Italia sicuramente pagano le tasse i dipendenti salariati, mentre per gli altri, la collettività deve affidarsi alla civiltà altrui. Questi partiti sono diversi fra loro per come sono nati, ed hanno condiviso una feroce opposizione politica all’establishment, come si dice in gergo, contro l’UE, contro il “sistema”. La fotografia del M5S è stata fatta da due giovani giornalisti, Federico Mello e Jacopo Iacoboni, che in tempi diversi hanno pubblicato due saggi sul reale funzionamento dell’ex partito di Grillo, Il lato oscuro delle stelle e L’Esperimento. Entrambi sono utili per capire l’inganno che si cela dietro a determinati partiti apparentemente “nuovi”, che ricalcano schemi del comportamentismo degli anni ’50, ricalcano schemi televisivi, berlusconiani e non democratici ma utilizzano le nuove tecnologie per gestire l’azienda (il partito). La Lega Nord (già lombarda) è il partito razzista che nasce dall’antimeridionalismo per proporre la secessione dall’Italia contro Roma ladrona. Il linguaggio dei leghisti è costituito da decenni di propaganda razzista contro i meridionali. Nel corso degli anni la cronaca giudiziaria ha evidenziato la realtà dei fatti: i ladroni erano dentro quel partito e nelle istituzioni politiche del Nord da loro amministrate, dalle truffe nel partito razzista, passando per i Consigli regionali sino alle banche venete gestite dall’imprenditoria vicina ai razzisti. Il dramma culturale del nostro ceto politico è che un partito così ignobile abbia ricevuto una legittimazione dagli altri partiti, come Forza Italia e l’estrema destra, che l’hanno condotto persino al governo del Paese. In una comunità civile nessuno si sognerebbe di dare legittimità politica a chi propaganda il razzismo e l’egoismo più becero.

In tutto l’Occidente chiunque abbia svolto un ruolo politico all’opposizione del “sistema”, poi ha ricevuto un aumento dei propri consensi politici. Negli USA, come tutti sanno è diventato Presidente un imprenditore sfruttando temi legati alla crisi economica che ha fatto aumentare la povertà. In questa fase ove gli elettori cambiano i propri governanti, c’è un elemento a dir poco grottesco e contraddittorio. La cosiddetta crisi economica è innescata dal capitalismo neoliberista, e in Italia, anziché stimolare una mobilitazione di massa a favore del socialismo, gli elettori si affidano a una coppia di partiti che millantano di non essere né di destra e né di sinistra ma promettono politiche neoliberiste, cioè di destra con elementi di welfare di dubbia valenza.

Sintetizzando al massimo, negli ultimi anni, i partiti che hanno governato il Paese sono stati esecutori delle politiche neoliberiste, cioè di destra, e gli elettori hanno deciso di sostituirli con i soggetti che hanno millantato un cambiamento. Le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, innescando e stimolando la crescita dei disagi sociali, favorendo rabbia e insoddisfazione nei confronti del ceto politico occidentale. Il contesto politico e sociale si caratterizza per la fine della partecipazione popolare e di massa nei partiti, e mentre accadeva ciò, i cittadini italiani, in una prima fase durante l’inizio del millennio, si mobilitarono nei cosiddetti “girotondi”, senza organizzare un partito democratico nuovo ma consegnando la legittima protesta al vecchio establishment. Fallisce l’opportunità di realizzare un’alternativa politica al liberismo, mentre col trascorrere degli anni la scelta di ridurre il ruolo pubblico dello Stato fa crescere l’insoddisfazione nei confronti della “casta”, poiché si riducono contemporaneamente e progressivamente sia il potere d’acquisto degli stipendi salariati e sia il welfare state, creando disagi sia alla media borghesia e sia ai ceti più deboli che aumentano di quantità. È nel ventennio berlusconiano, con i governi elitari sostenuti dai Tremonti, Bossi, Dini, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi che si realizza la svendita del patrimonio pubblico, la “liberal revolution”, meno Stato più mercato, con norme e provvedimenti ad edulcorare il principio della democrazia economia e favorire l’azionariato elitario nel controllo, e quindi nel profitto, dei servizi. Tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, privatizzando tutto quello che c’è da privatizzare, di fatto usurpano la sovranità popolare, attraverso la creazione dei mostri multiutilities S.p.A. che firmano contratti di gestione dei servizi pubblici locali con la falsa promessa di migliorare le infrastrutture esistenti costruite con le tasse degli italiani (acqua, energia, autostrade, telecomunicazioni, poste, ferrovie). E’ negli Enti locali che si realizza la famosa austerità, dalle mani del più ignorante e incapace ceto politico italiano, rimbalzato alle cronache giudiziarie grazie ai reati contro la pubblica amministrazione e ai tagli dei servizi locali. Nel frattempo continua la privatizzazione dei profitti attraverso le rendite fondiarie e immobiliari, sottovalutando i problemi reali legati al rischio simico e idrogeologico, così da aggiungere altri danni alla collettività attraverso l’adozione di piani speculativi che aumentano le disuguaglianze sociali e il consumo di suolo agricolo.

