Istituire nuove ZES? C’è poco da gioire, a meno che …

Le ZES sono le zone economiche speciali, cosa sono? Sono un’invenzione politica della cultura neoliberale (è il laissez faire di Smith e Ricardo), sono aree geografiche dotate di un’autonomia giuridica e fiscale, affinché le imprese possano insediare i propri stabilimenti in ambiti dove non hanno valore legale le norme sindacali e la generale tassazione fiscale. Si tratta di luoghi con giurisdizioni speciali e segrete, come accade per il famigerato mondo off-shore. Le ZES sono istituite per favorire i capitali privati e sono ampiamente usate in Asia quando il WTO decise di spostare la fabbrica del mondo in aree ove realizzare maggiori profitti sfruttando meglio risorse materiali e umane. Le ZES sono gli spazi preferiti delle multinazionali e della globalizzazione neoliberista perché riducono i costi (minore costo dei salari e minore costo delle materie prime) facendo aumentare l’accumulo di capitale. Con questo approccio, cioè le disuguaglianze di riconoscimento, le imprese private possono aumentare i profitti anche senza aumentare i volumi di vendita, poiché abbassano i costi grazie alle ZES. E’ proprio l’ideologia neoliberista che governa il mondo.

La Giunta regionale della Campania, immagina di istituire due zone speciali presso i porti commerciali di Napoli e Salerno, come se questa prospettiva fosse positiva e avesse un collegamento diretto ai problemi sociali e culturali dei ceti meno abbienti e della povertà in aumento, generata dall’implosione del capitalismo.

Dal 1991, in Italia esiste persino una società, SIMEST, controllata da Cassa Depositi e Prestiti e partecipata da banche private, per favorire le ZES all’estero e gli interessi delle imprese italiane.

Dal 1996, esistono anche le zone franche urbane (ZFU), mentre in Italia approdano dal 2007 e sono state sperimentate col “piano città” del CIPU, ad oggi sono 22 le città dotate di ZFU. Le ZFU possono essere declinate in diversi modi, cioè possono essere quartieri da recuperare oppure aree produttive specializzate, in tal senso si potrebbe favorire il recupero di aree degradate ma è difficile, se non impossibile, che il capitale privato possa trovare un interesse nell’investire se non c’è la garanzia del profitto. Per recuperare un’area degradata di una città c’è bisogno di un altro tipo di interesse: etico e sociale, e le società che si occupano di questo sono quelle non profit. Le zone franche per lo sviluppo sociale e la rigenerazione non esistono, ma si potrebbero inventare. In tal senso si esce dal concetto stesso di zona franca e si entra in quello di coesione e sviluppo umano, e per questo dovrebbero esserci incentivi, programmi e piani ad hoc, con finanziamenti a fondo perduto. Questa è un’altra storia che riguarda le politiche socialiste (sviluppo sociale).

Se nell’immaginario della classe politica la zona speciale è sinonimo di sviluppo allora tutto il meridione dovrebbe essere dichiarato zona speciale, e se ciò non accade allora significa che si sceglie di favorire piccole aree lasciando indietro il resto dei territori. E’ evidente che non è così, ma ahimé le zone speciali servono a favorire altri interessi e non lo sviluppo delle comunità.

Se l’obiettivo è lo sviluppo umano possiamo evitare l’uso di ZES o ZFU  poiché  possono creare danni sociali ed economici. Credere che una ZES possa favorire lo sviluppo umano è un ossimoro poiché il capitalista usa la zona per profitto poiché sceglie quell’area privilegiata dal punto di vista fiscale, non gli interessa la filantropia. Usare i propri profitti per il bene della comunità si può fare senza le ZES, Adriano Olivetti lo dimostrava tutti i giorni. Nei paesi ove sono nate le ZFU, in ambito urbano si sono avuti i famigerati problemi di gentrificazione, poiché si sono venute a creare nuove rendite di posizione, divenute parassitarie, e i ceti meno abbienti sono stati espulsi grazie alle leggi del mercato, distruggendo l’identità e la cultura dei luoghi urbani. In Italia, nelle grandi città come Milano, Roma, Napoli si è avuto un risultato analogo anche senza le ZFU, ma attraverso la deregulation e la perequazione dei privati con lo zoning funzionale. Le ZSE e ZFU sono aree di deregulation.

E’ evidente che i politici, rimanendo nel paradigma culturale che ha distrutto la nostra società, cercano di attrarre capitali privati illudendosi, o mentendo, di indirizzare l’interesse privato verso un “bene comune”. In quasi trecento anni di storia il capitalismo è servito solo a se stesso, e determinati annunci pubblicitari sono finalizzati a manipolare l’opinione pubblica, come spesso accade per i media, altoparlanti del potere. Tali zone, non solo non risolvono i problemi sociali, culturali del meridione ma servono solamente a far girare le merci delle multinazionali e sostenerle nell’elusione fiscale. In Campania ci sono già nove ZFU.

