Ispirazioni sostenibili

Conoscenza e buon senso per progettare una società migliore:

Tratto da W. McDonough e M. Braungart, dalla culla alla culla, BLU edizioni Torino 2003, pag. 99. Due elementi essenziali rendono possibile la nostra esistenza: massa (la Terra) ed energia (il Sole). Niente entra ed esce dal sistema planetario eccetto il calore e, talvolta, alcune meteoriti. Per il resto il sistema è chiuso e i suoi elementi fondamentali sono preziosi e finiti. Ciò che la natura ci ha messo a disposizione è tutto quello che abbiamo. E qualunque cosa gli esseri umani creino non viene eliminata.
Se i nostri sistemi continueranno a contaminare la massa biologica della Terra e a buttare via materiali tecnici (come i metalli) o a renderli inutilizzabili in breve ci ritroveremo davvero a vivere in un mondo di limiti, in cui la produzione e il consumo saranno razionati e la Terra diverrà letteralmente una tomba.
Se gli esseri umani desiderano conservare l’attuale stato di benessere, dovranno imparare ed imitare il sistema di flussi di nutrienti e il metabolismo altamente efficace della natura, «dalla culla alla culla» in cui il concetto stesso di rifiuto non esiste. Eliminare il concetto di rifiuto significa progettare tutto – prodotti, imballaggi e sistemi – fin dall’inizio in base al principio che il rifiuto non esiste. Significa che saranno le preziose sostanze nutritive contenute nei materiali a modellare il progetto e a definirlo, che la sua forma sarà determinata dall’evoluzione, non solo dalla funzione.

Tratto da Guida al consumo critico, EMI, Bologna 2008 pag. 194. Impatto Ambientale. I supermercati sono l’emblema del consumismo che stimolano in tutti i modi possibili. Già la possibilità di poter passare fra gli scaffali e mettere nel carrello tutto ciò che ci attrae rimandando a dopo l’operazione fastidiosa del pagare è uno stimolo a comprare oltre i bisogni che avvertiamo spontaneamente. Se ci aggiungiamo le promozioni del tre per due, i prezzi civetta che si fermano a 99 centesimi, le fidelity card, i regali su raccolta punti, le seduzioni per bambini alle casse, il superconsumo è assicurato. E assieme è assicurato pure il superimballaggio perché al supermercato si vende prevalentemente impacchettato per favorire i trasporti e sbarazzarsi dei commessi.
Uno studio condotto in Gran Brategna nel 2004 dal parlamentare Norman Baker, ha messo in evidenza che in ogni famiglia spende ogni anno 750 per imballaggi, un sesto della spesa per il cibo. In definitiva solo il 26% del prezzo degli alimenti è per il cibo in quanto tale. Il resto è per l’imballaggio, trasporto, pubblicità, ricarico del supermercato.

Le parole sono importanti poiché sono associate a concetti, a stili di vita, a modi di pensare, per cui facciamo attenzione ai concetti “tossici e manipolatori” come gli ossimori. Ecco alcuni esempi clamorosi del marketing politico: “sviluppo sostenibile“, “banca etica“, “termovalorizzatore“, “carbone pulito“, “bombe intelligenti“. La giornata è composta di 24 ore ed il nostro cervello è impiegato maggiormente ad eseguire ordini dettati dalla consuetudine della società, ma se la società è gravemente malata? Con le parole i politici burattini manipolano la percezione della realtà “giocando” con le leggi della natura. Il cittadino deve riappropriarsi del senso delle parole, ricercandone l’etimologia e l’uso nel corso dei tempi. La democrazia è stata svuotata grazie all’apatia politica. Durante questo periodo natalizio, facciamoci un regalo utile, attiviamo il cervello, leggiamo un libro e discutiamone i contenuti in famiglia, con gli amici e con i conoscenti. Democrazia è dialogo, sereno e pacifico. La conoscenza e la creatività umana saranno capaci di trovare più soluzioni possibili ai temi che riguardano la collettività. Sarà sempre così perché è un indole umana creare, allora perché deleghiamo a persone corruttibili (rappresentanti eletti) la soluzione di problemi comuni? Eppure numerose comunità al mondo dimostrano che integrando la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta le deliberazioni sono di maggiore qualità.

Vaccino e Influenza Suina: firma per il diritto ad essere informato! Le persone hanno il diritto di conoscere la natura innocua di questa influenza, i rischi connessi all’uso di un vaccino inutile, non ancora sperimentato né sottoposto ai controlli necessari e gli interessi economici che sono all’origine di questa grande speculazione.

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Obbiettivo 2018: risanare le preesistenze a costo zero

scuola elementare Casteldarne

Fonte Arch. Stefano Fattor, docente a.c. al Politecnico di Torino e al master CasaClima, http://www.agenziacasaclima.it/uploads/media/KlimaHaus_CasaClima_Nr1_2009.pdf

Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico quasi il 90% del patrimonio edilizio italiano (più o meno 13,5 milioni di edifici) ha un fabbisogno energetico di circa 220-250 kWh/m² anno, ovvero consumi di 25 litri di gasolio per m². Una quantità pazzesca di energia dissipata; il vero “buco nero” del sistema energetico nazionale. Se si vuole incidere veramente sui consumi energetici bisogna quindi pensare di ridurre innanzitutto i consumi termici delle preesistenze architettoniche. Il problema non è certamente tecnico (come fare a risanarle?) anche se l’accademia italiana pochissimo si occupa di queste cose, al contrario di quello che avviene oltralpe. Il problema è economico (come finanziare gli interventi?).

La situazione dell’esistente
La caratteristica dell’edificio-tipo che abbisogna di un recupero di efficienza energetica e che percentualmente rappresenta la maggiore quantità di cubatura e di consumo è il condominio con decine di alloggi, costruito negli anni del boom economico e per tutti i successivi 35 anni. Questa tipologia edilizia è caratterizzata da una proprietà frammentata economicamente, socialmente ed anagraficamente (quindi con aspettative di vita e prospettive assai diverse), per la quale qualsiasi intervento che necessita di un accordo su spese che hanno tempi di ammortamento di almeno 7-10 anni risulta pressoché impossibile. Gli incentivi per la riqualificazione
Nel panorama europeo le strade da percorrere sono tradizionalmente tre:
• incentivazione/detassazione delle ESCO (Energy Service Company) e delle relative attività di contracting, ovvero la promozione di società
private che si offrono di risanare gli edifici a loro totale o parziale spesa in cambio dei vantaggi economici per un certo numero di anni derivati dalla conquistata efficienza energetica dell’edificio;
• estensione della possibilità da parte delle ESCO di produrre Titoli di Efficienza Energetica (detti “Certificati Bianchi” in Italia) da vendere alle società erogatrici di energia che sono obbligate a conseguirli;
• incentivi fiscali; l’Italia con la Finanziaria 2007 ha ideato un ottimo congegno fi scale (sgravi IRPEF del 55%).
Tutto questo riguarda competenze dello Stato e ha il difetto di non essere per tutti. Puoi offrire tutti gli sgravi IRPEF che vuoi ma per una pensionata di 80 anni spendere 8.000 euro per la sua quota di cappotto termico con un tempo d’ammortamento di 8 anni è sempre troppo.
E per quanto riguarda le ESCO, in Italia, nonostante i miglioramenti apportati nel 2007 al sistema dei Certificati Bianchi (innalzamento degli obbiettivi di risparmio portati a 6 milioni di tep e ridimensionamento del ruolo delle lampadine a basso consumo che avevano da sole coperto la prima emissione dei certificati) di fatto rimarranno fuori mercato. Le società che erogano energia continuano ad ottenere rimborsi di 100 euro per tep conseguita, che non vengono corrisposti al contrario alle ESCO.

