Nuova occupazione

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Il fallimento del “sistema” basato sull’economia del debito credo sia sotto gli occhi di tutti. Ben sette premi nobel per l’economia (P.Krugman, M.Friedman, J.Stigliz, A.Sen, J.Mirrless, C.Pissarides, J.Tobin) criticano il funzionamento e le rigide regole dell’euro zona per i suoi effetti depressivi. Se è vero che l’euro zona non funziona bene, non bisogna dimenticarsi che è l’intero sistema capitalistico che sta crollando poiché cedono le sue fondamenta: economia del debito, sistema bancario, creazione della moneta dal nulla, picco del petrolio, e ideologia della crescita (PIL). Dal punto di vista culturale appare evidente che siamo a cavallo di un’epoca (fine dell’era industriale) e che le rappresentanze politiche, per una serie di ragioni, non hanno la capacità e la forza di cambiare radicalmente le fondamenta delle regole economiche, nonostante questa sia la priorità assoluta, poiché le istituzioni continuano a dare importanza ad indicatori obsoleti (PIL) e non valorizzano gli indicatori alternativi (BES) molto più precisi e seri. La ricchezza delle nazioni non è nel petrolio, non è nel PIL e non è nella moneta. Da circa quarant’anni tutti i politici e gli economisti sanno bene che la visione materialista (PIL, petrolio, moneta) sta distruggendo i nostri ecosistemi ed ha reso schiavi diversi popoli. Schiavi per la dipendenza psicologica da un pensiero inumano che ha saputo diffondersi e propagandarsi soprattutto per la nostra ignoranza – incapacità di pensare autonomamente – e alla nostra obbedienza verso ciniche autorità, dipendenza alimentata da messaggi efficaci con strumenti di programmazione mentale e le tecnologie giuste per farlo, televisione e smartphone. Se riusciamo a spostare le energie mentali dalla propaganda fuorviante ai temi seri – prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta – potremmo realizzare l’evoluzione umana di cui abbiamo bisogno. 

L’aspetto straordinario della vicenda è che possiamo sviluppare capacità e abilità per riprenderci un pensiero autonomo per avviare la transizione. Per il momento non siamo dotati di queste capacità e abilità che dovremmo far nascere, ma avviando una sperimentazione possiamo coltivarle, intanto non mancano le competenze e le risorse umane per realizzare gli obiettivi: prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta; ciò che manca è la domanda su questi obiettivi, ciò che la manca è la cultura organizzativa e democratica dal basso. Le nostre energie mentali dovrebbero abbandonare il circo mediatico e politico per concentrarsi su cose serie come rigenerare la propria città, il proprio quartiere e il proprio edificio. L’obiettivo è cancellare la dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas), smettere di pagare le bollette e smettere di sprecare tempo e denari per merci inutili. Nella sostanza, possiamo transitare da un sistema di consumi compulsivi (merci inutili e sprechi) a un sistema di produzione di beni (energia, cibo e servizi immateriali) al di fuori delle logiche mercantili. Se avessimo la curiosità di capire come migliorare la nostra vista, e se avessimo la volontà e il coraggio di farlo troveremo tutte le risposte. I cittadini possono farlo autonomamente creando cooperative ad hoc, quindi tramite un’organizzazione no-profit, e questo sarà il sistema, già noto, che sostituirà l’avidità del neoliberismo. E’ questa la strada che consentirà di far transitare tutti quegli individui impiegati male in attività utili, e la rigenerazione delle città richiederà un enorme domanda di nuova occupazione, in Italia esistono circa 8092 comuni e tutti hanno bisogno di un intervento rigenerativo attraverso l’approccio olistico e la “scienza delle sostenibilità”.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[1] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[2] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, progettisti, sociologi, agronomi, geologi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. Dal punto di vista sanitario secondo l’OMS i fattori che determinano uno stato di benessere sono biologici, ambientali, sociali, culturali, economici; lo stato di salute è condizionato da un equilibrio psicofisico del soggetto in sé e nel suo rapporto con l’ambiente che lo accoglie[3]. Secondo l’OSCE e l’TTI[4] uno degli aspetti che determina l’aumento delle patologie[5] (decessi, disturbi respiratori, disturbi cardiovascolari) nelle città è l’inerzia politica che fa aumentare la complessità del problema (congestione del traffico). Da questo punto di vista Amburgo e Copenaghen rappresentano esempi da seguire poiché puntano a ridurre drasticamente l’uso delle automobili per favore pedoni e biciclette[6].

Si rende necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, e attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica).

Le istituzioni ed i politici sono stati inventati per gestire la res pubblica con metodo democratico e principi etici, di trasparenza ed efficacia; quando questi soggetti (istituzioni e politici) non sono in grado di risolvere i problemi concreti cogliendo le opportunità sopra descritte, allora è compito del popolo sovrano decidere direttamente, sia per la sostituzione dei dipendenti eletti e sia per cambiare il “sistema” dalle sue fondamenta. E’ compito dei cittadini agire direttamente sperimentando la strada del cambiamento radicale.


