Dalla resilienza alla rigenerazione

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In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Prima della “rigenerazione”, l’urbanistica conobbe un concetto simile: il “rinnovamento urbano” (urban renewal) che nacque in Inghilterra come reazione alle cattive condizioni igieniche degli abitanti nel periodo della rivoluzione industriale del XIX secolo. In Francia dopo l’epidemia di colera, nel 1849 viene emanata una legge  che disciplina le caratteristiche degli alloggi e consente l’esproprio di case malsane, ed a Parigi nel 1852 avvenne una ricostruzione di parti della città guidata da Haussmann. In Italia venne approvata la legge 2359/1865 che riguardava l’espropriazione per pubblica utilità ed intervenire per risanare le città, poi la legge 2892/1885 per risanare Napoli. In quel secolo Ildelfons Cerdà nel 1854 pubblicò la teoria dell’urbanizzazione prima, e nel 1867 la teoria generale dell’urbanizzazione. Dello stesso secolo la pubblicazione di Camillo Sitte, Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen (1889), L’arte di costruire la città. Ebenezer Howard pubblica nel 1898 Tomorrow, a peaceful path to real reform, nel 1902 sarà ristampato col titolo Garden cities of tomorrow. Lo scopo di Howard è limitare la crescita delle città in modo da ridurne il loro affollamento e migliorarne le condizioni edilizie e sanitarie. Negli USA, nel 1958 venne approvato un programma per il rinnovamento urbano (Federal Urban Renewal programm) e favorire le trasformazioni urbanistiche per migliorare le condizioni ambientali nelle città. In Italia, ci furono i piani di ricostruzione – D.L. 145/1945 – per soddisfare il fabbisogno abitativo (dagli anni ’50 fino agli anni ’70), poi ci fu la L.457/1978 con le zone di recupero ed i piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente, poi vennero i “programmi complessi” e la “programmazione regionale”, cioè “interventi di recupero” e “riqualificazione” urbana attraverso diversi strumenti tecnico-giuridici.
Cittadini e istituzioni hanno la grande opportunità di rigenerare le città. Si potrebbe ri-adottare il metodo ideato da Saverio Muratori per i centri (Lettura per l’edilizia di base), e la “scienza della sostenibilità” per quelle parti di città ove sono stati costruiti edifici pubblici INA e PEEP. Alcuni spunti di analisi per le città e di ispirazione possono essere forniti da Kevin Lynch, L’immagine della città e da Ivan Illich, Elogio della bicicletta.

Nel 2000 Peter Roberts e Hugh Sykes pubblicano il “Manuale della rigenerazione urbana” (Urban regeneration, a handbook). Attualmente, in Inghilterra il legislatore promuove Agenzie di Rigenerazione Urbana (URCs) per fornire una rigenerazione sostenibile e stimolare gli investimenti nelle città, mentre negli USA il Metropolitan Istitute at Virginia Tech promuove ricerche e programmi concreti sulla “rigenerazione urbana”: Vacant Property Research Network Background (VPRN). Nella ricerca emerge il tema del giusto dimensionamento delle città abbandonate, o di parti di esse che sono diventate obsolete rispetto ai cambiamenti in corso: recessione e crisi energetica.

Nel 2008 Path Murphy pubblica Plan C per chiunque sia interessato a vivere con un consumo energetico più basso, più sano ed uno stile di vita più sostenibile. Nel 2010 la Società dei Territorialisti presieduta da Alberto Magnaghi pubblica un manifesto: “a partire dalla metà degli anni ’80 molti di noi hanno sviluppato le loro ricerche e i loro progetti  facendo riferimento all’approccio territorialista o dialogando con esso. Questo approccio ha posto al  centro dell’attenzione disciplinare il territorio come bene comune nella sua identità storica, culturale, sociale, ambientale, produttiva e il paesaggio in quanto sua manifestazione sensibile.” Nel 2012 il Metropolitan Istitute Virginia Tech pubblica una guida per i pianificatori: Cities in Transition: a guide for practicing planners, mentre Robin Ganser e Rocky Piro pubblicano Parallel patterns of shrinking cities and urban growth. Spatial planning for sustainable development of City Regions and rural areasKarina Pallagst, Thorsten Viechmann e Cristina Martina-Fernandez pubblicano Shrinking cities, International perspectives and policy implications in uscita per il 2014.