Nuovi strumenti per nuovi problemi
L’obbiettivo deve perciò essere uno: finanziare a costo zero questi risanamenti, perché se così non fosse le preesistenze sono destinate a rimanere i “colabrodo” energetici che sono. Ma i Comuni e gli enti locali in generale, in tutto questo non possono proprio farci nulla? Certo non con gli strumenti normativi tradizionali: ICI irrilevante ora più che mai; contributi in conto capitale ormai fuori dalla portata dei bilanci di chiunque; normative impositive impossibili anche solo da pensare perché di fatto scaricherebbero l’onere finanziario totalmente sui privati. E allora? L’unica soluzione è inventarsi strumenti nuovi di zecca per combattere problemi nuovi di zecca. La proposta: consentire l’innalzamento di un piano (o la costruzione di una quota determinata di cubatura) da immettere sul mercato a fronte del totale reinvestimento di quanto introitato a favore del risanamento energetico dell’edificio interessato. Si attiverebbero rapidamente forze economiche nuove; imprese edili, cooperative di artigiani, società con nuove specializzazioni, che in questo senso troveranno le formule più convenienti di contracting da proporre ai singoli condomini.

Potrebbero nascere soluzioni esteticamente assai accattivanti e, nei casi dei brutti edifici anni ’60, certamente migliorative e sostitutive di tanti interventi che in Italia invece le varie normative locali hanno consentito sui sottotetti.
Il vantaggio sarebbe molteplice:
• si darebbe una risposta alla richiesta di nuovi alloggi a prezzi più contenuti (il costo del terreno incide in maniera praticamente discrezionale);
• si ridurrebbero i costi energetici nell’ambito più energivoro delle attività umane;
• non si consumerebbe suolo e verde pur potendo potenzialmente costruire migliaia di nuovi alloggi;
• si svilupperebbero tecniche costruttive a secco, adatte alle sopraelevazioni, a minor impatto energetico rispetto a quelle tradizionali;
• i risanamenti sarebbero a costo zero per i proprietari della preesistenza che si ritroverebbero oltretutto a suddividere le spese di condominio su più unità;
• si assicurerebbe lavoro agli operatori del settore edile per una generazione, cioè a chi lavora veramente, tagliando fuori chi invece vive girando solo denaro e speculando sulla rendita fondiaria;
• si avvantaggerebbero i Comuni, che vedrebbero attratti nuovi residenti senza grossi oneri di nuova infrastrutturazione.
Ma soprattutto si garantirebbe un risparmio a tanti e per sempre (700-800 euro/anno per famiglia di spese di riscaldamento in meno) contro il tradizionale guadagno una tantum e per pochi che ha sempre caratterizzato il mercato edilizio.

Un sogno possibile
Un sogno? No. I conti tornano perfettamente e lo dimostra una tesi scritta dall’arch. Silvia Bardeschi, neo diplomata al master CasaClima di Bolzano con relatore il redattore di questo articolo. La simulazione è stata fatta su 5 edifici di 20-30-40 unità abitative degli anni ‘50-‘60-‘70 in un comune non favorevole (per i bassi valori immobiliari – 2.900-3.000 euro/m²), Buccinasco, in provincia di Milano. Gli interventi ipotizzavano di portare in classe B oggetti edilizi da una classe di partenza G o F. Nella tabella sottostante i risultati: a fronte di interventi radicali di risanamento (cappotto, finestre, caldaia, tetto) che oscillavano tra gli 0,8 e i 2,6 milioni di euro (compresa la sopraelevazione), il risanamento risultava autofinanziato in toto 3 volte su 5 e in due casi, cioè quando il rapporto superficie disperdente/sedime era maggiore di 6, quasi totalmente autofinanziato. Va da sé che, in caso di valori immobiliari solo un po’ più alti, l’autofinanziamento dell’intervento si estenderebbe a rapporti ben più elevati di 6, in pratica a quasi tutti gli edifici. L’obiezione che arriva sempre: e gli edifici storici?
Il credito di cubatura (perché di questo si tratta) è spendibile anche per essi, assumendo altre forme di cui ci si potrà occupare in successivi articoli. Ma ricordiamoci due cose: gli edifici storici rappresentano per l’Italia non più del 6-7% del patrimonio immobiliare totale. Un intervento mirato a ridurre i costi energetici deve puntare al grosso dello spreco. E percentualmente, gli edifici storici rappresentano una minoranza poco significativa. Parlando di “normazione urbanistica creativa” ricordo un illustre precedente storico. Jules-Harduin Mansart nel ‘700 alzò Parigi di due piani per dare su ordine del re una risposta alla tensione abitativa che affliggeva la città. Nacque qualcosa che prima non c’era: la mansarda. E per problemi nuovi come i cambiamenti climatici e la crisi energetica bisogna inventarsi davvero strumenti tecnici, urbanistici, normativi diversi perché quelli tradizionali non bastano più.

Class action e decrescita

bioeconomiaLa filosofia politica della decrescita poggia le sue basi sul concetto di bioeconomia, cioè una maniera di intendere l’economia che conosce le leggi della natura e precisamente anche dei danni ambientali recati dai processi industriali che producono le merci. Oggi sappiamo che non avviene così. Invece la progettazione industriale che segue regole di ecodesign previene l’immissione di sostanze tossiche nell’ambiente. E’ sufficiente imitare la natura (ciclo chiusi “a cerchio”) che non produce rifiuti invece, i processi industriali lineari che producono spesso scarti e scorie nocive possono indurre anche l’insorgenza di neoplasie, e quindi danni biologici quantificabili. Il concetto di bioeconomia tiene conto di tutti questi danni ed indica una strada alternativa, cambiare i processi industriali dalla progettazione applicando un uso razionale delle risorse, non più mosso dalla massimizzazione dei profitti considerando gli errori progettuali per far diminuire i ricavi.

decrescita-ass-mente-in-paceNel frattempo la logica eversiva ed  irrazionale della massimizzazione dei profitti uccide esseri umani e biosfera. La class action all’americana è lo strumento giuridico più ecologista che si possa pensare di avere perché in un sistema economico degenerato regolato, principalmente, sulla massimizzazione dei profitti previene la ricchezza monetaria prodotta illecitamente dalle SpA ed è l’arma più efficace che i cittadini e la natura stessa potrebbe avere. Non è un caso che nell’Unione Europea ed in Asia non esista, le SpA sarebbero costrette ad emigrare o modificare il modo di produrre merci.

Da diverso tempo liberi cittadini si preoccupano di diffondere consapevolezza ed informare tutti circa le regole immorali del sistema socio-politico. Senza la conoscenza e la corretta informazione non sarebbe possibile progettare una società migliore di questa ma, soprattutto diversa e basata sull’etica fatta per gli esseri umani e non per le SpA.

I cittadini devono esser consapevoli sul fatto che essi detengono il potere supremo e possono cambiare le regole del gioco (Costituzione e Statuti degli Enti Territoriali) attraverso un approccio olistico e pragmatico circa le vicende che ci preoccupano. Tutti sanno che i partiti sono degenerati in comitati di affari ma pochi propongono un cambiamento. Con un risveglio collettivo delle coscienze, con la corretta educazione civica ed informazione libera possiamo coordinarci ed introdurre cambiamenti necessari.classaction La VERA class action mira a quantificare i danni ambientali e biologici per dare un minimo dignità ai cittadini. Le SpA coinvolte cambieranno atteggiamento per non perdere i propri profitti. La VERA class action è gratis perché gli avvocati diventano imprenditori di se stessi pronti ad ingaggiare i migliori specialisti per far quantificare i danni e saranno premiati solo in base al loro operato. La VERA class action aiuta a ridurre i carichi di lavoro per i Tribunali già intasati da cause civili che durano i media dieci anni. Infatti nell’84% dei casi, le cause collettive si avviano e si risolvono in accordi stragiudiziari perché le stesse SpA, che sanno di essere colpevoli, non vogliono rischiare di pagare più del doppio con l’accertamento del danno punitivo conducendo la classe di cittadini in Tribunale con l’evidente rischio di vedersi ridurre anche il valore economico dei titoli azionari quotati in Borsa, sensibili all’immagine della società coinvolta in scandali.

