Stupida economia neoclassica

L’intero impianto culturale che ha costruito il piano tecnico giuridico per valutare un piano o un progetto è costruito secondo la convenienza economica degli investitori privati. Nei processi di trasformazione urbana il profitto coincide con la rendita immobiliare mentre per le banche è il servizio del debito. Questa consuetudine crea degenerazioni e alti rischi poiché piani e progetti sono finanziati misurando criteri speculativi finanziari previsti dall’economia neoclassica. L’attuale approccio valutativo è intrinsecamente speculativo. In questo contesto si trascurano i valori della nostra Costituzione, anzi si scavalcano con l’alibi della sostenibilità economica e si ignorano i concetti di qualità del disegno che può favorire sviluppo umano e tutela ambientale. Il punto di partenza, dunque, è il profitto per investitori ma tale interesse spesso cela la speculazione, che realizza progetti non utili alle comunità ma a banche e immobiliaristi. Da troppi decenni, in numerosi Consigli comunali, il ceto politico adotta piani che peggiorano le aree urbane poiché le stesse istituzioni ricalcano l’agire di un impresa privata con la ricerca del profitto. L’ultimo adeguamento di marketing dei processi di speculazione sono i progetti, che per obbligo di legge, utilizzano anche le fonti energetiche alternative per restare nel solco dell’ossimoro sviluppo sostenibile.

All’interno del piano economico condizionato dalla funzione del profitto, tutto quello che serve allo sviluppo umano è considerato merce e rappresenta un costo, e per coprire tali costi accade che i progetti sono piegati alla religione della crescita illimitata poiché le merci che generano profitto, le superfici, i volumi da costruire, devono essere vendute nel mercato per coprire anche i prezzi dei servizi necessari allo sviluppo umano. Ancora oggi si usano gli incentivi volumetrici convinti che questi siano uno stimolo per il mercato. Nella realtà il mercato – cioè i cittadini che dovrebbero comprare – non è più capace di assorbire questo surplus di offerta. Un sistema del genere votato alla crescita continua non può durare in un sistema dalle risorse finite. E’ tutto qui il corto circuito di una disciplina dannosa come l’economia neoclassica che ha saputo edulcorare anche l’architettura e l’urbanistica cancellandole dall’immaginario collettivo, e rendendole nichiliste come lo spirito del tempo che volge al termine. Questo processo che dura da secoli è concretamente distruttivo poiché ignora l’etica, ignora i flussi di energia e materia, e ignora completamente ciò che può rappresentare un valore inalienabile rispetto ai beni tutelati dalla Costituzione. Prima si esce dalla stupidità dell’economia e meglio sarà per la specie umana. La domanda non dovrà più essere ci sono soldi per farlo, ma ci sono le risorse per farlo?

Restando nel piano ideologico sbagliato sarà impossibile avviare la rigenerazione bioeconomica, mentre sul nuovo piano sarà possibile associare ai piani la valutazione costituzionale delle proposte, considerando il ritorno sociale e ambientale del progetto, per risolve problemi concreti dell’ambiente costruito e delle città. E’ un ritorno ai valori dell’architettura e dell’urbanistica nate perché esse hanno un senso per l’uomo e per il luoghi. La valutazione bioeconomica sostiene programmi, piani e progetti che tutelano un corretto rapporto fra uomo e natura suggerendo l’uso razionale delle risorse, e in questo modo il disegno urbano si libera dei condizionamenti negativi delle speculazioni e costruisce luoghi di senso aggiustando realtà urbane complesse ma favorendo lo sviluppo umano, cioè l’opposto di quello fatto finora, dove si è costruito tutto ciò che serve al profitto delle imprese ma non per la felicità delle persone. Oggi i piani che si occupano di sviluppo sociale sono considerati un costo, la conservazione del Colosseo e di Pompei sono un costo, le biblioteche e le emeroteche di quartiere sono un costo, gli spazi verdi sono un costo, etc. Se restiamo nell’economia capitalista nessuno riuscirà a migliorare le proprie comunità, anzi col trascorre del tempo chi già vive in luoghi svantaggiati continuerà a star peggio, mentre in luoghi percepiti come “migliori” accadrà che la qualità di vita peggiorerà poiché l’invenzione della moneta debito farà in modo che tutto debba essere venduto o privatizzato, escludendo dall’accesso ai servizi un numero di famiglie sempre maggiori poiché la recessione riduce il potere d’acquisto degli stipendi salariati e non potranno più fruire di servizi necessari. Prima si esce dalla stupidità dell’economia e meglio sarà la per la specie umana. La domanda non dovrà più essere ci sono soldi per farlo, ma ci sono le risorse per farlo?