Nell’ottocento affari ed igiene furono le forze che suggerirono di rinnovare le città; oggi la recessione causa emigrazioni e svuota le città. Il fallimento di un’ideologia costruita sull’economia del debito ha prodotto l’aumento delle povertà con l’evidente conseguenza che le istituzioni pubbliche non riescono a gestire se stesse e le città, mentre una ristretta élite privata ha visto moltiplicare le proprie ricchezze come non era mai accaduto nella storia.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, sociologi, agronomi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. E’ necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, ed attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica). Dal punto di vista della decrescita, una progettazione resiliente è l’opposto dell’obsolescenza pianificata. Una città o una società progettata male spreca risorse e fa aumentare il PIL quando non sarebbe affatto necessario, una città resiliente è una comunità del buon senso, una città “durevole” ed equilibrata, poco energivora e riduce il PIL selettivamente poiché non prevede gli sprechi della città progettate male. Le città progettate male durante le speculazioni edilizie, quelle del boom economico degli anni ’60 e le espansioni urbanistiche degli anni recenti dal 1996 al 2007, sono poco resilienti, fanno aumentare il PIL poiché sprecano risorse e peggiorano la qualità della vita. Ripensare quelle espansioni in maniera resiliente significa prevedere una riduzione del PIL nel luogo periodo e garantire una qualità della vita alla future generazioni. Una comunità è resiliente quando l’intero patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico non subisce gravi danni dall’azione del sisma e dal rischio idrogeologico poiché la comunità ha saputo realizzare un adeguato piano di conservazione e riuso. Rigenerare pensando alla resilienza significa che i cittadini insieme alle istituzioni diventano produttori e consumatori di energia grazie alla “generazione distribuita” che sfrutta le fonti energetiche alternative, significa che gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi, con bici pedelec o con i mezzi pubblici, significa che una parte del cibo è auto prodotta, o proviene dall’ambito regionale grazie all’agricoltura sinergica, significa che le città hanno giacimenti di risorse regionali provenienti dalle demolizioni selettive e che tutte le materie prime seconde (i rifiuti) sono riciclate e riutilizzate; significa che l’acqua è pubblica. Una comunità resiliente è equilibrata, e pertanto si cancellano le disuguaglianze dando un’opportunità a tutti gli abitanti. Ecco un esempio pratico di processo resiliente, creativo e razionale: scuole, università, cittadinanza ed istituzioni si concentrano a sviluppare “competenze specifiche forti” negli individui circa il tema dell’eco-efficienza (scienza della sostenibilità), mentre istituzioni, imprese e associazioni sviluppano “competenze traversali” attraverso un’organizzazione e un metodo di lavoro per processi, sui progetti; il risultato sarà una facile rigenerazione territoriale. Tutte le energie mentali si concentrano sui progetti, e si attivano modalità di lavoro condivise per tendere all’obiettivo comune: prosperità attraverso la rigenerazione.

Alcuni casi studio circa interventi di “recupero edilizio e sostenibilità“: in Francia (Operation Programmée d’Amelioration de l’Habitat, fine anni settanta) con il quartiere Perseigne nel Comune di Alençon in Normandia con un intervento di recupero di un quartiere di edilizia sociale con le teorie della partecipazione, il quartiere Bethoncourt intervento di recupero con piccole demolizioni e ricostruzioni, il complesso residenziale Quai de Rohan a Lorient con un intervento di rimodellazione con aggiunta e sottrazione di volumi; in Germania (Istitut fur Erhaltung und Moderniieung von Bauwerken, primo progetto del 1991 su Berlino Est): edifici residenziali in Büchnerstrasse a Leinefelde in Thüringen; e in Danimarca (Urban Renewal Company, 1994): blocco residenziale Hedebaygade sito in Outer Vesterbro a Copenaghen. Questi casi studio rappresentano un miglioramento della qualità funzionale e spaziale con strategie di riqualificazione alla scala di quartiere, dell’edificio e dell’alloggio e l’impiego di tecnologie con sfruttamento dell’energia solare con sistemi passivi ed attivi.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione. Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.
Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Ci sono state diverse esperienze e buone pratiche di recupero urbano, dal punto di vista energetico ed urbano, con l’obiettivo di migliorare la qualità tecnologica delle abitazioni e la qualità urbana degli spazi aperti. Anche in Italia, metà anni ’90 (“programmi complessi”), abbiamo avuto casi di recupero nei centri storici attraverso specifici piani e strumenti legislativi, e riqualificazione delle aree urbane degradate.

Verso la fine del 2010, Legacoop lancia una suggestione denominata “cooperative di comunità” per affrontare l’attuale recessione e tentare di soddisfare i bisogni dei cittadini. Lo scopo è mantenere vive e valorizzare comunità locali a rischio di deperimento, quando non di estinzione. Alcune per far fronte alla mancanza o al venir meno di servizi basilari per la comunità, come scuole, negozi, servizi socio-assistenziali. Altre da motivazioni ambientalistiche e di valorizzazione delle risorse del territorio. Altre ancora dalla necessità di rispondere a crisi occupazionali determinatesi nelle aree circostanti.

Come abbiamo potuto leggere il mondo professionale ha soluzioni, mentre in questa fase del dibattito politico, sembra che l’approccio italiano al tema sia alquanto immaturo ed anacronistico: “stop al consumo di suolo” (auspicio condivisibile, ma strano e tardivo), poiché il consumo indiscriminato del suolo c’è già stato, ed ha visto l’apice della battaglia negli anni ’60 con la sconfitta della proposta dell’allora Ministro Fiorentino Sullo, che mirava a risolvere il problema della speculazione edilizia legata alla rendita ed al “regime dei suoli”. Oggi sono i costruttori stessi che hanno dei dubbi sul consumo del suolo per ovvie ragioni: recessione economica e nessuno compra le nuove case, com’era prevedibile. Siamo nel 2013, parlare di stop al consumo di suolo non serve, poiché la recessione ha fatto implodere il sistema delle costruzioni, e le città italiane presentano molti problemi: alcuni omogenei come la consuetudine a deliberare piani urbanistici sovradimensionati, e molti altri problemi eterogenei (cattiva progettazione degli spazi urbani, assenza di standard e servizi, lo sprawl urbano, alta densità, bassa densità, etc.), grazie a cattive decisioni politiche del passato, e all’obsoleta cultura della crescita per la crescita, fine a se stessa. La religione della finanza, non solo ha distrutto il capitalismo, ma anche la democrazia rappresentativa favorendo una recessione legata ad obsoleti paradigmi: PIL, petrolio ed espansione monetaria (rapporto debito/PIL e spread). E’ giunto il momento di distinguere il concetto di lavoro dal concetto di utilità. Per creare lavoro utile bisogna ridurre gli sprechi, e questa idea di buon senso entra anche nel campo urbanistico ed edilizio. Si tratta di finalizzare il lavoro in obiettivi precisi ed utili.