In generale, il capitalismo e le imprese hanno deciso, da diverso tempo, di investire i propri capitali nei paesi emergenti, ed è questa la ragione della recessione europea, oltre all’evidente idiozia del sistema monetario e fiscale che favorisce aree geografiche come la Germania mentre distrugge altre aree come i paesi “periferici”. L’UE sta funzionando come un sistema di vasi comunicanti ove si accumula ricchezza in un’area mentre in altre diminuisce. L’unico modo per arrestare la recessione è riscrivere i Trattati cancellando l’austerità e ripristinando la sovranità, sinonimo di libertà e auto determinazione.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione bisogna osservare, che la classe dirigente meridionale, anziché inseguire obsoleti paradigmi finanziari, dovrebbe semplicemente investire nelle ricchezze che possiedono con politiche bioeconomiche, ma che non riescono a vedere per limiti culturali. Per creare occupazione utile è necessario uscire dall’ossessione della crescita e programmare piani di conservazione e recupero. E’ la crescita che ha distrutto paesaggio e benessere in diverse città meridionali, da Napoli a Taranto, passando per Priolo e le puglie. E’ la crescita che mira a distruggere le risorse naturali del meridione, basti vedere il recente caso degli ulivi pugliesi. Se la classe dirigente continua a puntare all’aumento dei volumi di vendita per generare profitto, dimenticando degli evidenti limiti naturali e del mercato, commetteranno gli stessi errori del mondo immobiliare più offerta rispetto alla domanda.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati: non è la globalizzazione neoliberista che produce lavoro, ma lo Stato e la cooperazione. Negli anni recenti le SpA che hanno aumentato i propri profitti senza lavorare sono quelle informatiche e cioè Apple, Google, Microsoft attraverso il valore di capitalizzazione, l’elusione e l’evasione fiscale concessa dal mondo offshore. Il capitalismo neoliberista sta mostrando che attraverso la finanza e le borse telematiche non serve lavorare per accumulare ricchezza. In questo modo si segna la fine del lavoro e si realizza una nuova trasformazione del rapporto capitale/lavoro e cioè uno scollegamento. Wal-Mart che vale molto meno di Apple, è la più grande multinazionale in termini di lavoro, ha circa 2,2 milioni di occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA. In Italia gli occupati totali sono circa 22.566.000 su una popolazione di 60.795.612 di abitanti, nel 1968 gli occupati erano circa 20 milioni e gli abitanti circa 50 milioni, e questo cosa dimostra? Una classe dirigente che si concentra sulla crescita del PIL non crea più occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione, i dati dicono chiaramente che la strada giusta è quella della cooperazione e non della competitività o della crescita attraverso il neoliberismo, poiché la crescita crea disoccupati mentre le zone economiche speciali possono aprire nuove opportunità alla criminalità dei colletti bianchi.

Annunci

Come rinasce la vita in città

U102_3d_10.jpg
Salerno, zona consolidata (Quartiere Pastena) ipotesi di rigenerazione urbana.

Sono decenni che antropologi, sociologi, psicologi e filosofi stanno pubblicando studi e analisi per sostenere una tesi ovvia a qualunque essere umano: la felicità si trova nelle relazioni umane che possono soddisfare bisogni necessari e non i capricci. In tal senso, le tesi degli umanisti hanno influenzato numerosi urbanisti, che da sempre progettano e creano città fatte per gli esseri umani, ma è altrettanto vero che gli amministratori politici eteroguidati dagli interessi privati hanno preferito costruire città secondo lo spirito del tempo: il capitalismo. Risultato? Le città dell’urbanistica sono rimaste sogni chiusi nel cassetto, le città del capitalismo sono la realtà che osserviamo intorno a noi. Gli stili di vita sono condizionati sia dall’analfabetismo funzionale e di ritorno delle persone e sia dalla pubblicità, dalla televisione e da internet che possono alienare e incoraggiare i consumatori passivi piuttosto che favorire una partecipazione attiva alla cittadinanza e alla socializzazione. L‘attività umana è il polo di attrazione dei luoghi urbani e l’opportunità di conoscere persone nuove risulta stimolante e rappresenta una miniera di esperienze da provare. Per favorire la specie umana è necessario cambiare le cattive consuetudini, contrastando da un lato l’alienazione e l’analfabetismo degli individui e dall’altro lato la pianificazione urbanistica piegata alla tecnica dello spirito del tempo che ha dominato il mondo occidentale: il neoliberismo. Dalle città sono sparite l’architettura e l’urbanistica e sono emersi i marchi delle archistar che stanno rappresentando i simboli dello spirito del tempo: i grattaceli delle banche, e i non luoghi (i centri commerciali). Negli ultimi trent’anni le Amministrazioni locali hanno favorito il circo mediatico e auto referenziale delle archistar per distruggere il genius loci. E’ stato un gioco politico dettato da un concorso di interessi, da un lato l’ethos infantilistico dei Sindaci per dare attuazione a una comunicazione pubblicitaria narcisistica finalizzata al consenso personale. Una comunicazione ammantata dalle grandi firme che si sono prestate volentieri al gioco, poiché ben pagate con soldi pubblici, ecco il concorso di interessi. Mentre l’architettura veniva trasformata in mass medium (di fatto svuotandola di senso) e gli amministratori si auto referenziavano attraverso la pubblicità, accadeva che le città e i cittadini venivano abbandonati ai loro problemi innescati dalla fine dell’industrialismo, un fenomeno noto sia agli urbanisti e sia ai sociologi, ma ignorato da chi aveva la responsabilità di cambiare le pianificazioni per ridurre i danni sociali, economici ed ambientali che oggi assistiamo. Non conveniva affrontare il problema poiché la soluzione non si trova sul piano economico finanziario delle rendite, ma sul piano “anti economico” ma etico del bene comune. Coniugare capitalismo e socialismo è tecnicamente impossibile, favorire le rendite e aiutare le persone è un ossimoro, o si esce dalla crescita e si aiutano le persone (aumento dei costi) o si specula col rischio di far fallire il sistema, ed è quello che è successo poiché i bilanci dei comuni e l’industria delle costruzioni ha realizzato un’offerta di immobili superiore alle domanda. Per un consigliere comunale è stato difficile avere la consapevolezza di cosa sia successo (a meno non abbia le competenze e le conoscenze, o che ci sia un amico informato che glielo spieghi), nonostante il consigliere comunale abbia il ruolo politico di approvare i piani urbanistici, mentre il consigliere regionale, addirittura, ha il potere di fare leggi urbanistiche. In questo caso, la dissoluzione dei partiti cominciata negli anni ’90, ha giocato a favore degli speculatori poiché si sono trovati Commissioni urbanistiche ove non c’erano più gli esperti di partito (anni ’60 e ’80) pronti a rallentare il consumo del suolo, anzi si sono trovati consiglieri comunali ignoranti e isolati, pronti a schiacciare il pulsante, e così è stato, e così è oggi in buona parte dei Comuni d’Italia.