Tutto ciò osservando che l’Italia è fra i paesi più vecchi d’Europa con una dotazione e una tipologia degli alloggi pubblici completamente inadeguata al cambiamento sociale generato dalla fine dell’industrialismo. Inoltre, in questi anni lo Stato italiano ha venduto buona parte del patrimonio di alloggi pubblici, fra l’altro svendendoli, arrivando ad essere il Paese che meno di altri possiede edilizia pubblica generando un forte deficit di stock abitativo sociale, solo il 4%, contro il 35% dell’Olanda, il 21% del Regno Unito, il 16% in Francia (Turchini & Grecchi, Nuovi modelli per l’abitare, 2006). Secondo i dati Istat aggregati da Federcasa (aprile 2014), la domanda di un alloggio popolare è aumentata drasticamente, «arrivando ad interessare complessivamente quasi 2 milioni di persone che vivono in condizioni di bisogno economico e precarietà abitativa». Tutto ciò è accaduto edulcorando il senso dell’urbanistica poiché i Consigli comunali italiani si sono occupati di espandere le città assecondando l’ideologia del capitalismo e i capricci dei propri Sindaci addomesticati da sciocche questioni ragionieristiche, e sperando di incassare oneri preventivati da obsoleti piani urbanistici disegnati dalla lobby immobiliare, che si è ritrovata la merce invenduta. Ecco cosa è successo anziché applicare la Costituzione risolvendo problemi concreti dei propri abitanti e dei ceti meno abbienti. Gli amministratori locali hanno fatto esplodere il disagio sociale nelle città grandi e medie, in contrazione sin dagli anni ’70. La miope visione della crescita continua ha favorito l’inerzia politica circa i problemi reali, poiché non c’è interesse nell’osservare la realtà, e così l’assenza di una corretta programmazione ha favorito la crisi sociale nelle città, fra dannose rendite di posizione e quartieri degradati per la mancata manutenzione e trasformazione rispetto ai nuovi bisogni figli della fine dell’epoca industriale.

Per porre rimedio è necessaria una corretta programmazione economica che non può nascere nell’alveo del vecchio modello sbagliato, che comunque ci lasceremo alle spalle poiché ha innescato la bolla immobiliare recentemente esplosa. Prima di tutto è doveroso rinunciare alla rincorsa dell’indebitamento che giova solo alle banche. Partendo dalla corretta osservazione della realtà attraverso analisi dirette dobbiamo sostenere le rigenerazioni bioeconomiche necessarie per restituire una corretta morfologia urbana agli abitanti migliorando la qualità di vita.

Qual è la soluzione pratica? All’interno della nuova funzione della produzione, cioè il modello flussi-fondi si deve cancellare la voce profitto, alias rendita, per finanziare i progetti pagandoli a prezzo di costo, generando un risparmio netto e garantendo la sostenibilità degli interventi di rigenerazione. Un approccio analogo senza la consapevolezza dei flussi di energia fu già adottato all’inizio del secolo Novecento. Il più clamoroso fu l’iniziativa pubblica del Comune di Ulm che acquistò i suoli per realizzare quartieri per i ceti meno abbienti rivendendo gli alloggi proprio a prezzo di costo. La soluzione è a portata di mano poiché è necessario e sufficiente che le rigenerazioni bioeconomiche ricoprano solo i costi senza il profitto della rendita. Lo strumento giuridico è il piano di recupero, già noto – art. 27 L. 5 agosto 1978 -, e può essere sia un’iniziativa pubblica che privata, esiste anche il programma di riabilitazione urbana – art. 27 L. 1 agosto 2002. Con questo approccio di politica economica ne gioveranno anche le progettazioni liberate dai surplus inutili di superfici e volumi che ricoprivano i costi attraverso il modello speculativo. Meno superfici allora meno flussi di energia e materia. Quindi meno e meglio. In questo modo sarà più facile e conveniente costruire l’adeguata offerta di servizi attraverso modelli di partecipazione diretta dei cittadini.