La scelta politica di puntare sulla bellezza dell’Italia è un insieme di strategie che vanno nella direzione di migliorare la qualità della vita, e per farlo bisogna agire parallelamente in tanti ambiti finora sottovalutati o ignorati. Esistono diverse linee politiche in ambito europeo: “Patto dei Sindaci”, “rete rurale nazionale”, “smart cities“, “european green capital” che possono essere adottate, queste vanno nella direzione giusta, ma l’UE è un blocco giuridico, poco democratico, e burocratico molto lento rispetto alle esigenze di cambiamento dei Paesi periferici che abbisognano di piani nazionali urgenti, con moneta sovrana libera dal debito immediatamente disponibile, come fanno USA e Giappone.

E’ evidente che le città italiane presentano ancora diversi problemi che non sono stati risolti e possono avere soluzione solo con un cambio di paradigma culturale, attraverso il ripristino della sovranità degli Stati, mentre le attuali ricerche e strategie messe in campo negli altri paesi sembrano andare nella direzione giusta, visti i risultati nei casi studio.

Abituati a credere che le città siano il centro dell’universo abbiamo commesso l’errore di trascurare i piccoli centri e la campagna. Se ci pensiamo bene negli ultimi quarant’anni abbiamo trascurato e danneggiato un immenso patrimonio culturale ed ambientale.
La crisi industriale innescata dai processi di globalizzazione e dall’assenza di piani e di politiche monetarie adeguate ai cambiamenti in corso, la disoccupazione creata dalle imprese che preferiscono delocalizzare per massimizzare i profitti (violando palesemente la Costituzione), la crisi della manifattura e dall’artigianato suggeriscono che bisogna ripartire dai piccoli centri e da piani città per riusare e recuperare quartieri e luoghi urbani aumentando il comfort e la qualità della vita. Un’adeguata politica agricola a sostegno delle tecniche naturali e della qualità dei prodotti, ed un riuso dei luoghi urbani abbandonati con l’inserimento di servizi culturali, e la qualità degli spazi urbani, potrebbero rappresentare una strategia efficace per nuova occupazione e migliorare le condizioni di vita per circa dieci milioni di italiani che vivono nei piccoli comuni.

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Proposta energetica/2

I cittadini hanno tutti i mezzi per avviare un progetto di cambiamento concreto. Gli ostacoli relativi alle conoscenze e all’accesso alle tecnologie giuste non ci sono più. L’unico ostacolo rimasto è interno al nostro sistema culturale che si basa su falsi miti e credenze, il mito dell’obbedienza verso poteri obsoleti. Il mito dell’obbedienza verso istituzioni che non portano avanti il bene comune, ma gli interessi mercantili di gruppi organizzati che ci vogliono schiavi e consumatori di merci inutili. Il prezzo dell’energia (idrocarburi: petrolio e gas) aumenterà, mentre oggi possiamo arrestare questa dipendenza per trasformare quartieri e città in isole energetiche indipendenti sfruttando un mix di risorse (conti alternative) e un mix di tecnologie intelligenti.andamento_prezzo_energia_elettrica_marzo_2013Fonte immagine del grafico qui sopra.

Tre anni fa ho condiviso il post proposta energetica ove da un lato studiavo le informazioni di Terna e dall’altro pensavo fosse utile cogliere i suggerimenti relativi al modello generazione distribuita perseguibile anche attraverso le ESCo. Anche Terna nei suoi rapporti cita il modello smart grid per migliorare l’efficienza energetica.

documento_Terna

Questo segnale formale è importante poiché possiamo cogliere che all’interno del “sistema” sia passato il messaggio politico che bisogna andare nella direzione dell’auto sufficienza energetica, quanto meno nella direzione della riduzione della dipendenza energetica dagli idrocarburi.

andamento_energia_2010-2013

Il grafico confronta la domanda di energia 2010 e 2013 ed è evidente la riduzione della domanda energetica. Sappiamo che l’offerta energetica da fonti alternative è aumentata, pertanto la dipendenza dagli idrocarburi può diminuire, ed è giusto perseguire il processo di efficienza energetica a scala nazionale e locale cancellando gli sprechi. Puntando alla riduzione degli sprechi si avrà un’ulteriore e significativa riduzione della domanda di energia ed attraverso l’impiego del mix tecnologico con le fonti alternative si potrà avere una significativa riduzione dell’inquinamento ambientale ed il relativo miglioramento della qualità della vita.

Ricordiamoci che i partiti politici intendevano realizzare centrali nucleari per produrre energia convinti che le fonti alternative non potessero soddisfare la domanda di energia. L’evoluzione tecnologica sta dimostrando che quella scelta era profondamente sbagliata. Oggi abbiamo tutte le risorse per realizzare comunità autosufficienti, è un obiettivo importante che per essere realizzato ha bisogno di nuova occupazione.