Osservando la struttura capitalista italiana possiamo cogliere il senso delle politiche di tutti gli ultimi governi, che hanno favorito l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, cioè i soliti pochi, le solite famiglie, sia quelle note al pubblico e sia quelle poco note ma presenti in tutti i centri urbani. Il capitalismo italiano è costituito soprattutto da rendite, finanziarie e immobiliari, controllate dalle solite famiglie di ricchi, capaci di influenzare il credito. Il fatturato delle imprese è generato soprattutto da rendite e attività terziarie. Parlamento e Governi italiani, anziché rimuovere ostacoli di ordine economico per favorire lo sviluppo umano, e dare a tutti le possibilità di cercare percorsi di evoluzione sociale, hanno aumentato drasticamente la differenza fra ricchi e poveri. Sempre più famiglie sono entrate nella soglia di povertà relativa e assoluta.

I disagi creati dal mercato hanno una dimensione territoriale precisa, e sono le periferie che hanno smesso di votare per i partiti filo establishment. Contestualmente si è ampliato il fenomeno della spoliticizzazione delle masse e la crescita della frustrazione collettiva, poiché gli individui non si sentono in grado di cambiare le scelte politiche italiane. Durante il ventennio berlusconiano, il legislatore contribuisce ad allontanare i cittadini dal processo decisionale della politica sia con la riforma degli Enti locali e sia con i processi di privatizzazione che favoriscono gli interessi delle imprese. Nel 2009, dopo cinque anni di tour seguitissimi, il comico Grillo catalizza la frustrazione e la rabbia popolare in un partito da lui fondato, il M5S. Dal 2005 al 2009, Grillo usa l’arte del teatro a servizio di un disegno politico, ed è la sua capacità di interpretare i problemi degli italiani a raccogliere milioni di voti nel 2013, consentendo a diversi sconosciuti, e anche taluni impresentabili e squallidi personaggi di entrare nel Parlamento italiano senza alcun criterio di merito politico. Mentre si realizzava un enorme trasferimento di consensi dai partiti del pensiero unico al partito liquido italiano, ancora una volta, nonostante le evidenze circa l’aumento delle disuguaglianze, nessun soggetto politico ha avuto la maturità di compiere un’auto analisi critica mettendo in discussione le politiche economiche neoliberiste, e la totale inefficienza politica dell’UE, costruita per soddisfare il mercato e non i bisogni delle persone. Di questa incapacità riflessiva, ovviamente, se ne approfitta chiunque critica l’euro zona e la “casta”, senza dover dimostrare alcuna capacità politica. Nel 2013, il risultato delle urne rompe lo schema del cosiddetto bipolarismo e non consegna un reale vincitore, perché esiste un terzo polo che ha lo stesso peso politico del PD e di Forza Italia. Le coalizioni si sfaldano, e nascono nuove maggioranze parlamentari sul modello chiamato grande coalizione per consentire la formazione di un Governo, in quanto il terzo polo strategicamente sceglie l’opposizione. Nel 2013, nonostante milioni di italiani sfiduciano l’establishment, quel voto non è utilizzato per cambiare lo status quo, e fra le tante conseguenze politiche, lo scontro fra il M5S e il PD ebbe quella di sostituire la classe dirigente politica nel PD, favorendo l’ascesa di un nuovo capo politico: Renzi, in continuità col liberismo. La nuova direzione del PD sposta l’asse del partito tutto a destra, e in una prima fase, il nuovo leader eletto attraverso le primarie aperte del partito, aumenta i consensi alle elezioni europee del 2014 toccando la soglia del 40%. Nel 2015 durante le elezioni regionali, il PD continua la crescita dei consensi ma sarà l’ultima volta, poiché da quel momento in poi, il partito di governo perderà milioni di voti arrivando a dimezzare il proprio consenso sul territorio nazionale. I 5 anni di legislatura saranno utilizzati dalla nuova maggioranza politica per approvare altre riforme neoliberiste togliendo diritti ai lavoratori, e cercando di cambiare la Costituzione per ampliare l’ideologia capitalista neoliberale attraverso una proposta di riforma costituzionale, Renzi-Boschi. Proposta bocciata dal referendum consultivo, il 4 dicembre 2016. In tutto ciò le disuguaglianze crescono, osservando l’aumento della povertà per effetto del mercato lasciato libero di agire secondo la propria avidità. L’assurdità del ceto politico consiste nel fatto che mentre aumentano le disuguaglianze, chi governa accresce le opportunità per alcune imprese multinazionali, anziché ripristinare politiche pubbliche socialiste.

Nel 2018, il risultato delle urne dice che la maggioranza degli italiani crede alle promesse di chi ha svolto un ruolo di opposizione, e sfoga la propria rabbia contro i vecchi partiti consegnando il Paese, sia al partito razzista italiano, la Lega (Nord), e sia al partito inventato da un ex comico e da una piccola azienda privata di social marketing, che oggi detiene il controllo diretto del primo partito italiano. Dopo circa 70 giorni di trattative politiche, agli italiani viene presentato un cosiddetto contratto di governo. Il linguaggio adottato ricalca lo schema di un programma elettorale, e non è un serio programma politico. Secondo i giuristi, del calibro di Zagrebelsky, si tratta di un contratto di potere fra alleati di governo che presenta caratteri di incostituzionalità, con possibili derive autoritarie. Questo nuovo programma elettorale chiamato contratto di governo è composto da un mix di elementi retorici dei due partiti, e così ritroviamo un po’ di razzismo, una visione securitaria dello Stato, posizioni euroscettiche, una visione più o meno assistenzialista, elementi ecologisti, ma soprattutto promesse molto complicate sul welfare circa la riforma Fornero e il reddito condizionato poiché insieme creano la banca rotta dello Stato. Un linguaggio più concreto si riscontra solo sui punti dedicati alla sicurezza.