Questo tipo di legge poteva esser costruita ed approvata più efficacemente se in Italia ci fosse stata un procedura di iniziativa popolare (democrazia diretta) altrettanto efficace come quella che c’è in Svizzera o come è stata proposta nella Provincia di Bolzano. Non attendiamoci che TUTTI gli attuali partiti seduti in Parlamento prendano in seria considerazione la VERA class action poiché l’hanno già ignorata ed osteggiata in passato con l’approvazione della FINTA class inserita nella finanziaria 2008.

Quindi la VERA class action è una concreta applicazione del concetto di bioeconomia perché quantifica i danni ambientali e biologici provocati dai processi industriali, toglie gli illeciti profitti per darli alla classe di cittadini.

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Cos’è la decrescita?

bioeconomiaIl termine decrescita, ufficialmente, indica una filosofia politica alternativa al pensiero politico dominante, sia esso capitalistico, socialista, comunista; è un termine che nasce in ambito economico e indica la riduzione selettiva del PIL, riferendosi agli sprechi. Il primo a usare il termine decrescita fu André Gorz nel 1972. L’anno precedente Georgescu-Roegen pubblicò La legge dell’entropia e i processi economici, dimostrando come l’attuale economia neoclassica sia sbagliata poiché ignora la legge dell’entropia. La decrescita nasce come critica ragionata al sistema della crescita, cioè una critica alla società dei consumi compulsivi di merci inutili, nasce fra gli ambienti culturali di sinistra (Pasolini, Illich, Castoriadis, Langer) ma la critica alla crescita viene isolata poiché anche i Paesi socialisti e comunisti furono favorevoli a una società dei consumi. Precursore fu Frederick Soddy che nel 1921 pubblica Cartesian economics, anticipando i temi di Georgescu-Roegen, e mostrando la centralità dei processi chimici fisici per misurare la reale ricchezza condizionata dai limiti della natura. I prodromi delle teorie decrescenti furono poste già nell’Ottocento dagli utopisti socialisti (Fourier, Owen, Godin) che progettavano città auto sufficienti in equilibrio con la natura. E’ la scienza che pone le basi culturali della bioeconomia opposta a una società fondata sulla crescita della produttività delle merci che ignora le conseguenze ambientali e sociali.

E’ la bioeconomia di Georgescu-Roegen a inventare la decrescita selettiva di merci inutili. La decrescita è un tema economico legato alla creazione di un nuovo sistema culturale e politico che garantisce la conservazione dell’ambiente, la tutela delle specie viventi (sostenibilità) attraverso un’evoluzione del sistema produttivo. Dal modo di produrre al consumo, la decrescita, nel corso dei decenni, ha allargato i suoi orizzonti indicando un modello sociale alternativo, che poggia su nuovi paradigmi culturali attraverso i quali favorire la costruzione di una società prosperosa e più efficiente dell’epoca industriale che volge al termine. La decrescita figlia della bioeconomia ha la grande virtù di introdurre concetti di miglioramento nelle scelte individuali e collettive attraverso stili di vita sostenibili. E’ il miglioramento che ci consente di individuare gli sprechi, eliminarli e introdurre un’evoluzione tecnologica, sociale e culturale. E’ questo il merito più grande della decrescita, cioè della bioeconomia, ovvero sia mostrare l’evoluzione della società, indicando l’equilibrio ecosistemico, attraverso l’uscita dal piano ideologico della crescita (perciò decrescita) figlio dell’epoca industriale che volge al termine nel mondo Occidentale, poiché il capitalismo ha scelto i Paesi emergenti quali vittime della futura crescita.

Secondo una definizione classica di economia – amministrazione della casa – essa studia la condotta umana come relazione tra fini determinati e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi (Robbins, 1932). Aristotele, che può essere considerato il primo teorico della decrescita, indicò nella crematistica, l’arte di fare gli acquisti cioè quella capacità etica di non creare accumulo fonte dei vizi e dell’usurpazione delle risorse.

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Fonte: Wuppertal Institut

L’economia neoclassica poggia i propri convincimenti su teorie come: domanda e offerta, e la funzione della produzione che ignora completamente le leggi della termodinamica andando subito in contrasto con la realtà della natura. Come vedremo, oggi, l’economia non solo non viene più studiata seriamente, ma è stata sostituita da strumenti matematici – hedge fund[1], credit default swap[2] – non per pubblica utilità, ma per manipolare, nascondere, ingannare, truffare i popoli ed arricchire una ristretta élite. «La capitalizzazione delle anticipazioni di profitto e di crescita incoraggia l’indebitamento crescente, alimenta l’economia con liquidità dovute al riciclaggio bancario di plusvalenze fittizie, e permette agli Stati Uniti una “crescita economica” che, fondata sull’indebitamento interno ed estero, è di gran lunga il principale motore della crescita mondiale (compresa la crescita cinese). L’economia reale diventa un’appendice delle bolle speculative incoraggiate dall’industria finanziaria. Fino al momento, inevitabile, in cui le bolle esplodono, trascinando le banche in fallimenti a catena, minacciando di far sprofondare il sistema mondiale del credito, e di precipitare l’economia reale in una depressione severa e prolungata (la depressione giapponese dura da più di quindici anni)» (Gorz, Ecologica, Jaca Book, 2009, pag. 31).

Un’altra maschera fondamentale per nascondere la fallacia dell’economia neoclassica e finanziaria è la creazione della moneta dal nulla, e tutte le norme che regolano le banche e il sistema del credito attraverso l’interesse e la riserva frazionaria. Cosa significa creare moneta dal nulla? Dal 1971, quando Nixon ne dichiarò il termine, la moneta americana non venne più stampata in base al limite fisico delle riserve auree, fine del gold standard.

L’economia, quella vera, quella aristotelica si occupa di risorse e pertanto è sinonimo di ecologia, ma i percorsi formativi universitari relativi all’economia creano conflitto e confusione culturale assegnando un titolo economico a chi studia la matematica finanziaria, la funzione della produzione, e non a chi studia gli ecosistemi e l’uso razionale delle risorse. Tutto ciò poiché l’istruzione universitaria è figlia dell’epoca industriale che esige la divisione dei saperi affinché gli individui siano utilizzati come operai, cioè schiavi o robot inconsapevoli sugli effetti delle loro azioni e inseriti in una catena di montaggio secondo i dettami del paradigma della crescita continua. L’economia neoclassica è un’invenzione che si occupa di stimolare la produttività e di mercificare la natura e il bene comune assegnando una misura monetaria allo scambio delle merci. Marx pubblicando Il capitale spiegò egregiamente la distinzione fra valore di scambio e valore d’uso, ma tutta l’economia neoclassica, sia essa neoliberale che socialista, favorisce la società dei consumi. E’ fondamentale per la teoria della decrescita affermare la distinzione fra beni (valore d’uso) e merci (valore di scambio) poiché una società auto sufficiente raggiunge la propria libertà e autonomia riducendo lo spazio del mercato (valore di scambio) e aumentando lo spazio della comunità (valore d’uso). Poiché il capitalismo non ha una condotta civica ed etica, si tratta di evitare la mercificazione del Pianeta e tutelare la natura (bene) con un uso razionale delle risorse e garantirne la fruizione alle future generazioni, ciò avviene col paradigma bioeconomico (modello flussi-fondi).