[1] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[2] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
[3] Stefano Campolongo (a cura di), Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 3.
[4] Texas Transportation Institute
[5] OMS, ANPA, ITARIA studio del 1998 su Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, in Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 165.
[6] Marta Albè, “Amburgo addio alle auto entro 20 anni. Sarà la prima città car-free d’Europa”, <http://www.greenme.it/informarsi/citta/12213-amburgo-car-free> (ultimo accesso 10 gennaio 2014)

Dalla resilienza alla rigenerazione/2

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Dalla resilienza alla rigenerazione, su scribd e Issuu

L’intero sistema educativo è stato ideato secondo un modello sociale figlio della concezione l’illuministica e del mondo industriale, attraverso la diffusione del ragionamento deduttivo e lo studio dei classici. Scuola e università di basano su un modello cognitivo che sviluppa esclusivamente un’abilità di tipo accademica, e in questo modo il modello educativo esprime giudizi errati su individui brillanti (pensiero divergente) che si convincono di non essere intelligenti, perché giudicati da un modello obsoleto che distrugge la creatività anziché riconoscerla. Siamo a cavallo di un’epoca e il nostro modello educativo è obsoleto rispetto al processo di cambiamento che stiamo vivendo. Ad esempio, l’arte è penalizzata dall’odierno modello educativo poiché anestetizza i giovani che subiscono un’istruzione stile linea di fabbrica (crescita standardizzata e conformizzata), divisi per classi ed età. Questo approccio sbagliato è stato accettato da buona parte delle università per logiche di profitto (copyright, brevetti, royalties), e così un’obsoleta cultura industriale ha prodotto convenzioni economiche (estimo, creazione della moneta dal nulla, borse telematiche) prive di valenze scientifiche, biologiche e fisiche in maniera tale da condizionare le scelte politiche che governano il territorio e l’ambiente.

La storia ci insegna che l’umanità ha saputo realizzare un ottimo equilibrio fra città, abitanti e ambiente, un equilibrio durato circa sei millenni fino alla prima rivoluzione industriale, cioè fino alle metà del XVIII secolo. Le innovazioni tecnologiche delle rivoluzioni industriali sono dipese dalle fonti energetiche fossili (petrolio e gas) determinando una dipendenza delle comunità dalle stesse. Queste innovazioni hanno stimolato l’aumento della popolazione nelle città e un aumento dell’inquinamento atmosferico, delle acque potabili e dei suoli prodotto dagli scarti di queste tecnologie, poiché non biocompatibili. I sistemi di comunicazione hanno trasformato i valori delle comunità attraverso la programmazione mentale (pubblicità e istruzione). Grazie alle innovazioni tecnologiche in poco meno di 200 anni le città sono transitate dalle fonti rinnovabili alle fonti fossili tramite le reti del gas. Carbone e carbonella furono sostituite dal gas, si diffuse la rete elettrica e le automobili sostituirono i cavalli, poi nacquero i sistemi di trasporto pubblici. All’inizio del secolo scorso si costruirono reti fognarie, reti idriche e sistemi di raccolta dei rifiuti urbani. Si stima che l’umanità abbia raggiunto il primo miliardo di abitanti intorno al 1830 impiegando due milioni di anni, il secondo miliardo è stato raggiunto nel 1930, mentre si è giunti a sei miliardi nel 1999. Un’altra teoria calcola che dodicimila anni fa, quando nacque l’era agricola, la popolazione mondiale era stimata in circa 10 milioni di abitanti, con l’avvento dell’era cristiana si arrivò a 250 milioni ed alla fine del XVIII secolo si sfiorava il miliardo di abitanti. Con l’accelerazione post industriale, dal 1950 al 2000, si passò da 2,5 a 6,1 miliardi di abitanti.

All’esplosione demografica ha corrisposto un aumento dei consumi e la crescita illimitata di merci inutili. L’onnipotenza di tale sviluppo è prodotta dalla sinergia tra l’innovazione permanente della tecnoscienza, la globalizzazione mercatista e la pervasività mondiale della finanza, senza frontiera, anonima e on-line. Essa è giunta a un supersfruttamento biotech della terra al punto da distruggere un terzo dei prodotti annuali; e una sterminata produzione di merci che invade ogni angolo del globo[1].

L’intero sistema culturale costruito in questi secoli ha sostituito i valori umani e le leggi della natura con un’ideologia dannosa e obsoleta. In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Secondo il Metropolitan Istitute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” ha principi base: avviare un coordinamento fra i settori, creare una visione olistica, rigenerare le persone prima dei luoghi, creare partenariati a tutti i livelli di governo, creare capacità nel settore pubblico, coinvolgere la comunità locale nella pianificazione. Pertanto la rigenerazione si basa sulla “scienza della sostenibilità” con particolare attenzione ai bisogni sociali delle comunità.

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Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[2] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[3] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.


[1] Manifesto UIA, “Dalla crisi di megacity e degli ecosistemi verso eco-metropoli e l’era post-comunista”, in Per un’architettura come ecologia umana, (a cura di) Antonietta Iolanda Lima,  Jaca Book, pag. 260,  2010

[2] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[3] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
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Lavoro utile

Ho più volte accennato al fatto che sia del tutto strano che un Paese come l’Italia veda costantemente aumentare il numero di disoccupati e soprattutto sia assente un piano industriale che valorizzi le proprie capacità creative, progettuali e le tipiche risorse locali, difficilmente imitabili da altri paesi. In questo periodo di recessione alcuni cominciano a chiedersi a cosa serva l’Unione Europea, perché esiste, e come funziona il sistema dell’euro zona. Mentre si avvia questo dibattito utile che aiuta i cittadini a capire l’inganno prodotto dall’economia ortodossa e da politici che hanno tradito la Repubblica italiana, si dovrebbe parlare di un tema altrettanto importare spostare risorse verso interventi utili non più procrastinabili nel tempo.