Anche il cosiddetto “governo del cambiamento”, così chiamato come desidera la propaganda, appare come un governo della continuità nonostante l’euroscetticismo, poiché ignora la lezione di Marx e non compie un’analisi politica matura facendo riferimento ai mutamenti sociali innescati dal capitalismo neoliberista. Nonostante un legittimo euroscetticismo raccolto dalla pancia degli elettori, non c’è alcun piano industriale su specifiche attività industriali, ma la promessa generica di una banca pubblica a sostegno delle imprese, come insegna la scuola liberista. Non c’è un piano di investimenti su specifici territori deindustrializzati. C’è un’ambigua e superficiale riflessione circa il “sovranismo” etichettato dal giornalismo embedded, che rischia di rendere vana qualsiasi possibilità di restituire un potere economico alla Repubblica. Persino in Germania, che ha tratto i maggiori vantaggi dell’euro zona, si parla degli errori del sistema monetario unico, si parla di come ristrutturare i debiti pubblici, di come riformare i Trattati o come uscire dall’euro. In Italia, ci siamo dimenticati che il PCI fu contrario allo SME, e ci siamo dimenticati della visione romantica del manifesto di Ventotene. Questa rimozione dalla memoria collettiva, come gli slogan né destra e né sinistra, hanno contribuito a sostenere il nichilismo e aprire strade alle destre. Il tema della sovranità economica è senza dubbio cruciale per la ripresa economica del nostro Paese ma questo argomento è stato regalato ai partiti populisti, anziché essere argomentato seriamente dai partiti di governo, del resto proprio la Germania ha potuto fare investimenti utilizzando due leve, il surplus commerciale – violando le regole europee – e un sistema del credito pubblico secondo un programma industriale, che in Italia non c’è più, grazie alle scelte degli ultimi governi democristiani e dei primi governi neoliberali post tangentopoli, applicando il mantra del laissez faire al mercato, la famigerata rivoluzione liberale promessa da Berlusconi e condivisa dal razzismo leghista.

Nel contratto elettorale, ci sono le promesse elettorali che aiutano i ceti ricchi danneggiando la collettività tutta, dando un serio colpo allo Stato sociale previsto dalla Costituzione. Il voto di protesta della maggioranza degli italiani consegnato ai partiti anti-sistema può essere utilizzato per aiutare l’élite ristretta dei capitalisti italiani; infatti adottando un’aliquota massima del 20% si realizza un enorme trasferimento di ricchezza rubando alle casse pubbliche dello Stato, che non potrà più garantire determinati servizi soprattutto ai ceti meno abbienti. È noto da decenni che l’area più povera del Paese, il meridione, è deindustrializzata con carenza di servizi adeguati. Nel contratto fra M5S e Lega Nord non c’è una sola riga sulle disuguaglianze territoriali da affrontare con un piano industriale di investimenti, proprio nei luoghi più svantaggiati, per ridurre il tasso di disoccupazione e per stimolare la nascita di impieghi utili. In questo accordo di governo non c’è un piano o una politica economica che osserva la difficile realtà italiana, in questo nuovo programma elettorale non si dice concretamente come si agisce per migliorare il Paese e aiutare i ceti deboli. A seguito di questo contratto i partiti che hanno formato una maggioranza parlamentare si accordano di presentare al Capo dello Stato, un tecnico come Presidente del Consiglio, nel senso che è sconosciuto alle cronache politiche.

Con l’assenza di un’alternativa politica seria e preparata si conferma la crisi morale della società italiana. Fino agli anni ’80 il nostro Paese esprimeva una rilevanza autorevole mondiale grazie al più grande partito di sinistra presente nel blocco occidentale. Dopo il 1989, quando tutto il mondo scelse il neoliberismo, sparirono sia il PCI e sia l’autorevolezza dei nostri sindacati, che abdicarono al loro ruolo. Negli altri Paesi ove si lotta contro l’abuso dell’élite capitalista, i cittadini si ispirano palesemente al socialismo, in Spagna addirittura esiste un partito come Podemos che si ispira ad Antonio Gramsci, negli USA patria dell’imperialismo e del neoliberismo selvaggio, aumenta il consenso per le proposte socialiste suggerite da Bernie Sanders, in Grecia ove la recessione è violenta si stanno diffondendo forme concrete di mutualismo, di chiara ispirazione socialista, e persino in Inghilterra, raccoglie consensi anche nei concerti da stadio un signore come Jeremy Corbyn che parla pubblicamente di politiche socialiste. Fino ad oggi questi movimenti politici di sinistra sono all’opposizione di maggioranze che rappresentano l’establishment del neoliberismo che ha inventato questa globalizzazione totalmente deregolamentata e deresponsabilizzata.

Durante questo periodo sembra emergere una crisi di civiltà democratica per l’incapacità collettiva di costruire un sincero partito di sinistra, adeguato ai cambianti sociali e tecnologici che stiamo subendo. Questo enorme vuoto politico si traduce in un danno sociale, economico e politico ampiamente visibile nel meridione d’Italia ove si concentrano in maniera particolare e drammatica le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Negli ultimi decenni queste disuguaglianze hanno raggiunto tutte le aree urbane e le periferie, ove certi quartieri sono in un degrado urbano e sociale. Attraverso le politiche neoliberiste, anche i territori interni e rurali sono costretti alla marginalità sociale.