Persino alcune inchieste hanno mostrato la stupidità e l’immoralità del pensiero dominante. Fernando Solanas, Diario del saccheggio, 2003. Michele Buono e Piero Riccardi Consumatori difettosi 12 dicembre 2010 (Report); Charles Ferguson, Inside Job, 2010; Annie Leonard, La storia delle cose; Erwin Wagenhofer, Let’s make money (Facciamo soldi), 12 giugno 2011 (Report); Yann Arthus-Bertrand, La terra vista dal cielo; Marco Carlucci, Sporchi da morire, 2012; Aris Chatzistefanou, Catastroika, 2012; Alberto NerazziniIl grande bluff, luglio 2015.

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Soldi? Non è mai stato un problema!

Uno dei condizionamenti più paralizzanti di questa recessione, o crisi, come la volete chiamare, è senza dubbio la granitica credenza verso istituzioni obsolete come le organizzazioni sovranazionali, le banche ed i soldi. La radice del problema è di natura psicologica, è l’estrema fiducia e reverenza nei confronti di questi organismi incancreniti, e quindi è la nostra struttura mentale a favorire lo status quo, un dogma religioso e timoroso verso il mito, e il Dio danaro. La storia dell’umanità non è fatta di queste istituzioni moderne poiché i popoli non hanno mai avuto questa convinzione, cioè aver timore e rispetto del Dio danaro, la ricchezza si misurava nel saper fare e dall’economia reale. Gli scambi commerciali si sviluppavano nella ricerca e nella distribuzione delle risorse, nella costruzione di città e villaggi, nella capacità di auto produrre e commerciare a breve distanza, fiere e mercati servivano a scambiare le proprie merci e spesso lo strumento di misura era la fiducia, e le convenzioni che di volta in volta si stabilivano, come il baratto, oppure le monete. Buona parte dei popoli trovavano sconveniente l’uso delle monete e la vita degli individui ruotava sulle proprie capacità di costruire, coltivare, tessere, lavorare il legno, il ferro etc. Persino i feudi e le città Stato riuscivano a vivere grazie alle capacità dei sui abitanti nel dissodare e fertilizzare i terreni, e costruire gli edifici, queste conoscenze e capacità erano la ricchezza delle comunità, fra l’impero romano, il medioevo ed il rinascimento l’umanità è stata in grado di costruire le più straordinarie architetture, e tutt’oggi sono ammirate per l’immensa bellezza. Le tasse erano molto basse e soprattutto erano commisurate alla capacità del reddito. Dai sumeri ai popoli aztechi, passando per gli egizi, poi l’impero romano fino ad arrivare al XVI secolo, l’umanità ha vissuto senza il capitalismo. Tutto cominciò con la nascita delle banche, con l’invenzione dei primi titoli di debito e di credito, e l’arbitrio truffaldino di compagnie e banche che dichiaravano di possedere determinate riserve auree utili a finanziare guerre, e tali eventi servivano ai sovrani per espandere i propri interessi, reperire risorse e valori. Tutto il capitalismo moderno nasce su questi presupposti cioè i crimini monetari, alias l’invenzione della ricchezza dal nulla millantando di possedere determinate riserve, e far circolare più moneta rispetto alle riserve stesse. Il capitalismo moderno riesce persino, nel suo intento più maligno, costruire una propria immagine credibile forgiata sulla teoria della domanda e dell’offerta, la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” facendo credere di essere una scienza esatta, nonostante sia in sostanza una credenza, una scienza sociale con tutti gli evidenti limiti di un’opinione che ignora la vera scienza: la fisica e la biologia. L’umanità per tanti secoli ha basato la propria esistenza sulla fotosintesi clorofilliana e lo sviluppo della meditazione, tutto cambiò con l’inizio dell’epoca industriale e la produzione di massa di merci inutili. Questa truffa, cioè l’economia neoclassica, nel 1971, con la fine del gold standard si è evoluta, liberando la matematica finanziaria e telematica dal proprio limite – l’equivalente contro valore in oro, cioè il kg – così da consentire agli operatori finanziari delle borse telematiche di distribuire le risorse monetarie delle proprie scommesse a seconda dei capricci e degli interessi dell’élite finanziaria e delle più influenti corporations. Questi truffatori contemporanei hanno il potere di far apparire e scomparire moneta elettronica creata dal nulla, ovunque lo desiderano e nei cosiddetti paradisi fiscali.

