La ragione contro il nulla

In una vecchia riflessione sintetizzavo sul fatto che l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali). La teoria politica è la sua filosofia, la cultura e la visione mentre la pratica riguarda aspetti concreti come le leggi che governano istituzioni e territorio.

L’attuale campagna elettorale ha mostrato il “valore” delle forze politiche più popolari – Forza Italia, Lega, PD e M5S – cioè quelle che potrebbero costituire una maggioranza di Governo, e che sicuramente rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della teoria e pratica politica, il “valore” di questi soggetti politici si misura dai loro programmi elettorali e dalle politiche adottate in precedenza. La scarsa credibilità è ampiamente distribuita, fra chi ha governato e lasciato che il mercato aumentasse le disuguaglianze, e chi dall’opposizione non possiede una classe dirigente onesta e capace. Le promesse elettorali dimostrano sia una scarsa attinenza alla realtà del Paese, e sia un’inconsistenza di idee, e scarsa serietà. Secondo il professore Roberto Perotti, i programmi elettorali di questi soggetti producono persino danni economici al Paese, oltre che ignorare i problemi reali e limitarsi a stimolare le emozioni degli elettori promettendo soldi in cambio del voto, o promettendo l’abolizione di norme precedentemente introdotte.

Perché i programmi non hanno attinenza alla realtà? Dal punto di vista delle attività pratiche della politica, le promesse elettorali non tengono conto della realtà italiana raccontata dall’ISTAT, circa l’economia sommersa e il governo del territorio; mancano persino i piani industriali utili a ridurre le disuguaglianze presenti nel Paese. Dal punto di vista della teoria, le scelte politiche degli ultimi anni e l’inerzia dei soggetti politici favoriscono il capitalismo neoliberista, che si nutre proprio di disuguaglianze e di sfruttamento dei lavoratori. Basti osservare che le riforme strutturali neoliberali hanno coinvolto il sistema industriale e manifatturiero italiano, una serie di privatizzazioni di infrastrutture strategiche per lo Stato, e la riduzione dei diritti dei lavoratori favorendo la schiavitù chiamata gig economy. La demagogia degli attuali partiti si concentra su promesse da marinaio, sul voto di scambio sfruttando cinicamente la povertà, e gli insulti che si scambiano reciprocamente. Gli aspiranti governanti trascurano la realtà drammatica che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia, dove in alcune aree non esiste lo Stato civile da troppi decenni. In altre aree manca persino il governo del territorio, abbandonato agli interessi speculativi dei ceti borghesi locali, mentre altre aree sono prive di infrastrutture essenziali, oppure sono governate male. Nel meridione solo alcune città garantiscono gli standard minimi, e conservano tassi di occupazione per pagare le spese familiari, ma l’assenza di politiche industriali per il meridione ha aumentato il divario fra i territori, rendendo i meridionali sempre più fragili e ricattabili dalla politica stessa. Negli ultimi quarant’anni le politiche promosse dai Governi hanno trasformato il Sud in periferia economica, mentre l’Italia diventava periferia all’interno dell’euro zona.

ISTAT posti letto e persone accolte nei presidi
ISTAT, annuario statistico, 2017.

I nostri osservatori più qualificati presentano studi e ricerche sulle disuguaglianze e ne fanno l’argomento prioritario per qualunque azione politica coerente con la realtà. L’inconsistenza dei soggetti politici più popolari costringe la società civile ad organizzarsi per elaborare risposte concrete, in attesa che un nuovo soggetto politico decida di diventare espressione dei reali problemi del Paese, poiché gli attuali sembrano inutili e dannosi. Sono notissimi alcuni casi di disuguaglianze sociali che riguardano: (1) la protezione sociale e il servizio sanitario, (2) l’istruzione universitaria, e (3) il lavoro. I cittadini meridionali, ancora oggi, migrano al Nord per ricevere determinate prestazioni sanitarie; migrano anche per l’istruzione universitaria, oltre che per il lavoro. Per quanto riguarda la sanità pubblica, il numero di posti letto e persone accolte è minore al Sud rispetto al Nord, sia perché la fiscalità generale spende e investe di più al Nord che al Sud, e sia perché ormai le strutture sanitarie pubbliche sono ridotte al minino delle forze per gli sprechi e per la mala gestione, presente al Sud ma anche in alcuni ambiti del Nord. Secondo il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, esiste una disuguaglianza tra le regioni italiane in termini di salute ed efficienza delle prestazioni del Ssn, e «si tratta di differenze inique perché non ‘naturali’, ma frutto di scelte politiche e gestionali». Le università meridionali non attraggono studenti anzi li perdono, a favore di quelle presenti al Nord. Questo aspetto è probabilmente quello più doloroso, poiché i laureati meridionali tendono a restare nelle città ove hanno conseguito il titolo, e questo innesca un circolo vizioso determinato dalla perdita di risorse umane fondamentali per costruire un futuro, e per sostenere il bilancio demografico nei territori che hanno bisogno di sostegno, poiché già economicamente penalizzati.

