L’effimero

« … fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. » (vv. 112-120)

Anche quest’anno a Salerno non mancherà la manifestazione dell’effimero feudale, cioè le famigerate “luci d’artista” che di artistico hanno poco o nulla, e che accompagneranno il periodo natalizio dei salernitani favorendo l’aumento del consumo di merci. L’evento rientra nel famigerato fenomeno di “Dysneificazione” della società post-moderna che ambisce a “tematizzare” gli spazi del tempo libero per bambini e adulti. “Tematizzare” significa associare a un luogo un modello “routinizzato” di divertimento, le cui caratteristiche sono definite in una prospettiva globale. Uno degli effetti della “Dysneificazione” della società è l’omogeneizzazione degli stili di vita furieri dell’alienazione e del nichilismo. Chi non conosce la città e chi è stato allevato dall’ideologia consumista crede ingenuamente che tale evento debba essere considerato positivamente. L’idea in sé, come ogni festa, dovrebbe produrre benefici. Solo i residenti non esercenti subiscono disagi e inconvenienti poiché l’affollamento che si realizza durante l’evento riduce la vivibilità della città e soprattutto del centro, si blocca la mobilità dei residenti, mentre il traffico automobilistico favorisce l’aumento dell’inquinamento atmosferico incidendo negativamente sulla salute umana.

Sono le 17 quando le luci si accendono, tra gli applausi, in un centro cittadino dove il traffico pedonale ha già raggiunto livelli da record. In fila indiana, stretti in via Mercanti, centinaia di visitatori camminano a passo d’uomo per raggiungere Il giardino incantato della Villa comunale e piazza Flavio Gioia. Anche il traffico è paralizzato.

Il periodo natalizio è il momento dell’anno dove le persone consumano di più, e tutte le città italiane programmano eventi per favorire il consumo di merci. E’ in quest’ottica che gli attori politici programmano eventi ad hoc per gestire il consenso elettorale e rafforzare la propria immagine. I politicastri hanno gioco facile poiché l’ignoranza funzionale galoppante fra le masse favorisce le disuguaglianze e i danni sociali. Secondo il Presidente della Regione Campania, De Luca: «… l’evento è l’attrattore turistico più importante di Salerno e della Campania, ed è un motore economico straordinario …»; i politicanti riducono la politica a questo, cioè chiacchiere di pubblicità del nulla che, dette da chi ricopre un importante ruolo istituzionale, mortificano e cancellano l’identità culturale e la storia di un territorio. E’ del tutto assurdo, ridicolo e sorprendente che un’istituzione dia priorità e inviti le persone a Salerno per guardare il nulla delle luci, piuttosto che la Cattedrale salernitana, i suoi importanti e unici avori, la sua cripta il complesso archeologico di San Pietro a Corte e molto altro ancora.

Dal punto di vista politico e mediatico l’evento “luci d’artista” è stato appositamente caricato di simboli, e questo innesca una serie di critiche sociali ed economiche. Nell’epoca del nichilismo urbano un evento del genere è perfettamente in linea col cinismo tipico delle classi dirigenti decadenti, pronte a specchiarsi nel nulla mentre la recessione corrode anno dopo anno, il presente e il futuro delle generazioni che sognano di migliorare la propria condizione di vita.

Dalla religione che sta distruggendo il pianeta e la specie umana non può emergere la soluzione ai problemi culturali, sociali ed economici delle persone. Secondo l’ISTAT, nel 2011 a Salerno il tasso di disoccupazione giovanile è al 53% (il tasso di disoccupazione è al 17%), e solo questo dato drammatico dovrebbe far saltare l’attuale classe politica locale, che invece amministra da un periodo ininterrotto più lungo del fascismo. Da circa 11 anni una manifestazione dell’effimero come quella delle “luci d’artista” è il momento che gli esercenti salernitani attendono per raccogliere soldi. E’ questa un’evidente rappresentazione di una società meno umana che si sta spegnendo, poiché il suo paradigma culturale: soldi e capitalismo, l’ha trasformata nei secoli, e la sta cancellando attraverso l’evolversi della fede neoliberale che suggerisce di aprire Zone Economiche Speciali (ZES) anche a Salerno, portando lo sfruttamento del lavoro tipico delle aree asiatiche in casa propria (è ciò che viene previsto nel Documento Unico di Programmazione del Comune di Salerno).

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Giovanni da Modena, L’inferno, cappella bolognini nella Basilica di San Petronio, Bologna.

L’attuale classe dirigente è totalmente incapace di mettere in discussione se stessa e i propri dogmi che hanno fatto scappare il 18% della popolazione salernitana (dagli anni ’80 fino all’inizio del millennio). In questi ultimi vent’anni, oltre all’aumento della disoccupazione, c’è stato l’aumento del consumo di suolo agricolo, l’aumento dell’inquinamento, l’aumento della dispersione urbana, e l’assenza di programmazione dei servizi che mancano ancora oggi a Salerno. L’attuale classe dirigente ha assistito passivamente alla trasformazione del capitalismo che chiude le aziende per delocalizzarle, ed ha suggerito la mercificazione del territorio per contrastare la disurbanizzazione, provocando l’effetto di contribuire alla distruzione delle risorse limitate della comunità. L’incapacità di governare correttamente il territorio è la debolezza di tutta la classe dirigente poiché ci troviamo alla fine di un’epoca e all’inizio di una nuova fase. Chi amministrata la cosa pubblica è stato psico programmato dalla medesima religione neoliberale che guida le più alte istituzioni. La recessione offre momenti di riflessione e alcuni, una minoranza, escono dal piano ideologico obsoleto del neoliberismo per sperimentare modelli bioeconomici. Purtroppo, tutta la classe politica è convinta che la crescita produca lavoro, quando i dati ISTAT mostrano che non c’è alcuna relazione diretta fra crescita del PIL e lavoro, anzi.

relazione PIL popolazione occupazione

L’aspetto ridicolo è che da decenni sappiamo benissimo che non c’è relazione fra crescita del PIL e benessere, tant’è che sono stati elaborati altri indicatori socio-demografici (coeff. di Gini, il BES) per suggerire una migliore programmazione delle scelte politiche, per alzare il tasso di alfabetizzazione, migliorare la salute, l’ambiente, e favorire lo sviluppo umano costruendo servizi culturali per tutti. Ecco, chi si trova ad amministrare nel meridione d’Italia, cioè la periferia economica dell’Europa, dovrebbe avere la sensibilità e il dovere di applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico che impediscono alle persone di realizzarsi nella vita, e di costruire servizi educativi adeguati per cancellare l’ignoranza funzionale degli adulti, e per rigenerare i territori da decenni di politiche colonialiste sbagliate. Se la classe dirigente locale composta da politicastri non possiede quell’indispensabile prerogativa dei politici, cioè avere una visione del mondo, può legittimamente copiare; ad esempio  suggerire un festival della creatività come hanno fatto a Sarzana, la letteratura a Mantova, la filosofia fra Modena-Carpi-Sassuolo, in buona sostanza c’è l’opportunità di creare eventi utili allo sviluppo umano piuttosto che programmare eventi di regressione e decadenza, ma probabilmente ciò è voluto visto che producono consenso elettorale.

Visitate Salerno non per le luci d’artista ma per la sua storia e per il suo territorio. Ad esempio, pochi sanno che gli Etruschi arrivarono fino a Salerno, presso Fratte ove c’è un’area archeologica. Il primo castrum romano è nell’odierno centro, ma Salerno ebbe fortuna grazie ai longobardi, prima con Arechi II nel 774 che si trasferì da Benevento a Salerno, e poi ancora dal 851 fino al 1076 (Siconolfo, Ademaro, Guaiferio,  Gisulfo I, Pandolfo II, Guaimario IV, Gisulfo II). Essa divenne un principato fiorente durante il periodo longobardo e poi normanno, tant’è che il suo Duomo fu costruito da Roberto il Guiscardo sull’impianto di una chiesa paleocristiana. Testimonianze longobarde sono presenti presso il complesso di archeologico di San Pietro a Corte. Salerno fu sede della prima università medica. La prima donna medico fu Trotula de Ruggiero. Salerno ha la fortuna di possedere un insediamento storico originale grazie all’orografia del territorio, e alla sua posizione “centrale” fra due costiere straordinarie e uniche – quella amalfitana e quella cilentana, entrambe inserite nelle liste UNESCO. Al Cilento è attribuito anche il merito della famosa dieta mediterranea (patrimonio immateriale), presso Pioppi frazione di Pollica (SA). A Sud di Salerno, a pochi chilometri troverete Paestum e Velia, un patrimonio archeologico della classicità greca, unico al mondo.

Capitalismo ed egoismo

La costruzione identitaria di ogni individuo è una questione politica. L’attuale società capitalista  ha favorito la disgregazione dei popoli poiché ha distrutto il senso di comunità e di appartenenza. Distruggendo ogni capacità di valutare autonomamente, il nichilismo capitalista ha distrutto l’animo umano, il nostro io. Che genere di individuo ha costruito il capitalismo? All’interno del capitalismo, qual è il ruolo che gli individui assumono? Mi sembra di osservare che generalmente le persone “combattono” contro i ruoli che la società ha assegnato loro. Se vogliamo avere un’idea sul carattere di questa società è sufficiente osservare quali individui sono ricoperti di rispetto e ammirazione. In una società come la nostra, la maggioranza degli individui trova rispetto e ammirazione per le immagini proposte dalla pubblicità e dagli affari. Basta osservare il mondo del calcio condizionato dal riciclaggio.