Non c’è alcun dubbio che stia cominciando una nuova epoca e stiamo vivendo un lungo periodo di transizione. Anche le istituzioni stanno mostrando nuovi programmi e nuove strategie.  A Bologna si presenta il programma smart city che mostra “nuove” strategie per le “città intelligenti”, certamente un’opportunità di confronto, ma bisogna ricordare che la storia delle città è stata ampiamente condizionata dal capitale e dalla rendita urbanistica, che hanno determinato le scelte degli attori politici a sfavore dei progetti sostenibili. Mentre è noto che l’Istat ed il CNEL abbiano pubblicato il primo rapporto del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Da questi cambiamenti dobbiamo imparare e distinguere le opportunità di un reale cambiamento dei paradigmi culturali, dalle operazioni di marketing che nel solco della crescita vestono una immagine che cela l’obsoleto paradigma. Le Amministrazioni locali possono scegliere la strada della sobrietà e dell’uso razionale delle risorse attraverso un percorso culturale ampiamente illustrato nel primo rapporto BES.

creative-commons

Coordinarsi con la natura

Le tecnologie informatiche ci consentono di semplificare molte cose e di condividere standard abbastanza utili per misurare la nostra attività antropica. L’attività edilizia è senza dubbio una delle più impattanti ed è anche quella che prima di altre ha avuto la capacità di informare i cittadini circa l’estrazione delle materie prime ed il relativo impatto dato dalla trasformazione dei materiali.

Queste conoscenze possono diminuire drasticamente il nostro peso sul pianeta e possono trasformare i nostri centri abitati, per renderli molto più comfortevoli e gradevoli, più vivibili rendendo i cittadini più felici. Addirittura potremmo coordinare la nostra attività rispettando i tempi della natura. Le materie prime che usiamo in edilizia sono molto diverse e ci sono risorse rinnovabili, mentre altre non lo sono affatto, pertanto com’è noto l’estrazione e la trasformazione non rappresentano un processo reversibile (entropia) e l’impatto rimarrà per sempre. L’attività estrattiva delle cave, ad esempio, è un danno ambientale irreversibile.

Se sommiamo l’impronta ecologica con la capacità biologica abbiamo un bilancio che ci dice se abbiamo un deficit o un surplus.

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Fonte: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia, Hoepli, 2008 pag. 62

Questi indizi ci fanno comprendere che oggi abbiamo tante conoscenze per capire come agire. Il nostro problema maggiore è l’assenza di consapevolezza fra cittadini e dipendenti politici che compiono molta fatica nel riconoscere e dare valore alle leggi della natura, mentre sono teleguidati dall’avidità della finanza globale e delle solite lobbies.

L’errore che non bisogna fare: in molti processi di contabilità ambientale sono previste delle “compensazioni”, cioè si accetta il danno, e si crede che si possa rimediare in un certo modo. Questo principio si eredità dalla cultura economicista creando l’illusione che tutto possa essere ripagato, acquistato, venduto, tutto è merce, ahimé, la natura non contempla questo aspetto poiché tutto si trasforma e nulla è reversibile. Pertanto per coordinarsi al meglio con la natura è sufficiente non fare certe cose, ciò che la natura non prevede non va fatto, semplice, così com’è sufficiente applicare il principio di precauzione.

Le istituzioni locali devono trasformarsi da ragionieri in tutori degli ecosistemi, la nostra esistenza è condizionata dai bilanci energetici della fotosintesi clorofilliana e pertanto le contabilità che contano non sono quelle finanziarie, ma tutt’altre. Bisogna ripensare le istituzioni introducendo la biologia nelle contabilità pubbliche con criteri di bioeconomia, bisogna misurare i flussi di materia e di energia.

Nei piani urbanistici si indicano densità ed indici, questi ultimi informano quanti metri cubi possono essere costruiti in un’area, e ad essi si attribuiscono un prezzo che interessa ad un soggetto privato, oppure i comuni sfruttano, per motivi di contabilità interna, gli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente, ahimé le norme lo consentono, ma in questo modo si distruggono gli ecosistemi.

All’interno dei piani potremmo immaginare di inserire indici biologici e flussi di energia attribuendo loro un valore, un interesse pubblico che ha un peso molto maggiore del prezzo di mercato. Così come potremmo svincolare la contabilità pubblica dall’attività edilizia e indirizzarla su attività virtuose, in questo modo non avremo più una macchina perpetua che cresce sempre, ma avremo un’attività che conserva un equilibrio poiché rispetta i cicli e si evolve rispetto alla memoria, rispetto al passato.

Città sostenibile/2

Possiamo vivere in città più sicure, senza l’inquinamento ed in ambienti migliori? Possiamo avere città più vivibili? SI. Da diversi anni urbanisti e progettisti presentano idee sostenibili che affrontano e risolvono problemi concreti realizzando luoghi ed ambienti più comfortevoli. Questi progetti ricordano molto la concezione della città medioevale dove le persone si spostavano a piedi, più aree verdi e servizi facilmente raggiungibili a piedi o in bicicletta.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione.

Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.

Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Non c’è alcun dubbio che in Italia esiste una forte esigenza per recuperare parti di città e bisogna adeguare gli edifici prevenendo il rischio sismico. Esistono diverse esperienze che mostrano progetti validi ed interessanti che realizzano l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti.

Oltre alle città esistono interi piccoli centri urbani da valorizzare e tutelare dove il paesaggio naturale è il patrimonio più importante, ed oltre a questo aspetto scontato, ci sono i piccoli borghi costruiti in pietra che esprimono un’identità nazionale unica nel mondo e sono un tutt’uno col paesaggio.