Se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca. Dal 2000 sono stati almeno 200 mila i giovani laureati che hanno lasciato il Meridione per trovare casa e lavoro da Roma in su. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez.

Nel caso italiano c’è un’area territoriale che riceve e l’altra che perde, mentre in generale è il sistema Italia che perde laureati a favore dei territori europei ed extra europei. In generale è aumentata l’offerta di lavoro precario e senza garanzie, la gig economy. Nella ricerca di un’occupazione stabile incide il ruolo attrattivo del Nord, confermato dai dati: «il Nord-ovest ed il Nord-est hanno i valori più alti di lavoratori a tempo pieno, rispettivamente 76,9 e 75,3 per cento, mentre il Centro presenta i valori più alti dei tempi indeterminati (89,6 per cento). Al contrario nelle Isole e nel Sud si registrano le percentuali più elevate di lavoratori a tempo parziale (rispettivamente 40,2 per cento e 36,6 per cento) e di lavoratori a tempo determinato (rispettivamente 14,3 per cento e 14,7 per cento)», ed ancora «nel Centro e nel Nord-ovest si hanno le percentuali più elevate di impiegati (41,1 e 40,7 per cento) e di quadri e dirigenti (6,2 per cento)». Al Sud non solo l’occupazione è minore, ma quella offerta dal mercato è persino occupazione precaria. In tal senso un soggetto politico serio e responsabile affronta le disuguaglianze territoriali e le disuguaglianze di riconoscimento affinché la collettività valorizzi ruoli, e aspirazioni delle persone consentendo loro di svolgere ricerche, studi e avviare attività utili ai territori economicamente più fragili proprio per ridurre le disuguaglianze sociali. Su questi temi drammaticamente seri e complessi, non c’è traccia nei programmi elettorali, per tale motivo è necessario che associazioni culturali, cooperative e ricercatori, tutti insieme affrontino le disuguaglianze e produrre politiche concrete per rigenerare le aree urbane economicamente depresse. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza suoi territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Su principi e regole generali è fondamentale programmare investimenti pubblici e privati su due ambiti paralleli: le rigenerazione dei tessuti esistenti e l’apertura di attività manifatture leggere collegate all’innovazione tecnologica. Istituzioni, università, centri di ricerca e professioni dovranno cooperare verso un’unica direzione bioeconomica. Il budget totale del programma dei fondi strutturali 2014-2020 è di 645,7 miliardi di euro fra 28 Paesi UE. Oltre al fatto che questo è un budget decisamente insufficiente, nell’euro zona i paesi periferici hanno tutti un saldo negativo per la gestione stessa dell’UE. Secondo i dati della Commissione, l’Italia col suo mezzogiorno privo di infrastrutture e servizi, è l’ultimo Paese per utilizzo dei fondi comunitari, e risulta il principale contributore netto, con una differenza fra i versati e gli assegnati di €31,4 miliardi che lascia all’UE. All’Italia sono stati assegnati €44,6 mld ma ne ha utilizzati solo €5 mld. Casi analoghi sono la Spagna che versa €56,1 mld e può spendere fino a €39,8; il Portogallo versa €32,7 mld e può spendere €25,8 mld; la Grecia versa €26 mld e può spendere €21 mld. L’incapacità di utilizzare i fondi strutturali mostra tutta l’inefficacia del sistema UE, mentre le istituzioni locali non danno incarichi di progettazione. Ad esempio, l’Italia non ha una propria agenda urbana nazionale, e questa assenza di progettazione si riflette negativamente sulle opportunità di lavoro e sulla gestione del territorio. Anche la Polonia principale beneficiario con €86,1 miliardi assegnati, utilizza poco i fondi strutturali europei solo il 17%, poi seguono come beneficiari Italia, Spagna, Francia, Germania, Romania e Portogallo. La Finlandia risulta essere il Paese che utilizza meglio degli altri i fondi europei (€3,7 mld) nonostante sia fra gli ultimi a finanziare l’UE (la Finlandia ha versato €8 mld), poi seguono Austria, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Svezia, Portogallo, Francia, Estonia, Lituania, Danimarca, Cipro.