Secondo l’accezione capitalista l’industria delle armi è lavoro produttivo, mentre insegnare a dei bambini come curare un malato è improduttivo; e persino la cosiddetta economia sommersa (droga e l’evasione fiscale) è produttiva poiché alimenta denaro. L’istruzione e i servizi sociali sono considerati costi e soggetti a privatizzazioni continue secondo logiche di mercato e di mero bilancio, al pari di una conduzione aziendale delle imprese. Questo accade poiché l’ideologia capitalista assume come valore il denaro. E’ tutto il pensiero economico che preferisce ridurre e banalizzare i processi creati dalle imprese, trasformandoli in merce da comprare e/o vendere. Il capitalismo ignora l’etica o il concetto di utilità sociale. Anche un bambino capisce che il capitalismo è sinonimo di violenza, non per gli economisti ortodossi e non per i loro burattini chiamati politici, quelli che ricevono una delega dai cittadini per entrare nelle istituzioni, ma nella realtà amministrano” i capricci di alcune SpA, non governano. La recente evoluzione del capitalismo sgancia il lavoro dal capitale, poiché anche il lavoro non è più l’elemento necessario per l’aumento del valore cioè dell’accumulo di denaro.

In una società come la nostra, dove non esiste una nozione base e condivisa sul carattere, è probabile che si favoriscano psico patologie collettive e deliri suggeriti dai pubblicitari delle corporations. Non essendoci accordo sui valori quali la decenza, l’onestà e la moralità, tutti i soggetti politici contemporanei sono il frutto di questa dissoluzione in quanto, durante gli ultimi trent’anni, ed oggi più di prima, chi ambisce a concorrere per un posto nelle istituzioni è l’espressione dell’egoismo, cioè l’io minimo e l’io narcisista che può avere solo obiettivi personali. L’individualismo è caratteristica di questa società, per tale motivo sono in crisi tutti gli organi intermedi: sindacati, partiti e associazioni, ed è in crisi la vera partecipazione politica fatta di proposte e contenuti e dal carattere altruistico; e non di indignazione fine a se stessa. L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini. Un esempio evidente uscendo dalle nostre case sono le città moderne: non più costruite per favorire la convivialità, la cultura, e la spiritualità ma per il becero consumo.

Questo fenomeno nasce all’interno di una società, dove esiste la crisi delle coscienze e delle proprie identità e si trasporta nello spazio politico, dove sparisce il dibattito pubblico, inteso come dialogo intorno all’interesse pubblico. Se osserviamo il panorama dei soggetti politici, spesso asserviti alle multinazionali, questo è del tutto normale poiché buona parte degli attori che partecipano ai processi decisionali sono espressione del vuoto. Per questo motivo la politica “discussa” nelle istituzioni è espressione dei gruppi di interessi, poiché l’immagine di sé, degli attori politici, è la psico programmazione della società capitalista, cioè l’io minimo e l’io narcisista che si allaccia proprio ai gruppi di interesse, questo accade in ogni ambito sia esso locale oppure nazionale ed è la prerogativa della democrazia liberale, quella di rappresentare l’interesse particolare e mai l’interesse generale. Oggi, e non è un caso, le corporations scelgono i propri galoppini all’interno di quel mondo sociale delle rivendicazioni personali, all’interno delle cosiddette vittime della medesima società capitalista, nel senso che la frantumazione sociale contribuisce a fornire immagini di individui vittime del sistema che possono rappresentare meglio quegli interessi particolari del mondo liberale. Le persone vittime parlano solo per se stesse e sono la base delle rivendicazioni politiche. E’ questo un ulteriore declino del bene pubblico. In questo clima di degrado culturale e morale i soggetti politici sono incapaci di sviluppare proposte universali, ma sono ottimi strumenti di manipolazione e di rappresentanza dell’élite degenerata capace di selezionare e addomesticare gli attori vittime cresciute nell’egoismo e nell’io narcisista. Attori vittime che diventano galoppini quando si pongono sul mercato politico al semplice prezzo delle gratificazioni promesse dai gruppi di potere e dalle SpA; è il ritorno al vassallaggio tipico delle società feudali. All’interno di questo breve discorso è evidente che c’è l’elemento della deresponsabilizzazione politica dei cittadini, della nostra apatia, poiché è più facile non occuparsi di temi universali e/o interessi collettivi, poiché significherebbe aver sviluppato un pensiero autonomo, critico e colto, da comunicare alla polis avviando un dialogo, cioè la democrazia. Negli ultimi trent’anni anziché favorire sistemi democratici ove gli individui potevano e dovevano sviluppare capacità di ascolto reciproco nei confronti dei problemi dei popoli, e capacità di visione per disegnare una società migliore, l’ambiente capitalista ha partorito burattini cinici e nichilisti all’interno del teatro politico espressione della pubblicità. Tali attori non devono avere visioni ma solo amministrare le decisioni prese altrove.

Per rimettere le cose a posto è necessario investire energie mentali su noi stessi, uscendo dalle frustrazioni e abbandonando l’invidia sociale, entrambi effetti della società capitalista costruita sulle merci e sul denaro, figuriamoci se tale società poteva favorire lo sviluppo umano dei popoli. Una soluzione pratica è senza dubbio offerta dalle comunità che si auto governano dove al centro c’è la relazione umana, la convivialità e la cultura del saper fare meno e meglio, attraverso scambi che non sono mercantili. Del resto la stessa implosione del capitalismo mostra che il lavoro non serve a perpetrare le strutture sociali, poiché il capitale in una società informatizzata e digitalizzata si alimenta da solo, a seconda dei capricci delle più influenti multinazionali e banche del mondo. Di fronte a questo sistema innaturale e immorale, è del tutto normale che l’opposto dell’egoismo sia l’altruismo ma per dare valore all’agire etico è determinante che le relazioni siano consapevoli e sincere affinché si sviluppi la fiducia per un mondo più evoluto. La consapevolezza si acquisisce solo attraverso la cultura e la fiducia verso un mondo non più mercantile ma bioeconomico, più umano. E’ necessario decolonizzare l’immaginario collettivo, pulirlo dai pensieri tossici e criminali dell’economia ortodossa.

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Giusto andare contro il neoliberismo ma …

Penso che nessuno abbia più dubbi sul fatto che bisogna costruire un’alternativa, come la chiamano i giornalisti “di sinistra”, e così come la chiamano coloro i quali si ritengono orfani della sinistra. I prodromi del sistema liberista europeo, in Italia furono anticipati dai Governi Andreotti, dal 1976 al 1979, ove personaggi come Pandolfi e Malfatti condussero l’Italia nello SME. Poi seguirono Andreatta e il suo allievo Prodi. In Europa, il pensiero liberista si affaccio a sinistra attraverso il progetto “terza via” di Clinton e Blair, e in Italia ha avuto talmente successo che i leader “di sinistra” erano tutti ex banchieri e manager, da Ciampi a Prodi. Per la destra non si doveva convincere nessuno, sono bastati Berlusconi e Tremonti. La fine delle politiche pubbliche socialiste si ebbe all’inizio degli anni ’80, quando nel 1981 il Tesoro si sganciò da Banca d’Italia (Governo Forlani). In Europa si stava avviando una sperimentazione unica nel suo genere che prevedeva, e tutt’oggi è così, la costruzione di un’area geografica liberista, che vieta allo Stato di intervenire direttamente nell’economia per riparare gli errori del mercato.

Del resto la storia è maestra di vita, e ci ricorda come l’Italia avendo perso la guerra, uscita da un regime totalitario di destra, approda al nuovo regime della destra capitalista. L’Italia viene occupata militarmente e attraverso i partiti deve restare territorio del capitalismo americano. L’Italia a causa dell’esito del conflitto bellico, perse la propria sovranità. Ancora oggi il nostro Paese è succube di un’influenza esterna che condiziona determinate scelte politiche, le proprie e legittime aspirazioni per migliorare contraddicendo i principi e i valori della Costituzione. L’Italia è una Repubblica solo sulla carta, ma è una colonia, viviamo in un regime limitato, un recinto chiuso ove restare. La Democrazia Cristiana fu il partito di riferimento per le Amministrazioni USA nell’indirizzare le scelte della politica italiana, mentre i servizi segreti statunitensi avevano i propri riferimenti in Italia, per monitorare le attività politiche in Italia. Una serie di fatti politici dimostrano la presenza di un regime politico autoritario e l’assenza di una vera democrazia: nel 1948 l’attentato a Palmiro Togliatti, il Piano Solo del 1964, e l’omicidio di Aldo Moro del 1978, sono gli atti politici più cruenti. Tutti eventi che condividono l’opposizione alla cultura democratica di sinistra da sconfiggere con la violenza. Nel 1949, all’interno del patto atlantico e della NATO, Truman disse: «vorrei sottolineare che la minaccia sovietica non è soltanto militare, è la minaccia del comunismo in quanto idea, in quanto forza sociale dinamica ed egualitaria». Era sancito nei Trattati di Pace 1946-47, il fatto che il partito comunista non dovesse governare in Italia, e restare all’opposizione, proprio perché comunisti. Secondo Loch K. Johnson, decano degli studiosi di intelligence, sin dal 1947 la CIA ha sempre cercato di influenzare le elezioni politiche nei Paesi ove si aveva un interesse, attraverso false informazioni sui media e fiumi di denari. La CIA rovesciò leader eletti in Iran e Guatemala negli anni ’50 e sostenne colpi di stato in altri Paesi negli anni ’60. In un’intervista del 1996, anche F. Mark Wyatt, ex ufficiale CIA, dichiarò che era interesse del Governo USA influenzare le elezioni politiche di altri Paesi, e che i primi esperimenti furono svolti in Italia, con l’assistenza a candidati non comunisti dalla fine degli anni ’40 agli anni ’60; «avevamo sacchi di denaro che abbiamo consegnato a politici selezionati, per coprire le spese». Poi seguirono casi analoghi come il Cile, il Nicaragua e molti altri Paesi. La “terza via” è la strada culturale adoperata dai think tank neoliberisti per infiltrare ed etero guidare dall’esterno le forze politiche di sinistra. Il teorema dei neoliberal è quello di convincere i dirigenti di sinistra sul fatto che la creazione di moneta  sia esogena all’economia, un fattore esterno che può essere affidato a soggetti privati. Rinnovando i dirigenti del vecchio PCI e i sindacati, i liberal riuscirono a guidare i partiti di sinistra trasformandoli in strumenti della destra. Impiegarono anni poiché tali strutture erano indipendenti, colte e ben organizzate. L’obiettivo dei neoliberal fu raggiunto, col tempo, subito dopo la morte di Berlinguer. Il vuoto culturale rimane, ma nel frattempo la nichilista cultura liberal raggiunge altri obiettivi ancora più importanti: la regressione culturale delle masse e il crescente infantilismo degli adulti che li ha condotti nell’analfabetismo funzionale e di ritorno, incapaci di comprendere e di scegliere. In Italia la regressione è stata raggiunta sia infiltrando il mondo economico-accademico e sia attraverso la televisione privata di Berlusconi.