Le persone oneste che si riconoscono nei valori costituzionali hanno l’obbligo di agganciarsi a una speranza futura, e augurarsi che il nuovo Governo sia composto da persone rispettose della Costituzione, dotate del senso dello Stato; appare incredibile viste le premesse, ma è rimasta solo la speranza. Dobbiamo augurarci che quel famigerato contratto sia solo l’ennesima trovata pubblicitaria, l’ennesima caduta di stile, come fu per la presentazione dei ministri M5S prima del voto, e che quindi legislatore e Governo, osservando la complessa realtà italiana affrontino le intollerabili disuguaglianze territoriali, la disoccupazione, la vulnerabilità del territorio e delle aree urbane, e la crisi ambientale con un approccio culturale nuovo: quello bioeconomico. Durante questi anni, dovremmo ricostruire una civiltà politica, con saggezza e democrazia.

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Capitalisti

Mi sembra di averlo scritto tante volte quanto e come la religione capitalista sia una credenza dannosa alla specie umana. Tutto l’Occidente è gravemente contagiato da questa credenza e il resto del mondo ne sta pagando le conseguenze sociali e ambientali.

Da circa trent’anni tale religione è cresciuta anche in Asia, ma soprattutto ha conseguito enormi successi per i suoi sacerdoti liberali. Nella nostra società è facile ascoltare slogan contro lo Stato, contro il pensiero socialista e comunista nonostante tali ideali non abbiano trovato alcuna affermazione in Italia, dal secondo dopo guerra in poi. Il Novecento è senza dubbio il secolo di Adam Smith. Oggi, le diseguaglianze sociali ed economiche sono fra le più grandi di sempre. Un grande successo dei liberali è proprio questo aspetto culturale e psicologico, far imprecare le menti deboli su argomenti inventati, carichi di pregiudizi e ignoranza; e mentre i poveri imprecano contro lo Stato, le imprese, grazie alle politiche liberali, possono aprire i propri stabilimenti nei luoghi dove non si pagano tasse. La messa in scena delle forze politiche indignate perché aumenta la disoccupazione in Italia, è solo una rappresentazione teatrale, poiché le leggi italiane suggeriscono agli imprenditori di fare profitto sfruttando i paradisi della religione liberale. Ad esempio, localizzarsi in Polonia dentro una Zona Economica Speciale (ZES).

Le ZES sono strumenti della globalizzazione neoliberista per l’accumulazione capitalista programmando l’agglomerazione di attività e funzioni. Tali Amministrazioni innescano la competitività fra territori e città regioni, e sono i motori del capitalismo. Le politiche neoliberiste dei territori e delle città urbane estese hanno conseguenze economiche e sociali, nel senso che aumentano le disuguaglianze fra i territori stessi e aumentano la povertà nelle periferie economiche.

Farnesina ZES Polonia
Pagine web della Farnesina per promuovere ZES in Polonia.

In Italia, gli attori politici recitano i propri sermoni con termini come crescita, competitività, riduzione della spesa pubblica per ridurre la disoccupazione (come se questa fosse la soluzione), mentre lo stesso Governo italiano spinge gli imprenditori privati nel localizzare le imprese nei territori con agevolazioni fiscali per aumentare i profitti, ma a danno della collettività poiché licenziano in Italia. Da molti anni il Governo italiano coordina, attrae e assiste le imprese verso le Zone Economiche Speciali. In sostanza i governi italiani usano la disuguaglianza di riconoscimento (diverso trattamento dei diritti dei lavoratori all’interno dell’euro zona) come strumento per far crescere i ricavi delle imprese sacrificando la dignità umana, grazie alla svalutazione salariale che è una forma di sfruttamento, di schiavitù, proprio come accadeva nella società feudale.

La diabolica classe politica europea, serva delle grandi imprese, propone di introdurre le ZES anche in Italia, per legalizzare la svalutazione salariale, cioè la schiavitù anche qui, e spostare nuovamente le imprese dall’Oriente verso l’Occidente in luoghi dove, o non si pagano le tasse o si versa un’aliquota forfettaria, e dove non ci sono diritti sindacali.

In Italia, da molti anni sono individuate forme analoghe alle ZES, e si chiamano Zone Franche Urbane (ZFU). Osservando la localizzazione delle ZFU, concentrare nel meridione d’Italia, non è un caso che questi spazi utilizzati dal liberalismo non sortiscano alcun effetto sulla riduzione del tasso di disoccupazione.

UE crescita economica per Regione
UE, crescita economica per Regione, fonte Eurostat.

Riforme

In questo mese il mainstream schiaccia e comprime la dialettica pubblica sull’esito del referendum confermativo. L’oggetto del dibattito rappresentato nella finzione scenica è la contesa del potere. Com’é di consuetudine, i media non rappresentano una discussione seria e di merito circa la necessità di riformare la Costituzione, non mostra l’opinione di giuristi o associazioni di categoria per discutere su visioni politiche e prospettive di miglioramento delle condizioni di vita degli italiani. Com’é consuetudine i media mostrano uno spettacolo indegno sulla contesa del potere per rafforzare l’apatia dei cittadini e il becero qualunquismo tipico dei nichilisti. Gli individui più sono tenuti lontani dalla politica e più si favorisce il consolidamento dell’élite.