Mi è capitato di leggere vecchie delibere comunali, degli anni ’70, e devo ammettere che le politiche urbane occupavano molte energie mentali nel dibattito politico locale, e i soggetti che avevano un sensibilità ambientale erano sostenuti da competenze specifiche alte, e riuscivano a contenere i danni che il capitalismo delle rendite intendeva produrre nelle città attraverso una qualità delle argomentazioni da portare nell’arena politica. Oggi sappiamo che senza quel limite politico culturale la forza della finanza sta continuando a distruggere suolo e risorse finite.

La chiave per riprendersi la città è insita in un’evoluzione collettiva dei cittadini che dovrebbero cominciare a comprendere di diventare i committenti delle rigenerazioni urbane. Gli esperti che aiutavano la tutela del territorio e dell’ambiente possono aiutare direttamente i cittadini attivi e organizzati, non più all’interno delle istituzioni occupate da soggetti politici auto referenziali, ma promuovendo la rigenerazione e percorsi ove sperimentare la co-progettazione. Se i cittadini non si occupano della propria città, il mondo immobiliare ringrazia, e continuerà a rubare a norma legge i beni comuni già sottratti ai ceti meno abbienti, ormai espulsi dai centri urbani, e persino dalle ex periferie degli anni ’60 e ’70, oggi inglobate dalle città cresciute male.

Se esistono quartieri degradati è perché le Amministrazioni hanno preferito favorire le rendite e ignorare i bisogni delle persone. Una consuetudine sbagliata che rientra nella cultura capitalista è la mercificazione del territorio, e così politici locali e cittadini disinteressati hanno sostenuto l’idea che non fosse necessario costruire città a misura d’uomo ma aggregati urbani a misura del consumismo. Per correggere tali errori è necessario che i cittadini conquistino una volontà politica per indicare la costruzione di servizi che stimolano le relazioni personali fra gli spazi pubblici e privati nelle proprie strade, e piazze. E’ necessario rimettere in discussione la realtà fisica come la vediamo, e consentire ai progettisti di introdurre la bellezza in città e stimolare processi partecipativi e inclusivi affinché, finalmente, bambini, ragazzi, adulti e anziani possano trovare piena soddisfazione nel vivere in luoghi urbani adeguati ai bisogni reali della comunità. In un processo aperto e trasparente è facile far emergere il conflitto e risolverlo, spesso si tratta di egoismi infantili o i soliti interessi privati che si superano facilmente nei processi aperti. Questa semplicità è nota agli amministratori, e per questo motivo non amano dichiarare le proprie intenzioni e non usano coinvolgere i cittadini prima che il processo di pianificazioni cominci, pertanto si affidano a processi guidati da loro stessi ove gli interessi delle rendite sono tutelati in decisioni precostituite.

I processi dal basso sono rari, poiché è difficile trovare amministratori interessati alla partecipazione attiva dei cittadini. E’ altrettanto raro trovare cittadini organizzati in cooperative per rigenerare il proprio quartiere, e in quel caso l’Amministrazione potrebbe essere messa “con le spalle al muro”, poiché difficilmente ostacolerebbe una trasformazione urbana finanziata dal basso. E’ raro che una maggioranza politica dica di no a progetti che hanno ampi consensi popolari, poiché rischia di perdere il consenso politico che gli da mangiare. Eppure i vantaggi economici e sociali di un approccio dal basso sono altissimi, a partire da questioni pratiche come i prezzi delle trasformazioni urbanistiche, in quanto è possibile rigenerare a prezzo di costo. Eliminando la famigerata rendita immobiliare, che viene usata dalle classiche riqualificazioni urbanistiche per pagare i costi di costruzione dei servizi previsti attraverso le perequazioni adottate nei piani urbanistici comunali, è possibile abbassare i costi totali degli interventi. In quest’ottica le istituzioni pubbliche dovrebbero svolgere un ruolo di traino con finanziamenti diretti e premiare i progetti di qualità urbana che intervengono all’interno dei tessuti edilizi esistenti e rigenerano a prezzo di costo. In Italia ci sono almeno 26 città in contrazione che hanno bisogno di quest’approccio e tale visione propone una soluzione pratica per migliorare la qualità della vita con la conseguenza di avviare l’occupazione utile.

Esempi in tal senso sono più diffusi nel Nord d’Europa ove i processi di trasformazione non sono guidati solamente dal mondo immobiliare come accade in Italia, ma da una regia pubblica che favorisce i processi di responsabilizzazione collettiva dei cittadini, interessati a migliorare i propri quartieri per ovvie ragioni.

Da un lato c’è un problema culturale di noi abitanti, abituati al fatto che debba esserci sempre qualcuno dall’esterno, sia esso lo Stato, o addirittura il mondo immobiliare a prendersi cura della cosa pubblica ove noi viviamo. Nelle città, da decenni lo Stato non interviene più, ed ha lasciato campo libero agli speculatori privati felicissimi di trarre profitti secondo le logiche di mercato, e non a parlare dei problemi dei ceti meno abbienti.

Dall’altro lato c’è una questione morale istituzionale ove politici e pubblica amministrazione sono abituati a favorire gli interessi dei privati, siano essi banchieri e imprenditori, a danno dei ceti meno abbienti attraverso il sistema del credito ed il servizio del debito che consentono guadagni alle banche attraverso l’interesse, cioè senza lavorare. Esiste persino un sistema legale che nasconde la corruzione degli amministratori locali grazie alle giurisdizioni segrete (offshore e paradisi fiscali).

E’ giunta l’ora che i cittadini si sveglino poiché esistono diversi progetti e approcci democratici che possano ricostruire le comunità, e ridurre lo spazio del mercato, avviando un futuro sostenibile per le generazioni presenti e per quelle che verranno.

creative-commons

La crescita distrugge. L’evoluzione è nella bioeconomia.