Misurarsi con gli ecosistemi significa progettare luoghi adeguati ai limiti della natura e l’uomo è parte dell’ambiente. Le tecnologie di oggi consentono di realizzare e consumare in maniera razionale limitando i danni e addirittura vivere in luoghi urbani privi di inquinamento. Basti pensare all’assenza delle nanopolveri emesse dalle obsolete automobili. Ad esempio, cambiando lo stile di vita è possibile ridurre il numero di auto circolanti (ritorno all’auto familiare) e far circolare solo quelle elettriche. L’uso delle bici pedelec consente di migliorare gli spostamenti in città, ed una saggia organizzazione dei servizi stimola gli spostamenti a piedi. La presenza di aree verdi, materiali migliori, la presenza dell’acqua, la realizzazione di reti intelligenti (smart-grid) e la corretta gestione dei rifiuti verso un riciclo totale consentiranno di ridurre l’impatto ambientale delle città e migliorerà la qualità della vita. Anche l’economia familiare gioverà del cambiamento poiché saranno cancellati gli sprechi che consentiranno di far lievitare il risparmio.

La transizione sopra descritta richiede nuova occupazione. Scegliere questa strada vuol dire ridurre selettivamente il PIL, ma fa aumentare il numero degli occupati in impieghi utili perché si tratta di imprese artigiane che muovono solo l’economia reale.

Tecnologie del buon senso.

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Idrocarburi addio? Nel periodo del “picco del petrolio“, non ci sono più dubbi o incertezze, l’epoca che finisce lascia spazio all’impiego in larga scala alle tecnologie nascoste per circa un secolo. I brevetti di Tesla e le relative evoluzioni sono l’esempio più noto di come si possa migliorare l’esistenza di interi popoli. Pensate che l’industria automobilistica vende a caro prezzo auto elettriche già obsolete, poiché è tecnicamente possibile avere mezzi di trasporto molto più efficienti e migliori. La cultura occidentale come noi la vediamo oggi cambierà stile di vita. Un esempio? La mobilità: un italiano, in Cina, testa una batteria che con una sola carica spinge un auto per ben ottocento chilometri, 800 km. Le biciclette di oggi, pedelec, montano motori elettrici che aiutano a superare salite senza sudare. L’uso dei motori elettrici cancella i costi del carburante e le ricariche possono essere effettuate con le fonti alternative. In Europa, per rendere un favore a qualcuno, si sono diffusi gli obsoleti treni ad alta velocità, mentre Cina e Giappone hanno sviluppato la tecnologia del treno a levitazione magnetica, più efficiente e sicuro.

Sostituire i motori a combustione con quelli elettrici ha molteplici vantaggi: eliminare le nanopolveri che generano neoplasie, ridurre l’estrazione di materie prime, usare motori più efficienti e spendere meno soldi per spostarsi.

L’agricoltura naturale consente di produrre cibo in maniera più efficiente. Numerosi cittadini stanno tornando alla terra e adottano le tecniche sperimentate da Fukuoka, la cosiddetta agricoltura sinergica. In quest’ottica si può ridurre il costo della spesa poiché si autoproduce parte del cibo di cui abbiamo bisogno con l’ulteriore vantaggio della qualità.

Ripensare l’agricoltura ha molteplici vantaggi: cancellare la dipendenza dal petrolio, puntare alla sovranità alimentare, migliorare la qualità del cibo e della salute umana, e ridurre i costi della spesa familiare.

I progettisti sono in grado di realizzare abitazioni autosufficienti, zero sprechi. La progettazione attenta alla sostenibilità consente di eliminare la dipendenza dagli idrocarburi, zero bollette. Da diversi decenni i progettisti sono ben consapevoli del fatto che una casa coibentata adeguatamente riduce la domanda di energia. Oggi, con l’impiego di un mix tecnologico (geotermico, eolico e solare) è possibile soddisfare i bisogni energetici in maniera razionale. Oltre alla progettazione è possibile misurare l’impatto delle scelte con l’analisi del ciclo vita dell’edificio e ridurre ulteriormente il depauperamento delle risorse finite.

Recuperare il costruito ha molteplici vantaggi: ridurre l’estrazione di materie prime, migliorare il comfort abitativo, migliorare la qualità della vita e ridurre i costi di gestione.

Un impegno nazionale, o locale, per la diffusione di queste conoscenze, competenze e tecnologie fa ridurre selettivamente il Prodotto Interno Lordo (PIL) poiché tutte queste conoscenze cancellano la dipendenza dei cittadini dagli idrocarburi e fa aumentare il risparmio; questo impegno cancella gli sprechi che fanno aumentano l’inquinamento ambientale, e migliora la qualità della vita.

Cambiare paradigma culturale ha molteplici vantaggi: eliminare gli sprechi, ripensare i valori mettendo al centro l’uomo con la sua vera natura: reciprocità, cooperazione e benessere collettivo; cambiare paradigma significa fare politica per gli altri e rinunciare all’egoismo, all’avidità e alla psicosi collettiva di una stupidità diffusa: potere decisionale nelle mani dei pochi, neanche eletti dai popoli (UE).

Queste brevi considerazioni ricordano che le soluzioni pratiche per una esistenza migliore sono note e diffuse, in Italia manca una volontà popolare dal basso per pretenderle, e manca una volontà politica dall’alto per adottarle. Sono note anche le ragioni del gravoso ritardo: l’assenza di una consapevolezza diffusa, a tutt’oggi l’80% degli italiani ha difficoltà nell’apprendere e comprendere. Secondo un’indagine internazionale pubblicata da Tullio De Mauro nel 2008, solo il 20% degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare. Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Ecco spiegate, da Tullio De Mauro, le ragioni della debolezza di un popolo che si affida al politico affabulatore di turno, o perché la maggioranza dei cittadini non comprenda il motivo di dover smettere di sostenere un sistema che è contro l’interesse pubblico. Da questa analisi si comprende anche la difficoltà nel far sorgere un movimento civico democratico dal basso, e si capisce che bisognerebbe partire dai valori, dalla cultura e dalla capacità di sperimentare sistemi e dinamiche genuinamente democratiche e partecipative.