Negli anni ’80 e ’90 il legislatore ha introdotto una serie di strumenti tecnico-giuridici che hanno prodotto una serie di casi di intervento, leggi che miravano nel loro insieme a migliorare le città: in gergo si chiamano “programmi complessi“, che trovavano copertura finanziaria sia dai fondi europei che da quelli nazionali e dalle Regioni. Ad esempio, l’esperienza dei Programmi Urban nei centri storici, avviata nel 1994 fino al 1999, che coinvolse 16 Comuni, poi ci furono 46 Comuni coinvolti dai Contratti di Quartiere approvati dal Comitato esecutivo del CER, e poi 9 aggiuntivi approvati dal Parlamento, con risorse della legge 94/1982 che poi trovano la luce a gennaio del 1998. E poi l’esperienza dei programmi PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile sul Territorio) ove 127 furono dichiarati idonei, con 87 casi finanziati con risorse del CIPE di cui alla legge 341/1995. A questi dati vanno aggiunti le esperienze dei piani regionali con gli interventi di recupero, i programmi integrati di intervento ed i programmi di recupero urbano. Di recente i Governi hanno lanciato l’iniziativa “piano città“, ma con scarse risorse (318 mln). E’ noto a tutti i tecnici che le nostre città hanno una serie problemi circa la morfologia urbana e la scarsa qualità degli edifici costruiti fra gli anni ’50 e gli anni ’80, oltre ai noti problemi legati all’invecchiamento del patrimonio edilizio che fa aumentare il rischio sismico. Nonostante la mole di intenzioni, piani e programmi: c’è ancora molto da fare. Quella dei programmi complessi è l’esperienza italiana più recente, dopo la ricostruzione post bellica, riferibile alle pratiche denominate: rinnovamento urbano (urban renewal) e di riqualificazione, dagli anni ’90 in poi si parlerà di rigenerazione urbana. La rigenerazione intende occuparsi dei quartieri degradati ridando vita a parti di città abbandonate, o comunque da riqualificare con criteri di sostenibilità. I progetti si occupano dello spazio pubblico, degli edifici, dei servizi e della socialità, con l’intenzione positiva di condizionare l’economia e la cultura del quartiere e della città presa in esame restituendo una città migliore di prima. Le esperienze dimostrano che questo è avvenuto con successi e insuccessi.

Una vasta letteratura internazionale mostra come tutti i paesi occidentali abbiano affrontato il tema sopra accennato. Molte amministrazioni locali si stanno confrontando con il problema delle “città in contrazione, cioè ove gli abitanti abbandonano interi quartieri a causa della recessione economica e migrano verso luoghi che offrono maggiori garanzie di lavoro. Il problema non è nuovo, anche l’Italia meridionale ha conosciuto e conosce questo fenomeno che sembra ripresentarsi. Solitamente le nostre amministrazioni locali, nonostante l’abbandono delle città, hanno sempre deliberato piani urbanistici espansivi. Negli ultimi cinquant’anni le città hanno affrontato il tema e cercato di risolvere il problema in vari modi. Gli amministratori più responsabili hanno approvato progetti di rivitalizzazione, rigenerazione e riqualificazione urbanistica. I progetti migliori si sono occupati del problema della “città diffusa” (sprawl) che consuma inutilmente il suolo, e della densità urbana, mirando a progettare densità equilibrate realizzando gli standard minimi, con una buona distribuzione dei servizi sul territorio favorendo gli spostamenti pedonali, con la bicicletta e coi mezzi pubblici.

I modelli più recenti e interessanti sono rappresentati da “progetti di comunità” e di “pianificazione partecipata“. La ricaduta positiva di questi interventi è il soddisfacimento del bisogno di casa, l’offerta di lavoro, e la realizzazione di spazi comfortevoli. Da un lato ci sono i metodi di ispirazione liberista ove i progetti sono sostenuti dal capitale privato che trasforma interi quartieri secondo logiche speculative, e da un altro lato ci sono i “progetti di comunità” tramite progetti che puntano alla sostenibilità, alla coesione sociale e alla tutela di tutti gli abitanti. Un’interessante visione è raccontata da Claudio Saragosa in Città tra passato e futuro, altri suggerimenti sono espressi nella collana Natura e artefatto di Donzelli editore; altrettanto interessante la proposta di rileggere I classici dell’urbanistica moderna al fine di interpretare correttamente il cambiamento necessario che avvolge i temi del territorio, l’abitare e gli insediamenti umani.

In questo momento di recessione non c’è alcun dubbio che i “progetti di comunità” rappresentano esempi concreti che hanno saputo dare risposte durevoli e sostenibili, mentre quelli speculativi hanno dimostrato di costruire scatole vuote rigettate dal mercato stesso. Non c’è dubbio che l’aspetto tecnicamente interessante è la ricostruzione di interi quartieri con principi di sostenibilità garantendo un miglioramento della qualità di vita degli abitanti. Ahimé, il maggior numero di esperienze è avvenuto fuori dall’Italia per motivi economici monetari strutturali: negli USA, in Inghilterra e in Cina non esiste il sistema euro zona. Nel nostro Paese abbiamo avuto l’esperienza dei “programmi complessi” che non ha avuto, da parte del legislatore, la stessa forza e lo stesso peso che altre nazioni hanno voluto dare al “rinnovamento urbano“. Negli USA il governo federale ha dedicato ben 60 anni al rinnovamento dei quartieri poveri e degradati, queste esperienze non sempre hanno avuto successo, anzi in alcuni esempi hanno peggiorato le condizioni degli abitanti, ma di recente emergono progettualità più ragionevoli grazie l’approccio sistemico. In Italia abbiamo avuto la ricostruzione del dopo guerra, ma non ci fu una pianificazione urbanistica con i valori della sostenibilità, anzi, oggi le città e i loro abitanti pagano il danno ambientale creato proprio da quel periodo di ricostruzione, ed a quel danno bisogna porre rimedio con approcci culturali e strumenti adeguati. La storia insegna che tramite l’iniziativa dello Stato è stato possibile aiutare i ceti meno abbienti, e ricostruire quartieri degradati. Negli anni ’90 l’iniziativa pubblica trainò anche gli interventi privati, ed anche il settore bancario fu stimolato ad aiutare i cittadini tramite investimenti di lungo periodo a tassi agevolati per i ceti meno abbienti. Anche lo Stato italiano, a partire dalla ricostruzione post bellica passando per gli anni ’60 (il famoso boom economico), ’70 ed ’80, ha visto periodi di questo tipo ed ha consentito alle famiglie bisognose di acquistare alloggi a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato.