FDD cambiamenti peso del reddito e rendite

Annunci

Ridurre le disuguaglianze

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

ISTAT povertà assoluta giu 2018
ISTAT, La povertà in Italia, 26 giugno 2018.

Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

Disuguaglianza

In alcuni miei appunti scritti in passato, ho già usato diversi titoli abbastanza espliciti come capitalismo ed egoismo, l’impero della vergogna, per etichettare l’arroganza, la violenza e la cultura della distruzione insita nel capitalismo e la globalizzazione finanziaria che orientano la vita delle persone su questo pianeta.

Le immagini e le narrazioni della religione neoliberale sono abbastanza note ma censurate dai media italiani. Il mainstream ci massacra il cervello di amenità e maschere come i tg dell’economia e i talk show. Si tratta di veri e propri circhi con domatori e foche ammaestrate, dove si raffigurano cialtroni politicastri incompetenti ma utili a riempire gli spazi televisivi e individui embedded desiderosi di apparire per recitare commedie di vite inventate, mentre gli editori e gli autori televisivi accumulano capitali poiché creano prodotti spazzatura a costi ridicoli incassando ugualmente i milioni della pubblicità. In un mainstream costruito per rincoglionire gli individui (la regressione delle persone è ampiamente documentata dall’ignoranza funzionale), le serie inchieste giornalistiche passano inosservate poiché sono solo una risibile percentuale dei contenuti mediatici.

Gli effetti dell’egoismo capitalista sono geograficamente lontani dall’Occidente ma in bella vista e si tratta di 1,4 miliardi di persone che entro il 2020 vivrà nelle baraccopoli presenti in tutti i continenti del globo. Uno straordinario libro dossier del geografo Mike Davis, Il pianeta degli slum pubblicato nel 2006, scattò una fotografia impietosa sulle condizioni di vita di milioni e milioni di persone accampate in aree urbane, sopravvivendo a se stessi e alla povertà creata dalla globalizzazione neoliberale.

Neza-Chalco-Itza
Neza-Chalco-Itza, Messico, 4 milioni di persone.
Kibera slum
Kibera, Kenya, 2,5 milioni di persone.

Mentre la maggior parte di noi italiani ed europei svolge un’esistenza completamente apatica e nichilista, psicoprogrammata da percorsi d’istruzione finalizzati al consumo e alla competizione, una consistente parte del pianeta nasce e muore in ambienti insicuri, insalubri e di condanna sociale. L’ONU prevede che un quarto della popolazione mondiale è destinata a vivere in baraccopoli.

Sul pianeta della stupidità capitalista regnano infelicità e disuguaglianza. Le conoscenze della specie umana non sono impiegate per consentire alle persone di scoprire le proprie abilità, ma per assecondare i capricci di un’élite degenerata inutile ai popoli addomesticati per la schiavitù.

popolazione urbana 2030
Proiezione della popolazione urbana mondiale entro il 2030, fonte ONU.

Sappiamo già che la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in aree urbane e una parte consistente di questa vivrà male negli slums. Immaginare che la religione neoliberale e il libero mercato possano essere l’approccio per risolvere il dramma è follia o stupidità. La Cina è il paese che ha la più grande popolazione residente negli slums (193,8 milioni) e lo Stato pianifica nuove città, ma il suo approccio è quello sbagliato della crescita che trasforma i contadini in consumatori di merci inutili aggravando l’impatto ambientale del pianeta. Negli ultimi venticinque anni, la Cina ha spostato quasi 500 milioni di persone dai campi agricoli dentro le nuove città, trasformandoli in consumatori. Poi c’è l’India con 158,4 milioni di persone negli slums. In Brasile da alcuni decenni si sperimentano percorsi partecipativi che trasformano le favelas in luoghi urbani più sicuri e salubri. Negli altri Paesi (Nigeria 41,6 mln; Pakistan 35,6 ed altri ancora) i problemi sono maggiori poiché non esiste alcuna pianificazione e pertanto milioni e milioni di poveri sono abbandonati a crimini di ogni genere.

il mondo degli slums Limes
Fonte immagine Limes.

L’avidità e il capitalismo sono riusciti a creare un sistema globale di condizionamento delle persone dividendole in due mondi ma uniti dalla schiavitù: la prima schiavitù è mentale (l’Occidente) e l’altra è materiale. La soluzione per un’esistenza dignitosa e migliore è situata nella conoscenza e nella cooperazione fra popoli per aiutarsi a vicenda. La parte occidentale sicuramente ha le conoscenze tecnologiche per trasformare gli slums in luoghi vivibili mentre le persone che vivono nel terzo mondo hanno la consapevolezza di avere radici più umane, più spirituali per vivere meglio ma con poco, che significa non perder tempo con gli sprechi imposti dall’industria della pubblicità.