«Non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita» disse Giulio Sapelli, storico dell’economia durante un convegno pubblico, del 4 giugno 2013, circa il tema Capitalismo finanziario e democrazia, ove al centro del dibattito vi erano le osservazioni di James Galbraith, sottolineate e riprese da Emiliano Brancaccio: «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico». In queste due affermazioni c’è tutta la consapevolezza di alcuni economisti e tutta la loro impossibilità di ammettere la necessità di uscire dal piano ideologico della crescita per consentire un’evoluzione umana, ormai non più procrastinabile nel tempo. Se continuano a sedere sul piano ideologico sbagliato [il capitalismo], proponendo ricette sviluppiste nonostante I limiti della crescita, accade che essi dissertano pochissimo di economia, e molto di politica nell’auspicio condiviso di migliorare la qualità di vita dei cittadini ma inseguendo una mera illusione [la possibilità di una nuova crescita che aggraverebbe la crisi ambientale]. Il loro auspicio è far ripartire la crescita, come lascia intendere Sapelli [«non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita»], attraverso un nuovo capitalismo industriale. Invece, la fine dell’industrialismo stesso può essere l’opportunità di liberarci del lavoro schiavitù come mostrò Marx, e può favorire la nascita di una società fondata sull’equilibrio ecologico, ove il lavoro è un’opportunità per chi lo cerca, mentre altri possono ugualmente vivere dignitosamente attraverso l’uso razionale delle risorse. Per fare ciò bisogna uscire dalla religione del monetarismo. E’ ovvio che questa visione ribalta completamente le logiche economiste e persino costituzionali, ma è una visione realista partendo dalle capacità ecosistemiche. Da quando l’uomo ha inventato l’economia è accaduto che la società si è contrapposta alla natura, e soprattutto alla stessa specie umana, favorendo alienazione, nichilismo e rincoglionimento grazie alla crescita dell’ignoranza funzionale, tutto grazie all’errata ideologia dell’economia neoclassica spinta sia dal neoliberismo che dal socialismo realizzato in Russia, e occultando alle persone uno dei meccanismi più infami e truffaldini, e meno compreso dalla nostra società, la creazione della moneta dal nulla. Non possiamo continuare a favorire la produzione di merci inutili, pertanto non tutti i lavori sono necessari, mentre altri impieghi vanno assolutamente favoriti, cioè tutti quelli portatori di virtù: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio, rigenerazione urbana, mobilità intelligente, cultura e istruzione. Senza dubbio un altro auspicio condiviso è la prevalenza della politica sull’economia, ma andrebbe compiuto un ulteriore sforzo da parte degli economisti eterodossi: uscire dal capitalismo per approdare sulla bioeconomia.

Heidegger lo disse chiaramente che la tecnica avrebbe prevalso sull’uomo, e Mumford, altrettanto, disse che l’uomo non sarebbe stato capace di controllare le forze capitalistiche, mentre in molti dovrebbero riconoscere un tributo a Marx per l’avvenuta mercificazione del pianeta Terra. E se tutto è merce, è ovvio che chi possiede più moneta può comprarsi ogni cosa. Meglio ancora se si diventa proprietari della moneta, espropriando gli Stati dal controllo del credito. E così nasce l’euro zona. Si sapeva come sarebbe andata a finire. Come uscirne? “Facile”: uscire dal mercantilismo e costruire le comunità di scambio reciproco sfruttando le innovazioni neoteniche di questo secolo. Si esce da un sistema centralizzato e si approda in un sistema di rete. Per dirlo secondo il linguaggio economico, bisogna favorire la nascita di sistemi micro economici a prevalenza autarchica rispettando i cicli auto rigenerativi della natura. Basti osservare la classificazione dei sistemi locali per individuare gli ambiti territoriali ove sviluppare modelli micro economici bioconomici e investire risorse pubbliche e private in tali ambiti.

In determinati convegni si svelano intenzioni e analisi illuminanti circa l’osservazione della società, non tanto perché essi guidano le istituzioni, anzi gli ospiti dell’incontro erano tutti critici sulle decisioni delle istituzioni politiche, ma perché non c’è mai un confronto multidisciplinare, ma solo un coro che può rimanere auto referenziale e poco attrattivo, tant’è che non è cambiato nulla dal 2013 ad oggi, anzi l’élite degenerata finanziaria, messa giustamente sotto accusa gode di buona salute, mentre i popoli continuano a soffrire con l’aggiunta di migrazioni di massa incontenibili per l’Europa, ma utili a rinvigorire il capitalismo industriale della Germania e di altri settori industriali rimasti nell’euro zona. Disse Kenneth Boulding: «chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista». Questo, dunque, è l’enorme limite culturale di chi vive solo di economia, siano essi neoliberisti o keynesiani, poiché costoro distruggono la creatività e la spiritualità degli esseri umani. E se pensano al lavoro è bene osservare che l’argomento va affrontato sul piano etico, e quindi è necessario uscire da quello economico, poiché etica ed economia si trovano su piani distinti e separati ove non si incontrano mai. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi». Le conoscenze di cui dispone l’uomo possono dare prosperità a chiunque, e la scarsità viene inventata e creata dall’economia a beneficio proprio di quell’élite finanziaria, oggi giustamente messa sotto accusa. Il limite imposto dalle leggi della fisica viene proprio nascosto dal mondo economico finanziario, e quel limite naturale rappresenta la risorsa che sostiene la specie umana. Prima avviamo la transizione per uscire dal capitalismo e prima potremmo costruire le comunità per gli esseri umani. I cittadini devono riprendersi in mano la politica raccomandati dall’economia aristotelica e dalla ragione platonica.