In questo momento di recessione e stante le condizioni attuali di mercato e gli strumenti legislativi, un’intera generazione di giovani laureati, disoccupati, studenti non sembra avere la minima opportunità di trovare un impiego dignitoso che possa consentire loro di comprare la prima casa, e realizzare il legittimo bisogno di creare una nuova famiglia, eppure la generazione precedente ha goduto di tutti i vantaggi economici concessi dallo Stato, ove un solo membro della famiglia poteva, con un solo salario, mantenere al sostentamento di tutti, prole compresa.

Per invertire la tendenza negativa è necessario che il legislatore abbia il coraggio di cambiare i paradigmi culturali della politica (dare valore e priorità agli indicatori del BES) ed adegui i salari dei dipendenti pubblici e privati, riduca gli stipendi dei dirigenti riequilibrando la distanza che c’è fra dirigente, funzionario e dipendente, riattivi tutte quelle politiche industriali (“programmi complessi e piano città)” spostando le risorse dai capitoli improduttivi come le spese militari e gli sprechi (anche adottando i costi standard per la pubblica amministrazione, vedi sprechi sanità), e concentrarle sull’istruzione pubblica, la ricerca ed il territorio e la prevenzione ambientale. Concentrare le risorse verso le imprese più utili: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio architettonico e del paesaggio, riuso ed il riciclo, efficienza energetica e innovazione tecnologica, prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico, bonifiche e prevenzione ambientale, mobilità intelligente e reti. Dal un lato togliere risorse dove non servono, e dall’altro usare la leva fiscale (sgravi ed incentivi) verso attività virtuose. In ambito europeo è doveroso riscrivere i trattati, semplificandoli copiando la Costituzione italiana, ristrutturare il debito pubblico estero, “abbandonare” il PIL e adottare il Benessere Equo e Sostenibile, e  ripristinare la sovranità degli Stati ricordando un principio monetario molto semplice: fiat money, con l’evoluzione culturale di associarlo ai flussi di materia e di energia consapevoli dell’entropia e della fotosintesi clorofilliana.

Se analizziamo la realtà culturale ci rendiamo conto che sappiamo cosa fare per migliorare territorio e città, ma i rappresentanti politici non sono all’altezza degli obiettivi da raggiungere e recano danni economici al Paese. Secondo il direttore della FIRE, Dario Di Santo: l’obiettivo dell’efficienza energetica “20-20-20” è ancora lontano, mentre secondo Fillea-CGIL e Legambiente si potrebbero mobilitare 7 miliardi per far partire l’efficienza energetica ed aiutare la crisi del settore edile. Secondo l’Osservatorio Oice/Informatel le gare di ingegneria e architettura mai così male dal 1997. In ambito locale è scandaloso che Regioni e Comuni non riescano a presentare un numero adeguato di progetti per sfruttare le risorse pubbliche europee (POR e PON), in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Mentre sono ben 2611 i Comuni che hanno aderito al Patto dei Sindaci, di cui il 64% hanno presentato un PAES, questo lungo iter per accedere ai fondi della BEI. Il 5% del nuovo ciclo di fondi strutturali 2014-2020 dell’UE dovrebbe essere assegnato alle aree urbane, questo significa che se viene ben definita l’idea di rigenerazione urbana, con l’approccio olistico, le città italiane potrebbero risolvere diversi problemi. Nasce un nuovo organo istituzionale: il Cipu (Comitato interministeriale per le Politiche Urbane) e uno strumento giuridico il Pon Città. Il “piano città” aveva raccolto appena 318 milioni, se i fondi 2014-2020 dovessero essere distribuiti equamente per i 28 Stati membri l’Italia potrebbe ricevere 1,71 miliardi, ma l’UE destina fondi rispetto gli obiettivi e le Regioni.

Se i cittadini formassero cooperative ad hoc riuscirebbero ad autofinanziarsi e raggiungere più velocemente importanti obiettivi sotto il profilo occupazionale e della qualità della vita, esempi virtuosi di questo di tipo ci sono già stati in Germania. L’esperienza insegna che i ceti meno abbienti se uniti e coordinati da progetti sostenibili hanno la stessa, o maggiore, forza dello Stato e delle SpA. Sarebbe sufficiente concentrare risparmi e investimenti, orientando e condizionando il credito bancario, su progetti come “smart grid” e “rigenerazione urbana” per creare profitti virtuosi e non speculativi, e questi profitti, attraverso strategie efficaci e ormai mature, possono coinvolgere anche i ceti meno abbienti consentendo loro di acquisire competenze specifiche, decidere direttamente e migliorare la propria condizione economica e sociale.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale.