E’ noto e condiviso che l’economia individua quattro fattori della produzione: la natura, l’organizzazione, il capitale e il lavoro. L’economia neoclassica ha costruito le relazioni come la “domanda e l’offerta”, la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto”, che trattano i quattro fattori della produzione in maniera arbitraria e irrazionale poiché trascura l’evidenza scientifica circa i limiti della natura e le sue leggi: la fisica, la biologia e la chimica. Il gioco di prestigio della funzione della produzione è quello ridurre infinitamente ciò che chiama costi: lavoro, natura, e organizzazione per aumentare il capitale. In questo stupido gioco di prestigio chiamato riduzione dei costi si trascurano diritti, felicità e si eliminano specie viventi. La contraddizione interna alla funzione della produzione è evidente: la natura non è intercambiabile, anzi subisce un deterioramento per ovvie ragioni legate all’entropia. L’economia neoclassica non contabilizza i danni ambientali e sociali. L’economia è una disciplina sociale, cioè un’opinione fondata su nostre convenzioni, mentre la fisica è una scienza. In tal senso precursori della decrescita sono Sadi Carnot, William Thomson Lord Kelvin, e Rudolf Clausius. La fotosintesi clorofilliana dimostra tutta l’inefficacia del modelli economici, in quanto l’energia per la vita su questa pianeta è gratuita, e tutte le specie viventi scambiano continuamente flussi energetici senza le invenzioni economiche malsane dell’economia ortodossa. Le risposte agli errori della funzione della produzione neoclassica sono stati date da Nicholas Georgescu-Roegen attraverso la nuova funzione della produzione trasformata in un modello circolare di flussi-fondi.

Il problema della scarsità delle risorse e del benessere emerse subito e Arthur Cacil Pigou (1877 – 1959) iniziò a distinguere tra benessere sociale, esprimibile con la qualità della vita, dal benessere economico, che è misurabile solo con la moneta. Lo stesso ideatore del Prodotto Interno Lordo (PIL), Simon Kuznets, disse che l’indicatore non serviva a misurare il benessere ma la quantità di merci scambiate. In tal senso la decrescita chiarisce che per misurare il benessere sono necessari indicatori qualitativi e pertanto il PIL, non solo risulta essere fuorviante ma persino sbagliato, poiché non si occupa di qualità ma per l’appunto di quantità. In buona sostanza, tutte le istituzioni del mondo Occidentale preferiscono dare credito al PIL, come indicatore utile alle decisioni politiche, ma in questo modo accelerano la crisi del sistema sociale poiché i leaders politici non si occupano prioritariamente della felicità dei popoli, ma della crescita delle merci vendute dalle SpA.

Georgescu Roegene funzione della produzione flussi-fondi
Georgescu Roegen funzione della produzione flussi-fondi

Secondo Frederick Soddy (1877 – 1956) la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia[3]. Nicholas Georgescu-Roegen (1906 – 1994) ideò il concetto di bioeconomia, una pietra fondante della decrescita, e fece notare che l’economia deve tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica, ed in particolare del secondo principio della termodinamica. Georgescu-Roegen ebbe il merito di dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, e suggerendo una nuova “funzione della produzione” trasformata in un modello di flussi-fondi che misura l’impiego di energia e materia. La tesi bioeconomica di Georgescu-Roegen ha il merito di indicare un diverso modello di produzione di merci e suggerisce l’uscita dall’ideologia della crescita per avviare un periodo di riduzione selettiva del PIL che consenta di tendere all’equilibrio ecologico delle risorse finite del pianeta.

Gli stessi economisti discussero dell’inadeguatezza delle convenzioni economiche neoclassiche, e così furono Schumpeter e Marshall a mettere in discussione i modelli economici. Persino economisti favorevoli alla crescita, come Keynes hanno preconizzato l’implosione del capitalismo su stesso. L’ideologia del capitalismo, votato alla crescita infinita, sta distruggendo i nostri diritti, gli ecosistemi e sta mettendo a rischio la democrazia come noi la immaginiamo. La funzione della produzione del capitalismo consente di realizzare un grande inganno illusionistico poiché trattando il capitale naturale come un ente matematico riesce a nascondere (in realtà non li considera affatto) gli effetti negativi delle cosiddette esternalizzazioni negative (danni ambientali). La natura nonostante abbia limiti ben definiti diventa infinitamente piccola, il capitale non risponde più all’economia reale ma ai capricci delle borse telematiche condizionate da asimmetrie informative, ed il lavoro anch’esso diventa infinitamente piccolo effetto della competitività dei salari, alias schiavitù. La crescita, che sta alla base della globalizzazione neoliberista, stimola l’aumento del PIL delle SpA, grazie alla delocalizzazione delle industrie verso territori privi di regole morali e sindacali (zone economiche speciali), e dove è possibile usurpare e sprecare le risorse del pianeta per produzione merci e aumentare i dividendi degli azionisti attraverso le disuguaglianze di riconoscimento (ridotti costi salariali). La decrescita selettiva del PIL non è un obiettivo in se ma consente di cancellare gli sprechi e le spese inutili, ed è necessario separare il concetto di lavoro dal concetto di utilità, poiché non tutti i lavori sono utili (costruzione di armi). Da un lato i paesi occidentali devono decrescere per migliorare la qualità della vita, e da un altro lato paesi emergenti dovrebbero crescere per raggiungere livelli di sostenibilità culturale, ambientale e tecnologica. Il processo di decrescita felice si basa sia sul miglioramento e sia sulla distinzione dei beni dalle merci. La comunità locale, può appropriarsi dei mezzi di produzione per auto produrre beni fuori dal mercato, ad esempio, la trasmissione del sapere, il cibo e l’energia possono essere auto prodotti al di fuori delle logiche di mercato. L’energia è un bene che può essere auto prodotta tramite l’innovazione tecnologica (fonti alternative) ed è possibile scambiare i surplus gratuitamente in un sistema di rete intelligente. Tutta la nostra società (cresciuta troppo) può ridurre il consumo di merci inutili (decrescita felice) facendo calare il PIL, e può aumentare lo scambio dei beni, gratuitamente, in questo modo si riducono i rifiuti e migliora la qualità della vita. L’obiettivo è tendere ad un equilibrio ecologico. La strada che porta all’equilibrio ecologico ha bisogno di una nuova occupazione, pertanto la decrescita felice, a differenza della crescita, crea nuova occupazione poiché sposta individui impiegati male verso settori virtuosi come l’efficienza energetica, il riciclo totale delle materie prime seconde (rifiuti), le cooperative agricole, la conservazione del patrimonio architettonico e la rigenerazione urbana sostenibile, la prevenzione del rischio idrogeologico e sismico, etc. L’ideologia della crescita ha usufruito dell’obsolescenza pianificata, e dell’innovazione tecnologica per sostituire gli operai con i robot, e poi ha delocalizzato le imprese per sfruttare una manodopera a costi ridotti ed aumentare i profitti degli azionisti. La fine dell’era industriale che stiamo vivendo trova una risposta e varie opportunità solo nella bioeconomia, e la decrescita felice è il periodo di transizione che indica come creare nuova occupazione partendo da nuovi processi industriali bioeconomici, dal prendersi cura delle città esistenti,  e dalle auto produzioni: sovranità alimentare, filiere corte, riciclo totale, prevenzione dal rischio sismico, rigenerazione delle città. All’interno di questo processo già in corso si rende necessario ripensare i paradigmi delle istituzioni e dell’euro zona per nulla confacenti all’obiettivo dell’equilibrio ecologico.

Infatti, in tutti i Paesi, cosiddetti occidentali, viene adottato e accettato, sin dal 1944, un modello di sviluppo omogeneo in base ad un indicatore come il Prodotto Interno Lordo  (PIL) che misura la produzione di merci e servizi immateriali in un anno. Il concetto di ricchezza è stato propagandato dalla Banca Mondiale (BM), dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) in maniera tale che il PIL e l’uso di una moneta stampata da una Banca Centrale fosse l’unico e vero “valore” da tenere in considerazione. Siamo arrivati al punto tale che le corporations SpA, tramite l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), governano la politica mondiale e quindi anche locale e, non sono più le pubbliche istituzioni rappresentative democraticamente elette a decidere per conto dei popoli. Il modello errato di società che ci opprime è la crescita economica e monetaria per la crescita stessa, ignorando i diritti civili. In realtà questo modello di sviluppo è precedente alla seconda guerra mondiale, sorto negli USA con la nascita della Federal Reserve e con la nascita della “personalità giuridica”, società per azioni quale modello di società che dialoga con le istituzioni e scarica di responsabilità le persone fisiche.