Tornando ad oggi, il fatto che l’Unione europea non sia stata progettata per tutelare il bene comune, lo sanno persino coloro i quali l’hanno costruita, ma essi rappresentano proprio quel mondo industriale che sta traendo i maggiori benefici dal modello neoliberista, e sono i sostenitori del libero mercato. L’aspetto interessante e controverso è che fra coloro i quali stanno costruendo quest’alternativa, lo chiamano piano B, c’è anche Fassina, certo cambiare idea è una virtù quando si capiscono i propri errori. Gli obiettivi proposti da Varoufakis, Fassina, Mélen­chon e Lafon­taine  sono giusti (nel mirino ci sono fiscal com­pact e il TTIP), ma è necessario approdare sul piano della bioeconomia.

A Parigi, Fassina dichiara: «[…] Ci sono due punti da affrontare qui. Il primo: il mercantilismo neo-liberista dettato da Berlino e ivi incentrato è insostenibile. La svalutazione del lavoro in alternativa alla svalutazione della valuta nazionale, come via principale per aggiustamenti “reali”, comporta una cronica insufficienza di domanda aggregata, disoccupazione persistentemente elevata, deflazione e esplosione dei debiti pubblici. In un tale contesto, al di là dei confini dello stato-nazione dominante, l’euro porta ad uno svuotamento della democrazia, trasformando la politica in amministrazione per conto terzi e spettacolo. Questo è il punto. Non è un punto economico ma politico. Il significato di democrazia nel XXI secolo. Esiste un conflitto sempre più evidente tra il rispetto dei Trattati e delle regole fiscali da una parte e i principi di solidarietà e democrazia iscritti nelle nostre costituzioni nazionali dall’altra. […]». L’analisi di Fassina è senza dubbio corretta, ma dov’è lo strumento politico democratico che invita le persone a partecipare attivamente? E’ tardivo il desiderio di far rinascere una sinistra quando l’epoca industriale volge al termine. Fassina dice le stesse cose raccontate da Nino Galloni, già funzionario pubblico quando la Repubblica veniva svenduta. Come mai Fassina non conosce le denunce di Galloni? I popoli già alcuni anni fa hanno manifestato il proprio dissenso verso il neoliberismo che nasceva e si costruiva in maniera autoritaria, basti ricordare i referendum sul Trattati di Lisbona, in Francia e in Olanda. Nessun italiano fu consultato nel luglio del 2008, quando il Parlamento votò a favore del Trattato di Lisbona. Il recente passato italiano ha mostrato come i partiti di sinistra rifiutarono la partecipazione popolare, e rifiutarono le nuove proposte. Il caso clamoroso è proprio sotto gli occhi di tutti, e si chiama M5S che nasce dalla chiusura politica culturale dell’attuale PD. Inutile ripresentare le battute dei dirigenti di allora che prendevano in giro il nascente fenomeno dei “meetup” poi chiamati M5S, erano gli anni fra il 2006 e il 2009, prima che nascesse il partito di Grillo. Oggi questo partito senza idee raccoglie il malcontento di milioni di italiani, ma non riempie il vuoto politico di una cultura di sinistra, anche perché sembra piuttosto un partito di destra, non democratico, per nulla trasparente e dipendente dai capricci di chi ne detiene il reale controllo: una società privata. L’analisi critica di Fassina circa il sistema euro, ex PD, era ampiamente scritta e dibattuta nei vecchi forum della rete dei “meetup”. I cittadini che partecipavano erano i primi a mettere in discussione l’euro zona. Se la ricostruzione della sinistra resterà sul vecchio piano ideologico dell’economia neoclassica, quest’alternativa non si potrà costruire. Sarà utile a riprendere consensi verso i nostalgici, ma non sarà capace di costruire una società migliore. Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma i problemi degli italiani rimarranno dove si trovano.

Al contrario, se ci sarà la maturità  e l’onestà intellettuale di storicizzare l’obsoleta schema del divide et impera: destra sinistra, mettendo al centro dei tema l’uscita dal capitalismo e l’approccio bioeconomico, allora si potrà veramente costruire una società migliore. Attenzione storicizzare destra e sinistra non significa che destra e sinistra non esistono più ma condurre la società su un nuovo piano ideologico, lasciando la religione capitalista per approdare sulla scientificità della bioeconomia. Il nuovo paradigma culturale partendo dalla bioeconomia (ecco la transizione ecologica) potrà favorire la nascita di una società migliore. Dal punto di vista della macroeconomia, già la letteratura studia la teoria post-keynesiana col riconoscimento della moneta endogena e poi la transizione ecologica. Si tratta di riconoscere i limiti culturali dell’economia neoclassica e ripristinare il ruolo pubblico dello Stato che riequilibra il mercato, ma questa volta è consapevole dell’entropia. La forza di una moneta sovrana a credito e una nuova politica d’investimenti pubblici finalizzati alla formazione di una conversione ecologica delle trasformazioni di merci e beni; l’applicazione dell’eco efficienza; così come la conservazione e il recupero del patrimonio, consentiranno l’avvio di nuovi impieghi utili. Le politiche pubbliche dovranno investire in attività che avranno l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze territoriali, sociali, di reddito sapendo che i criteri di valore sono l’utilità sociale e ambientale. La riduzione dello spazio di mercato e l’aumento dello spazio per le comunità che si auto producono energia e beni, in un sistema di scambio reciproco, consentirà maggiore libertà per le persone e le famiglie poiché svilupperanno la resilienza urbana e ridurre la dipendenza dal sistema globalista.

In sostanza bisogna evitare, come farebbe la sinistra tramite politiche espansive senza etica, di favorire nuovamente il capitalismo (l’ossimoro sviluppo sostenibile) poiché è già imploso su stesso. Il capitalismo ignora le leggi dell’entropia, ciò è parte della stessa religione capitalista poiché sinonimo di avidità, spreco e consumismo fine a se stesso. La misura degli impatti ambientali mostra che siamo giunti a un punto di non ritorno. Del resto la letteratura è ricca di esempi che chiedono l’uscita dall’economia neoclassica, mentre è noto che tutti i governi occidentali sono asserviti alle multinazionali del WTO. Il problema non è una questione soldi, poiché attualmente la moneta è stampata dal nulla ma prestata agli Stati. Il controllo della moneta è in capo all’élite degenerata condizionata dalle SpA, costoro sono capaci di comprarsi tutti i burattini che vogliono tramite il sistema offshore e delle giurisdizioni segrete. John Perkins ha scritto egregiamente a cosa servono gli economisti (imbrogliare e rubare), chiamati correttamente sicari dell’economia, era il suo lavoro. Nicholas Shaxson pubblica Le isole del tesoro, mostrando la faccia del capitalismo: imbrogliare le persone che pagano le tasse e distruggere lo Stato sociale. La soluzione non è sul piano economico ma sul piano giuridico e democratico. O si ha il coraggio e l’onestà intellettuale di abbattere la schiavitù SpA, oppure si è complici dell’impero della vergogna. Ritengo sia necessario creare una classe dirigente attingendo dalla società civile libera dai condizionamenti dei think tank neoliberal, ma soprattutto partendo dalla bioeconomia, scartata, ignorata proprio dalla sinistra e oggi strumentalizzata da sedicenti “rivoluzionari”.