L’élite degenerata fedele al suo schema problema-reazione-soluzione insegue l’ennesimo nemico creato a tavolino, il cosiddetto stato islamico, mentre la popolazione mondiale presente negli slums è un bacino di schiavitù a disposizione delle multinazionali e dei Governi corrotti. Il fenomeno delle baraccopoli è relativamente recente, ed è creato proprio dalla globalizzazione, tant’è che già negli anni ’70 i programmi d’investimento della Banca Mondiale e del FMI contribuirono ad aumentare le disuguaglianze e le migrazioni interne ai Paesi del Terzo mondo favorendo proprio il degrado sociale e urbano. I recenti eventi bellici nel Nord Africa che rientrano nello schema problema-reazione-soluzione sono un contributo al degrado, che vanno a stressare le città di quelle aree territoriali già in difficoltà, mentre le ambizioni di tali popolazioni non sono quelle di finire in baraccopoli, e tanto meno quello di emigrare. Governi e ONU, sono soggiogati dall’ideologia neoliberale, ed investono in funzione degli interessi privati delle multinazionali. E’ l’ONU a gestire il campo profughi più grande al mondo aperto più di vent’anni fa, si trova in Kenya a Dadaab ed ospita circa 350 mila persone. Oggi, SpA e Governi presentano investimenti territoriali e urbani nei luoghi dove produrre e nei luoghi dove i consumatori possano acquistare merce; non è lo sviluppo umano il focus dei loro investimenti. Le multinazionali sfruttano le risorse dell’Africa e dall’Asia, e le conseguenze di tali azioni sono pagate, prima di tutto, dalle comunità locali in termini di schiavitù e d’impatto ambientale, e poi dalle comunità occidentali in termini di svalutazione salariale.

La religione neoliberale ideata dal WTO accumula il capitale sfruttando sia le merci della old economy che ruba le risorse ai paesi del Terzo mondo, e sia sfruttando le recenti innovazioni informatiche, per cui non ha interesse nell’investire in programmi di rigenerazione territoriale e tanto meno si pone l’obiettivo di affrontare la vergogna degli slums. E’ altrettanto nota la soluzione finanziaria al problema della povertà globale: restituire sovranità agli Stati e sequestrare una parte degli ingenti e impressionanti proventi illeciti occultati dal sistema offshore, e indirizzarli verso la rigenerazione delle persone e dei territori. In questo modo si programma un riequilibrio sociale, economico ed ambientale decretando la fine delle emigrazioni di massa grazie alla rigenerazione dei territori sfruttati, e consigliando loro politiche di pianificazione territoriale e urbana bioeconomica che consente alle comunità di costruire sistemi auto sufficienti. Lo scambio di conoscenze utili aiuta e libera i popoli e consente agli occidentali di integrare e avvicinare mondi apparentemente divergenti ma uniti dall’essere parte di un’unica specie umana su questo pianeta. La consapevolezza ecologica di vivere in un sistema chiuso con risorse finite spinge i popoli verso l’uso razionale dell’energia, liberandosi dalla religione più criminale che l’uomo avido abbia mai inventato: il capitalismo e il monetarismo che creano denari dal nulla e impone l’usura agli schiavi.

Se nel cosiddetto Terzo mondo regna la povertà, ebbene gli slums sono presenti anche nel Primo mondo (nel Paese più avanzato e militarizzato al mondo, gli USA, ci sono 12,8 milioni di persone negli slums) e la crisi strutturale del capitalismo tocca anche le città europee coinvolte dal fenomeno della contrazione che trasforma i quartieri delle ex città industriali in luoghi abbandonati e degradati, mentre le rendite di posizione hanno espulso i ceti meno abbienti verso comuni limitrofi e le imprese colgono l’occasione di sfruttare la schiavitù fornita dagli immigrati. Il capitale serve solo se stesso.

città in contrazione
Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

Le periferie italiane sono sempre più degradate poiché è aumentata la povertà quella vera, cioè sempre più italiani non hanno accesso ai diritti, e le generazioni presenti e future non hanno i mezzi per scegliersi i percorsi di vita. Il capitale serve solo se stesso. Da più di vent’anni i Governi italiani non hanno un piano nazionale di rigenerazione urbana bioeconomica finalizzato al riuso, nonostante sia noto che il nostro territorio e il patrimonio sono la più importante ricchezza del Paese, e che un ingente numero di edifici pubblici e privati è arrivato a fine ciclo vita.

relazione PIL popolazione occupazione

creative-commons