Soluzioni di politica economica sono suggerite persino dall’enciclica del Papa, e si trovano tutte sul piano della conversione ecologica figlia della bioeconomia e non sul piano keynesiano suggerito da Galbraith, col quale si condivide la critica circa la crisi del sistema democratico rappresentativo poiché eterodiretto dall’élite finanziaria che ha innescato la crisi del 2008. Non c’è dubbio l’analisi dei post-keynesiani circa l’offerta di moneta agganciata all’effettiva domanda aggregata è condivisibile, ma non è auspicabile sostenere un’indiscriminata crescita che distrugge le risorse finite del pianeta. In quest’apice del capitalismo, non solo possiamo osservare quanto Marx dal lontano Ottocento ebbe ragione, ma quanto il sistema bancario ha saputo creare dal nulla superando l’immaginazione sia di Marx (ovviamente non esistendo l’informatica Marx non poteva immaginare che si potessero occultare i capitali con i paradisi fiscali), e sia osservare quanti inutilmente prendono la strada dell’obsoleta economia neoclassica per suggerisce soluzioni anacronistiche. La deriva capitalista di cui tanti economisti dissertano solo oggi, fu ampiamente preconizzata da Aristotele, Antonio Genovesi, Charles Fourier, Ebenezer Howard, Peter Kropotkin, Lewis Mumford, Herman Daly, Nicholas Georgescu-Roegen, Max Horkheimer, Theodor Adorno, André Gorz, Zygmunt Bauman, Cornelius Castoriadis, Martin Heidegger, Herbert Marcuse, Jacques Ellul, Pier Paolo Pasolini, Ivan Illich e Renato De Fusco. Richiamare l’elenco di queste persone serve a mostrare il contributo di quanti, avevano già messo in discussione il famigerato “sistema” prima che lo stesso si mostrasse per tutta la sua mostruosità, ove poi i popoli sono stati rinchiusi per negare loro la libertà e l’autonomia di pensiero. O si ha l’umiltà e il coraggio di ammettere che le soluzioni non si trovano sul piano economico, o la nostra specie è già spacciata per convenuta stupidità. Entrare in una libreria e leggere le riflessioni delle persone sopra elencate ci renderà liberi di costruire l’alternativa.

Lo spazio culturale politico lasciato dalla sinistra è riempito, solo in minima parte dell’enciclica papale di Bergoglio, mentre i nuovi paradigmi culturali devono ancora essere riempiti da una massa critica di cittadini, famiglie ed imprese che vivono il cambiamento, e sperando che si trascinano il resto della popolazione per realizzare una società evoluta affinché si riprenderà il senso di comunità mettendo all’angolo il mercato del capitalismo che sta distruggendo la specie umana.

Ha ragione Sapelli nell’affermare che l’élite finanziaria sta muovendo una «crisi geostrategica» e quindi non è una crisi economica, lasciando intendere che siamo dentro una strategia politica, poiché è possibile osservare come e dove si sposta il capitale finanziario, e quindi a quali interessi è legata l’azione dell’élite stessa. E’ altrettanto condivisibile l’osservazione sul fatto che tale élite è convinta di fare a meno del capitalismo industriale, del resto il meridione d’Italia è stato de industrializzato proprio grazie alla guerra di annessione ed è tenuto in schiavitù da circa 150 anni (con evidenti responsabilità delle classi dirigenti locali). Forse tale élite pensa di fare altrettanto per tutti quei paesi periferici, così pare se osserviamo la lunga delocalizzazione produttiva, la concentrazione di nuovi settori industriali nel Nord dell’Europa e l’uso sfrenato del modello offshore e paradisi fiscali per non pagare le tasse e scaricare i costi sui cittadini contribuenti. E’ illuminante il pensiero di Sapelli nel suo libro Chi comanda in Italia.

La soluzione? Chiudere il capitalismo, e aprire i libri di ecologia applicata, di storia del Rinascimento e delle teorie utopiste socialiste dell’Ottocento abbinate alle nuove tecnologie. Le osservazioni critiche di economisti eterodossi sono utili a capire i fenomeni della geopolitica, ma le soluzioni concrete possono partire tranquillamente dal basso, si proprio dai cittadini, dalle imprese e dagli ambiti territoriali locali, regionali e provinciali, poiché nessuna élite finanziaria ha il potere di osteggiare progetti sostenibili, in quanto anche il capitalismo ha il suo tallone d’Achille, ed è lo stesso sistema del credito. «La scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico», “bene”, i correntisti italiani possono fare massa critica per spostare i propri risparmi su progetti sostenibili e utili a sviluppare e rinforzare l’economia locale a partire dalla valorizzazione del patrimonio storico culturale e artigianale delle nostre terre, e alcuni investimenti in tecnologie innovative ma utili allo sviluppo sociale. Boicottare le banche che usano il risparmio in maniera immorale è un potere che i cittadini conservano, ma essi lo ignorano.

E’ giunto il momento di costruire cluster del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

Da questa semplice esperienza è possibile costruire un vero proprio cambio radicale poiché i legami relazioni sono la forza per costruire progetti più ambizioni per tendere anche all’auto sufficienza energetica.

creative-commons

La decrescita infelice di Matteo Renzi/3

Dice il proverbio: «a lavar la testa all’asino ci rimetti il ranno e il sapone». Il sofista imbonitore come ogni teatrante in tour ripete le proprie battute imparate a memoria, a volte le modifica ma ripete sempre gli stessi slogan pubblicitari, e così nel denigrare una filosofia politica aggiunge anche la gratuita offesa personale «se qualcuno parla di decrescita felice, bisognerebbe farlo vedere da gente brava». Secondo il centro studi di Intesa Sanpaolo la bioeconomia (da cui nasce la filosofia politica della decrescita) in Italia vale 241 miliardi di euro. «Secondo il report curato da Stefania Trenti, responsabile Industry & Banking della direzione centrale Studi e Ricerche, la bioeconomia riveste una grande importanza anche in termini di impiego: nei cinque Paesi oggetto della ricerca gli occupati del settore sono 7,5 milioni, di cui 1,6 milioni in Italia. Il numero salirebbe a 18 milioni se si includessero nel calcolo tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea».

peso della bioeconomia

Riporto qui alcune risposte già pubblicate sul mio diario:

17 settembre 2014. Metti un pubblicitario al Governo è ottieni un linguaggio composto da slogan, gag, battute, ottieni un linguaggio privo di contenuti e privo di verità. Non si tratta solo di come Matteo Renzi si esprime, ma si tratta del linguaggio politico contemporaneo di tutti i politici che smanettano su internet, divulgano opinioni poco colte; si tratta di politici che scimmiottano la società per entrare in empatia con l’uomo qualunque. La società liquida costruita nel corso dei decenni, ideata proprio dal mondo della pubblicità, è una società nichilista e apatica che esprime giustamente il “meglio” del mondo politico creato dalla televisione, dalle serie televisive e dall’immaginario politico costruito dalle SpA che controllano il mondo mediatico, e che hanno inventato l’attuale linguaggio dei politici. Sono diversi decenni che la scuola non è più il luogo ove si formano cittadini, non è più la scuola a creare il linguaggio dei cittadini. Oggi c’è un’arma distruttiva dell’essere umano ancora più efficace: twitter di natura orwelliana, come sarà stato già detto da molti altri. Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

E’ così il premier italiano, Matteo Renzi, crede che la ricetta giusta per l’Italia sia la crescita mentre la decrescita felice sia la strada sbagliata, opinione del tutto legittima, ma espressa a suo modo con battute e slogan poiché così ci si esprime nelle pubblicità. Se bisogna vendere questo prodotto adotto un linguaggio efficace, per stimolare l’interesse di chi vuole comprare. Secondo Renzi «l’Italia ha interrotto la caduta, ma non basta. L’obiettivo è tornare a crescere” e le riforme sono “lo strumento per farlo», affermazioni di un premier che non ha la visione giusta per aiutare il popolo. Si può non condividere la filosofia politica della bioeconomia dai cui nasce la decrescita, che suggerisce semplicemente di non basare le scelte politiche sull’andamento del PIL, e quindi la decrescita selettiva del PIL stesso, cioè ridurre e cancellare il consumo di merci inutili; si può non condividere, ma non si può far credere che la proposta della decrescita non aiuti l’operaio e l’imprenditore, soprattutto quando nella realtà è vero il contrario, e cioè grazie all’applicazione delle tecnologie della decrescita felice sorge nuova occupazione. […]

6 febbraio 2015. Se oggi siamo in grado di confutare e comprendere che il capitalismo sia sbagliato o meno, è grazie agli studi di economisti, matematici, biologici e filosofi che preconizzarono questo momento di crisi con estrema precisione. Fra questi Nicholas Georgescu-Roegen riuscì a dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, poiché la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” ignorano l’entropia, e Georgescu-Roegen propose una nuova “funzione della produzione” basata sul modello di flussi di energia e di materia. Da molti anni, grazie ai contributi di Keynes, Marshall, Schumpeter, Daly e Georgescu-Roegen sappiamo perché il capitalismo sia insostenibile, e soprattutto abbiamo le teorie alternative per uscirne ed entrare in un sistema economico equilibrato. Il sistema passa necessariamente attraverso un periodo di transizione chiamato “decrescita felice”, tecnicamente è la decrescita selettiva del PIL, cioè la riduzione e cancellazione di sprechi e merci inutili, che ci aiuta a migliorare la qualità della vita, perciò la decrescita è felice, poiché ci consente di decolonizzare l’immaginario collettivo dall’idea errata che la crescita del PIL coincida col benessere, e di avviare un reale sviluppo umano grazie al modello suggerito dalla bioeconomia ideata da Georgescu-Roegen. […] Per fortuna, la decrescita felice è sempre più popolare e affascina accademici, cittadini, e imprese che stanno anticipando e realizzando l’epoca che verrà (Una strategia per una bioeconomia sostenibile in Europa), e speriamo sia sinceramente sostenibile grazie alla transizione chiamata proprio “decrescita felice”. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“.

8 febbraio 2015. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed è l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; e buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale, e cambiando l’armatura urbana in città estese. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. […]

creative-commons

Decrescita e lavoro

Il dibattito sul lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. Il Capitale di Marx (che nessuno legge) ha egregiamente spiegato come il lavoro, all’interno della nostra società, è merce, e come tale viene trattata dalle imprese. Oggi le multinazionali riducono al massimo i costi attraverso le delocalizzazioni, il sistema offshore ed i paradisi fiscali. L’equivoco circa l’importanza sul lavoro nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato equivoci culturali poiché nel mondo occidentale, progressivamente, il posto di lavoro è stato sminuito fino a diventare sfruttamento e schiavitù. L’obiettivo di una società giusta non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha ridotto il ruolo pubblico dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto anche dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura, organizzazione e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. La società può evolversi assumendo un nuovo approccio culturale: guardare al lavoro come opportunità di crescita individuale, e chi non intende lavorare per farlo, è sufficiente che non intacchi l’autonomia e la libertà delle comunità sostenibili. Già oggi sappiamo che sarà impossibile dare lavoro a tutti, e non è neanche dovrebbe essere auspicabile poiché si produrrebbe un danno ambientale insostenibile. Chi ha bisogno di un salario minimo potrà averlo, cioè che conta realmente è lo stile di vita. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che vanno dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

creative-commons

Sulle “politiche economiche” di Syriza e Podemos

Tempo fa osservavo due fenomeni rilevanti, entrambi effetto dell’ignoranza e della recessione, il primo è che noi cittadini cominciamo a parlare della cosa pubblica (fatto sicuramente positivo), ed il secondo è che crediamo di parlare di economia (fatto negativo), evitando di entrare nel merito delle argomentazioni. Durante i dibattiti pubblici che ho assistito, spesso non si parla di economia e di politiche economiche, ma di diritti (sovranità monetaria, ristrutturazione del debito, etc.). La cosa strana è che anche gli “esperti” ed i politici dicono di parlare di politiche economiche, ma nella realtà parlano di finanza (spread, interessi, etc.), o parlano di diritti (ristrutturazione del debito), nessuno parla di economia. Se volessimo capire l’economia sarebbe sufficiente leggere un testo di ecologia applicata, solo così potremmo iniziare a comprendere cosa sia l’economia, e poi osservare l’incompatibilità fra le leggi della natura e le opinioni di quella che viene chiamata economia neoclassica, un mucchio di credenze completamente avulse dalla realtà che ruota intorno a noi. E così a causa della recessione i movimenti politici che raccolgono consensi crescenti non lo fanno su una proposta di nuova società, ma sulla richiesta legittima, di rispettare i diritti o di allargarli, ma nessuno di loro mostra chiaramente come potrebbe cambiare la vita per gli esseri umani uscendo dal capitalismo grazie al cambio dei paradigmi culturali attraverso la bioeconomia, che si attua anche con un mix di strategie (organizzazione della comunità) e l’impiego delle migliori tecnologie, oggi persino a buon mercato. In questo modo si troverebbe la soluzione concreta a tre argomenti fondamentali, ma ostaggio della demagogia e della retorica: lavoro, ambiente e democrazia.