Società e lavoro/2

Abbiamo a disposizione risorse che non riusciamo a riconoscere come tali, il problema? E’ la nostra incapacità di “vedere”. Possiamo creare occupazione impegnandoci in ambiti finora sottovalutati ma dobbiamo sviluppare curiosità, creatività e coraggio. Partendo dal fatto che la nostra società non è stata creata per consumare all’infinito dobbiamo accettare l’idea di individuare attività sostenibili che producano merci e beni rinnovando i processi produttivi. Non possiamo continuare a estrarre risorse finite, trasformare e produrre merci per il mercato, e ignorare il contesto locale. Non possiamo e non dobbiamo comprare all’infinito, per tale motivo bisogna trovare un equilibrio con la natura, ripristinare diritti ai lavoratori, e osservare con più attenzione il mercato. Dal punto di vista della pubblicità, dobbiamo eliminare la malattia degli acquisiti compulsivi e ripensare i nostri bisogni reali. La recessione, in questo senso, ci da una mano, poiché ci consente di ripensare la nostra posizione sociale uscendo dalle illusioni classiste di una società profondamente malata, poiché sviluppata sull’avidità e sull’incoscienza di se stessi.

Cittadini ed istituti di credito possono sviluppare progetti intorno a questa visione virtuosa: un ritorno alla terra. Immaginando l’economia delle risorse ed il giusto equilibrio fra merci e beni possiamo stimolare il recupero di intere comunità e valorizzazione beni e merci prodotte dal territorio. In che modo? Attraverso un processo culturale che ribalti gli obsoleti paradigmi, tant’è che ha molto più valore un borgo recuperato piuttosto che un borgo abbandonato e degradato, ovvio?! L’urbanesimo e l’obsoleta epoca industriale hanno disprezzato la vita contadina propagandata come vita dura, sporca ed incivile, contrapponendola alla “civile” ed “evoluta” mentalità dell’usa e getta, auto sempre nuove, la scarpa sempre nuova ed inquinamento cittadino. Stiamo assistendo al crollo di queste malsane ideologie televisive e la riscoperta dell’ovvio: la cultura contadina è l’unica sostenibile poiché è l’opposto degli sprechi e dell’inutile sovrapiù.

Possiamo incrementare e ripristinare la cultura contadina salvandola dall’agri-industria, ed adeguare le moderne tecnologie all’agricoltura naturale. Aziende e cooperative agricole sono la risposta più ovvia per produrre nuova occupazione, aziende e cooperative facenti parte di un’economia locale adeguate allo sfruttamento delle fonti energetiche alternative a piccola scala, e cittadini consumatori di cibo locale, di migliore qualità e salubrità rispetto alle merci della grande distribuzione organizzata.

La natura offre tutte le opportunità per un’economia reale, dai beni prodotti per alimentare gli abitanti all’abbigliamento tramite l’indotto di una canapa senza thc. Cibo, manifattura e tessile sono risorse già presenti in natura. Come sappiamo buona parte delle imprese ha preferito sfruttare la globalizzazione per aumentare i propri profitti. Cittadini e lavoratori partendo dal fatto che l’obiettivo non può essere il profitto, ma la sostenibilità economica ed ambientale, essi possono riprendersi i diritti negati avviando economie locali consapevoli del fatto che bisogna produrre il giusto, cioè rispettando la natura e le condizioni di lavoro. Un’impresa progettata non sul profitto, ma sulla sostenibilità dura nel tempo più a lungo e meglio di una multinazionale che ruba le risorse, evade le tasse e sfrutta i lavoratori. Aumentano i cittadini consapevoli che preferiscono consumare merci prodotte localmente e sono sensibili a questioni etiche, ambientali e sanitarie. E’ questo tipo di cultura che scoraggia la globalizzazione poiché attacca l’avidità, gli affari e gli interessi degli imprenditori che preferiscono l’immoralità alla sostenibilità. Dogmi come competitività, crescita sono solo invenzioni per truffare i popoli e giustificare comportamenti immorali ed illogici. Sviluppando il consumo critico possiamo e dobbiamo aiutare le imprese sane perché aiutiamo noi stessi.

Il lavoro sarà sempre più un’attività legata ai comportamenti etici poiché è l’unico modo per progettare comunità sostenibili, e come sappiamo la quantità di merci prodotte e scambiate in un anno è un dato statistico interessante, ma non è rilevante per il benessere dei cittadini. Prima si riduce la produzione di merci che distruggono l’ambiente e meglio sarà per noi tutti, e di conseguenza prima aumenta la produzione di beni e di attività che riguardano le bonifiche, il riuso e la conservazione, e prima migliorerà la nostra vita. Spostando i nostri risparmi su attività etiche e sostenibili potremmo realizzare impieghi solidi e duraturi nel tempo, dipende solo dalla nostra cultura, sensibilità e dalla nostra volontà.

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Società e lavoro

Urban-Mining

Formazione culturale, creatività e convinzione nelle proprie idee sono condizioni indispensabili per trasformare i propri sogni in realtà sostenibili.

Da troppo tempo l’industria sta rubando risorse naturali con una velocità superiore ai tempi di rigenerazione della natura e per molte materie prime sappiamo che non c’è rigenerazione. Se pensiamo a televisori, cellulari, computer, lavatrici possiamo intuire che la loro complessità progettuale sia anche una problema nel recuperare “materie prime seconde”, soprattutto quando queste merci arrivano nei centri di recupero. Spesso gli elettrodomestici a fine ciclo vita finiscono in Ghana, e li vengono recuperate le materie prime in condizioni ambientali e sanitarie a dir poco pericolose.