Pertanto sin dal dopo guerra è sorto un movimento culturale per porre critiche su questo modello sviluppo. decrescita-per-tuttiIl dibattito politico-culturale negli anni ’50 e ’60 disse chiaramente che la misura del PIL non era sufficiente per capire il reale sviluppo, e specificatamente per crescita non si doveva intendere solo quella economica e monetaria (materialista) ma, anche culturale, etica, sociale e spirituale. E quindi il termine decrescita si contrappone alla crescita del PIL lasciando capire che non importa il segno positivo o negativo del PIL, poiché lo stesso non è un indice di crescita reale del Paese, ma uno stupido indicatore economico che non tiene conto dei diritti, della cultura, della salute, della qualità del cibo e della felicità umana.

Un’élite di banchieri ed industriali è riuscita a programmare le menti di milioni di cittadini attraverso le università ed i media  (attraverso l’ignoranza in sostanza) elevando l’invenzione della moneta, da essi controllata e stampata “dal nulla”, (domanda ed offerta di moneta –> moltiplicatore monetario) a dogma religioso, elevando la crescita monetaria ed industriale a dogma societario, a modello da imitare. Essi hanno manipolato il reale concetto di ricchezza, hanno manipolato i concetti di sviluppo e crescita. Il ricco non è quello che mangia più cibo inquinato, ma chi si nutre in maniera sana ed equilibrata. E la domanda di lavoro è l’efficace strumento di ricatto per schiavizzare gli esseri umani, opprimerli nella continua ricerca di un pezzo di carta stampato dalla Banche Centrali prestato agli Stati, e caricato di interessi tutto in maniera illegittima poiché il potere supremo spetta al popolo compresa la sovranità monetaria come indica chiaramente la Costituzione italiana (artt. 1 e 47), sovranità violata dal Trattato di Maastrischt prima e poi “legalizzata” da quello di Lisbona (luglio 2008). La cosiddetta società “avanzata”, industriale, occidentale, dello “sviluppo” e dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” è fondata su poche regole: una moneta privata “creata dal nulla” (perché non hanno il diritto di scambiare il nulla, moneta debito, con il lavoro degli uomini), l’assenza di etica nelle regole scritte, siano esse leggi e norme degli Stati e, trattati internazionali ed accordi commerciali internazionali illeciti. In sostanza banche e corporations usano le risorse del pianeta a loro piacimento, per conservare il potere e continuare il controllo sulla maggioranza dei popoli assoggettati da finte democrazie rappresentative istituite nella maggioranza dei territori.

Sviluppando un approfondimento sulla decrescita, e meglio ancora sulle opportunità della bioeconomia per comprenderne il cambiamento radicale, dovremmo immaginare città e territori rurali che grazie all’uso delle nuove tecnologie, consentono ai cittadini di controllare gli strumenti del capitale riducendo il ruolo e l’influenza delle grandi imprese private. L’innovazione della bioeconomia riduce il ruolo del mercato, e potremmo auto produrre energia, cibo e usare la mobilità sostenibile per diminuire drasticamente i costi e i profitti di chi guadagna attraverso gli sprechi controllando le nostre risorse. Dare il controllo del capitale ai cittadini è una prospettiva che rientra nelle utopie socialiste dell’Ottocento, che consentirono di sviluppare i primi progetti di comunità auto sufficienti. Questa evoluzione non si realizza, non perché non si possa fare ma perché le masse non hanno una coscienza di classe, ed hanno rinunciato nell’immaginare un futuro migliore. Un nostro errore è che siamo abituati a delegare e, non a decidere direttamente.

Lo stile di vita degli individui occidentali è troppo energivo (impronta ecologica), e per il momento non riusciamo a rendercene conto perché mentalmente condizionati e immaturi. Subiamo passivamente gli stili di vita che le stesse corporations SpA comunicano attraverso i media che controllano. E’ incredibile ragionare sul fatto che in realtà il “maestro di vita” è quella stupida scatola chiamata televisione. I principali condizionamenti provengono dalla TV, poi dagli studi  (scuola ed università) e dall’ambiente. Ambiente inteso come famiglia, relazioni sentimentali, amicizia e lavoro.

La decrescita intende semplicemente ribaltare gli stili di vita e ripristinare l’uso razionale del cervello umano e l’uso razionale dell’energia.
Si intende riscoprire il piacere del vivere sociale in maniera non più egoistica ma altruistica. Riscoprire il piacere dei cibi autoprodotti, della vita conviviale, dello stare insieme per affrontare i problemi della comunità locale avendo un approccio olistico e pragmatico dei temi affrontati.

Decrescita significa riappropriarsi dei beni comuni e tutelarli. Significa bere acqua del rubinetto ma sicura, significa affidare la gestione della stessa a società realmente pubbliche fatte anche dai cittadini e non da una corporation SpA.

Per tutti questi motivi la decrescita felice non è collocabile fra gli schieramenti politici attuali, siano essi di destra o di sinistra, per la banale ragione che i diritti non sono di una parte politica, ma di tutti. Mangiare cibi sani e di qualità, bere acqua pubblica e pulita, usare l’energia razionalmente, tutto questo ed altro sono pure scelte di buon senso, sono il frutto di azioni politiche che non hanno una bandiera politica. Se ci fossero rappresentanti eletti non corrotti, questi parlerebbero di come eliminare gli sprechi energetici dalla rete nazionale e locale, applicherebbero l’uso delle tecnologie e delle fonti energetiche rinnovabili. Ma tutto questo non avviene perché la riduzione dei consumi e quindi della domanda energetica è opposta alla cultura della crescita del PIL, è opposta alle strategia dei monopolisti energetici nazionali e locali che guadagnano soldi proprio dagli sprechi e dai consumi e non dai risparmi energetici. Con questo semplice esempio ci rendiamo conto di come le attuali forze politiche siano del tutto obsolete, corrotte ed immorali. Si intuisce che la decrescita è un cultura politica moderna e contemporanea perché tiene conto del vivere sobrio utile al pianeta e quindi all’essere umano. Detto ciò è necessario condividere, studiare e mostrare quanto sia possibile vivere meglio e superare tutte le barriere mentali oggi esistenti.rifiuto-riduco-riciclo Si può iniziare applicando la strategia “rifiuti zero”, che imita le leggi della natura eliminando gli errori di progettazione industriale delle merci e riutilizza gli scarti inserendoli nel ciclo commerciale. La strategia rifiuti zero riduce al massimo i rischi ambientali e sanitari e, sostituisce gli obsoleti inceneritori con gli impianti di riciclo, molto meno costosi e più razionali.

Negli ultimi tempi in alcune comunità locali prende forma l’opportunità di rigenerazione i centri urbani esistenti, e pertanto nascono politiche urbane denominate smart cities. Le tecnologie odierne consentono di realizzare città intelligenti poiché edifici e quartieri possono diventare produttori e consumatori di energia scambiandosi i surplus in eccesso. In quest’ottica è possibile rigenerare interi tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita e cogliere l’opportunità di realizzare nuovi servizi secondo i mutati bisogni dei cittadini e tutto ciò può accadere attraverso forme di pianificazione partecipata realizzando nuovi modelli economici locali.