E’ corretto chiedere la ristrutturazione dei debiti, il rigetto dei trattati e cambiare l’architettura dell’UE, ma tutto ciò è fuori dalle politiche economiche. L’elemento politico fondamentale è il ripristino della sovranità monetaria, come sanno bene, ma la moneta è uno strumento non la proposta di una politica economica nuova. Il punto nevralgico e culturale sembra essere proprio questo, e cioè che gli economisti si occupano più di diritti che della loro disciplina, e danno la sensazione di non conoscere vere alternative. Eppure, loro colleghi hanno prodotto un pò di letteratura eterodossa, da Stiglitz e Fitoussi e Sen; prima ancora Galbraith aveva capito benissimo che il PIL non serve. E’ strano che alle legittime richieste di ripensare l’architettura dell’UE manchino filosofi, giuristi e costituzionalisti, e soprattutto manchi la partecipazione popolare di cittadini attivi.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzionale e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario programmare l’uscita dal capitalismo, cioè dal piano economico nichilista, per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli, raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

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Lo sguardo della “prosperanza”

La “prosperanza” è l’unione fra prosperità e speranza. Più volte ho scritto della necessità di fare un salto etico da un piano ideologico sbagliato poiché dannoso, a un nuovo piano sostenibile e solidale costruito all’interno della bioeconomia poiché ci consente di compiere un’evoluzione sociale, non più procrastinabile.

Nella misura in cui si esce dal capitalismo mercantile dovrebbe apparire chiaro che gli indicatori economici più usati per osservare e giudicare la società non servono più, ma sono necessarie altre dimensioni. Queste nuove dimensioni già esistono ma non sono divulgate dal mainstream poiché non rappresentano gli interessi dell’élite finanziaria che indirizza la nostra società. Ad esempio, il BES (Benessere Equo e Sostenibile) introdotto dall’ISTAT, è ancora in una fase di sperimentazione e adesione degli Enti locali, e così il fuorviante PIL resta l’indicatore prevalente.

Mutando i nostri valori di riferimento possiamo concentrare la nostra attenzione su dimensioni e indicatori che migliorano la nostra qualità di vita: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; ambiente; ricerca e innovazione; qualità dei servizi. Oggi tutte queste dimensioni sono condizionate negativamente dai paradigmi sbagliati poiché ogni cosa, all’interno dell’economia, è misurata come merce, e se tutto è merce, l’accesso a tali servizi è possibile solo se sono comprati e venduti con la moneta. La vera povertà è commisurata alla possibilità di accedere a tali servizi.

Prima dell’invenzione dell’economia gli abitanti riuniti in comunità avevano l’opportunità di accedere ai bisogni reali, poiché attraverso le conoscenze e lo spirito cooperativo riuscivano a sfruttare la natura in maniera soddisfacente, e offrivano loro stessi i servizi che ritenevano di realizzare e distribuire. I limiti di una società pre-moderna erano tutti condizionati dalle tecnologie dell’epoca ma l’assenza di conoscenza era riempita dal senso di comunità e di coesione territoriale. Capitalismo e tecnologie moderne hanno suggerito agli individui di poter fare tutto da soli. Nella società moderna si è sviluppato e consolidato l’individualismo poiché si è ritenuto che ognuno potesse accedere a quegli stessi servizi anche in maniera solitaria e attraverso il mercato, cioè comprando ogni cosa. E’ stata la dissoluzione del senso di comunità, cioè la distruzione della convivialità e della reciprocità, e l’apertura al mondo nichilista e alienato. Oggi siamo a un bivio, grazie all’implosione del capitalismo mercantile evolutosi in modello finanziario accade che anche le relazioni mercantili non trovano più sostegno per il prolungamento della recessione. Il sistema capitalista ci sta mostrando tutte le sue insite contraddizioni e così crescono i problemi: sociali, occupazionali, ambientali e di migrazioni di massa.

Possiamo fare tante piccole cose ma determinanti per riprenderci libertà e dignità. Attraverso le nostre relazioni possiamo ridurre la dimensione del mercato e ampliare quella della comunità. Marx suggeriva ai lavoratori di appropriarsi degli strumenti del capitale per sottrarli alla borghesia, oggi l’evoluzione tecnologica consente ai cittadini di potersi organizzare per auto produrre alcuni beni necessari: energia e cibo. All’interno del mercato compriamo tutto, mentre nella comunità auto produciamo ciò che ci serve senza spendere. In questo modo abbiamo un risparmio monetario e un guadagno di beni che non sono merci, ma miglioriamo la nostra qualità di vita. Possiamo rivalutare la cultura contadina disprezzata dalla modernità nichilista, cioè la cultura di chi sa auto produrre e barattare le eccedenze. Sfruttando le norme sui cosiddetti usi civici possiamo chiedere gratuitamente, al nostro Comune, l’uso di spazi pubblici inutilizzati per auto produrre cibo al di fuori delle logiche mercantili, e consentire a diversi nuclei familiari di accedere a beni di prima necessità. Persino un’Amministrazione illuminata potrebbe suggerire tale opportunità. Il vantaggio straordinario di quest’approccio non è solo economico ma anche sociale, poiché si avviano nuove relazioni amicali e conviviali che ci consentono di ricostruire quel senso di comunità distrutto dalla religione neoliberista. L’antidoto per riprenderci la capacità di vivere in una società profondamente malata è dentro di noi, ma si sviluppa avviando la ricostruzione di comunità sostenibili attraverso i nostri comportamenti, attraverso l’esempio. Ecco la “prosperanza” poiché iniziando ad auto produrre ciò che possiamo, cominciamo ad accedere a quelle dimensioni, sopra citate, senza entrare nel cosiddetto “libero mercato”. In questo modo il PIL non crescerà ma senza dubbio crescerà la nostra qualità di vita, e sicuramente attraverso l’auto produzione di cibo migliorano salute, conciliazione coi tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, benessere soggettivo e ambiente.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

Da questa semplice esperienza è possibile costruire un vero e proprio cambio radicale poiché i legami relazioni sono la forza per costruire progetti più ambizioni per tendere anche all’auto sufficienza energetica.

L’unico ostacolo alla prosperanza duratura nel tempo sopra accennata è il superamento di una cultura sbagliata, e tutt’oggi esiste e resiste poiché è presente in tutti gli ambiti della società, dalla scuola all’università. Oggi è l’implosione del capitalismo che mostra alle classe dirigenti quanto sia sbagliato l’obsoleto pensiero dominate, mentre associazioni come MDF ed altre ancora hanno la capacità di una visione politica lungimirante e prosperosa. E’ necessario rimuovere l’analfabetismo funzionale e di ritorno in maniera tale di operare una trasformazione del pensiero. Giunti alla trasformazione, per costruire i cluster del cambio dei paradigmi culturali è necessario aggregare finanziamenti pubblici e privati intorno a progetti sostenibili.


[1] Nell’ambito scientifico, con il termine cluster si intende un gruppo di unità simili o vicine tra loro, dal punto di vista della posizione o della composizione. Nell’ambito urbanistico il cluster è l’aggregazione di varie attività in un unico edificio o zona territoriale che lavorano insieme verso un obiettivo comune.

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Il Sud non è sparito, è stato annesso

Sulle pagine dell’Espresso Marco Damilano scrive «desertificazione industriale», riferendosi al fatto che il Governo italiano abbia fatto sparire il Sud dall’agenda politica. Enfatizzando il rapporto pubblicato dallo Svimez si mostra una situazione che appare drammatica secondo lo schema mentale del pensiero dominante: la crescita del PIL, come se questa facesse bene gli italiani e nello specifico ai meridionali. L’opinione dei giornalisti è commisurata agli indicatori obsoleti dell’economia neoclassica, la stessa che ha distrutto il Sud, quando nel 1860 una grande potenza economica fu annessa allo Stato piemontese, e tutte le ricchezze tecnologiche depredate e spostate al Nord. I cittadini ribellatisi ai nuovi padroni furono chiamati briganti e gettati nelle prime fosse comuni d’Europa, interi paesi rasi al suolo e cancellati dalle cartine geografiche, terre rubate con falsi titoli di proprietà, tutto per far nascere il Regno d’Italia. Il primo sistema sociale, quello che oggi viene chiamato Welfare state, fu realizzato a San Leucio – 1776 circa – dotata di «un codice di leggi sapienti (1789), che fu detto la più bella opera che la dottrina di Gaetano Filangieri e le riforme sociali di Bernardo Tanucci avessero saputo ispirare. In esso l’educazione pubblica è considerata la prima origine della pubblica tranquillità, la buona fede la prima delle virtù sociali, il merito la sola distinzione fra gli individui». Il modello fu copiato incollato dagli inglesi decenni più tardi – 1848 Public health act -, poi tale modello fu introdotto in Italia 1903, legge Luttazzi. Il Sud non è sparito è stato annesso ai piemontesi per pagare i debiti che essi avevano con francesi e inglesi rubando le riserve auree dei Borbone.

Dopo 155 anni è chiaro che le condizioni socio economiche dipendono sopratutto dalle classi dirigenti locali e da una psicologia collettiva negativa, ma non è più accettabile ignorare i fatti storici poiché il presente è conseguenza di quei crimini ignobilmente nascosti dai libri scolastici attraverso vere e proprie omissioni e menzogne. In tal modo si favorisce un clima negativo nell’immaginario collettivo dei meridionali molti dei quali sembrano mostrare una profonda disistima verso se stessi, e al Nord un becero razzismo nei confronti dei meridionali stessi convinti di trovare migliore sorte emigrando altrove. Il danno sociale è profondo poiché si perpetua fra i giovani il desiderio di rinnegare le proprie origini senza una valida ragione, questa è povertà indotta e percepita.