(Ri)Lanciare l’economia reale col buon senso

Le cronache politiche degli ultimi anni e la saggistica contemporanea hanno decisamente riempito le nostre menti circa i temi di attualità politica e sociale. Gli scandali di ogni tipo ormai non rappresentano più sorprese, ma sono la routine della nostra società. La corruzione morale e l’obsoleto pensiero dominante (crescita infinita, competitività, cinismo) hanno distrutto il mondo Occidentale, e il Dio danaro è la misura di ogni cosa, così sembra. E’ nei momenti peggiori che possono emergere i cambiamenti radicali, poiché i cittadini hanno la possibilità di aprire le proprie coscienze e vedere il disastro che tutti noi abbiamo prodotto, certo la classe dirigente ha responsabilità maggiori, ma spesso abbiamo fatto finta di non vedere, chiusi nel nostro egoismo.

Far ripartire il Paese, sembra strano, è più facile di quanto si creda. Chi ha potuto informarsi correttamente dovrebbe ormai sapere che stampare la moneta debito, l’euro, non farebbe crescere l’economia poiché siamo stati privati della sovranità monetaria. Ogni anno i Governi approvano leggi denominate “manovre finanziarie” che rappresentano la parte di soldi che manca per mandare avanti lo Stato e quei soldi sono chiesti in prestito ai “mercati”, e sono caricati immoralmente di interessi.

L’èlite non pensa minimamente di restituire allo Stato il controllo del credito, nonostante l’articolo 47 della Costituzione imponga di farlo, e quindi, come possiamo rimediare? Semplice, il Governo e il Parlamento possono trarre risorse monetarie senza creare altro debito pubblico “vendendo l’etere” delle frequenze televisive per ricavare, si stima, dai 5 ai 12 miliardi. L’altra strada molto popolare, ma poco applicata è la caccia agli evasori fiscali, si stimano 120 miliardi. Inoltre un Governo rispettoso del contratto costituzionale ha l’obbligo di restituire sovrana alla Repubblica, e deve bloccare l’usura della finanza bloccando gli interessi sul debito pubblico, che sono circa 84 miliardi all’anno. Seguendo le indagini delle Corte dei Conti bisogna negoziare il debito estero e valutare il danno prodotto dalle agenzie di rating, circa 120 miliardi. Queste sono solo alcune ipotesi che possono emergere se ragioniamo nel piano mentale del mainstream, cioè quel pensiero secondo cui lo Stato deve cedere lentamente tutte le sue sovranità ad entri sovranazionali come l’UE, fuori dal controllo diretto dei popoli.

Nonostante tutto percorrendo con serietà queste strade ci sarebbero le risorse necessarie per investire in attività socialmente utili e molto lungimiranti. Una di queste è l’autosufficienza energetica.

Entrando nel merito in maniera concreta il legislatore negli anni ’80 e ’90 ha approvato una serie di strumenti giuridici poi raggruppati e denominati “programmi complessi” che intendevano migliorare le città. Però in quegli anni mancavano altri strumenti giuridici sulla “qualificazione energetica”. Oggi, esistono strumenti e metodi abbastanza maturi e la ripresa di alcuni “programmi complessi” uniti alla logica del “20-20-20” e degli incentivi del “conto energia” potrebbero dare una forte spinta alla sostenibilità ambientale con indubbi vantaggi per i cittadini, cancella i costi delle bollette frutto degli sprechi.

Contesto normativo.
In Italia, la prima legge sul contenimento energetico (legge 373) è del 1976, mentre la seconda è la famosa legge 10/1991. La Comunità europea emana la direttiva 2002/91/CE e l’Italia la recepisce con i decreti D.D. Lgs. 192/2005 e 311/2006 che rappresentano il cardine delle legislazione italiana sul risparmio energetico e introducono la famosa certificazione energetica degli edifici. Il D.Lgs. 115/2008 indica la metodologia di calcolo per individuare la prestazione energetica ed i soggetti abilitati alla certificazione mentre il D.P.R. 5/2009 rappresenta il primo provvedimento attuativo del D.Lgs. 192/2005 per i requisiti minimi di prestazione energetica.
Nonostante la confusione e i ritardi oggi vi sono indicazioni per attuare la strategia “20-20-20” del marzo 2007 del Piano d’Azione del Consiglio europeo denominata “Una politica energetica per l’Europa” che ha fissato tre obiettivi entro il 2020 e fra questi appunto il 20% di efficienza energetica oltre alla riduzione degli inquinanti prodotti dal consumo degli idrocarburi (petrolio e gas).
Strategia
Obiettivo: recuperare interi quartieri e renderli energeticamente autosufficienti, cioè i cittadini potranno ristrutturare il proprio edificio e diventare produttori e consumatori di energia (prosumer). In che modo? Attraverso il reddito prodotto dalla vendita dell’energia rinnovabile potremmo coprire i costi della ristrutturazione (“cappotto” termico e infissi). Infatti, esistono alcune strategie per rinnovare il patrimonio edilizio esistente a costo zero per i condomini. Com’è possibile? E’ noto che esistono società di servizi energetici, denominate Esco (Energy Service Company), che producono reddito dalla vendita dell’energia. Il progetto diventa economicamente sostenibile solo su grandi geometrie ove sia possibile usare gli spazi e le risorse (sole, vento e geotermia) necessarie per sfruttare al meglio i vantaggi degli incentivi statali (e detrazioni fiscali), denominati “conto energia”. Ad esempio, intervenire su un singolo edificio potrebbe risultare non conveniente, mentre gruppi di quattro o sei edifici sarebbero molto interessanti. Un computo metrico su realtà esistenti potrebbe darci un’idea verosimile sulla fattibilità degli interventi.
La strategia virtuosa che si immagina è totalmente autofinanziata, è sufficiente la sola volontà popolare, cioè l’iniziativa privata che valuta la sostenibilità tecnica del progetto e lo sostiene con fermezza. Affinché i cittadini risolvano gli sprechi energetici del proprio alloggio non esistono difficoltà di altro genere se non quello di comprendere che possono agire in totale libertà, convinti di rivalutare il proprio immobile e giovare dell’uso  di tecnologie semplici ma innovative.
In estrema sintesi, gli attuali sprechi energetici sommati agli incentivi del conto energia andrebbero a finanziare la ristrutturazione edilizia. Per la gestione del processo il modello cooperativo sembra essere quello più conveniente.