Se è vero che i fattori della produzione: capitale, lavoro e natura sono determinanti per trasformare le risorse in merci, è altrettanto vero che di questi fattori solo la natura ha un limite ben preciso, e questo aspetto è palesemente ignorato dall’economia neoclassica e dalle borse telematiche, che operano in maniera illogica ed immorale. Se intacchi in maniera irreversibile il capitale naturale non rinnovabile è ovvio che la produzione si arresta. Questo limite è notorio, ma a politici, corporations e istituzioni bancarie non interessa affatto, poiché questo limite è un ostacolo al loro tornaconto dell’avidità, e quindi hanno sviluppato un insieme di elementi necessari a nascondere questa ovvietà, e far regredire mentalmente le masse fino allo stato infantile, affinché buona parte dei popoli non si interessi di questo argomento, e l’hanno fatto con tutti i mezzi di manipolazione e persuasione più efficaci: scuola, università, televisione, pubblicità, lavoro, incentivi e premi. Lo stesso indicatore della crescita, il PIL, è funzionale al tornaconto delle corporations, e di quella categoria di burattini senz’anima, chiamati politici, che hanno saputo costruire persino un sistema selettivo dei cialtroni, la casta, ove una volta entrati nel circo, questi burattini possano essere ben retribuiti dal cosiddetto sistema affinché tutto rimanga immutato, la chiamano democrazia rappresentativa.

Se riconosciamo che la ricchezza è insita nella conoscenza, ed oggi questa è maggiormente distribuita rispetto ai secoli precedenti, allora possiamo focalizzare ove sia il nostro limite: la paura. La paura di mettere in discussione una società profondamente immorale e stupida, la paura di realizzare la nostra libertà cominciando a costruire la civiltà della sostenibilità. Per secoli i danari sono stati creati dal nulla, anche quando si faceva credere che ci fosse il limite dell’oro, ed oggi le amenità dell’economia neoclassica condite con la matematica finanziaria sono quelle maschere del potere, che si ripetono ossessivamente in tutti i media, a tutte le ore, poiché gli esseri umani non devono ricordare che la vita su questo pianeta dipende dalla fotosintesi clorofilliana, le persone non devono ricordare che l’energia è gratis, e non devono sapere che attraverso il proprio lavoro possono investire tempo e danari per diventare auto sufficienti.

E’ vero che le attuali istituzioni sono obsolete e dannose, ma possiamo concentrare conoscenze e risparmi in progetti sostenibili ed efficaci, se noi fossimo una vera comunità, non avremmo limiti alla nostra immaginazione e capacità creativa, ma la paura è un nostro limite che possiamo rimuovere, se lo desideriamo. Ad esempio, alcune amministrazioni locali europee hanno pianificato la rigenerazione di una parte dei propri tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita, per sostituirli con quartieri autosufficienti, e stanno favorendo i mercati agricoli locali per auto produzioni di cibo, inoltre stanno sviluppando una certa autarchia economica, ciò significa che di fronte ad una crisi energetica e/o dei mercati le comunità possiedono una certa resilienza, che consente loro di non rimanere colpiti dalle prossime crisi e/o recessioni. Vi raccomando non fatelo sapere in giro, perché il problema sono i soldi!!! Quelli che la finanza crea dal nulla per mantenere alta la corruzione e le guerre  per l’energia degli idrocarburi. E’ altrettanto ovvio che se lo Stato tornasse ad essere sovrano …