Mutando la propria percezione delle cose attraverso un’adeguata formazione è facile osservare le opportunità non colte. Il Sud è già in grado di migliorare la propria qualità di vita, se e solo se i meridionali consapevoli delle proprie ricchezze e delle proprie capacità cominceranno a favorire i talenti nel solco di nuovi paradigmi culturali figli delle bioeconomia, che sostituisce l’obsoleta economia neoclassica. Le inchieste giornalistiche con gli occhi dell’industrialismo non servono poiché non aprono riflessioni nuove e costruttive ma vendono i giornali, il mantra che sta distruggendo l’euro zona: vendere, vendere, vendere; e il Sud è inserito in questo mantra.

Attraverso sistemi virtuosi costruiti sull’etica e l’uso razionale delle risorse è possibile rigenerare i propri luoghi. E’ vero ciò che osserva l’ex Ministro Barca, che si è occupato di come si spendono i fondi europei, e cioè che le classi politiche meridionali hanno saputo auto conservarsi lasciando che le condizioni economiche dei meridionali peggiorassero, e questa è una responsabilità degli stessi elettori meridionali. Potremmo affermare chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma è altrettanto vero che negli ultimi vent’anni i ministri economici hanno ridotto gli investimenti pubblici inseguendo la logica neoliberista secondo cui anche uno Stato deve pensare prima al profitto e poi, se c’è spazio anche ai diritti. Un’altra inchiesta giornalistica di Alberto Nerazzini dal titolo Il grande bluff, andata in onda sulla RAI, ha mostrato come si alimenta la ricchezza monetaria del Nord e in generale delle multinazionali, e cioè sfruttando il famigerato sistema offshore per evitare di pagare le tasse e riciclare denaro. Non solo l’Italia si realizzò col sangue e le ricchezze dei meridionali, ma da vent’anni un soggetto politico razzista e antimeridionale propone di ridistribuire le tasse rispetto al PIL regionale, non contento del fatto che il proprio elettorato già elude il fisco tramite il sistema offshore. In fine bisogna aggiungere che il sistema bancario è controllato direttamente da uomini del Nord secondo il dogma divulgato dalla scuola neoliberista bocconiana.

Anziché inseguire l’ideologia distruttiva e immorale del noeliberismo, i meridionali possono sviluppare la resilienza urbana, il Sud ha tutte le capacità di perseguire un miglioramento della qualità di vita. Osservando diverse città meridionali mancano ancora i servizi essenziali di base, e la mancata programmazione e realizzazione di tali servizi è responsabilità sia dei Governi che non hanno investito e sia degli amministratori locali che non hanno presentato progetti, e dove è accaduto il contrario, i progetti avevano la logica della speculazione coordinata dal mondo immobiliare favorendo il consumo di suolo e lo spreco di risorse.

Se usciamo dal pensiero economico che mercifica ogni cosa, possiamo osservare che il Sud è già ricco, nonostante i danni della guerra di annessione, ma con gli occhi del mercantilismo non è possibile vedere le opportunità che ci sono. Tutti quanti misurano la ricchezza in termini monetari e di PIL, e quindi dichiarano che il Sud sia una regione povera. La vera povertà si misura con l’accesso ai beni, con l’incoscienza e l’ignoranza. E’ povero chi non può accedere ai beni e alle merci necessarie per soddisfare i bisogni reali. La povertà è stata creata prima con lo smantellamento del tessuto artigianale meridionale, quando esisteva ancora un capitalismo reale, e poi favorendo i flussi migratori da Sud a Nord e programmando l’industrializzazione pesante dello Stato che ha creato posti di schiavitù e condizioni insalubri che ricordano l’Ottocento. Al Sud grazie alle prerogative geografiche e climatiche esiste una concreta opportunità di realizzare l’auto sufficienza energetica e alimentare, mi pare del tutto assurdo sostenere che sia una regione povera. Il lavoro che andrebbe svolto è proprio quello di costruire questa auto sufficienza e garantire a tutti gli abitanti l’accesso ai servizi essenziali per soddisfare i bisogni reali nella direzione dello sviluppo umano. In ambito politico e sociale bisogna sostituire tutti quegli individui che hanno impedito il raggiungimento degli obietti sopra elencati.

E’ necessaria una trasformazione del pensiero affrontando l’analfabetismo funzionale che colpisce un italiano su due. Costruendo proprio quei servizi essenziali che mancano ancora, e cogliendo l’opportunità di migliorare le morfologie urbane esistenti e costruite durante le speculazione edilizie dal secondo dopo guerra, nel correggere gli errori fatti sarà possibile creare nuova occupazione utile.

Il punto di partenza è indirizzare le energie mentali e finanziarie nella trasformazione dei sistemi locali in bio regioni urbane poiché i modelli di bio regione hanno le prerogative di usare le risorse rispettando i cicli auto rigenerativi della natura. In sostanza per creare occupazione utile è necessario fare l’opposto di quello che tutte le classe dirigenti credono e pensano di fare, poiché sono state allevate dal pensiero dominate dell’economia neoclassica.

La magna-grecia si riprende la propria dignità partendo dalla cultura e da programmi, piani e progetti forgiati dalla rigenerazione urbana bioeconomica che conserva i centri storici e trasforma i tessuti edilizi esistenti migliorando la qualità di vita. I progetti non sono valutati esclusivamente in termini di rendimenti finanziari per favorire gli interessi speculativi degli investitori, ma sono valutati in termini di valore del disegno urbano osservando i problemi e le peculiarità dei tessuti urbani esistenti.

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Nutrire il pianeta

E’ noto che le multinazionali del cibo e del farmaco, da diversi decenni, stiano sferrando un vero e proprio attacco alla specie umana attraverso l’ingegnerizzazione dei processi produttivi partendo dalla genetica e dai farmaci che agiscono come droghe; riprogettando il DNA e le molecole secondo logiche di obsolescenza pianificata e quindi la sostituzione dei semi naturali con merci a scadenza programmata. Il fine è sempre lo stesso, massimizzare i profitti inventando nuovi consumatori di merce-cibo e di farmaci per cronicizzare i problemi causati dalla merce-cibo.

L’attacco alla nostra specie è ampiamente denunciato, sono state pubblicate diverse inchieste, reportage e documenti. Nel mondo dell’associazionismo e dell’attivismo civico troviamo in prima fila il fisico Vandana Shiva, e il progetto Terra madre di Carlo Petrini che propone soluzioni concrete attraverso percorsi che conducono alla sovranità alimentare dei popoli.

La cosa che “sorprende” è l’assenza di una “fiera” per nutrire il pianeta; l’Expo, si intuisce, ha l’obiettivo di “ammalare” il pianeta e non di aiutare i popoli a nutrirsi correttamente. Nella logica della privatizzazione del pianeta la psico programmazione mentale attraverso l’Expo è una vera operazione di disinformazione di massa creata dai think tank e dai media del WTO. Non sorprende che l’Expo sia la cattedrale religiosa ove i consumatori possano ritrovare i grandi marchi e la merce-cibo che dovranno ingerire, e non sorprende che la comunicazione sia soft per raggiungere non gli adulti ma i bambini. Il Governo Renzi, che organizza Expo, tramite il famigerato decreto sblocca Italia consente di stuprare il territorio, e il paesaggio (nuove attività estrattive per favorire gli idrocarburi e aumentare i rischi d’inquinamento irreversibili) e aumentare i rischi sanitari attraverso “incentivi” all’incenerimento dei rifiuti.

Se organizzatori e italiani fossero stati a servizio del bene comune non avrebbero mai scelto Milano, non avrebbero mai realizzato una speculazione edilizia a debito, e non avrebbero optato per la modalità classica della fiera, ma avrebbero potuto concentrarsi sul contenuto: nutrire il pianeta, attraverso la cultura e le culture del cibo rispettando le identità dei popoli, e parlando di bioeconomia. Si poteva cogliere un’opportunità per promuovere la sovranità alimentare nei luoghi caratteristici in una logica di rete sinergica, proprio come i processi autopoietici della biologia. E così Pollica (SA), sede della dieta mediterranea, per discutere sull’alimentazione equilibrata e più sana; Foggia, sede della borsa del grano e discutere sui prezzi e il reale fabbisogno di grano (inchiesta Terra e cibo di Presa diretta); Siena, quale provincia che ospita i più antichi frantoi d’olio d’Italia; Favignana (TP), come luogo simbolo delle tonnare e discutere sulla pesca sostenibile, e San Marino per la banca delle sementi a tutela della biodiversità.

Il fatto che, per il momento, non sia stata programmata una vera “fiera” per discutere come nutrire il pianeta senza distruggere gli ecosistemi, non vuol dire che non se ne discuterà in futuro. In diversi ambiti l’argomento della sostenibilità alimentare è abbastanza dibattuto, e l’Expo poteva essere il momento ove informare i cittadini circa il problema dello sfruttamento del pianeta ben oltre le sue capacità autorigenerative a danno degli ecosistemi. E’ altrettanto noto il fatto che il problema della fame nel mondo è piena responsabilità del WTO e degli eserciti, e che il mondo occidentale produce più cibo di quanto tutta l’umanità abbia realmente bisogno, mentre una parte importante del globo è mal nutrita, l’altra è obesa. E’ noto anche che la ricchezza monetaria accumulata dalle SpA può finanziare programmi per la corretta nutrizione per tendere a un equilibrio globale, e nutrire correttamente sia chi ha fame e sia chi è obeso; se tutto ciò non accade le ragioni sono banali: l’interesse non è far bene. Se all’Expo si fosse acceso un focus su questi argomenti, è chiaro che il WTO avrebbe perso la sua credibilità, e che le multinazionali della merce-cibo avrebbero messo a rischio la propria immagine nei confronti dei clienti nei paesi emergenti ove il capitalismo ha programmato la crescita della religione neoliberista dei prossimi decenni.