Nel settore della mobilità di massa esiste anche una soluzione ecoefficiente: il treno a levitazione magnetica


[1] Fonte Wikipedia: I fondi speculativi (in inglese hedge funds) detti anche in italiano fondi hedge, nascono negli Stati Uniti negli anni 50. La definizione di “finanza creativa” è spesso associata alle operazioni speculative che tali fondi possono consentire. Il primo fondo hedge fu fondato da Alfred Winslow Jones nel 1949.
[2] Fonte Wikipedia: Il credit default swap (CDS) è uno swap che ha la funzione di trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti. È il derivato creditizio più usato. È un accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito. Il CDS viene spesso utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione. Tipicamente la durata di un CDS è di cinque anni e sebbene sia un derivato scambiato sul mercato over-the-counter (non regolamentato) è possibile stabilire qualsiasi durata.
[3] Frederick Soddy, L’economia cartesiana, 1922

Rifiuti Zero

Cos’è Rifiuti Zero?

rifiuto-riduco-riciclo“I rifiuti non sono un problema tecnologico ma un problema di progettazione industriale“
, prof. Paul Connett.
La “natura” è un sistema in equilibrio, che si basa su di un modello a catena chiusa, detto anche di tipo circolare; quello che si presenta come uno scarto di una pianta o di un’animale diventa il cibo per una altro organismo vivente. La natura non conosce il concetto di rifiuto come noi umani lo consideriamo e prima delle rivoluzioni industriali neanche l’uomo produceva rifiuti, parliamo di circa 150 anni fà. Quello che a noi viene propagandato come sviluppo e crescita in realtà è un regresso, in quanto le attuali attività antropiche hanno creato un disequilibrio nell’ecosistema. Le merci che noi compriamo sono frutto di un processo industriale di tipo lineare. Alla base della filosofia industriale il rifiuto non è contemplato come voce di profitto e/o danno economico, lasciando ricadere gli effetti negativi sulle popolazioni e sui consumatori. Estrazione delle materie prime, trasformazione (assemblaggio e produzione), commercializzazione, utilizzo (consumo) ed infine “rifiuto”. Questo tipo di sistema ha creato uno stile di vita vizioso, non compatibile con la natura. Noi umani abbiamo dimenticato che siamo parte della natura stessa. guida al consumo criticoPer poter continuare a soddisfare i nostri bisogni in questo modo abbiamo necessità di un altro pianeta Terra da cui approvvigionarsi delle materie prime.
Dal 1987 un gruppo di ricerca si è occupato di misurare l’impronta ecologica, ridurre gli sprechi e conservare le risorse in tutti gli Stati Uniti ed in Canada. Questo gruppo ha condiviso la sua esperienza lavorando con aziende, governi ed organizzazioni no-profit. Questi ricercatori usano un indice ambientale dei consumatori basato sul ciclo vita dei rapporti economici ed il relativo stile di vita. Tramite questo indice calcolano i rifiuti, l’energia e gli impatti delle sostanze tossiche causati dalle tre fasi di produzione, uso e smaltimento di merci e servizi acquistati ogni anno da parte dei consumatori. Il gruppo attraverso i suoi studi ha evidenziato l’insostenibilità dell’attuale sistema socio-politico e proposto un’alternativa imitando i processi naturali, in quanto i rifiuti sono un segno di inefficienza. La strategia proposta prende il nome di rifiuti zero (Zero Waste). Questo obiettivo esprime la necessità di progettare un circuito chiuso per il sistema sociale/industriale. Con l’uso dei termini “rifiuti zero” si vuole esprimere anche “zero rifiuti solidi”, “zero rifiuti pericolosi”, “zero sostanze pericolose” e “zero emissioni”.
La strategia suggerisce che il concetto attuale di rifiuto deve essere eliminato. I rifiuti dovrebbero essere pensati come “residui di prodotto” o più semplicemente come una “potenziale risorsa”, per contrastare la nostra base di accettazione dei rifiuti come un normale corso degli eventi. L’opportunità per la riduzione dei costi, l’aumento dei profitti e la riduzione dell’impatto ambientale si evidenziano quando si riducono questi prodotti residuali e le risorse come cibo per il sistema industriale e naturale. Ciò comporta la riprogettazione dei prodotti e dei processi al fine di eliminare le loro proprietà pericolose che li rendono inutilizzabili ed ingestibili, in quantità tali da non sovraccaricare le industrie e l’ambiente.
Per ottenere Rifiuti Zero occorrono tre cose:
1. responsabilità industriale (a monte)
2. responsabilità della comunità (a valle)
3. una buona leadership politica (per saldare insieme entrambe le cose)
Ad esempio un’industria che produce macchine fotocopiatrici la Xerox, recupera le vecchie macchine dismesse o non funzionanti da tutto il mondo per poterle smontare in enormi depositi e poterne recuperare oltre 95% dei materiali i quali vengono riutilizzati o riciclati per le future macchine fotocopiatrici; con un risparmio del 76 milioni di dollari ottenuti per il solo anno del 2000. dalla-cullaAlla comunità spetta la responsabilità di conferire i materiali in discarica rispettando sei principi cardine: evitare di generare rifiuti attraverso iniziative di prevenzione dei rifiuti, ad esempio con l’acquisto di prodotti che presentano l’imballaggio ridotto al minimo, acquistando prodotti che realmente verranno utilizzati ed in caso di disuso donare o rivendere il prodotto ancora utilizzabile. Consegnare presso aree di raccolta materiali riutilizzabili, come ad esempio prodotti tecnologici non di ultima generazione. Materiali compostabili, cioè tutti i materiali di natura organica dai quali è possibile produrre biogas e compost. Materiali riciclabili, composti da materiali che possono essere riciclabili per la loro natura chimica ed in quanto separabili. Individuazione e separazione dei materiali tossici. In fine tutti quei materiali che oggi non sappiamo recuperare rientrano nella categoria dei residuali.

italia-sotto-rifiutiIn Italia il concetto di comunità è stato manipolato per garantire facili profitti economici a pochi soggetti industriali divenuti monopolisti del ciclo integrato dei rifiuti. Invece negli Stati Uniti i suoli delle discariche sono di proprietà pubblica, inoltre la gestione delle stesse o di un impianto di riciclo può anche essere affidato ad un soggetto privato diverso da quello addetto alla raccolta. In questo modo separando i ruoli della filiera del ciclo dei rifiuti si evitano conflitti e concorsi di interesse a vantaggio della comunità che paga le tasse.
Gli studi statistici ed economici hanno evidenziato fino ad ora che l’unico modo per poter raggiungere in breve termine l’obiettivo rifiuto zero è l’adozione della raccolta domiciliare “porta a porta”, tramite lettura di un microchip che misura il peso e/o numero di bidoncini svuotati. (Fonte: P. Gentilini e N. Belosi, Le buone pratiche, Bollettino dell’Assise di Napoli, ott.-nov. 2007, pag. 18). Dall’analisi dei dati, la raccolta domiciliare con separazione secco/umido, sia per l’intero campione, sia per le diverse fasce di grandezza dei comuni, presenta in modo netto i migliori risultati rispetto agli altri sistemi di raccolta perché comporta:
– la minore produzione di rifiuti pro capite, in ossequio al primo criterio di prevenzione alla produzione di rifiuti;
– le maggiori rese di raccolta differenziata, in ossequio ai criteri di massimo recupero di materia e di minimo smaltimento;
– i minori costi pro capite del servizio di igiene urbana,in ossequio al criterio di economicità.
Le altre alternative attuali al sistema “porta a porta” sono la raccolta stradale (cassonetti) e quella mista, entrambe inefficaci. Inoltre la raccolta mista è quella con peggiori rapporti costi/benefici poiché non riesce ad ottenere le priorità indicate dalle norme mantenendo in vita entrambi i metodi, stradale e domiciliare, che vanno in conflitto tra di loro.