I cittadini meno abbienti sopravvivono ai problemi quotidiani arrangiandosi, e sono costretti a farlo per l’assenza di una corretta pianificazione politica che dovrebbe essere tesa ad affrontare le questioni sociali ed economiche, che nel meridione assumono circostanze drammatiche. Nei media assistiamo alla finzione scenica dei politicastri mentre nella vita reale, una parte sempre più ampia di italiani non riesce a condurre un’esistenza tranquilla e serena, a causa delle politiche neoliberali condotte da tutti i Governi, indipendentemente dal colore politico. Questo distacco fra realtà sociale e politici dura da diversi decenni, e in maniera del tutto incomprensibile, le persone, fino ad oggi, non sono riuscite a sostituire la classe dirigente politica attraverso la promozione di un soggetto politico serio, capace, responsabile ed onesto. La nostra società abbisogna di una scuola politica capace di introdurre l’etica nella politica finalizzata a sperimentare processi e percorsi democratici, trasparenti per selezionare i capaci e i meritevoli. Il “paradosso politico” è che se ci fosse una cittadinanza attiva in tal senso, cioè capace di affrontare seriamente i problemi italiani (istruzione, recessione, disoccupazione …) probabilmente si avrebbe un’evoluzione sociale utile a tutelare il nostro patrimonio, il paesaggio e investire in nuove tecnologie creando nuova occupazione utile.

Osservando il fatto che buona parte degli italiani soffre di ignoranza funzionale, dovremmo dedurre che siano verosimili le analisi secondo cui gli italiani abbiano sfruttato il referendum confermativo per esprimere un giudizio politico negativo sul Governo Renzi. Quindi solo indirettamente gli italiani hanno sostenuto le ragioni del Comitato del NO sulla proposta referendaria, che se fosse stata confermata dalla maggioranza dei votanti avrebbe creato problemi e tolto diritti ai cittadini.

Se è vero che l’élite finanziaria bancaria suggerì di sopprimere le costituzioni socialiste, non bisogna dimenticare che il vulnus politico culturale della nostra Costituzione è insito nel vecchio conflitto fra idee liberali e socialiste. Già nell’allora assemblea costituente si consumò il conflitto culturale fra le forze liberali e quelle socialiste e comuniste. L’occupazione degli USA sul territorio italiano fu determinante nel far prevalere le idee liberali, e approvare una Costituzione repubblicana che inseriva l’Italia nella sfera atlantica. La Carta è la sintesi di un compromesso, e gli usi e i costumi della società furono condizionati dall’ideologia capitalista sorta nelle idee illuministe del Settecento e dell’Ottocento. Se oggi viviamo in una società classista, razzista, nichilista e cioè capitalista, che preferisce gli individui culturalmente regrediti alle persone che seguono una condotta morale, è perché la classe dirigente ha scelto la società nichilista piuttosto che l’umanità. La società capitalista dei beceri consumi contro la specie umana in armonia col pianeta. La conseguenza negativa circa la riduzione dei diritti ai cittadini; e l’aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche, è l’effetto della religione liberale sull’umanità. Questa religione ha prodotto leggi per favorire il mercato e il profitto delle imprese private a danno dello Stato sociale, e a danno dei ceti economicamente più deboli (aumento della povertà). Negli ultimi due decenni le Costituzioni sono state sospese per fare spazio al mostro dell’UE a trazione neoliberale, mentre già nel titolo III della Carta circa i rapporti economici (artt. 35-47), le imprese hanno potuto perseguire legittimamente la propria avidità. Di recente poi, il legislatore ha modificato l’articolo 81, per introdurre l’obbligo del pareggio di bilancio secondo gli stupidi dettami della religione liberale professata dai Trattati europei. Oggi le pulsioni liberali reazionarie rappresentate dall’élite finanziaria globale si muovono per rimuovere dalle Costituzioni quel compresso al ribasso per le idee socialiste e comuniste. Alcuni fatti concreti si sono già consumati attraverso diverse circostanze: la cessione della sovranità monetaria (1981 avvio del processo di privatizzazione della Banca d’Italia), la manipolazione dell’opinione pubblica sfruttando le emozioni delle persone circa la corruzione nei partiti, il Parlamento costituito da partiti anti-sistema (Lega Nord, Forza Italia, M5S) per approvare una serie di riforme neoliberali, le privatizzazioni (PdS, Forza Italia) e l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico (DS, Forza Italia), il sistema elettorale maggioritario (PD, Forza Italia) e la distruzione dell’immagine pubblica dello Stato. Nel concreto il concetto di Stato sociale è stato totalmente annientato, privato del potere di emettere moneta per aiutare se stesso e i più poveri; da decenni lo Stato non promuove politiche industriali applicando l’interesse generale. Inoltre, Governi e Parlamenti che si alternano usano la fiscalità generale e le cosiddette leve fiscali (detrazioni, incentivi) per sostenere gli interessi dei privati (banche e multinazionali), ma lo fanno tutti: maggioranze e opposizioni. E’ il trionfo dell’ideologia liberale di Smith (laissez faire) con la conseguente affermazione del sistema sociale feudale. Spesso sono i cittadini a coltivare logiche di vassallaggio e di servitù volontaria.

La Carta andrebbe riformata per ampliare i diritti e sostenere lo scopo sociale delle azioni politiche, che invece sono state del tutto abbandonate, poiché la Costituzione stessa ha favorito lo sviluppo di politiche liberali, liberiste e neoliberiste, basti pensare all’usurpazione del ruolo delle istituzioni pubbliche nel processo decisionale della politica, e alle privatizzazioni attuate nel solco costituzionale, basti pensare alla mercificazione dei suoli e alla privatizzazione del governo del territorio attuate nel solco costituzionale. Mentre la religione liberale deindustrializzava l’Italia e l’Europa, per ricollocarsi nei luoghi senza diritti sindacali, Parlamento e Governo, applicando e interpretando la Costituzione, hanno distrutto il ruolo industriale dell’Italia e l’hanno fatto calpestando i principi, secondo i quali, invece, bisognava fare l’opposto e cioè rimuovere gli ostacoli di ordine economico per sostenere lo sviluppo umano. Ancora oggi, più di prima c’è la necessità di tutelare la salute e l’ambiente. L’accordo a ribasso per i valori socialisti ha favorito l’ideologia liberale, e così senza efficaci strumenti referendari, senza leggi per favorire la partecipazione e attraverso il titolo III, abbiamo coltivato e costruito una società materialista e nichilista, preferendo relazioni mercantili e commerciali fra i cittadini stessi. In questo percorso degenerativo che ha visto prevalere e vincere in tutto l’Occidente la religione liberale, le teorie socialiste sono state comunque sconfitte, poiché fra le due visioni votate alla crescita continua, quella più efficace è stata la teoria economica neoclassica liberale. Entrambe le visioni hanno influito negativamente sullo spirito umano, favorendo una società costruita sull’aumento della produttività, fregandosene del reale sviluppo umano, dell’ambiente e della salute.

Una vera riforma, oltre che rimuovere i conflitti innescati dai Trattati neoliberali dell’UE, è quella di introdurre la felicità e la bioeconomia in Costituzione al fine riequilibrare il rapporto fra uomo e natura. In fine, nell’agire politico delle persone sarebbe auspicabile divulgare ed educare tutti noi ai principi costituzionali sviluppando scelte etiche, poiché se il Paese non funziona, la responsabilità è nostra, del nostro egoismo, della nostra ignoranza e arroganza.

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Povertà e disoccupazione, fonte immagine Openpolis, Poveri noi

Perché il debito e le pensioni sono un problema?

Premessa necessaria: tutto il pensiero politico del mondo Occidentale è succube di una religione, nel senso proprio del termine, cioè succube di una credenza delle teorie economiche del liberalismo e di quelle neoclassiche, si tratta di veri dogmi, credenze, al pari del corano, della bibbia e dei dodici comandamenti, e su queste credenze si decidono le linee politiche globali e dell’Occidente. Fatta questa premessa, possiamo intuire che fuori dalle credenze, e dentro una visione razionale sia il debito e sia le pensioni non sono affatto un problema. Il debito è una questione giuridica e le pensioni sono un problema aritmetico e demografico partendo dall’economia neoclassica, che nasce dalle teorie capitaliste considerando la produttività e il monetarismo del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola liberista di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. All’interno della religione capitalista possiamo distinguere due periodi, quello keynesiano e quello liberista. E’ una semplificazione utile per osservare i cambiamenti delle politiche economiche. Il mondo occidentale, com’è noto, fu influenzato prima dalla teoria keynesiana che attribuisce al debito «una necessità per quasi tutti gli Stati, qualora si trovino di fronte a spese eccezionali che superino le entrate ordinarie, e non possano o non vogliano ricorrere ad altre entrate straordinarie e cioè all’alienazione di parte del patrimonio, all’introduzione di nuove imposte o all’emissione di carta moneta. Con il diffondersi della teoria keynesiana del deficit spending (deficit), il debito pubblico è inoltre ormai concepito anche come importante strumento di intervento dello Stato nella vita economica e non soltanto in funzione anticiclica». A partire dagli anni ’80 del Novecento, i Governi abbandonano l’approccio keynesiano per adottare le politiche economiche liberiste, soprattutto nell’euro zona.

Nell’attuale sistema capitalista è la produttività che determina la capacità di spendere e fare investimenti, ma c’è una contraddizione di fondo poiché le imprese private preferiscono aumentare la propria produttività scegliendo luoghi ove si riducono i costi, e così delocalizzano le attività in Oriente, divenuto la fabbrica del mondo. In Occidente e nel  mondo globale neoliberale le scelte localizzative delle imprese annullano la produttività degli Stati Nazione, mentre l’euro zona diventa l’area geografica più liberale del sistema capitalista poiché accetta le delocalizzazioni per favorire la costituzione di fatto di una grande zona commerciale (l’Europa). E’ in questo contesto che le democrazie rappresentative perdono di significato e i Governi, avendo ceduto la propria sovranità, stampano e scambiano Titoli di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprarli; si tratta di una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperto dalla fiducia degli acquirenti (mercato). Questo sistema caratterizzato dalla “fiducia dei mercati” nasce con la fine del cosiddetto gold standard, quando i soldi si stampavano in base alle riserve auree, mentre oggi si creano dal nulla. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà e l’autonomia dello Stato non esiste. Se poi osserviamo da chi è posseduto il debito pubblico, si scopre che circa la metà di questa cifra è nelle mani di istituti privati che traggono profitto e controllo, mentre in precedenza la maggiore fetta del debito era nelle mani dello Stato stesso. Di fatto la religione capitalista, adottata da un intero ceto politico, quello occidentale, annulla lo Stato democratico e conduce i popoli a una nuova forma di feudalesimo caratterizzato dal vassallaggio delle istituzioni politiche nei confronti del potere economico delle imprese private (fondi di investimento, banche, multinazionali, mondo off-shore).