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Fonte: Wuppertal Institut

Per affrontare il tema in maniera seria, è sufficiente che gli Stati tornino a comportarsi come Nazioni sovrane e sequestrino gli illeciti e gli immorali accumuli monetari inventanti con le tecniche finanziarie tramite il sistema delle società off shore e la segretezza bancaria, oppure che gli Stati si riprendano la sovranità monetaria per investire a tutela delle biodiversità, della salute e della sovranità alimentare.

Un’altra soluzione molto nota, sta nel fatto che alle multinazionali sia proibito occuparsi di cibo poiché il cibo non è merce, mentre le Nazioni programmano un’educazione alimentare nel rispetto delle proprie culture locali producendo e consumando i propri alimenti donati dalla natura. Il punto è che il cibo non è merce, e questo principio non è oggetto di dibattito. Altro punto, la delirante concezione delle multinazionali secondo cui è possibile apporre un brevetto sulle sementi è un atto criminogeno contro l’umanità. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi».

Soldi? Non è mai stato un problema!

Uno dei condizionamenti più paralizzanti di questa recessione, o crisi, come la volete chiamare, è senza dubbio la granitica credenza verso istituzioni obsolete come le organizzazioni sovranazionali, le banche ed i soldi. La radice del problema è di natura psicologica, è l’estrema fiducia e reverenza nei confronti di questi organismi incancreniti, e quindi è la nostra struttura mentale a favorire lo status quo, un dogma religioso e timoroso verso il mito, e il Dio danaro. La storia dell’umanità non è fatta di queste istituzioni moderne poiché i popoli non hanno mai avuto questa convinzione, cioè aver timore e rispetto del Dio danaro, la ricchezza si misurava nel saper fare e dall’economia reale. Gli scambi commerciali si sviluppavano nella ricerca e nella distribuzione delle risorse, nella costruzione di città e villaggi, nella capacità di auto produrre e commerciare a breve distanza, fiere e mercati servivano a scambiare le proprie merci e spesso lo strumento di misura era la fiducia, e le convenzioni che di volta in volta si stabilivano, come il baratto, oppure le monete. Buona parte dei popoli trovavano sconveniente l’uso delle monete e la vita degli individui ruotava sulle proprie capacità di costruire, coltivare, tessere, lavorare il legno, il ferro etc. Persino i feudi e le città Stato riuscivano a vivere grazie alle capacità dei sui abitanti nel dissodare e fertilizzare i terreni, e costruire gli edifici, queste conoscenze e capacità erano la ricchezza delle comunità, fra l’impero romano, il medioevo ed il rinascimento l’umanità è stata in grado di costruire le più straordinarie architetture, e tutt’oggi sono ammirate per l’immensa bellezza. Le tasse erano molto basse e soprattutto erano commisurate alla capacità del reddito. Dai sumeri ai popoli aztechi, passando per gli egizi, poi l’impero romano fino ad arrivare al XVI secolo, l’umanità ha vissuto senza il capitalismo. Tutto cominciò con la nascita delle banche, con l’invenzione dei primi titoli di debito e di credito, e l’arbitrio truffaldino di compagnie e banche che dichiaravano di possedere determinate riserve auree utili a finanziare guerre, e tali eventi servivano ai sovrani per espandere i propri interessi, reperire risorse e valori. Tutto il capitalismo moderno nasce su questi presupposti cioè i crimini monetari, alias l’invenzione della ricchezza dal nulla millantando di possedere determinate riserve, e far circolare più moneta rispetto alle riserve stesse. Il capitalismo moderno riesce persino, nel suo intento più maligno, costruire una propria immagine credibile forgiata sulla teoria della domanda e dell’offerta, la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” facendo credere di essere una scienza esatta, nonostante sia in sostanza una credenza, una scienza sociale con tutti gli evidenti limiti di un’opinione che ignora la vera scienza: la fisica e la biologia. L’umanità per tanti secoli ha basato la propria esistenza sulla fotosintesi clorofilliana e lo sviluppo della meditazione, tutto cambiò con l’inizio dell’epoca industriale e la produzione di massa di merci inutili. Questa truffa, cioè l’economia neoclassica, nel 1971, con la fine del gold standard si è evoluta, liberando la matematica finanziaria e telematica dal proprio limite – l’equivalente contro valore in oro, cioè il kg – così da consentire agli operatori finanziari delle borse telematiche di distribuire le risorse monetarie delle proprie scommesse a seconda dei capricci e degli interessi dell’élite finanziaria e delle più influenti corporations. Questi truffatori contemporanei hanno il potere di far apparire e scomparire moneta elettronica creata dal nulla, ovunque lo desiderano e nei cosiddetti paradisi fiscali.

Se è vero che i fattori della produzione: capitale, lavoro e natura sono determinanti per trasformare le risorse in merci, è altrettanto vero che di questi fattori solo la natura ha un limite ben preciso, e questo aspetto è palesemente ignorato dall’economia neoclassica e dalle borse telematiche, che operano in maniera illogica ed immorale. Se intacchi in maniera irreversibile il capitale naturale non rinnovabile è ovvio che la produzione si arresta. Questo limite è notorio, ma a politici, corporations e istituzioni bancarie non interessa affatto, poiché questo limite è un ostacolo al loro tornaconto dell’avidità, e quindi hanno sviluppato un insieme di elementi necessari a nascondere questa ovvietà, e far regredire mentalmente le masse fino allo stato infantile, affinché buona parte dei popoli non si interessi di questo argomento, e l’hanno fatto con tutti i mezzi di manipolazione e persuasione più efficaci: scuola, università, televisione, pubblicità, lavoro, incentivi e premi. Lo stesso indicatore della crescita, il PIL, è funzionale al tornaconto delle corporations, e di quella categoria di burattini senz’anima, chiamati politici, che hanno saputo costruire persino un sistema selettivo dei cialtroni, la casta, ove una volta entrati nel circo, questi burattini possano essere ben retribuiti dal cosiddetto sistema affinché tutto rimanga immutato, la chiamano democrazia rappresentativa.

Se riconosciamo che la ricchezza è insita nella conoscenza, ed oggi questa è maggiormente distribuita rispetto ai secoli precedenti, allora possiamo focalizzare ove sia il nostro limite: la paura. La paura di mettere in discussione una società profondamente immorale e stupida, la paura di realizzare la nostra libertà cominciando a costruire la civiltà della sostenibilità. Per secoli i danari sono stati creati dal nulla, anche quando si faceva credere che ci fosse il limite dell’oro, ed oggi le amenità dell’economia neoclassica condite con la matematica finanziaria sono quelle maschere del potere, che si ripetono ossessivamente in tutti i media, a tutte le ore, poiché gli esseri umani non devono ricordare che la vita su questo pianeta dipende dalla fotosintesi clorofilliana, le persone non devono ricordare che l’energia è gratis, e non devono sapere che attraverso il proprio lavoro possono investire tempo e danari per diventare auto sufficienti.

E’ vero che le attuali istituzioni sono obsolete e dannose, ma possiamo concentrare conoscenze e risparmi in progetti sostenibili ed efficaci, se noi fossimo una vera comunità, non avremmo limiti alla nostra immaginazione e capacità creativa, ma la paura è un nostro limite che possiamo rimuovere, se lo desideriamo. Ad esempio, alcune amministrazioni locali europee hanno pianificato la rigenerazione di una parte dei propri tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita, per sostituirli con quartieri autosufficienti, e stanno favorendo i mercati agricoli locali per auto produzioni di cibo, inoltre stanno sviluppando una certa autarchia economica, ciò significa che di fronte ad una crisi energetica e/o dei mercati le comunità possiedono una certa resilienza, che consente loro di non rimanere colpiti dalle prossime crisi e/o recessioni. Vi raccomando non fatelo sapere in giro, perché il problema sono i soldi!!! Quelli che la finanza crea dal nulla per mantenere alta la corruzione e le guerre  per l’energia degli idrocarburi. E’ altrettanto ovvio che se lo Stato tornasse ad essere sovrano …

Dibattito sulla bioeconomia

Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

Nell’attuale panorama politico è di moda ritenere che le parole destra e sinistra siano obsolete, ma questa moda transitoria, come tutte le mode, rientra nel processo involutivo e regressivo degli individui, e serve a nascondere la verità per fini elettoralistici, per svuotare le persone di una propria identità culturale e storica; è più facile addomesticare un individuo senza una conoscenza storica. E’ sufficiente notare che nella sostanza la maggioranza degli italiani, quando è chiamata ad esprimere scelte politiche sugli argomenti, compie scelte di sinistra (referendum 12-13 giugno 2011, 25.216.418 votanti per i SI) e non potrebbe essere altrimenti, dato che il neoliberismo è il pensiero criminale predominate all’interno dell’UE per sostenere e favorire le multinazionali che orientano e possiedono i burocratici europei e persino pezzi dei Governi nazionali. Per intenderci meglio cito un esempio pratico: oggi emergono sempre più spesso proposte concrete per cambiare gli stili di vita, ma queste proposte rientrano tutte nelle idee utopiste dell’Ottocento scritte, e costruite dai movimenti socialisti che si contrapponevano alle condizioni insalubri delle città capitaliste (falansterio, “villaggio di armonia e cooperazione”). E’ altrettanto noto che i cosiddetti partiti di sinistra non rappresentano la volontà popolare emersa dai referendum, ma non bisogna commettere l’errore di confondere le strutture (i partiti) con le idee ed i valori, com’è altrettanto vero che l’effetto più logico e naturale sia il dissenso espresso col non voto (il primo partito italiano è proprio quello del non voto, 21.880.739 di cittadini che non hanno un rappresentante politico).