Oltre gli elettrodomestici anche gli edifici sono miniere di materiali. Le demolizioni selettive consentono di recuperare materiali in maniera più efficace, e consentono un facile riutilizzo di vetro, legno, laterizi, etc. Possiamo ricordare che il mondo delle costruzioni rappresenta un tradizionale volano dell’economia reale per un motivo molto semplice, la totalità delle risorse impiegate: materie prime, imprese, progettisti e lavoratori sono locali, cioè sono soldi che rimangono sul territorio. La globalizzazione ha favorito la delocalizzazione delle produzioni (abbigliamento, elettrodomestici) e quindi ha spostato i profitti dal territorio ai consigli di amministrazione espropriando i lavoratori locali. Un ritorno all’economia locale può restituire un salario ai cittadini. In che modo? Ad esempio, recuperando i materiali dalle merci che abbiamo importato dai paesi stranieri, possiamo creare giacimenti e creare un indotto virtuoso per le imprese locali. Un altro esempio è senza dubbio l’informazione e la cultura del consumo critico che ci permette di conoscere le condizioni di lavoro, l’impatto ambientale ed i rischi sanitari delle materie prime usate.

Possiamo immaginare che le Regioni siano aree, ambiti, ove poter gestire e recuperare tutte le “materie prime seconde” e che le accademie insieme alle imprese riescano a gestire questi flussi di energia e di materia in maniera efficiente, cioè col minimo impiego di risorse energetiche, il minimo impatto e la massima resa.

La gestione regionale del recupero di “materie prime seconde” consente di risparmiare energia e di avere giacimenti di materie a breve distanza. Giacimenti a disposizione delle imprese e dell’economia locale. Si tratta di unire il capitale naturale locale col recupero dei materiali ed avviare un’economia delle brevi distanze utile al sostegno delle auto produzioni locali: energia, cibo e mobilità.

Estrazione materie prime, trasformazione e produzione, commercio e consumo e recupero possono svolgersi in ambiti locali per migliorare il processo di ciclo vita e ridurre al minimo gli impatti delle filiere. Questa “innovazione” culturale consente di aumentare l’autonomia, l’indipendenza e la libertà delle città e degli abitanti che riducono la dipendenza dalle multinazionali e dai mercati finanziari globali.

Un’altra virtù di questa evoluzione culturale è lo stimolo del lavoro interno e la domanda interna verso obiettivi sostenibili, cioè non si crea lavoro per la crescita illimitata e la vendita di merci inutili, ma per la gestione razionale delle risorse, un totale ribaltamento dei paradigmi obsoleti, quei dogmi che leggono solo il rapporto debito/PIL. In questo caso si parte da un progetto di riuso al fine di tutelare l’ambiente e la salute, ma che innova e sostiene le imprese locali consentendo loro di attingere a giacimenti locali, anziché cercare le materie sparse nel pianeta.

Tasse e conti pubblici

Estratto da “Qualcosa” che non va, pag. 23

E’ consuetudine dell’immaginario collettivo credere che l’obiettivo di un bilancio pubblico sia quello di far pareggiare i conti, oggi si ritiene che sia una pratica virtuosa. Questo obiettivo aritmetico nasconde una triste realtà o una cinica perversione degli economisti ortodossi e addomesticati che hanno modificato l’azione degli Enti locali. L’intero sistema europeo che condiziona la pubblica amministrazione si poggia su convinzioni errate come il Patto di stabilità, l’immorale pareggio di bilancio e il fiscal compact. Questi sciocchi criteri si traducono in tagli alla spesa pubblica e quindi un danno economico concreto ai ceti meno abbienti che fanno aumentare la depressione in Italia. Nella letteratura politica quest’azione viene comunemente valutata come la distruzione dello Stato sociale, il pilastro della nostra Costituzione. Ogni pezzo dello Stato sociale viene trasformato in merce e venduto, un’aberrazione che viola i diritti universali dell’uomo sanciti nel 1948. La conclusione di questa convinzione mentale ragionieristica è solo il frutto di una lenta e ossessiva programmazione mentale che ignora la bioeconomia, l’economia e le esigenze reali dell’umanità. Su questo pianeta le leggi per la sopravvivenza umana si leggono con la fisica, la chimica, la biologia, l’agronomia e la geologia, non con la finanza. Una risposta ragionevole alle regole immorali della finanza pubblica è l’introduzione del principio di “non equilibrio di bilancio” per la spesa sull’istruzione, la cultura e il sociale, cioè fare l’esatto opposto delle politiche di austerità introdotte dai neoliberisti inseriti nei Governi nazionali tramite le organizzazioni sovranazionali. La ragione etica di questa scelta radicale è semplice, nel periodo storico che stiamo attraversando la moneta va percepita come strumento, e non come valore di ricchezza. L’obiettivo è puntare alla piena occupazione e cancellare le disuguaglianze attraverso scelte coraggiose per aiutare i popoli e non per opprimerli con l’austerità.

Da diversi anni il potere invisibile ha diffuso, con successo, il mantra privato meglio del pubblico, dando un forte contributo alla distruzione dello Stato sociale e spostando la sovranità dalle istituzioni alle banche SpA, dagli Stati all’UE. Un grande contributo a sostegno di questa credenza è venuto dai media, pubblicazione ossessiva di scandali, e dal comportamento immorale sia dei dipendenti eletti che dei dirigenti pubblici, e dai sindacati che hanno impedito e rallentato il rinnovamento meritocratico di funzionari e dirigenti nel settore pubblico.