E’ il sistema capitalistico a non funzionare, pertanto la soluzione non può essere ricercata rimanendo sul medesimo piano ideologico. Syriza e Podemos propongono un controllo del debito pubblico e privato per conoscerne la natura e gli effetti negativi nei confronti dei popoli, cosa corretta ed auspicabile al più presto. La soluzione suggerita da Syriza e Podemos è il ripristino delle politiche keynesiane per sostenere il potere d’acquisto degli stipendi salariati e stimolare nuovamente i consumi, cioè si ripropone la crescita del PIL, niente di più sbagliato e poco auspicabile. Le posizioni politiche di Syriza e Podemos hanno una virtù di carattere politico e giuridico che si sostanzia nel dire: è lo Stato che deve promuovere una politica industriale e non il libero mercato, una visione socialista a mio avviso corretta ed auspicabile visto che le borse telematiche non hanno un’etica, e tanto meno perseguono un interesse generale. La visione auspicata ha un difetto non trascurabile, e cioè ignorare la storia e la natura profonda della crisi insita proprio nel sistema capitalistico che impedisce lo sviluppo umano, ed i programmi di Syriza e Podemos hanno il difetto culturale di restare nel piano ideologico obsoleto mostrando un limite di penetrazione storica, poiché le politiche keynesiane hanno avviato la distruzione degli ecosistemi promuovendo l’illusione psicologica che la felicità sia insita in un posto di schiavitù, basti pensare all’industria di Stato che ha investito in modelli che hanno generato morte e distruzione, basti pensare agli investimenti bellici, ed altro ancora. L’Ottocento ed il Novecento mostrano i limiti sia delle politiche di Stato che le politiche liberiste, poiché sono la faccia della stessa medaglia, appartengono entrambe all’economia neoclassica che ignora l’entropia, e non bisogna commettere l’ingenuità e l’arroganza, speculando anche sulle difficoltà umane, di credere che se ripristiniamo le politiche keynesiane tutto migliorerà, ma è la storia a dire loro che stanno sbagliando, e non sotto il profilo giuridico, assolutamente condivisibile, poiché è evidente che lo Stato debba tornare ad avere un ruolo primario, ma sotto il profilo culturale e morale poiché non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili, e bisogna smetterla di formare schiavi e consumatori. E’ interessante la proposta post-keynesiana che parte dall’endogeneità della moneta che ribalta la teoria liberale; ecco, introdurre la moneta pubblica a credito significa affrontare uno dei grandi mali della nostra società. Ritengo che bisogna correggere la teoria sull’effettiva domanda aggregata, poiché in un pianeta di risorse finite non è possibile sostenere la domanda aggregata ma solo quella socialmente utile indicata dalla bioeconomia.

E’ necessario compiere un’evoluzione tesa a riconoscere che solo la bioeconomia può programmare un piano di sostenibilità, uscendo dalla religione capitalistica e abbandonare indicatori obsoleti e fuorvianti come il PIL, e il rapporto debito/PIL. E’ noto che gli indicatori politici più importanti sono quelli che valutano l’ambiente, la salute, la cultura e la bellezza del paesaggio. Le difficoltà dei popoli si risolvono mettendo lo sviluppo umano al centro dell’azione politica. I popoli hanno la necessità di ripristinare processi di auto determinazione, e strumenti semplici ed efficaci per prendersi cura dei propri territori, nell’ottica del riuso, del recupero e stimolare un indotto lavorativo immenso. Non solo lo Stato deve riprendersi il suo ruolo, ma deve compiere un’evoluzione culturale rispettando i diritti e promuovendo attività biocompatibili coi limiti delle risorse finite, e scollegando tutti i consumatori dal mondo virtuale dei consumi compulsivi, per mostrare la bellezza della vita e del mondo. Riappropriandosi del controllo della moneta, a credito e non più a debito, è necessario che lo Stato ed i parlamenti vietino i sistemi fiscali occulti, i paradisi fiscali e quant’altro, e siano coerenti con l’etica, la tutela della salute umana e dell’ambiente e si cominci a conservare e tutelare il territorio, rendere l’istruzione libera dai dogmi obsoleti e indirizzare la ricerca verso l’utilità sociale uscendo dal mero profitto. Non si tratta di uscire o entrare nell’euro, si tratta di cambiare la natura giuridica della moneta, e trasformarla in uno strumento di credito, un mero strumento di misura degli scambi, liberandola dalla truffa dello scambio coi Titoli garantiti da un ambiente immorale come quello delle borse telematiche e delle agenzie di rating, in pieno conflitto di interessi. Ci vuole un periodo di transizione per uscire dalla finanza virtuale, approdare nell’economia reale ed entrare nella bioeconomia. Riequilibrare le transazioni accertandone la veridicità giuridica, saldare gli scambi reali e far partire l’economia reale condizionata dalle leggi della natura.

Abbiamo già assistito agli effetti negativi e degenerativi del populismo consapevole ed inconsapevole: aumento dell’apatia dei cittadini e rischio della tenuta sociale di un Paese lasciato allo sbando, facile preda del caos e dei regimi autoritari, e questo può accadere per il doppio effetto sia dell’implosione del sistema capitalistico e sia per l’immaturità e l’irresponsabilità di chi si propone sulla scena politica, ma è incapace di governare i periodi di recessione ed è incapace di avviare una transizione culturale, politica ed economica.