Le pensioni. Nel modello capitalista le pensioni sono legate alla produttività e alla demografia di un Paese. Poiché le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento della povertà, e nello specifico hanno ridotto la produttività, cioè hanno aumentato gli inattivi e i disoccupati, allora, nel cercare di riequilibrare la bilancia fra popolazione attiva (che paga le pensioni a chi le riceve) e disoccupati, l’élite programma l’ingresso di nuova schiavitù di riserva sul territorio europeo. Poiché Parlamento e Governo non hanno più il potere di spendere a deficit, non riescono neanche a programmare politiche nataliste, e queste politiche avrebbero effetto solo dopo più di vent’anni. E’ un corto circuito innescato dalla destra liberista. L’Occidente “sviluppato” vive un periodo di transizione demografica, cioè osservando la piramide delle età di una nazione si rilevano più anziani che giovani, e ciò nel sistema capitalista forgiato sulla funzione della produttività determina un problema, poiché il numero di occupati è più basso degli inattivi e dei pensionati. Il ceto politico occidentale non cambia le politiche osservando la realtà, osservando le trasformazioni sociali ed economiche, ma piega la società ai capricci della religione capitalista. Il liberalismo prevede, avvenuta la cessione di sovranità monetaria, l’attuazione dei piani strutturali: le privatizzazioni, la dottrina del pareggio di bilancio e l‘indebitamento. Nella religione capitalista, le istituzioni politiche sono chiamate a svolgere un ruolo non più politico ma di amministratore di condominio o aumentando le tasse, o utilizzando leve fiscali e incentivi/detrazioni. Nel caso italiano, la dottrina neoliberale (la cosiddetta austerità), ignora l’evasione fiscale e gli incentivi a delocalizzare, e si concentra nella riduzione del ruolo pubblico dello Stato o stabilizzando la spesa pubblica, guardando l’assistenza (welfare) come mero costo anziché come necessario per uno Stato civile, o riducendo la spesa pubblica. Questo processo di dissoluzione dello Stato sociale è già avvenuto, attraverso soggetti attuatori cioè gli Enti locali, Regioni, Provincie e Comuni, ove siedono i politici più ignoranti e corrotti. La religione neoliberale ha aumentato le disuguaglianze geografiche, sociali ed economiche trasformando il Sud Italia in vera “periferia” economica dell’UE consentendo al Nord di restare luogo “centrale”. In questo modello capitalista la risposta al problema è l’aumento degli attivi importando schiavitù, mentre le imprese, come già detto, preferiscono aree geografiche o zone speciali dove non esistono costi (tasse, salari). Tale schiavitù in Occidente assolve a due compiti: (1) competitività interna (svalutazione salariale) che favorisce anche una certa rilocalizzazione delle produzioni di merci inutili, e poi (2) contribuisce a immettere risorse monetarie nella contabilità pubblica. E’ evidente che questo genera enormi conflitti sociali e culturali poiché nuova schiavitù interna al territorio europeo non è integrazione ma deportazione. Buona parte degli osservatori, con un sottile linguaggio razzista, crede che la nuova schiavitù sarà indirizzata negli impieghi che i giovani italiani non vogliono fare, in realtà la nuova schiavitù entrerà anche negli impieghi di ufficio attraverso la svalutazione salariale che consente maggiori profitti ai dirigenti. E’ una politica razziale dell’élite dei colletti bianchi che testimonia la regressione culturale della società moderna, riprendendo la divisione di classe che nacque nel mondo classico, si diffuse nella Roma imperiale e proseguì per l’Inghilterra vittoriana fino alla nascita della borghesia.

In un sistema normale, dove lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria, il debito è un’invenzione fittizia e non è necessario ripagarlo, poiché lo Stato è indebitato con se stesso, ed è quindi solo una soglia virtuale per controllare il mercato. Fuori dall’euro zona, gli Stati agiscono proprio in questo mondo. Basti osservare che per alcuni Paesi il debito alto non è un problema e i livelli di disoccupazione sono più bassi rispetto all’Italia, e ciò non è un caso, perché lo Stato interviene per stimolare l’economia interna attraverso gli investimenti favorendo nuova occupazione e la riduzione della disoccupazione. Si chiama socialismo, ma la maggioranza degli italiani che soffre di ignoranza funzionale è alla mercé dei politicanti che prendono il potere con grande facilità.

In un sistema ottimale, non c’è alcuna necessità della convenzione dei Titoli di Stato scambiati con una moneta debito, poiché la creazione della moneta avviene a credito. Si supera la credenza liberale che racconta la favola della neutralità della moneta, poiché così non è nella realtà, in quanto la creazione della moneta è figlia dell’attività creditizia, cioè endogena al sistema e non esogena. In questo momento, in Italia e non solo, circola poca moneta rispetto alla realtà economica (bisogni reali), cioè rispetto agli scambi di servizi e beni per le attività che si devono svolgere per soddisfare necessità: rigenerazione urbana, bonifiche dei territori, agricoltura, conservazione, prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico etc.  Lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria rispetto alla reale attività economica e decide gli investimenti pubblici per tutelare il benessere dei cittadini e non per assecondare i capricci degli interessi privati spinti dalla propria avidità. In questo contesto culturale è evidente che anche il ciclo di pagamento delle pensioni condizionate dalla demografia di un paese, dal numero degli occupati e dal numero dei pensionati, non esiste più, poiché la differenza coperta dalla fiscalità generale, che aumenta il debito pubblico nel sistema esogeno, invece nel sistema endogeno il “problema” è già risolto.