La stesura del bilancio spetta al Governo mentre al Parlamento è attribuito il compito di approvarlo. Il bilancio dello Stato può essere preventivo o consuntivo (rendiconto generale). La differenza tra entrate e spese al termine di un esercizio concretizzerà un avanzo di bilancio, se il saldo è negativo, come avviene di solito, si avrà un disavanzo (o deficit) di bilancio.

L’avanzo o disavanzo del settore pubblico si definisce come: Avanzo/disavanzo = G + TR – TA, dove G = spesa pubblica; TR trasferimento dallo Stato ai privati (pensioni, sussidi alle imprese e alle famiglie e interessi sul debito pubblico); TA trasferimenti dai privati allo Stato (imposte dirette, indirette, contributi sociali)[1].

Entriamo subito nel merito, c’è una voce immorale nel bilancio sopra sintetizzato: interessi sul debito pubblico. Nell’equazione del rendiconto generale la riduzione del debito pubblico è impossibile e tanto meno la cancellazione, per una ragione ovvia a chi ha interesse nel leggersi la storia: guerra persa e accordi di Bretton Woods e per chi ha la curiosità di leggere i Trattati internazionali potrà rendersi conto dell’invenzione del debito, problema giuridico e non economico. La sovranità monetaria è stata ceduta a organi non elettivi sovranazionali violando l’articolo 1 e l’articolo 47 della Costituzione. Il credito è controllato da SpA commerciali e non più dallo Stato. Il sistema finanziario e monetario è subordinato ai capricci di pochi banchieri che usano strumenti per scommettere sulla vita dei popoli. In questo sistema la ricchezza e la povertà non sono più in mano alle istituzioni democratiche rappresentative, ma in mano a individui inumani, tecno-cratici non eletti, che adottano consuetudini e comportamenti immorali dove l’avidità premia gli imbroglioni a scapito dei diritti umani.

Il popolo italiano al pari degli altri popoli, contrariamente a quanto è sancito dalla Costituzione non è libero. L’intero sistema bancario è un’invenzione a servizio dell’élite e il sistema del prestito è un metodo immorale, ma legalizzato, per tenere i popoli in schiavitù.

Dopo il controllo della moneta debito, l’obiettivo dell’élite è semplice, controllare con lo stesso metodo dei “mercati” le società che gestiscono i servizi pubblici locali usando l’arma dell’invenzione del debito pubblico, sono già pronti piani per svendere le SpA locali, dopo aver rubato le infrastrutture nazionali (Banca d’Italia, autostrade, ferrovie e telecomunicazioni). I loro adepti ed emissari sono ampiamente diffusi in tutte le università e nei media, banali ripetitori di volontà decise nel famigerato club Bilderberg nella Commissione Trilaterale e nel CFR.


[1] STEFANO AMICABILE, Corso di economia ed estimo, Hoepli, 4 ediz. 2010, pag 159

Cancellare il precariato, si può fare!

Come ho scritto diverse volte per vivere da esseri umani bisogna cambiare paradigma culturale ed anche sul tema del lavoro è necessario ribaltare schemi mentali obsoleti e sbagliati che hanno distrutto la società. Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla cronicizzazione dei livelli di disoccupazione e l’introduzione del precariato.

Per introdurre forme legalizzate di schiavitù la scusa dei Governi, sotto dettatura delle SpA, è stata la ripetizione ossessiva nei media e nelle scuole circa un dogma religioso: “aumentare la competitività nei mercati globali“, etc.

Quasi tutti abbiamo perso di vista il vero obiettivo del lavoro: soddisfare un bisogno umano, cioè l’opposto dei dogmi finanziari delle SpA: massimizzare i profitti, avidità, materialismo, consumismo compulsivo, inquinamento, schiavitù e insicurezza economica.

L’obiettivo di una società normale è banale: garantire la piena occupazione attraverso impieghi socialmente utili. Ripeto: garantire la piena occupazione. Le comunità hanno tutti i mezzi per mettere in condizione ogni cittadino di poter scegliere di lavorare secondo le proprie possibilità, garantendo un congruo compenso rispetto all’attuale costo della vita, si può fare e non esiste alcun problema economico, ma è necessario uscire dalla religione capitalista liberale che ha inventato il monetarismo per sottrarre la sovranità monetaria agli Stati. Dobbiamo favorire l’endogeneità della moneta per avere un equilibrio fra domanda e offerta. Pertanto, una volta ripristinato il potere di emettere moneta allo Stato, il problema non è il lavoro, ma il lavoro per fare cosa? La risposta è nota, basti ricordare la crematistica di Aristotele, i dialoghi di Platone e l’origine del capitalismo moderno descritto da Locke con le analisi di Hannah Arendt sull’animal laborans e l’homo faber, per trovare le risposte circa la fine dell’epoca industriale e l’opportunità di accedere ad una società evoluta attraverso domande socratiche su noi stessi, e l’impiego delle migliori tecnologie circa l’uso razionale dell’energia e creare occupazione utile. Per raggiungere questo obiettivo bisogna cancellare le forme contrattuali di precariato introducendo un contratto unico nazionale, uguale per tutti gli impieghi pubblici e privati. Ogni cittadino deve ricevere uno stipendio dignitoso con tutte le garanzie previdenziali e infortunistiche (art. 35 e 36 Cost.) ed esser sottoposto ad una verifica annuale dopo i primi anni di lavoro. Per i successivi anni la verifica potrebbe essere ogni cinque anni. In questo modo non si perderà lo stimolo per aggiornarsi, e si tenta di prevenire fenomeni degradanti di lassismo e di sfruttamento dello Stato. Ci saranno solo contratti a tempo indeterminato, ma con la possibilità di esser spostati, ogni cinque, sei o sette anni, in casi particolari: “licenziamento” e re-impiego in ambiti lavorativi completamente differenti.