In una simulazione effettuata su diverse tipologie edilizie si evince la sostenibilità economica della strategia su esposta. Senza alcun aiuto dallo Stato, ma con la sola volontà popolare interi quartieri, 1360 alloggi, potrebbero essere recuperati e resi autosufficienti.

Zero crescita urbana, cancellazione degli sprechi e miglioramento del comfort abitativo.

La stima effettuata si riferisce a edifici presenti nella Zona Climatica C e con 994 GG. Secondo le norme attuali gli alloggi dalla classe G devono rientrare almeno in classe B. I costi di ristrutturazione (stima di 290 €/mq) per 1360 alloggi, circa 5440 abitanti, sono circa €41.000.000 (“cappotto” termico, infissi etc.) che possono essere ripagati dalla gestione eco-efficiente dell’energia. Il modello virtuoso appena esposto, che ripeto non produce debito, ma aumenta l’occupazione e consente, dopo 20 anni, di far scegliere ai cittadini se continuare a pagare la bolletta o terminare la dipendenza dagli idrocarburi,  il modello fa crescere il livello di consapevolezza sui temi energetici e migliora la qualità urbana.

La riduzione degli interessi sul debito pubblico (84 mld) e la negoziazione del debito estero (verifica anatocismo e truffa derivati), più il recupero delle imposte (120 mld evasione) e la vendita delle frequenze possono finanziare quella quota parte molto importante del recupero edilizio: collaudo statico e sicurezza idrogeologica del territorio. I costi elevati di questi interventi non possono rientrare nel modello su esposto e per tanto vanno finanziati dallo Stato riproponendo alcuni “programmi complessi”. Per comprendere questi aspetti non ci vogliono strateghi particolari e se fosse rimasto qualche gentiluomo in Parlamento è bene che inserisca un emendamento  nei pacchetti di legge per incentivare il buon senso.

Per rendere l’idea ancora più chiara, se fossero recuperati appena 3 miliardi (ad esempio stampando moneta sovrana a deficit senza l’emissione dei Titoli di Stato) in Italia potrebbero essere resi autosufficienti ben 73 quartieri che andrebbero a creare un piccolo pezzo per la famosa “smart grid“, ipotizzata e pubblicizzata anche dai costruttori. Si tratta di economia reale che va a dare energia ad imprese artigiani locali, ricchezza che rimane sul territorio. E per dirla ancora meglio il sistema bancario commerciale anziché usare la moneta debito della BCE presa all’1% e riprestarla al 4%, speculando, avrebbero dovuto investire in progetti virtuosi che moltiplicano la ricchezza locale some sopra accennato. I cittadini dovrebbero spostare i propri conti correnti verso istituti pronti a finanziare idee virtuose.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale. Sarebbe sufficiente intervenire su questa ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie, che non muta le condizioni dei ricchi, per accedere a risorse utili per il bene dell’Italia da investire su attività irrinunciabili e virtuose come il rischio sismico, la prevenzione primaria, l’ambiente, i beni culturali, la sufficienza energetica con fonti alternative etc. Non sarebbe necessario neanche una tassa patrimoniale, ma raccogliere progetti concreti sui settori strategici – patrimonio culturale, la biodiversità, cancellazione degli sprechi e le energie rinnovabili – e farli finanziare da questi grandi patrimoni con trasparenza e merito.

Se in Italia ci fosse un Parlamento responsabile uno dei provvedimenti da approvare immediatamente e con poche righe dovrebbe incentivare l’uso della strategia Esco, e riprendere alcuni “programmi complessi” in chiave di risparmio energetico, poiché produrrebbero un impatto sociale ed economico così ampio e virtuoso da ridurre la disoccupazione, aumentare il reddito familiare, ridurre l’inquinamento, aumentare la qualità della vita e in estrema sintesi rendere le persone più felici.

In questo modo il Paese uscirebbe dalla recessione economica e le risorse liberate andrebbero investite in attività socialmente utili.

Energia, basta poco …

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Risparmiare energia è così semplice che forse ci lascia davvero perplessi, a volte. Quando siamo andati a scuola il professore di fisica ci ha insegnato anche la trasmissione del calore ed avrà accennato alle capacità termofisiche dei materiali, se non lo ricordiamo è sufficiente rileggere i testi scolastici, comprarne uno o usare internet cercando i termini giusti, riguardanti la termodinamica, l’entropia e la trasmissione del calore.

fonte: Thomas Konigstein, manuale per costruzioni a risparmio energetico

Ricordiamolo, già a scuola si studiava la trasmissione del calore e i comportamenti quali: conduzioneconvezione ed irraggiamento. Tali leggi delle fisica ovviamente riguardano anche gli edifici considerati come sistemi termotecnici. Gli edifici che non disperdono energia (bassa trasmittanza termica), facendoci stare bene anche d’estate, sono i migliori poiché costruiti con determinati materiali capaci di trattenere il calore al proprio interno. Oggi è possibile far certificare i consumi delle nostre case, come indicano anche le etichette degli elettrodomestici, e sapere quanti soldi sprechiamo o risparmiamo.