Se da un lato si compie una lotta politica per ripristinare diritti fondamentali, sarebbe altrettanto responsabile ed auspicabile che si presenti una visione sostenibile della società (ed ecco la politica economica), affinché i cittadini possano attivarsi in tal senso e costruire una comunità veramente libera. Una volta che gli Stati si riprenderanno le proprie sovranità in una vera comunità europea, sarà determinante divulgare la visione bioeconomica della società (politica economica). Le imprese, da sole, avranno interesse nell’assumere nuovi occupati impiegati in attività virtuose, poiché è la ricerca e la creatività umana che inventano il lavoro, è l’immaginazione dei progettisti che stimola nuova occupazione, e non i politici che dovrebbero servire e non essere asserviti. I cittadini consapevoli possono investire nell’immaginazione del design e iniziare a prendersi quella parte di responsabilità avviando il cambiamento della società, senza attendere soluzioni che non possono venire dall’inerzia di un corpo incancrenito: l’obsoleta rappresentanza politica. In fin dei conti, è sufficiente capire come funzionano le istituzioni bancarie ed orientare il credito verso progetti sostenibili. Il primo passo è la coordinazione delle azioni, la condivisione dei valori, in sostanza ricostruire il senso di comunità e dialogare intorno a progetti utili all’evoluzione umana riscoprendo la bellezza. In questa visione Syriza e Podemos potrebbero tornare utili se hanno l’umiltà di conoscere ed assecondare una visione politica evolutiva che sostituisce il capitalismo con la bioeconomia. Leggendo i loro programmi citano la “conversione ecologica”, ma la loro comunicazione è priva di soluzioni coerenti con lo slogan, forse dovrebbero indagare e scoprire che la “conversione ecologica” nasce con la bioeconomia di Georgescu-Roegen, così come la decrescita felice. Buona parte della loro comunicazione è concentrata sulla denuncia e la richiesta di una legittima moratoria sul debito, quando queste richieste saranno accolte sarà necessario occuparsi della qualità della vita, e far crescere il PIL non sarà utile, come ricorda egregiamente un discorso di Bob Kennedy del 1968.

Conversione ecologica

Uno dei punti del programma politico di Podemos è la cosiddetta “conversione ecologica“, un tema recente per il mondo dei politici, ma ben conosciuto nell’ambito accademico, culturale e persino industriale. Il tema affonda le proprie radici e la propria ragione di essere nelle applicazioni e nelle trasformazioni della produzione industriale di merci; sin dal dopo guerra la crescita ha aumentato la produzione del cosiddetto prodotto interno lordo in tutti i paesi occidentali, e questo aumento ha fatto corrispondere un aumento dell’occupazione dagli anni ’50 fino agli anni ’80, e poi con l’informatica, le nuove tecnologie e l’impiego dei robot una crescente riduzione degli occupati, ma una continua crescita della produzione di merci. Dagli anni ’80 la crescita non sempre è coincisa con una migliore qualità della vita, anzi la globalizzazione ha sostenuto e incentivato la delocalizzazione delle produzioni industriali facendo ridurre ulteriormente il numero degli occupati. Mentre accadeva tutto ciò Nicholas Georgescu-Roegen dimostrava con precisione matematica tutto l’impianto truffaldino dell’economia neoclassica, precedentemente criticato da Keynes, Daly, Schumpeter e Marshall. In ambito intellettuale anche i non economisti prefiguravano il fallimento della modernità, Illich, Mumford, Pasolini, prendendo spunto da riflessioni di Aristotele, Platone, Heidegger, Weber, Sombart, Arendt.

Georgescu-Roegen Produzione fondi-flussi
Georgescu-Roegen, produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen correggendo la funzione della produzione prefigurava la bioeconomia e la conseguente decrescita selettiva delle produzioni inutili, proponendo di ristabilire l’equilibrio ecologico con l’analisi dei flussi di energia e materia, abbinata all’etica delle scelte politiche.

Una vera e sincera conversione ecologica dell’attuale modello è possibile solo uscendo dal capitalismo e dagli obsoleti paradigmi dell’economia neoclassica che ignora l’entropia, detesta la democrazia e rinnega l’etica. Il fatto che gli odierni livelli di produzione delle merci, dettati dagli interessi del WTO e assecondati dagli stati occidentali, siano insostenibili e dannosi per la sopravvivenza umana, è ormai, credo, una concezione data per scontata, anche per coloro i quali che affermano il contrario, ma lo fanno poiché sono i prezzolati sostenitori dello status quo. E’ ragionevole credere che sia meno scontato il fatto che bisogna uscire dal capitalismo per arrestare l’autodistruzione e transitare in un’epoca nuova.

La buona notizia è che alcuni ambiti industriali hanno investito nella bioeconomia, altri lo stano facendo anche nella chimica (uscendo dalla chimica petrolifera) e nell’agricoltura per tornare ai ritmi della natura; e persino uno dei settori più impattanti, quello delle costruzioni, possiede conoscenze avanzate e consolidate per avviare una conversione ecologica, garantendo persino la sufficienza energetica di tutto l’ambiente costruito applicando l’uso razionale dell’energia, la rigenerazione urbana figlia della “sostenibilità forte”, e con l’impiego di un mix tecnologico. L’ostacolo a questa ambizione è la corruzione, l’arroganza e l’ignoranza dei politici, il legislatore, e settori di imprese e banche che sostengono l’economia del debito e l’esclusiva dipendenza dagli idrocarburi. Un altro ambito virtuoso è il mondo del riuso e del riciclo totale, così come la mobilità intelligente, e sono tutti rallentati, osteggiati dalle ragioni sopra accennate ed ampiamente note alla cittadinanza, ahimé poco consapevole dell’opportunità di transitare fuori dal capitalismo e dentro la bioeconomica, che crea nuova occupazione utile.

Podemos e Syriza hanno l’opportunità di approfondire e presentare un progetto di bioeconomia per l’Europa e per i propri paesi affrontando e risolvendo, con un unico approccio culturale, tre problemi atavici della modernità: lavoro, ambiente e democrazia.