La verifica è uno strumento utile allo Stato per sostituire il lavoratore dipendente che non sia idoneo per l’impiego che riteneva di poter sostenere, e prendere provvedimenti per aiutarlo in tutti sensi: un consiglio, un aggiornamento professionale o un altro impiego.

In questo modo si ribaltano due dogmi sbagliati del mondo del pubblico impiego: precarizzazione a vita e posto pubblico garantito a vita. Incertezza economica a vita e scarsa qualità della vita. Il punto di partenza di questa semplice proposta ribalta un’obsoleta convinzione, non sono i soldi che qualificano il lavoro, ma le capacità creative ed operative dell’individuo. E’ dimostrabile che manager pubblici e privati anche se pagati profumatamente prendono decisioni sbagliate, ed è riscontrabile che un impiegato sottopagato rispetto al costo della vita lavora male poiché stressato. E’ banale pensare che trovare un punto di equilibrio fra giusto reddito e impiego sia possibile, creando un mondo del lavoro realmente più efficiente uscendo dall’obsoleta competitività.

Ribaltando i dogmi obsoleti bisogna puntare a dare certezza economica a chi lavora ed a chi verifica il lavoro per “licenziare” o premiare. Allo stesso tempo dovrebbe essere obbligatorio garantire un impiego a chi viene sostituito sempre con gli stessi livelli di reddito, con le medesime garanzie contrattuali (previdenza e infortunistica). Nella sostanza un cittadino nel corso della vita può svolgere diversi impieghi garantendo alti livelli lavorativi, e chi invece ha problemi di inserimento potrà risolverli trovando nel tempo l’impiego più idoneo per lui, in quest’ottica il cittadino è al centro della pianificazione politica e non più il reddito.

Perseverando su questo ragionamento emergerà una nuova realtà sociale, chi avrà buona volontà troverà l’impiego che ambisce e potrà avere un reddito sufficiente a vivere in armonia con la natura, mentre chi non avrà buona volontà dovrà adattarsi e cambiare il proprio schema mentale perché non si troverà in condizioni di degrado, ma si troverà in una società virtuosa ove ognuno sarà felice e soddisfatto in ciò che fa e per tanto, prima o poi, si troverà nella condizione di dover crescere partendo da se stesso. Oggi il disoccupato è emarginato perché la società giudica gli individui dal reddito (forma di razzismo), pensateci è il reddito che compie una gerarchia di classe, e non le reali capacità dell’individuo perché non siamo capaci di valutare il merito. Anziché avere un sistema che consenta alle persone di crescere attraverso l’errore, preferiamo usare criteri selettivi obsoleti inventati dalla società industriale che sviluppa avidità, invidia e cialtroneria. Ribaltando gli schemi mentali possiamo misurare le effettive capacità degli individui, indipendentemente dal reddito, misurando il merito rispetto alle attività più utili alla società. In questo modo si potranno compiere scelte etiche, mentre attraverso l’esperienza i singoli matureranno, e le comunità cresceranno grazie alla creatività degli stessi.

I gruppi che funzionano stanno adottando altri criteri valutativi e selettivi, non più competitivi, ma cooperativi, collaborativi, basati sulle scambio gratuito delle conoscenze e delle esperienze. Si adottano sistemi di verifica delle esperienze su criteri realmente qualitativi, ed il dialogo occupa una parte importante del gruppo, della comunità, della società.

I casi Eternit e Ilva stanno dimostrando la validità della teoria bioeconomica, e mostrano al mondo intero gli errori della religione neoliberista, dell’avidità come sistema “sociale”, mentre un’evoluzione tecnologica a servizio dell’umanità consapevole dei limiti della Terra, e consapevole circa le reali capacità umane, dunque, consente di ripensare una società diversa da quella odierna, uscendo dall’obsoleto modello industriale entrando nella “prosperanza“.

Oggi il grande numero di disoccupati è dovuto all’impiego di nuove tecnologie nell’industria che ha sostituito l’uomo con le macchine e grazie alla globalizzazione che sfrutta i vantaggi monetari della delocalizzazione (fine di un’epoca), e cioè la cosiddetta competitività sui salari e l’assenza di diritti civili e sindacali nei paesi emergenti (nella sostanza maggiori profitti grazie alla schiavitù, come accadeva nell’america del XVIII secolo). Nell’affrontare entrambi i problemi è comunque ragionevole ritenere che, con le conoscenze attuali sia impensabile e inaccettabile credere in un ritorno ai grandi numeri di lavoratori dipendenti nel settore industriale. Bisogna accettare il fatto che la tecnologia libera l’uomo da mansioni che possono fare i robot, mentre la società deve garantire ugualmente un reddito a tutti gli individui (la sfida di oggi), col vantaggio sociale di ideare nuovi impieghi che soddisfano meglio i reali bisogni umani. E’ ragionevole credere che si avrà più tempo libero per stare insieme alle persone che si amano e percepire comunque un reddito dignitoso. E’ ragionevole ritornare a vivere in piccoli centri ed occuparsi di agricoltura con tecniche naturali, e lavorare ugualmente nel settore dei servizi – telelavoro – o nell’artigianato. Esistono numerose e nuove opportunità per avere un’esistenza migliore di quella odierna, ma prima di tutto è doveroso sostituire l’intera classe dirigente con una nuova, diversa e consapevole di dover cambiare paradigma culturale perché l’elite attuale non ha interessi nel mutare lo status quo.