Anche se in grande ritardo, oggi il risparmio energetico è argomento quotidiano, spesso amici e conoscenti mi pongono quesiti, legittimi, per capire come applicare il risparmio. Mi preme sottolineare che le cose sono molto più semplici e banali di quanto si possa immaginare. Prima di tutto non c’è alcun bisogno di inventarsi tecnici specializzati perché i progettisti sono pagati per risolvere problemi.

fonte: Norbert Lantschner, la mia CasaClima, Raetia

Dunque, consiglio banalmente di rispolverare la cultura di base che il liceo ci ha dato. I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure. Vediamo se questo ragionamento può aiutare tutti: un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una “smart grid“. In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita. Esistono anche iniziative pubbliche, ma gli esempi più efficaci sono presenti fuori l’euro zona, o nei Paesi che hanno dato priorità agli aspetti energetici: USA, Canada, Finlandia, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania, Austria e Svizzera. Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno provveduto, tramite la Banca degli investimenti europei, a deliberare diverse direttive per incentivare l’efficienza energetica e ridurre l’uso degli idrocarburi (petrolio e gas), ma l’azione più efficace rimane l’iniziativa privata attraverso una banca locale capace di investire in progetti di qualità. Più in generale, oggi i cittadini hanno l’opportunità di puntare all’auto sufficienza energetica, ma per realizzare questo importante obiettivo è determinante sviluppare la capacità di valutare i progetti e coordinare un’azione popolare, “dal basso”, per programmare ristrutturazioni edilizie e urbanistiche. Persino le normative tecniche sono mature e prefigurano la realizzazione di edifici a energia quasi zero (nZEB), cioè edifici che mediamente nell’arco di un anno solare pareggino i flussi energetici in entrata e in uscita (“nell’arco di un anno solare una somma algebrica dei flussi energetici in ingresso e in uscita pari a zero”).

Le nostre case devono raggiungere l’obiettivo del comfort, cioè percepire la sensazione soggettiva di non sentire freddo d’inverno e non sentire caldo d’estate: benessere. Il comfort è figlio della progettazione architettonica e dei materiali impiegati. Se la vostra casa è progettata male, senza dubbio, raggiungere il comfort ideale richiede, rispetto agli errori del passato, un determinato esborso economico (rilievo e computo metrico estimativo). Per generare un risparmio sulla bolletta riducendo la domanda di energia, generalmente è possibile intervenire coibentando (“cappotto termico” dell’edificio) i muri perimetrali esterni e sostituendo gli infissi con quelli più efficienti. La ristrutturazione finalizzata all’efficienza energetica è detraibile. L’acquisto e l’impiego di impianti tecnologici che sfruttano le risorse rinnovabili presentano numerose soluzioni (solare termico, fotovoltaico, micro eolico, geotermico). In aree vicino al mare, ove la temperatura più fredda arriva a 5 gradi centigradi, è sufficiente coibentare e sfruttare i cosiddetti sistemi solari passivi, senza l’impiego di sistemi energetici attivi (ulteriore risparmio). Ed è la soluzione più diffusa per le aree urbane costiere centro meridionali.

Conducibilità termica di alcuni materiali, fonte: Yunus Cengel, termodinamica e trasmissione del calore, McGraw-Hill, pag.474

Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/ m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/ m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).

Un buon progettista, considerando attentamente le opportunità del luogo, riesce a far captare la luce solare (sistemi passivi) invernale, utile fonte di calore e conservare un buon equilibrio termoigrometrico estivo evitando di consumare fonti attive di energia (termosifoni o condizionatori). Oggi, vi sono pompe di calore che riescono a scaldare e raffrescare (micro-trigenerazione) usando, l’aria esterna, la temperatura del sottosuolo, o la temperatura dell’acqua di falda (sistemi attivi).

I committenti dovrebbero sapere che oggi si può vivere in ambienti interni più sani e salubri per mezzo di materiali naturali e controllo dell’aria aumentando la qualità della propria vita, ed essi possono rivalutare il valore del proprio immobile, anche con alcune agevolazioni fiscali o addirittura con l’opportunità di guadagno diventando prosumer: produttore e consumatore di energia. Gli aspetti culturali, tecnici e progettuali sopra descritti tendono ad un obiettivo politico molto importante poiché è possibile transitare da un’economia dipendente dagli idrocarburi (petrolio e gas) ad un’economia dell’eco efficienza, e della sufficienza energetica dove edifici e quartieri costituiscono una rete intelligente di energia (smart grid). Questo obiettivo può essere finanziato con iniziative private (cooperative ad hoc) o tramite fondi europei e nazionali. Gli interventi di ristrutturazione si ripagano da soli grazie al sistema delle ESCo attraverso la qualità del progetto di efficienza energetica. Considerando che il costo delle bollette è in continuo aumento, poiché stiamo vivendo il picco del petrolio, e stiamo pagando i costi delle guerre sull’energia, è ragionevole intervenire prima possibile per eliminare questa dipendenza (idrocarburi).