E’ necessario chiarire che le industrie producono due tipi di “rifiuti”: urbani e speciali. Oggi il 90% dei “rifiuti” urbani non sono più un rifiuto perché riciclabili, compostabili e riutilizzabili, per cui solo il 10% residuale deve essere studiato da centri di ricerca e rimesso nel mercato come gli altri. Questo 10% non rappresenta un pericolo per la salute umana poiché inerte ma purtroppo oggi vengono inceneriti recando danni ambientali. I “rifiuti” speciali per ben l’85% sono riciclabili e solo il restante 15% va conferito in discariche speciali.
Quindi per applicare la strategia rifiuti zero la politica deve rendere illegali le merci non riciclabili, imponendo nuove regole di progettazione industriali dei prodotti e favorendo le università con i centri di riciclo dove poter studiare un modo di recuperare le attuali merci residuali. Al progetto rifiuti zero partecipano interi Stati, contee, regione, città di milioni di abitanti e piccoli centri urbani sparsi in tutto il mondo. In Italia, Capannori (LU) è stato il primo Comune a deliberare tale strategia, seguito successivamente da altri. Poiché la strategia è lungimirante ha prodotto dei risultati nel tempo al di sopra delle aspettative ipotizzate e, prevede continui miglioramenti, ad esempio l’intero Stato della California raggiungerà l’obiettivo rifiuti zero entro il 2020.

pubblicato in La Voce di Parma, 13 maggio 2009.  Scritto da Vincenzo Bruno ed in collaborazione col sottoscritto (Giuseppe Carpentieri).

Un programma politico per Salerno

Questo è l’aggiornamento al 2009 di una proposta politica fatta nel 2007.

Prima di iniziare è necessario chiarire alcune cose: chiunque abbia la velleità di condurre attivamente una strategia politica deve conoscere le regole del gioco a cui vuole partecipare. Quindi è necessario conoscere la regola principale: la Costituzione italiana ed i suoi valori. imparare democraziaPoiché “la gara” si svolge a livello locale e non nazionale, riteniamo sia necessario sapere bene cosa si vuole introdurre, ed è importante conoscere lo Statuto comunale ed il funzionamento degli Enti Territoriali, per tanto l’attivazione di una scuola politica di educazione civica (file 01, file 02, file 03) si rende necessaria per formare ed auto formare un gruppo di cittadini consapevoli. L’elaborazione di un manifestino etico che individui anche conflitti di interesse è altresì importante per evitare di candidare persone “impresentabili”. democrazia-direttaBisogna evitare di commettere l’errore di imbarcarsi strani personaggi che intendono avviarsi ad una ” professione”e dunque bisogna essere chiari e praticare la trasparenza. Ci impegniamo a sostituire l’attuale classe dirigente e dare sovranità al popolo, introdurre i mezzi necessari affinché chiunque, da domani, possa controllare come vengono spesi i soldi pubblici, e dare a tutti la possibilità di partecipare al processo decisionale della politica.

Salerno è un città media meridionale con circa 138.000 abitanti, e con la sua Provincia arriva ad 1.020.000 abitanti.
Sul territorio comunale non ci sono più i grandi gruppi industriali, stanno chiudendo e delocalizzando tutti o quasi, infatti l’attuale l’Area a Sviluppo Industriale va sempre più riconvertendosi ad area commerciale. il_territorio_degli_abitantiDal punto di vista urbano è una città bella solo nella suo centro storico, parzialmente recuperato, mentre la parte moderna, costruita oltre il fiume Irno e sulle colline, è figlia della più selvaggia speculazione edilizia che va dagli anni del secondo dopo guerra sino ad oggi. Anche l’attuale Piano Urbanistico Comunale (PUC), approvato nel 2006, sembra privo di una idea di città futura, e mostra solo di voler costruire parti di città, esso è basato sulla crescita urbana, cosa strana visto che i dati ISTAT ci mostrano di una “fuga” di 15.000 abitanti verso altre mete negli ultimi quindici anni, forse dove la qualità della vita è migliore e/o dove le abitazioni costano meno. Il PUC ha subito forti critiche socio-politiche oltre che tecniche. Il Presidente dell’Albo degli architetti, nel 2006, disse: «questo piano è un regalo alla criminalità organizzata»
Il territorio urbano si presenta degradato ed inquinato grazie a scelte urbane sbagliate, dalla scarsa qualità architettonica degli edifici, soprattutto di quelli moderni, sino alle passate attività industriali dismesse ed a quelle presenti ancora attive. ecologist 05Le sue risorse naturali: il mare, i corsi d’acqua ed il suolo sono inquinati, così come hanno dimostrato la Carta geochimica ambientale ed i rilievi periodici dell’Asl e dell’ARPA. Vige sempre un divieto di balneabilità sulla costa cittadina, come dire: si abbiamo il mare ma non conviene fare il bagno, tutto ciò è assurdo.
La mobilità è una ferita sempre aperta, e non si è mai deciso di affrontare il problema alla radice, cioè realizzare una rete stradale che poggi la sua filosofia sulla sostenibilità e non sullo sviluppo sostenibile. Si dovrebbe mettere al primo posto la tutela della salute e non delle automobili. Questo modo di ragione può imporre di costruire una città sostenibile.
Ritengo che la grande disoccupazione, giovanile e non, sia figlia di uno strano isolamento culturale che attanaglia la scuola, l’università, le categorie professionali ed i suoi imprenditori locali ricchissimi di conflitti d’interesse. Le risorse naturali della Provincia, riconosciute da tutto il mondo, costiera amalfitana e cilentana, sono ostaggio dell’egoismo, del cinismo e del nichilismo locale che privilegia l’attuale sistema socio-politico basato sulla cooptazione, la parentela ed il servilismo verso i partiti politici. manuale-pratico-della-transizione_26512Introdurre un elemento di rottura contro questa prassi consolidata è estremamente difficile, ma se intendiamo creare un futuro sereno per i nostri figli è necessario non solo educare ai valori di una società basata sulla decrescita felice ma praticare la strada del merito e del sacrificio. I limiti dello sviluppo insensato sono sotto gli occhi di tutte le persone correttamente informate, e Salerno non è una città che brilla per questo. Essa è carente di biblioteche civiche, e di movimenti culturali consapevoli, dove i giovani possano attingere informazioni libere per poi discuterne. Salerno è la città dello svago, una sorta di paese dei balocchi che inganna il passante, mostrando di notte una felicità incosciente che ogni mattina fa i conti con la disoccupazione e la camorra. A Salerno è forte il senso del lamento e del disagio, ma non della critica costruttiva, non del ragionamento. In questo contesto è necessario fornire gli strumenti utili affinché i cittadini possano costruire un dibattito serio e motivato, volto al cambiamento reale del fare politica e della partecipazione al processo decisionale, fino ad oggi relegata ai soli partiti e divenuti forse, anche per questo motivo comitati di affari.

“Se non ti interessi di politica, sarà la politica ad interessarsi di te”

Nel corso dei miei studi universitari (Laboratorio di Progettazione urbanistica) , ispirato dal tema del corso, ho concentrato la mia attenzione su una proposta di città sostenibile. La letteratura urbana è ricca di esempi utili. L’idea è quella di realizzare una città di 30.000 abitanti con tecniche di sostenibilità sfruttando e rivalutando i suoli già esistenti. Salerno, solo per cominciare,  soffre di una densità abitativa elevata in alcuni quartieri e di una dispersione dei nuclei abitati “arroccati” irrazionalmente sulle colline, al di là del fatto che gli spazi urbani dei quartieri sono stati progettati senza le giuste distante per una rete stradale normale, l’esempio più banale che possono mostrare, considerando le strade principali, è l’assenza di una giusta distanza fra la carreggiata stradale e l’edificio, manca il verde privato, manca la pista ciclabile, il verde urbano, il parcheggio. Noterete come nelle vie principali  in poco spazio, fra l’edificio e la carreggiata, c’è solo un  marciapiede dove si concentra un alberello e l’illuminazione pubblica, spesso due persone che camminano in entrambi i versi fanno fatica. In alcune aree è possibile porre rimedio in altre è molto difficile.insegnamento di Porto Alegre Attraverso la pratica di una pianificazione partecipata si può far valere il giusto diritto alla casa, anche a quei cittadini oggi obbligati a vivere in “civili” abitazioni degradate in quartieri privi degli standard urbanistici (servizi essenziali), c’è quasi l’imbarazzo della scelta da dove iniziare. Non ci vuole uno specialista per comprendere che bisogna ridisegnare la città in molte parti col fine di porre rimedio alle scelte errare degli anni ’30, ’50, ’70 ed ’80 senza dimenticare l’ultimo scellerato PUC appena approvato. E’ sufficiente aprire i cassetti dell’ufficio tecnico di piano del Comune di Salerno per vedere piani urbanistici sul modello  garden-city, appositamente, ignorati solo per rubare ai cittadini ignari. Ed oggi invece di rime

Lettera aperta, che pochi leggeranno, “risposta” al sig. Obama

Obama scrive a Veltroni: «Italia e Usa lavorino insieme» […]Gli Stati Uniti e l’Italia devono far fronte ad una serie di sfide che credo riusciremo ad affrontare meglio insieme. Abbiamo però anche delle straordinarie opportunità che, se riusciamo a cogliere, possono far crescere i nostri obiettivi comuni. Ora che cominciamo a lavorare insieme, sarà per me di fondamentale importanza la nostra collaborazione. Sono fiducioso che gli Stati Uniti e l’Italia possano lavorare insieme in uno spirito di pace e di amicizia per costruire un mondo più sicuro nei prossimi quattro anni. Nell’attesa di poter lavorare con te per questo obiettivo e per rafforzare i rapporti tra i nostri paesi, ti mando i miei più sinceri saluti».