E’ evidente che nel sistema endogeno si risolve anche il problema dell’occupazione e della povertà, creata proprio dalle teorie monetariste liberali che si basano proprio sulla disuguaglianza dei poteri sottratti agli Stati. Un esempio negativo è proprio l’UE, cioè il paradiso degli ultraliberisti, che ha creato sistemi locali del lavoro “centrali” che attirano attività e funzioni, e sistemi locali del lavoro “periferici” con alti tassi di disoccupazione e povertà. E’ una disuguaglianza tipica del capitalismo che viene chiamata contraddizione ma serve a spostare le ricchezze a danno degli altri.

La moneta non è né di destra e né di sinistra. La moneta è solo uno strumento e nel corso dei secoli è stata usata, e ancora oggi viene considerata, sbagliando, come un elemento di ricchezza ma è solo un inganno, poiché la moneta non è ricchezza ma lo strumento dell’élite e del potere per addomesticare e schiavizzare i popoli. La conoscenza è ricchezza. La moneta è un’invenzione dell’uomo ma soprattutto di una categoria particolare di individui che non intende lavorare, nel senso fisico del termine, ma attraverso questo strumento crea ricchezza dal nulla, nella concezione moderna di ricchezza, cioè accumulando e prestando danaro, sia attraverso la finanza, il sistema del prestito e l’espansione monetaria. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana ma la stupidità dell’uomo economico è utile per assoggettare e schiavizzare milioni di persone costrette in un sistema sociale dotato di istituzioni pubbliche che non funzionano secondo le leggi della natura, ma secondo l’influenza di un regime giuridico autoritario scritto dal cosiddetto legislatore e costringe le persone a sviluppare competitività, odio reciproco, distruzione degli ecosistemi e accumulo di merci inutili. All’interno del sistema economico tutto è merce, le persone sono merce, il territorio è merce e l’obiettivo non è la felicità delle persone ma l’accumulo continuo, cioè la crescita continua che ignora l’entropia e distrugge l’ecosistema indispensabile per la sopravvivenza umana. Tutto ciò accade attraverso lo scambio e l’accumulo di moneta prestata a debito, sia alle istituzioni e sia ai cittadini, privati di uno strumento che dovrebbe solo misurare gli scambi piuttosto che essere percepita come ricchezza. In un sistema economico come il nostro, stiamo diventando poveri poiché i nostri bisogni necessari sono divenuti merce quindi fruibili solo con la moneta. Il contadino che soddisfa i propri bisogni auto producendoli è molto più ricco di noi schiavi economici poiché non dipende dal mercato ma dalla natura. E’ necessario orientare le città copiando il modello economico della natura uscendo dal monetarismo.

Oggi il mondo è diviso fra il mondo Occidentale ove la moneta è prestata agli Stati facendoli indebitare nei confronti di soggetti privati, SpA, e il resto del mondo ove il debito non è verso le banche private ma con gli Stati stessi. Un’ulteriore divisione all’interno del mondo Occidentale è determinata dall’idiozia del sistema euro, ove oltre all’usurpazione della sovranità monetaria si aggiungono criteri economici che danneggiano il sistema produttivo dei cosiddetti paesi periferici, impoveriti dal sistema stesso e spinti a delocalizzare le fabbriche per inseguire maggiori profitti.

Il problema dell’euro zona è sia l’usurpazione della sovranità monetaria e sia la stupidità dei criteri economici inadeguati per i periodi di recessione come quello innescato, nel 2008, dall’industria finanziaria fuori controllo: le banche e il mondo offshore. O la moneta torna ad essere strumento a servizio degli Stati, e cioè dei popoli, oppure le schifose diseguaglianze fra l’élite degenerata e le persone salariate, condurranno i popoli stessi a una disgregazione sociale ancora più forte che favorirà un’instabilità sociale tale da creare una ribellione incontrollata. La moneta non è né di destra o né di sinistra, e la decisione di sviluppare un sistema europeo così ignobile è stata una volontà politica sia delle destre e sia delle cosiddette sinistre, che guardando con maggiore attenzione di sinistra non hanno proprio niente, poiché nell’Ottocento quando nacque la sinistra le sue origini culturali proponevano di tutelare i popoli, cioè gli ultimi, sfruttati dal capitalismo e dall’industrialismo. La sinistra che abbiamo visto negli ultimi trent’anni ha voltato le spalle agli ultimi per frequentare i salotti dei banchieri e sposare l’ideologia del pensiero dominate: il neoliberismo. E’ indubbio che una moneta debito come l’euro e le politiche europee siano l’espressione delle idee liberali di Ricardo, Smith, e von Hayek cioè la vittoria delle destre.

Pertanto l’euro zona dovrebbe ripristinare la sovranità monetaria e avviare un nuovo sistema economico basato sulla bioeconomia per uscire dall’accumulo di merci inutili e offrire una prospettiva di felicità ai popoli ponendo l’obiettivo dello sviluppo umano e non più la stupida crescita continua, impossibile in un pianeta dalle risorse finite.

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