Capaci di scegliere?

Il presupposto logico per scegliere in maniera autonoma è senza dubbio la cultura personale. Ognuno di noi è il frutto della propria eredità biologica, dell’ambiente e della cultura a cui appartiene; tutto ciò per dire che il cervello non spiega chi siamo ma conoscere la sua fisiologia è importante per capire e migliorare le nostre scelte. Ogni scelta è innescata e sostenuta dal circuito dopaminergico per la ricerca della gratificazione. La nostra corteccia orbitofrontale codifica il valore atteso della scelta e il processo decisionale si sviluppa nelle dinamiche fisiologiche e neuronali, ma sempre influenzato dalle dimensioni soggettive e dal contesto sociale in cui la persona è immersa come l’educazione, le abitudini e molto altro. Gli stimoli esterni che concorrono alla scelta sono sempre processati sia dalle emozioni e sia dalla nostra capacità cognitiva. L’amigdala è la parte del circuito emozionale che registra l’intensità della stimolo, mentre la corteccia orbitofrontale è la parte capace di comparare e fare valutazioni. Il nostro comportamento della scelta è modulato dalla differenza fra le nostre aspettative e il risultato reale, mentre non sappiamo quanto la parte razionale sia in grado di controllare quella emozionale. Sappiamo che la sensazione positiva che si prova in seguito a un scelta dovuta a comportamenti gratificanti conduce alla ripetizione del comportamento.

Il drammatico dato fornito da Tullio De Mauro circa la cultura degli italiani ove solo il 30% è in grado di capire un discorso politico andrebbe approfondito con un ragionamento suggerito da studi sulle neuroscienze applicate alle teorie della scelta. Poiché buona parte degli italiani non ha gli strumenti culturali per capire un discorso politico e ognuno di noi sceglie influenzato dalle emozioni, possiamo intuire quanto sia basso il numero di italiani (molto meno di 11.339.964) che vota facendo scelte razionali. Sfruttando le percentuali fornite da Tullio De Mauro possiamo desumere che 32.700.465 di individui (utilizzando gli aventi diritto al voto a dicembre 2016) non sono in grado di comprendere un discorso politico. Partendo dalla stima di 11 milioni che votano e capiscono un discorso politico, proviamo a distribuire in maniera proporzionale il ragionamento di prima alle preferenze dei votanti. Tutti quanti fanno scelte applicando un proprio filtro del “valore soggettivo” poiché l’utilità è sempre soggettiva, ed è influenzabile da diversi fattori, culturali e ambientali. Degli 11 milioni di votanti capaci di comprendere un discorso politico nel 2013, 3,3 milioni hanno votato per il cosiddetto “centro sinistra”; 3,3 per il cosiddetto “centro destra”; 2,8 milioni per il M5S; 1,1 milioni per la “destra montiana” e poi gli altri. La contesa politica del consenso è molto ampia e riguarda il più grande partito: 32,7 milioni di votanti che non capiscono un discorso politico e vota di pancia, come si dice in gergo, ma soprattutto vota attuando un processo di imitazione rispetto alle proprie relazioni personali e ai giudizi e/o pregiudizi delle persone che conosce. Poiché questo meccanismo della scelta coinvolge anche le persone capaci di capire un discorso politico possiamo affermare con certezza che molto più di 24,6 milioni di persone scelgono affidandosi agli altri. Il dramma è che questo comportamento sostiene la nostra classe politica ed è il principale problema del nostro Paese (l’ignoranza funzionale e di ritorno).

Tornando ai temi della scelta, se De Mauro ci informa del fatto che buona parte degli italiani ha deficit cognitivi possiamo affermare che le “loro” scelte sono senza dubbio emotive, ma soprattutto sono gli altri che scelgono al posto loro poiché incapaci di fare valutazioni. Tale situazione influisce nell’economia reale, cioè nei consumi e nella vita socio-politica producendo danni alle presenti e future generazioni che spesso emigrano poiché ignorate, incomprese e sfruttate dal proprio ambiente. Le conseguenze politiche sono drammatiche e sono sotto gli occhi di chiunque: il nichilismo, l’individualismo, l’apatia politica, l’incapacità di selezionare una classe politica degna e preparata, la trascuratezza del nostro territorio e danni ambientali, ed economici. La soluzione al problema è una sola affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno degli italiani avviando programmi educativi per gli adulti.

analfabetismo funzionale

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Tecnologie del buon senso.

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Idrocarburi addio? Nel periodo del “picco del petrolio“, non ci sono più dubbi o incertezze, l’epoca che finisce lascia spazio all’impiego in larga scala alle tecnologie nascoste per circa un secolo. I brevetti di Tesla e le relative evoluzioni sono l’esempio più noto di come si possa migliorare l’esistenza di interi popoli. Pensate che l’industria automobilistica vende a caro prezzo auto elettriche già obsolete, poiché è tecnicamente possibile avere mezzi di trasporto molto più efficienti e migliori. La cultura occidentale come noi la vediamo oggi cambierà stile di vita. Un esempio? La mobilità: un italiano, in Cina, testa una batteria che con una sola carica spinge un auto per ben ottocento chilometri, 800 km. Le biciclette di oggi, pedelec, montano motori elettrici che aiutano a superare salite senza sudare. L’uso dei motori elettrici cancella i costi del carburante e le ricariche possono essere effettuate con le fonti alternative. In Europa, per rendere un favore a qualcuno, si sono diffusi gli obsoleti treni ad alta velocità, mentre Cina e Giappone hanno sviluppato la tecnologia del treno a levitazione magnetica, più efficiente e sicuro.

Sostituire i motori a combustione con quelli elettrici ha molteplici vantaggi: eliminare le nanopolveri che generano neoplasie, ridurre l’estrazione di materie prime, usare motori più efficienti e spendere meno soldi per spostarsi.

L’agricoltura naturale consente di produrre cibo in maniera più efficiente. Numerosi cittadini stanno tornando alla terra e adottano le tecniche sperimentate da Fukuoka, la cosiddetta agricoltura sinergica. In quest’ottica si può ridurre il costo della spesa poiché si autoproduce parte del cibo di cui abbiamo bisogno con l’ulteriore vantaggio della qualità.

Ripensare l’agricoltura ha molteplici vantaggi: cancellare la dipendenza dal petrolio, puntare alla sovranità alimentare, migliorare la qualità del cibo e della salute umana, e ridurre i costi della spesa familiare.

I progettisti sono in grado di realizzare abitazioni autosufficienti, zero sprechi. La progettazione attenta alla sostenibilità consente di eliminare la dipendenza dagli idrocarburi, zero bollette. Da diversi decenni i progettisti sono ben consapevoli del fatto che una casa coibentata adeguatamente riduce la domanda di energia. Oggi, con l’impiego di un mix tecnologico (geotermico, eolico e solare) è possibile soddisfare i bisogni energetici in maniera razionale. Oltre alla progettazione è possibile misurare l’impatto delle scelte con l’analisi del ciclo vita dell’edificio e ridurre ulteriormente il depauperamento delle risorse finite.

Recuperare il costruito ha molteplici vantaggi: ridurre l’estrazione di materie prime, migliorare il comfort abitativo, migliorare la qualità della vita e ridurre i costi di gestione.

Un impegno nazionale, o locale, per la diffusione di queste conoscenze, competenze e tecnologie fa ridurre selettivamente il Prodotto Interno Lordo (PIL) poiché tutte queste conoscenze cancellano la dipendenza dei cittadini dagli idrocarburi e fa aumentare il risparmio; questo impegno cancella gli sprechi che fanno aumentano l’inquinamento ambientale, e migliora la qualità della vita.

Cambiare paradigma culturale ha molteplici vantaggi: eliminare gli sprechi, ripensare i valori mettendo al centro l’uomo con la sua vera natura: reciprocità, cooperazione e benessere collettivo; cambiare paradigma significa fare politica per gli altri e rinunciare all’egoismo, all’avidità e alla psicosi collettiva di una stupidità diffusa: potere decisionale nelle mani dei pochi, neanche eletti dai popoli (UE).

Queste brevi considerazioni ricordano che le soluzioni pratiche per una esistenza migliore sono note e diffuse, in Italia manca una volontà popolare dal basso per pretenderle, e manca una volontà politica dall’alto per adottarle. Sono note anche le ragioni del gravoso ritardo: l’assenza di una consapevolezza diffusa, a tutt’oggi l’80% degli italiani ha difficoltà nell’apprendere e comprendere. Secondo un’indagine internazionale pubblicata da Tullio De Mauro nel 2008, solo il 20% degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare. Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Ecco spiegate, da Tullio De Mauro, le ragioni della debolezza di un popolo che si affida al politico affabulatore di turno, o perché la maggioranza dei cittadini non comprenda il motivo di dover smettere di sostenere un sistema che è contro l’interesse pubblico. Da questa analisi si comprende anche la difficoltà nel far sorgere un movimento civico democratico dal basso, e si capisce che bisognerebbe partire dai valori, dalla cultura e dalla capacità di sperimentare sistemi e dinamiche genuinamente democratiche e partecipative.

Italiani, voto e politici

di Giovanni Mazzi

Le elezioni politiche e amministrative della storia repubblicana mostrano che andavano a votare ben 8 italiani su 10, partecipazione fra le più alte in Europa. I referendum abrogativi, invece, ci hanno mostrano dati altalenanti, poiché hanno un antidemocratico quorum di validità difficile da raggiungere,  ma gli ultimi del 2011 sono stati straordinari, sull’acqua e sul nucleare, quasi 6 italiani su 10 hanno partecipato interrompendo un lungo digiuno di democrazia diretta.

Oggi, nel Sud Italia il partito del non voto è il primo partito. Durante il 2010 nel Lazio, in Campania e Basilicata, circa 4 cittadini su 10 non hanno votato, in Sicilia, nel 2012, ben 1 cittadino su 2 ha preferito rimanere a casa, siamo di fronte a proporzioni molto preoccupanti. Il giudizio politico negativo a chi ha amministrato è pesante, soprattutto se sommiamo al partito del non voto i voti assegnati al M5S, forza politica antisistema. Anche i referendum del 2011 hanno bocciato le scelte politiche di chi amministrava, l’ennesima prova dello scollamento fra classe dirigente e popolo sovrano.

Uno dei principi fondamentali dei sistemi democratici, per legittimarli, è senza dubbio l’aritmetica (maggioranza e minoranza), quando a governare la maggioranza dei cittadini è una minoranza viene meno il principio rappresentativo, e pertanto è legittimo parlare di “oligarchie rappresentative“. E’ pur sempre vero che chi partecipa decide, ci mancherebbe, ma questo vale soprattutto per i sistemi democratici diretti, un pò meno nei sistemi rappresentativi. In una democrazia rappresentativa percentuali così alte circa l’astensionismo fanno sorgere seri dubbi di legittimità politica circa l’azione dei neo dipendenti eletti, poiché è evidente che sono meno rappresentativi, sono l’espressione di una minoranza di parti.

E’ altrettanto evidente che l’astensionismo dei cittadini sia il frutto della crescente sfiducia verso i partiti tradizionali, non c’è alcun dubbio che il popolo non si sente più rappresentato da una certa classe dirigente. I numeri dell’astensione sono importanti e lanciano un allarme per l’intera democrazia rappresentativa.

Un popolo civile e responsabile, di fronte a una deriva autoritaria e palesemente autoreferenziale dell’ethos infantilistico – “oligarchie rappresentative” – non dovrebbe rimanere indifferente e lasciar crescere l’apatia politica, anzi dovrebbe reagire nella maniera più intelligente possibile. Di fronte all’apatia crescente si risponde con una nuova visione politica, con un progetto e con obiettivi condivisi, partecipati, trasparenti, chiari, semplici ed efficaci. Di fronte alla paura, allo smarrimento, al nichilismo crescente si risponde con organizzazioni democratiche vere e genuine, si risponde con comportamenti etici chiari e coerenti coi valori della Costituzione, al partito del non voto si risponde con più democrazia, con inclusione, col merito e con le capacità intellettuali determinanti per rispondere alla crisi di coscienze, alla crisi politica ed economica.

Gli italiani, dopo decenni di inganni, non meritano una dittatura “illuminata” e teleguidata dalle “oligarchie rappresentative”. Alla legittima indignazione verso un sistema che ci danneggia bisogna rispondere con creatività e con una proposta politica circa un nuovo modello, ripensare la comunità con i valori umani e proporre il cambio di paradigma culturale. Questo è un percorso non breve, ma neanche tanto lungo. E’ un percorso che richiede forze ed energie che vanno ben al di là delle competizioni elettorali, comunque importanti. E’ un percorso che richiede preparazione, partecipazione, formazione, ricerca, informazione, divulgazione, in due parole: impegno culturale!

Nel prossimo futuro si sceglierà fra democrazia e dittatura, e se cresce l’apatia o non si programmano strategie e obiettivi ci sarà comunque una distruzione programmata dello Stato per manifesta incapacità dei nuovi dipendenti eletti.

La crisi che stiamo vivendo è talmente vasta e forte che purtroppo non è sufficiente l’inserimento di forze politiche di mera opposizione al sistema dei partiti obsoleti, se intendiamo uscire dalla crisi bisogna immaginare la formazione di un soggetto politico di governo, capace, maturo e responsabile. Purtroppo, opporsi al sistema obsoleto nei Consigli e nei Parlamenti non torna utile all’obiettivo: cambiare paradigma culturale. Gli esseri umani devono riprendersi il governo delle istituzioni e non possono permettersi di fare gli spettatori delle decisioni immorali di questa élite degenerata, che ha già approvato leggi e norme che hanno distrutto il futuro delle generazioni che verranno, l’élite ha già sovvertito valori e scambiato lo Stato sociale con l’avidità.