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente, durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

La Sinistra nasce in antitesi al capitalismo (sorto col nascere del sistema bancario controllato dalla borghesia) per proporre una società migliore attraverso la tutela e l’ampliamento dei diritti umani e civili, l’uguaglianza e lo sviluppo dell’educazione e della cultura. Durante il Novecento l’esperienza concreta della Sinistra, ci mostra che essa stessa non ha rinunciato all’uso del capitalismo (l’obsoleta e sbagliata funzione della produzione), cioè non rinuncia a generare un profitto attraverso la crescita economica e materialista, e la Sinistra si differenza dalla destra, cioè dal liberismo, nella gestione politica del profitto capitalista. La Sinistra preferisce affidare allo Stato la pianificazione sociale ed economica delle risorse per un’equa ridistribuzione del profitto, e come la destra liberista crede che lo sviluppo sia insito nella crescita dell’economia e nel consumo delle merci, indipendentemente dalla qualità delle stesse e dall’impiego delle risorse, indipendentemente dagli effetti negativi che la crescita produce. Entrambe le visioni (Smith e Marx) hanno l’enorme limite culturale di ignorare le leggi della natura: fotosintesi clorofilliana, termodinamica (entropia), meccanica quantistica. Entrambe le visioni sono miopi poiché appartengono alla religione dell’economia neoclassica che rinnega la visione pragmatica e morale di Aristotele, entrambe le visioni sono miopi poiché rinnegano i rischi legati alla potenza della tecnica individuata da Heidegger, entrambe le visioni sono miopi poiché rendono l’uomo schiavo – animal laborans – come descritto da Arendt. Gli eventi bellici prima, e la recente storia degli ultimi trent’anni mostra come la Sinistra stessa, attraverso i suoi dirigenti, abbia rinnegato le proprie origini, i propri valori, ed abbia scelto di ignorare nuovi temi ed argomenti che si sviluppavano al proprio interno e che ponevano le questioni ambientali e la critica al consumismo (anni ’60) come un’evoluzione culturale della Sinistra stessa anche grazie alla bioeconomia. Nel corso degli anni ’80 la Sinistra ha preferito che l’ideale del liberismo diventasse organico ai propri programmi politici (la “terza via”), di fatto cancellando la Sinistra stessa dal panorama politico e culturale e disorientando milioni di elettori e di cittadini ignari di tale processo involutivo.

Oggi, le evidenti contraddizioni fra capitalismo e democrazia, la crisi strutturale del capitalismo stesso, la crisi avviata nel 2008 e l’inizio del nuovo millennio mostrano tutti i limiti del sistema capitalista come non era mai accaduto prima. La sua implosione preconizzata da Keynes (un liberale della destra capitalista) e dalle leggi proposte da Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, consentono oggi, un dibattito pubblico probabilmente più maturo rispetto alle precognizioni e alle corrette critiche delle minoranze culturali di Sinistra durante gli anni ’60, che avevano annunciato l’attuale recessione generata dall’insostenibilità del sistema stesso (Pasolini, Illich, Daly, Georgescu-Roegen). Le recenti ricerche in studi economici propongono modelli macro-economici unendo la bioeconomia con la teoria endogena della moneta proposta dai post-keynesiani. Da questo punto di vista è indispensabile che l’euro zona diventi un’area politica autonoma e sovrana, come qualunque regime democratico e repubblicano capace di intervenire sul mercato ridistribuendo ricchezza sui territori predati dalla globalizzazione neoliberista. Un ceto politico minimamente intelligente riconosce la realtà, e cioè che la religione del famigerato libero mercato ha creato le disuguaglianze nelle aree “periferiche” mentre solo uno Stato sovrano (UE sovrana) può avere la forza di ridurle drasticamente, e concentrare gli investimenti pubblici e privati per eliminare le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento, create proprio dalle politiche liberiste (la destra) per favorire le aree “centrali”. In ambiti micro economici, sono importanti le politiche territoriali e urbane per avviare processi di rigenerazione bioeconomica nei Sistemi Locali del Lavoro con alto tasso di disoccupazione. Oggi l’UE usa le cosiddette politiche di coesione sociale, ma senza una riforma politica delle istituzioni per togliere potere agli speculatori, tutto è inutile e vano, senza un socialismo bioeconomico si resta in balia dell’immoralità del mercato.

«La prima analisi del modo con cui le persone interagiscono nell’ambito dello scambio economico non si trova nell’Economico di Senofonte, né negli Oeconomica di Aristotele, in gran parte apocrifo, ma nell’Etica Nicomachea di Aristotele. Lo scopo di Aristotele era quello di dimostrare come la giustizia poteva essere rispettata all’interno dello scambio. Il suo principio del giusto scambio è stato successivamente ripreso e perpetuato nei secoli dall’etica cristiana, secondo la quale lo scambio non doveva divenire occasione per nuocere al prossimo. L’economia politica conservò questa prospettiva per secoli. Fu essenzialmente con l’illuminismo che si cominciò a interpretare le attività economiche a partire dai concetti di piacere e di self-interest. In questo modo l’economia è stata trasformata in una disciplina mercantilistica, la cui principale preoccupazione è rimasta, da allora, confinata nell’ambito del mercato. Inevitabilmente, anche l’etica socratica tradizionale, secondo la quale gli uomini sono potenzialmente in grado di distinguere dialetticamente tra il “bene” e il “male” è stata posta in discussione. […] Tuttavia a causa della profonda separazione tra etica ed economia politica, queste diverse tradizioni non hanno influito affatto sul pensiero economico. […] Effettivamente, l’economia diventò sempre più una disciplina an-etica, come dimostra la negazione categorica di qualsiasi confronto interpersonale dell’utilità – così come della felicità o della sofferenza» (Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia ed etica, in Bioeconomia, Bollati Boringhieri, 2013, pag. 185-186) .

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia. Programmi, piani e progetti dovranno concentrare gli investimenti nel meridione d’Italia, coordinati da Università, centri di ricerca, istituzioni politiche, cittadini e associazioni al fine di ripensare le agglomerazioni industriali e aprire nuove attività e funzioni di manifatture leggere. All’interno dei Sistemi Locali del Lavoro ci sono le nuove strutture urbane, cioè le città estese ed è in questi contesti che bisogna avviare un cambiamento di scala amministrativa per immaginare piani urbani intercomunali con l’approccio territorialista e bioeconomico

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UE tasso di disoccupazione
Tasso di disoccupazione nell’UE per Regione, fonte Eurostat.

Lavoro utile

Ho più volte accennato al fatto che sia del tutto strano che un Paese come l’Italia veda costantemente aumentare il numero di disoccupati e soprattutto sia assente un piano industriale che valorizzi le proprie capacità creative, progettuali e le tipiche risorse locali, difficilmente imitabili da altri paesi. In questo periodo di recessione alcuni cominciano a chiedersi a cosa serva l’Unione Europea, perché esiste, e come funziona il sistema dell’euro zona. Mentre si avvia questo dibattito utile che aiuta i cittadini a capire l’inganno prodotto dall’economia ortodossa e da politici che hanno tradito la Repubblica italiana, si dovrebbe parlare di un tema altrettanto importare spostare risorse verso interventi utili non più procrastinabili nel tempo.

Negli anni ’80 e ’90 il legislatore ha introdotto una serie di strumenti tecnico-giuridici che hanno prodotto una serie di casi di intervento, leggi che miravano nel loro insieme a migliorare le città: in gergo si chiamano “programmi complessi“, che trovavano copertura finanziaria sia dai fondi europei che da quelli nazionali e dalle Regioni. Ad esempio, l’esperienza dei Programmi Urban nei centri storici, avviata nel 1994 fino al 1999, che coinvolse 16 Comuni, poi ci furono 46 Comuni coinvolti dai Contratti di Quartiere approvati dal Comitato esecutivo del CER, e poi 9 aggiuntivi approvati dal Parlamento, con risorse della legge 94/1982 che poi trovano la luce a gennaio del 1998. E poi l’esperienza dei programmi PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile sul Territorio) ove 127 furono dichiarati idonei, con 87 casi finanziati con risorse del CIPE di cui alla legge 341/1995. A questi dati vanno aggiunti le esperienze dei piani regionali con gli interventi di recupero, i programmi integrati di intervento ed i programmi di recupero urbano. Di recente i Governi hanno lanciato l’iniziativa “piano città“, ma con scarse risorse (318 mln). E’ noto a tutti i tecnici che le nostre città hanno una serie problemi circa la morfologia urbana e la scarsa qualità degli edifici costruiti fra gli anni ’50 e gli anni ’80, oltre ai noti problemi legati all’invecchiamento del patrimonio edilizio che fa aumentare il rischio sismico. Nonostante la mole di intenzioni, piani e programmi: c’è ancora molto da fare. Quella dei programmi complessi è l’esperienza italiana più recente, dopo la ricostruzione post bellica, riferibile alle pratiche denominate: rinnovamento urbano (urban renewal) e di riqualificazione, dagli anni ’90 in poi si parlerà di rigenerazione urbana. La rigenerazione intende occuparsi dei quartieri degradati ridando vita a parti di città abbandonate, o comunque da riqualificare con criteri di sostenibilità. I progetti si occupano dello spazio pubblico, degli edifici, dei servizi e della socialità, con l’intenzione positiva di condizionare l’economia e la cultura del quartiere e della città presa in esame restituendo una città migliore di prima. Le esperienze dimostrano che questo è avvenuto con successi e insuccessi.