Gentile sig. Obama, sono un giovane cittadino italiano. Userò questo mezzo di comunicazione libero ed aperto, forse ancora per poco tempo, per esternare ciò che penso riguardo ai programmi politici che l’èlite, un gruppo ristretto di oligarchi, impone con violenza contro tutti i popoli della Terra. Non mi aspetto cambiamenti da voi potenti, ma una presa di coscienza dei miei concittadini. Lei scrive al leader dell’opposizione italiana, Veltroni: sono fiducioso che gli Stati Uniti e l’Italia possano lavorare insieme in uno spirito di pace e di amicizia per costruire un mondo più sicuro nei prossimi quattro anni, così è riportato dal sito del Corriere della Sera. Come le ho accennato sono giovane, poco più di trent’anni, per cui non appartengo a quella cultura politica italiana delle contrapposizioni ideologiche destra e sinistra, ovviamente non conosco la guerra, se non dai racconti dei nostri nonni e/o dai libri.

Le vorrei chiedere, ma per quanti anni ancora la mia generazione e quelle future dovranno sopportare il peso di quell’accordo scellerato di Bretton Woods? Per quanti anni ci saranno le vostre armi nucleari in Italia? Per quanti anni dobbiamo sopportare le vostre basi? Per quanti anni ancora dobbiamo vivere sotto i vostri ricatti diretti o indiretti? E’ del tutto anacronistico che lei parli di pace quando il mondo “occidentale” è reso schiavo da un sistema economico monetario controllato e gestito esclusivamente da un oligarchia di banchieri e politici corrotti, senza etica e morale. Questo sistema monetario, studiato e voluto da pochi, uccide ogni giorno migliaia di bambini nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, ricatta i popoli “occidentali” per mezzo del lavoro e crea disgregazioni sociali in tutti continenti. Ovviamente lei non ha responsabilità personali dirette, per il momento, ma lei rappresenta proprio quell’èlite di pochi che sostiene il sistema monetario e che ha usurpato i diritti dei popoli. Lei vuole cambiare il mondo come ha preannunciato? Cominci a confessare quello che molti cittadini già conoscono, ancora una minoranza per ora, sulla creazione della moneta dal nulla, cominci a denunciare l’esistenza di società segrete, o associazioni per delinquere, per gestire il potere mondiale e locale, cominci a seguire l’esempio di John F. Kennedy quando fece stampare moneta pubblica (ordine esecutivo 11110), forse per questo assassinato, cominci a dire che il Prodotto Interno Lordo (PIL) è un indicatore economico stupido, come spiegò Bob Kennedy e, che lo stesso (PIL) verrà abbandonato. In definitiva se lei vuole tentare di cambiare il mondo seriamente non deve inventarsi nulla, ma deve essere onesto e sincero, ed è sufficiente dare voce e spazio a quelle idee già esistenti da decenni che consentono agli essere umani di liberarsi dalla schiavitù indotta dalle banche centrali private e dalle corporations SpA. Usciamo da un sistema monetario ed entriamo in un’economia reale delle risorse smettendola di rubarle ai popoli e di uccidere vite umane per la pura logica del profitto monetario. Lei parla di responsabilità, bene cominci a prendersele, la moneta è quel pezzo di carta eretto a religione e, la maggior parte dei crimini sono legati ad essa. L’uomo non ha bisogno della moneta, ma di amore e di sviluppare conoscenza e creatività. Poi, lei dice: nell’attesa di poter lavorare con te per questo obiettivo e per rafforzare i rapporti tra i nostri paesi, ti mando i miei più sinceri saluti. Non si preoccupi dei rapporti fra i nostri popoli poiché non esistono separazioni e/o distinzioni, non sono i popoli a muovere le guerre ma solo voi Governi. I popoli non si odiano, ma sono i media, oggi, a divulgare informazioni da voi fornite per applicare gli scopi dell’èlite.

In fine, ricordiamo a chi leggesse questo blog che bisogna giudicare la politica ed i dipendenti eletti dai fatti e non dalle chiacchiere. Lei, sig. Obama ha già dimostrato con i fatti di schierarsi con l’èlite contro il popolo cercando di contrastare lo strumento giuridico della class action, fondamentale per tutelare i diritti dei cittadini. Ricordiamo che: lo strumento legale in questione, fortemente voluto da Bush e dalle varie lobbies industriali e finanziarie americane, fu votato nel 2005 anche dal neo presidente USA. Clinton votò no. In sintesi il CAFA tendeva a disintegrare (o quantomeno indebolire) la class action USA. E, come saprete, la class action negli USA è il più potente strumento di autodifesa del popolo nei confronti delle corporations.

Gli esseri umani sanno come vivere in pace, conoscono i reali bisogni: mangiare cibi sani e sicuri, avere un riparo sicuro e relazioni affettive…

…sappiamo che i politici non servono a nulla; abbiamo bisogno di conoscenza ed applicazioni tecnologiche che ci aiutino a migliorare la qualità della vita. Oggi la tecnica serve all’èlite per opprimere i popoli; un domani saranno i popoli ad applicare la vera democrazia e vivere in pace, senza l’èlite.

Distinti saluti

leggi anche:

Operazione l’altra guerra
di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa 

…La guerra ha avuto un’evoluzione significativa in termini dimensionali. La guerra del futuro sarà una guerra senza militari, invisibile. Il nemico lo devi prendere e trasformare in un consumatore dei tuoi prodotti, non ucciderlo…

…La paura è un’arma? Noi abbiamo paura delle cose che ci vengono dette più delle cose stesse. Ecco perché con il passare del tempo ci accorgiamo che la guerra più importante è quella fatta con l’informazione…

Se noi pensiamo che l’85 per cento delle informazioni che vengono divulgate provengono dagli stessi soggetti protagonisti di quella informazione, ci accorgiamo che la notizia è già avvelenata…

Ci sono tecnologie che consentono materialmente di creare pioggia o di modificare le condizioni climatiche. Tutto questo è frutto di una ricerca fatta per migliorare le condizioni di vita. Se poi uno le stesse cose le adopera al rovescio è facile che si possano verificare condizioni inenarrabili…

È possibile dissolvere il concetto di guerra. È un approccio di carattere molecolare. E lo vediamo nei rapporti quotidiani, se ciascuno di noi decidesse di non far più guerra a quelli che ha intorno, probabilmente la cosa risulterebbe favolosamente contagiosa.

Esperti di strategia militare, ufficiali di punta dell’Esercito, scienziati e uomini politici si confrontano in una conversazione serrata. Cos’è la guerra ai giorni nostri? Quali sono le differenze con il passato? Attraverso tematiche scomode e ai più sconosciute, Warology delinea il quadro di una nuova cultura del conflitto.

Più di un’inchiesta, un viaggio ai confini dell’impensabile…