Una vasta letteratura internazionale mostra come tutti i paesi occidentali abbiano affrontato il tema sopra accennato. Molte amministrazioni locali si stanno confrontando con il problema delle “città in contrazione, cioè ove gli abitanti abbandonano interi quartieri a causa della recessione economica e migrano verso luoghi che offrono maggiori garanzie di lavoro. Il problema non è nuovo, anche l’Italia meridionale ha conosciuto e conosce questo fenomeno che sembra ripresentarsi. Solitamente le nostre amministrazioni locali, nonostante l’abbandono delle città, hanno sempre deliberato piani urbanistici espansivi. Negli ultimi cinquant’anni le città hanno affrontato il tema e cercato di risolvere il problema in vari modi. Gli amministratori più responsabili hanno approvato progetti di rivitalizzazione, rigenerazione e riqualificazione urbanistica. I progetti migliori si sono occupati del problema della “città diffusa” (sprawl) che consuma inutilmente il suolo, e della densità urbana, mirando a progettare densità equilibrate realizzando gli standard minimi, con una buona distribuzione dei servizi sul territorio favorendo gli spostamenti pedonali, con la bicicletta e coi mezzi pubblici.

I modelli più recenti e interessanti sono rappresentati da “progetti di comunità” e di “pianificazione partecipata“. La ricaduta positiva di questi interventi è il soddisfacimento del bisogno di casa, l’offerta di lavoro, e la realizzazione di spazi comfortevoli. Da un lato ci sono i metodi di ispirazione liberista ove i progetti sono sostenuti dal capitale privato che trasforma interi quartieri secondo logiche speculative, e da un altro lato ci sono i “progetti di comunità” tramite progetti che puntano alla sostenibilità, alla coesione sociale e alla tutela di tutti gli abitanti. Un’interessante visione è raccontata da Claudio Saragosa in Città tra passato e futuro, altri suggerimenti sono espressi nella collana Natura e artefatto di Donzelli editore; altrettanto interessante la proposta di rileggere I classici dell’urbanistica moderna al fine di interpretare correttamente il cambiamento necessario che avvolge i temi del territorio, l’abitare e gli insediamenti umani.

In questo momento di recessione non c’è alcun dubbio che i “progetti di comunità” rappresentano esempi concreti che hanno saputo dare risposte durevoli e sostenibili, mentre quelli speculativi hanno dimostrato di costruire scatole vuote rigettate dal mercato stesso. Non c’è dubbio che l’aspetto tecnicamente interessante è la ricostruzione di interi quartieri con principi di sostenibilità garantendo un miglioramento della qualità di vita degli abitanti. Ahimé, il maggior numero di esperienze è avvenuto fuori dall’Italia per motivi economici monetari strutturali: negli USA, in Inghilterra e in Cina non esiste il sistema euro zona. Nel nostro Paese abbiamo avuto l’esperienza dei “programmi complessi” che non ha avuto, da parte del legislatore, la stessa forza e lo stesso peso che altre nazioni hanno voluto dare al “rinnovamento urbano“. Negli USA il governo federale ha dedicato ben 60 anni al rinnovamento dei quartieri poveri e degradati, queste esperienze non sempre hanno avuto successo, anzi in alcuni esempi hanno peggiorato le condizioni degli abitanti, ma di recente emergono progettualità più ragionevoli grazie l’approccio sistemico. In Italia abbiamo avuto la ricostruzione del dopo guerra, ma non ci fu una pianificazione urbanistica con i valori della sostenibilità, anzi, oggi le città e i loro abitanti pagano il danno ambientale creato proprio da quel periodo di ricostruzione, ed a quel danno bisogna porre rimedio con approcci culturali e strumenti adeguati. La storia insegna che tramite l’iniziativa dello Stato è stato possibile aiutare i ceti meno abbienti, e ricostruire quartieri degradati. Negli anni ’90 l’iniziativa pubblica trainò anche gli interventi privati, ed anche il settore bancario fu stimolato ad aiutare i cittadini tramite investimenti di lungo periodo a tassi agevolati per i ceti meno abbienti. Anche lo Stato italiano, a partire dalla ricostruzione post bellica passando per gli anni ’60 (il famoso boom economico), ’70 ed ’80, ha visto periodi di questo tipo ed ha consentito alle famiglie bisognose di acquistare alloggi a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato.

In questo momento di recessione e stante le condizioni attuali di mercato e gli strumenti legislativi, un’intera generazione di giovani laureati, disoccupati, studenti non sembra avere la minima opportunità di trovare un impiego dignitoso che possa consentire loro di comprare la prima casa, e realizzare il legittimo bisogno di creare una nuova famiglia, eppure la generazione precedente ha goduto di tutti i vantaggi economici concessi dallo Stato, ove un solo membro della famiglia poteva, con un solo salario, mantenere al sostentamento di tutti, prole compresa.

Per invertire la tendenza negativa è necessario che il legislatore abbia il coraggio di cambiare i paradigmi culturali della politica (dare valore e priorità agli indicatori del BES) ed adegui i salari dei dipendenti pubblici e privati, riduca gli stipendi dei dirigenti riequilibrando la distanza che c’è fra dirigente, funzionario e dipendente, riattivi tutte quelle politiche industriali (“programmi complessi e piano città)” spostando le risorse dai capitoli improduttivi come le spese militari e gli sprechi (anche adottando i costi standard per la pubblica amministrazione, vedi sprechi sanità), e concentrarle sull’istruzione pubblica, la ricerca ed il territorio e la prevenzione ambientale. Concentrare le risorse verso le imprese più utili: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio architettonico e del paesaggio, riuso ed il riciclo, efficienza energetica e innovazione tecnologica, prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico, bonifiche e prevenzione ambientale, mobilità intelligente e reti. Dal un lato togliere risorse dove non servono, e dall’altro usare la leva fiscale (sgravi ed incentivi) verso attività virtuose. In ambito europeo è doveroso riscrivere i trattati, semplificandoli copiando la Costituzione italiana, ristrutturare il debito pubblico estero, “abbandonare” il PIL e adottare il Benessere Equo e Sostenibile, e  ripristinare la sovranità degli Stati ricordando un principio monetario molto semplice: fiat money, con l’evoluzione culturale di associarlo ai flussi di materia e di energia consapevoli dell’entropia e della fotosintesi clorofilliana.

Se analizziamo la realtà culturale ci rendiamo conto che sappiamo cosa fare per migliorare territorio e città, ma i rappresentanti politici non sono all’altezza degli obiettivi da raggiungere e recano danni economici al Paese. Secondo il direttore della FIRE, Dario Di Santo: l’obiettivo dell’efficienza energetica “20-20-20” è ancora lontano, mentre secondo Fillea-CGIL e Legambiente si potrebbero mobilitare 7 miliardi per far partire l’efficienza energetica ed aiutare la crisi del settore edile. Secondo l’Osservatorio Oice/Informatel le gare di ingegneria e architettura mai così male dal 1997. In ambito locale è scandaloso che Regioni e Comuni non riescano a presentare un numero adeguato di progetti per sfruttare le risorse pubbliche europee (POR e PON), in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Mentre sono ben 2611 i Comuni che hanno aderito al Patto dei Sindaci, di cui il 64% hanno presentato un PAES, questo lungo iter per accedere ai fondi della BEI. Il 5% del nuovo ciclo di fondi strutturali 2014-2020 dell’UE dovrebbe essere assegnato alle aree urbane, questo significa che se viene ben definita l’idea di rigenerazione urbana, con l’approccio olistico, le città italiane potrebbero risolvere diversi problemi. Nasce un nuovo organo istituzionale: il Cipu (Comitato interministeriale per le Politiche Urbane) e uno strumento giuridico il Pon Città. Il “piano città” aveva raccolto appena 318 milioni, se i fondi 2014-2020 dovessero essere distribuiti equamente per i 28 Stati membri l’Italia potrebbe ricevere 1,71 miliardi, ma l’UE destina fondi rispetto gli obiettivi e le Regioni.

Se i cittadini formassero cooperative ad hoc riuscirebbero ad autofinanziarsi e raggiungere più velocemente importanti obiettivi sotto il profilo occupazionale e della qualità della vita, esempi virtuosi di questo di tipo ci sono già stati in Germania. L’esperienza insegna che i ceti meno abbienti se uniti e coordinati da progetti sostenibili hanno la stessa, o maggiore, forza dello Stato e delle SpA. Sarebbe sufficiente concentrare risparmi e investimenti, orientando e condizionando il credito bancario, su progetti come “smart grid” e “rigenerazione urbana” per creare profitti virtuosi e non speculativi, e questi profitti, attraverso strategie efficaci e ormai mature, possono coinvolgere anche i ceti meno abbienti consentendo loro di acquisire competenze specifiche, decidere direttamente e migliorare la propria condizione economica e sociale.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale.