Era urbana, meridione e sistemi locali

L’era urbana è già in corso di sviluppo e gli abitanti che ci vivono subiscono un’esistenza passiva per una serie di motivi culturali, politici ed economici. Gli abitanti non partecipano ai processi di pianificazione, mentre le classi politiche dominate dal dogma liberale laissez faire, anziché applicare l’interesse generale, lasciano la pianificazione a chiunque possa trarne un tornaconto economico. Solitamente sono le élite locali economiche più forti che determinano i processi pianificatori.

L’epoca che sta arrivando trasforma nuovamente i nostri stili di vita, e in parte questo processo è già consolidato, mentre le nuove tecnologie informatiche accelerano processi degenerativi della specie umana inconsapevole del sé. Una parte importante degli esseri umani di questo pianeta (1,4 miliardi di persone), mentre la crescita urbana capitalista è nel solco del vecchio paradigma neoliberale, è costretta a vivere nel degrado (slums) come accadeva nell’Ottocento; ma i numeri sono diversi per dimensione, e più schifosamente ingiusti, se consideriamo il fatto che oggi esistono tecnologie e opportunità per estinguere la fame e offrire occasioni di sviluppo umano a chiunque lo desidera. I poveri aumentano, e le città non pianificate correttamente sprecano energia. Ancora una volta, l’invenzione del mostro capitalista manovra tutto: sia lo sviluppo tecnologico e sia la distruzione delle risorse comprimendo i diritti umani.

L’epoca di urbanizzazione dove i cittadini vivono nelle aree urbane ha forme e caratteristiche diverse: la crescita urbana in Asia, in Africa, e la contrazione urbana negli USA e in Europa con la dispersione (sprawl). In alcuni casi, le élite medio orientali e asiatiche sperimentano per conto proprio le nuove tecnologie e programmano la costruzione di nuove città a basso consumo.

In Europa, i gruppi economicamente più forti stanno già trasformando le aree urbane esistenti, e in parte hanno già soddisfatto le proprie esigenze speculative innescando processi di gentrificazione. Ciò avviene in tutte le principali città e soprattutto nelle cosiddette città globali, cioè i luoghi offshore, della finanza e dei media come New York, Londra, Parigi, Tokyo, ed oggi si aggiungono le capitali asiatiche, Singapore, Pechino, Shangai, Hong Kong, Mumbai. In Italia, non esistono città globali, anche se Milano ambisce a farne parte.

Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi, prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, (1) impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e (2) guadagnare senza lavorare attraverso la rendita. Sono più di 150 anni che ciò avviene sotto il naso di tutti, poiché i popoli sono tenuti all’oscuro dei meccanismi economici della pianificazione, anzi li ignorano del tutto.

La recessione economica che i popoli subiscono è un vantaggio per l’élite ma soprattutto strumento di controllo delle politiche territoriali per determinare una migliore allocazione delle imprese sfruttando tutti i vantaggi della globalizzazione neoliberale, sia sfruttando e usurpando le risorse finite del pianeta e sia sfruttando la schiavitù umana. La novità degli ultimi trent’anni è che ciò accade anche nella vecchia Europa, senza quella consapevolezza di classe che si ebbe nell’Ottocento, quando i popoli si ribellarono chiedendo e ottenendo migliori condizioni di vita.

In Italia, le condizioni sociali ed economiche sono a dir poco drammatiche nel meridione d’Italia, annesso al Nord 150 anni fa, e costantemente depredato dalle imprese private e di Stato. Secondo il mio modesto parere, a parte la voluta carenza di infrastrutture e di agglomerazioni manifatturiere leggere che possono essere programmate e realizzate, oggi il danno più grande è la percezione psicologica di costante svantaggio e degrado che fa emigrare le giovani generazioni. Tutto ciò nonostante il meridione d’Italia e d’Europa sia la parte di territorio europeo con straordinarie ricchezze culturali, paesaggistiche, con intelligenze e capacità manifatturiere uniche nel mondo. La religione capitalista liberale misura i valori mercantili e non quelli morali, pertanto durante l’Ottocento, la volontà politica inglese e francese pianificò e guidò dall’esterno la distruzione della concorrente potenza economica meridionale, inventando la propaganda risorgimentale e corrompendo i graduati borbonici. Ancora oggi il capitalismo liberista adotta i medesimi strumenti, propaganda e corruzione, sia con la psico-programmazione degli individui secondo i dogmi materialisti dei liberal, e sia facendo disprezzare l’identità storica della Magna Grecia, della Langobardia minor, e del Regno delle Due Sicilie ai meridionali stessi, convinti dai media di esser “terroni”, per dirla secondo le ignobili fantasie di un leghista qualunque. Una costante narrazione mediatica razzista presente nei network nazionali, e persino inserita nei testi scolastici (Risorgimento e brigantaggio) costruisce una falsa rappresentazione del meridione che influisce soprattutto nell’educazione degli abitanti del Sud. La menzogna criminale e razzista propugnata per decenni nei libri scolastici è stata che la cosiddetta questione meridionale, cioè le differenze economiche fra il Nord e il Sud d’Italia fossero presenti prima dell’Unità d’Italia. I primi ad aver creduto alle fandonie propugnate dai programmi scolastici dei Governi italiani sono stati, sia la classe dirigente meridionale e sia gli abitanti. Infine, cosa di non poco conto, è stata l’élite meridionale a peggiorare la condizione sociale ed economica delle comunità del Sud costruendo un sistema sociale forgiato sul vassallaggio a vantaggio di poche e selezionate famiglie imprenditoriali.

Solo in questi ultimi anni grazie al successo di testi popolari ben documentati con fatti storiografici mostrano quanto la narrazione storica scritta dai vinti abbia stravolto la realtà dei fatti per motivi economici e politici. E solo da alcuni anni sembra rinascere un desiderio di conoscenza e di partecipazione politica nel tentativo di scardinare il sistema sociale feudale dell’élite degenerata.

La guerra di annessione del Sud al Nord c’è stata, ma non può essere un alibi per non vedere il dramma dell’ignoranza funzionale degli italiani e della cattiva classe dirigente locale sostenuta da una generale apatia degli individui nei confronti della politica.

Il meridione può e deve diventare una rete di città connesse fra loro. Le politiche territoriali bioeconomiche sono in grado di valorizzare le risorse locali e sono la spinta culturale per impiegare un mix di nuove tecnologie che usano le risorse rinnovabili. Tutto ciò può essere ben fatto applicando progetti bioeconomici che interpretano correttamente l’uso razionale delle risorse sotto la guida dell’etica politica.

E’ necessario che le persone e la classe politica meridionale si rinnovi, cambi abbandonando i dogmi liberali che stanno depredando il meridione, oggi periferia economica dell’Europa. I Comuni stessi sono organizzazioni e istituzioni amministrative obsolete e inutili, eleggere direttamente un Sindaco e un Consiglio comunale non serve a nulla, poiché tali Enti non rappresentano più l’economia e l’identità dei territori. Una classe politica seria e capace deve avere il coraggio di riformare gli Enti locali guardando le aree funzionali dei sistemi locali e introducendo forme e strumenti efficaci di democrazia diretta e partecipativa. E’ necessario riorganizzare le amministrazioni osservando i sistemi locali e approvare piani intercomunali bioeconomici (bioregioni urbane) per favorire lo sviluppo umano e la creazione di agglomerazioni manifatturiere leggere e d’innovazione tecnologica e sociale. E’ questo l’approccio culturale per interpretare la realtà territoriale e l’economia odierna, ma oggi siamo sprovvisti di strutture amministrative e di istituzioni adeguate. Il mondo è cambiato, la società è cambiata regredendo e le istituzioni politiche sono rimaste quelle del Novecento mentre la condotta dell’élite è di tipo feudale. Le politiche neoliberali stanno distruggendo i nostri territori mentre le politiche bioeconomiche fanno l’opposto, restituendo autonomia, libertà e creando occupazione utile.

Il meridione e soprattutto i meridionali devono darsi delle opportunità, devono sperimentare, avere il coraggio di investire su stessi aggregando talenti da tutto il mondo. Il mondo accademico deve e può programmare attività di ricerca applicata bioeconomica che favorisce investimenti utili nella rigenerazione territoriale del patrimonio esistente. In questo modo si creano opportunità per chiunque progetti sul territorio utilizzando il paradigma bioeconomico. I cittadini stessi, con imprese e banche devono prendere in considerazione l’idea di sperimentare la rigenerazione urbana bioeconomica che si occupa della città costruita intervenendo nei quartieri ancora privi di servizi minimi, e degli edifici arrivati a fine ciclo vita tendendo presente gli impatti sociali e ambientali degli interventi programmati.

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Regioni come sistemi urbani, fonte immagine Treccani on-line.
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Cambiare le politiche urbane

In tutta la letteratura urbanistica, gli autori raccontano i cambiamenti avvenuti nei nostri territori, in particolar modo l’aumento della popolazione urbana e il fenomeno della contrazione nelle città che ha fatto crescere i comuni limitrofi ai grandi centri favorendo la nascita di aree urbane. A partire dagli anni ’70, le imprese abbandonano l’Europa e le città sono deindustrializzate, in Italia c’è un’accelerazione del fenomeno che va dagli anni ’80 fino all’inizio del nuovo millennio. Due scelte politiche favoriscono la delocalizzazione: la deregolamentazione dei mercati finanziari e la fine del socialismo in Russia, e l’apertura della Cina al neoliberismo. I cambiamenti del capitalismo incidono anche sulle migrazioni, tant’è che l’Europa perde abitanti qualificati a favore di USA e ASIA. Dentro l’Europa i paesi “centrali” attraggono migranti qualificati mentre la “periferia” perde abitanti. All’interno di questa lettura territoriale centro-periferia, nel corso degli anni sono emerse le città regioni e i super cluster (agglomerazioni) come Silcon valley, Hollywood, la City di Londra, capaci di generare accumulazione capitalista. Le città regioni sono agglomerazioni socio-economiche più competitive, i casi più efficaci sono Portland, Toronto, San Diego-Tiujana, le regioni transfrontaliere della Manica, quella dell’Øresund, la pianura Padana, la zona Singapore-Johore-Batam, quella di Hong Kong-Shenzen. Recentemente si è avviato un esperimento di unire Shangai con Jiangsu e Zhejiang per creare una gigantesca città regione di circa 90 milioni di abitanti. Nel 1988, in Europa in quattro motori del capitalismo, Baden-Württemberg, Catalogna, Lombardia e Rhône-Alpes, hanno cercato accordi per assicurarsi vantaggi competitivi.

Dunque in questi anni di globalizzazione neoliberista le amministrazioni territoriali hanno innescato processi competitivi per accentrare capitali, con evidenti conseguenze economiche e sociali. Le istituzioni politiche scelgono di non avere una politica urbana nazionale per favorire l’accumulazione capitalista nelle città regioni, considerate i luoghi trainanti del capitalismo neoliberista. In questo contesto degenerato grazie all’assenza di politica nel rispetto dei principi costituzionali emergono e crescono le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Aumentano povertà e degrado, anche nelle aree urbane estese scelte dai neoliberisti. L’osservazione della nuova realtà urbana suggerisce la necessità di riorganizzare competenze e funzioni dei Comuni per adeguare le istituzioni ai cambiamenti sociali già consolidati. Sarebbe saggio realizzare un cambiamento di scala territoriale unendo i comuni centroidi a quelli limitrofi che insieme rappresentano un’unica struttura urbana. Inutile ricordare l’incapacità del legislatore nel servire seriamente il popolo, sia perché i politici non cambiano le dannose regole fiscali e monetarie dell’UE, sia perché i problemi delle aree urbane vanno affrontati con urgenza per la necessità di fare prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, ma il nostro legislatore non ha né il coraggio e né la consapevolezza di interpretare correttamente la realtà territoriale e urbana, per applicare la Costituzione e programmare investimenti per rigenerare le città.

Gli abitanti non vivono più entro i confini amministrativi delle città ma vivono nei cosiddetti Sistemi Locali, che rinchiudono più comuni. In Italia sono 611 i Sistemi Locali del lavoro. Fino ad oggi tutti i Consigli comunali hanno inseguito il paradigma culturale sbagliato e cioè la crescita urbana, per attrarre investitori privati. I politici locali, interpretando male la Costituzione e la legge urbanistica nazionale, hanno chiesto ai pianificatori di mercificare le trasformazioni urbane, affinché i piani attuativi rispondessero alle esigenze di fare profitto, e riempire i vuoti urbani lasciati dal processo di disurbanizzazione, con interventi speculativi. La classe dirigente politica è cresciuta nell’idea sbagliata di sviluppo, convinta che le città potessero crescere all’infinito ma non è così, poiché le città possono anche decrescere, come accade per 26 città italiane, tutte le più importanti, da Milano a Roma. La popolazione urbana è dinamica e dipende dalle attività economiche che alimentano la vita in città.

Poiché il capitalismo abbandona la vecchia Europa per motivazioni “banali”, come l’opportunità di aumentare i ricavi riducendo i costi (salari più bassi in Asia e assenza di diritti sindacali), è altrettanto evidente che se tutti i Consigli comunali puntano all’inutile competitività per attrarre gli speculatori privati, solo alcune trasformazioni diventano realtà che si concentrano nelle città più importanti. Il capitalismo è sinonimo di razzismo, e la pianificazione urbanistica è stata utilizzata dalla borghesia italiana, i privati economicamente più forti, per soddisfare i propri interessi e i propri capricci cacciando i ceti meno abbienti dai centri urbani. Oggi è la finanza globale che entra direttamente nella pianificazione locale di alcune città globali, sceglie dove riciclare il danaro, mentre le multinazionali costruiscono i non luoghi e distruggono l’economia locale rendendo le attività sempre più dipendenti al sistema globale (deterritorializzazione). E’ un processo vizioso che distrugge sempre più le opportunità delle generazioni presenti e future. Un sistema stupido e dannoso poiché ha deindustrializzato l’Italia nei settori ove era leader mondiale, e dannoso poiché impoverendo le famiglie, si distrugge il presente e futuro di diverse generazioni, mentre i neolaureati sono costretti a emigrare per inseguire i propri sogni.

Le politiche urbane sono fondamentali per programmare e costruire un eventuale Rinascimento italiano poiché tali strumenti (i piani) localizzano le attività cultuali, sociali, ambientali e industriali nei nostri territori e possono favorire coesione sociale e sviluppo locale, ma è necessario cambiare il paradigma culturale della società. Se l’Italia non ha un’adeguata agenda urbana, è evidente che Governo e Parlamento non svolgono il proprio ruolo, mentre la Costituzione ordina fedeltà alla Repubblica e lo sviluppo di politiche industriali per realizzare l’interesse generale: tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca e innovazione, costruzione dei diritti, favorire lo sviluppo umano.

Le attuali politiche urbane neoliberali non funzionano per le ragioni prima accennate, allora la risposta alla soluzione: favorire l’occupazione e ridurre la povertà, non è proporre di riempire i vuoti con progetti speculativi, come le ZES copiando l’ASIA, poiché sono gli strumenti delle multinazionali che predano le risorse locali e omogeneizzano i territori privandoli della propria identità. La soluzione è nella direzione opposta e cioè territorializzare. La soluzione è nella nostra identità, nelle nostre specificità, è nella cultura; basta applicare la Costituzione italiana per creare occupazione utile. La soluzione è nella cooperazione fra Comuni dentro i sistemi locali. Ad esempio, costruendo programmi, piani, e progetti di bioregioni urbane per l’ambito territoriale, e in rigenerazioni bioeconomiche in ambito attuativo, cittadino. C’è la necessità di fare manutenzione dell’intero patrimonio edilizio esistente e di intervenire nei quartieri per cambiare gli isolati, e la morfologia urbana. Cultura e bellezza sono i principi che dovremmo applicare. Basterebbe introdurre la democrazia, favorendo processi di pianificazione partecipata coinvolgendo i cittadini al processo decisionale della politica, e chiedere loro di riempire i vuoti creati dalla disurbanizzazione e cioè dalla fine del capitalismo industriale nelle città. Molti esempi sono presenti in Europa, in tutte quelle città dove gli amministratori hanno saputo raccogliere investimenti privati non per speculare, ma favorire l’agglomerazione delle attività locali nelle aree da rigenerare. Il problema delle nostre città è la cattiva cultura dei nostri dipendenti eletti, che preferiscono inseguire l’ideologia neoliberale piuttosto che rispondere ai bisogni delle persone e applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e aiutare i ceti meno abbienti, solitamente espulsi dalle città e relegati nelle periferie degradate. Sindaci, Consigli comunali e cittadini possono fermare questa predazione continua se capiscono di dover uscire dalla religione capitalista poiché il territorio non è merce, ma la fonte della nostra vita e rappresenta anche la nostra identità. Le politiche urbane devono ispirarsi alla bioeconomia poiché è l’approccio culturale che ci consente di avviare piani attuativi misurando l’etica delle scelte, e i flussi di energia e di materia. L’impatto sociale delle scelte è più importante degli indici di borsa di un mercato senza morale.

Per misurare e capire l’inefficacia di politiche urbane proposte da un’idea sbagliata di sviluppo, è sufficiente osservare gli indicatori economici (tasso di povertà), quelli socio-demografici (alfabetizzazione, l’aspettativa di vita), gli indicatori ambientali (vulnerabilità e resilienza) e gli indici di sviluppo umano (BES: salute, ambiente, benessere economico, istruzione e formazione, relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi …). L’ISTAT abbonda di dati.

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Aggiustare le città/2

Nella storia dell’umanità il rapporto fra uomo e territorio si è caratterizzato in un continuo cambiamento rispetto agli usi e ai costumi, alle necessità e alla cultura delle comunità. Nell’epoca della multimedialità e del controllo sociale capitalista le popolazioni aumentano la propria concentrazione nelle aree urbane, facendoci entrare nell’era delle metropoli. Oggi anche grazie a internet, che modifica completamente il nostro approccio al mondo, coesistono e si accentuano due stili di vita contrapposti: l’individualismo sempre più favorito, e la necessità umana di fare comunità. Nel mondo si affermano i sistemi urbani dispersi che generano problemi sociali e ambientali. In Italia le strutture urbane delle città centroidi si saldano a quelle dei comuni limitrofi aumentando la propria estensione e diventando aree urbane. La pressione antropica, viziata dalla pubblicità, contribuisce a sprecare risorse non rinnovabili, e a depauperare gli ecosistemi. Nell’attuale contesto, le città restano il cuore pulsante della società umana, e alcune amministrazioni locali danno risposte diversificate, mentre molte altre non riescono a costruire soluzioni per migliorare la vita degli abitanti. Nel mondo osserviamo il fenomeno delle città globali (megalopoli), sedi del neoliberismo e le reti di città medie. In Italia non esistono megalopoli ma un’armatura urbana di aree urbane estese. Il Nord carico di infrastrutture e il Sud che in alcune aree è persino privo di collegamenti. E’ altresì vero che la recessione economica innescata da una religione sbagliata: il capitalismo, è la causa della crisi morale, sociale, ambientale ed economica del mondo occidentale. Le istituzioni, pensate e organizzate in funzione di tale religione, sembrano incapaci di soddisfare i bisogni umani, e sembrano incapaci di favorire lo sviluppo umano; nonostante ciò esistono sono casi in cui le classi politiche locali “ribelli” al pensiero dominante, promuovono azioni efficaci per aggiustare le città attraverso una corretta rigenerazione urbana. Non c’è dubbio che per favorire l’uguaglianza è necessario abbattere l’attuale paradigma culturale neoliberale, restituire libertà agli Stati e dare loro strumenti per sostenere i diritti, dalla sovranità monetaria fino alla riforma degli istituti di credito, e riporre lo strumento della moneta nel posto giusto, e cioè come mero strumento di misura dell’agire politico e non come misura della ricchezza.

Nel corso della storia ci sono stati numerosi esempi per trarre insegnamenti virtuosi. Nell’Ottocento nascono numerose idee (Owen, Fourier, Godin, Cabet) per progettare luoghi urbani partendo dai bisogni delle persone, e in controtendenza all’industrialismo che cominciò a distruggere i luoghi urbani. Owen: «le condizioni ambientali non possono non influenzare gli individui: l’ambiente quindi deve essere costruito a servizio dell’uomo, prima di pensare a qualsiasi vantaggio economico, individuale e collettivo». I problemi dell’igiene urbana e della mobilità fecero nascere la scienza dell’urbanistica di Ildefons Cerdà e il piano di Barcellona. Howard presenta un progetto di città ideale, egli propone di decongestionare la città storica; programmare e gestire l’espansione attraverso il decentramento della popolazione in città di nuova formazione denominate “città giardino”, questo approccio fu poi ripreso da Abercrombie. Nel Novecento le proposte continuarono, e a seguito di due guerre mondiali, nacquero gli approcci per ricostruire e conservare i centri storici.

Greater London Plan 1944
Piano per la Grande Londra, 1944.

Durante il Novecento prevalse l’approccio del Movimento Moderno che sviluppa la città dei consumi, ma i modelli insediativi se ben programmati dalla pubblica amministrazione migliorano le condizioni di vita (Londra, Parigi, Copenhagen, Helsinki, Berlino, Barcellona, Amsterdam), mentre in Italia prevalse la speculazione edilizia che distrusse il territorio e peggiorò i luoghi urbani. Ancora oggi è la rendita il motore delle trasformazioni urbanistiche, che in molti casi favorisce danni ambientali e sociali. Dal punto di vista dell’urbanistica, la Catalogna, l’Inghilterra, l’Olanda e Paesi scandinavi, approfittando dei danni bellici furono capaci di sviluppare una corretta gestione e pianificazione poiché affrontarono il problema del regime giuridico dei suoli, sia conservando il ruolo pubblico dello Stato e sia tassando i profitti dei privati. Questi Paesi diventarono una guida anche nella rigenerazione urbana.

L’isolamento culturale italiano dell’inizio secolo Novecento, nonostante le opere di bonifica e la costruzione delle città ex novo, non assimila i modelli della pianificazione territoriale (Patrick Abercrombie) e i modelli insediativi delle garden city (Ebenezer Howard, Raymond Unwin), poiché preferisce favorire gli interessi privati delle rendite fondiarie e immobiliari. In Italia, fu Alessandro Schiavi a importare il modello garden city ma non ebbe molto successo. Milanino fu la prima città giardino italiana. Da questi esempi si svilupperanno alcuni insediamenti e quartieri popolari. L’aspetto negativo di questo modello è la bassa densità. Negli anni ’40 Bruno Zevi con l’associazione per l’architettura organica realizzerà alcuni progetti di insediamenti urbani che risentono l’influenza delle garden city circa il rapporto fra uomo e natura, ma tale associazione non rappresenta l’estensione di quel movimento anglosassone. Negli anni a seguire dal concetto di architettura organica, particolare rilievo ha avuto la sperimentazione di Paolo Soleri realizzata in Arizona con Arcosanti. Negli anni ’50, un notevole impulso all’urbanistica italiana fu promossa da Adriano Olivetti soprattutto per la pianificazione territoriale.

Fra l’Ottocento e il Novecento si forma la cultura urbanistica e l’Italia paga il danno culturale del fascismo restando isolata, rispetto alle sperimentazioni dei modelli compositivi insediativi tipici dell’approccio a “cellula urbana”; questo danno si ripercuoterà nella fase del boom economico con l’assenza di adeguati piani territoriali e di espansioni urbane non integrate negli insediamenti esistenti. Il danno più grande fu la mancata riforma proposta da Sullo, che consentì all’avidità dei privati di incassare rendite senza lavorare. La “beffa” è che molti dei modelli insediativi realizzati all’estero si ispirano palesemente all’armonia e alla bellezza della città europea formatasi nel mondo classico. In Italia, durante il periodo di crescita solo alcune città sono state capaci di pianificare uno “sviluppo equilibrato”, fermo restando che ugualmente hanno subito il mito del consumismo, fra queste Torino e Bologna.

cellula urbana
Cellula urbana. Fonte: Rigotti, Urbanistica. La composizione, 1973.

Per una corretta composizione dello spazio urbano i progettisti rappresentano la cosiddetta “cellula urbana” degli isolati ove inserire gli standard minimi al fine di consentire una corretta fruibilità dei servizi raggiungibili a piedi. Altri dati sono importanti come la morfologia, le densità, l’accessibilità, e il rapporto fra spazio pubblico e privato.

All’inizio del Novecento si sviluppano movimenti culturali territorialisti grazie a Mumford e Geddes, con una spiccata sensibilità ecologista. Kropotkin intuì le enormi potenzialità della rete elettrica immaginando città auto sufficienti, mentre i fratelli Paul e Percival Goodman immaginarono città ideali come le Communitas. Oggi la rappresentanza della scuola territorialista in Italia è espressa dalle ricerche di Alberto Magnaghi che suggerisce il progetto della bio regione.

L’Italia si distingue per la scuola di restauro e di conservazione attraverso la spinta di studi sulla città storica di Camillo Sitte (austriaco ma i suoi studi interpretano la bellezza dei centri storici italiani), ma soprattutto grazie all’opera di Gustavo Giovannoni, allievo di Boito, che inventa modelli e pratiche di rigenerazione urbana (tecnica del diradamento), Roberto Pane, allievo di Giovannoni, divenne grande teorico per la conservazione insieme a Cesare Brandi. Due documenti/manifesti rappresentano l’impegno italiano in questa disciplina: la Carta del restauro del 1932 e la Carta di Venezia del 1964.

Dal secondo dopo guerra, le città italiane crescono velocemente e le amministrazioni assimilano e scimmiottano il modello espansivo lecorbusierano, trascurando la qualità architettonica e urbana degli insediamenti.

Un’analisi critica sull’urbanistica moderna e sulla città contemporanea è suggerita dalla sociologa Jane Jacobs che valuta negativamente lo sviluppo delle città americane. Negli anni ’60 uno studio di Colin Buchanan – Traffic in Towns – consentirà un’avanzamento culturale della cellula urbana (Neighborhood Unit), sotto il profilo ambientale suggerendo una classificazione della strade e riordinarle per favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta (moderazione del traffico e zone 30). Sempre negli anni ’60, Kevin Lynch offre un formidabile contributo nell’interpretazione e nel racconto dell’urbanistica attraverso le mappe mentali frutto della percezione soggettiva della città; mentre Gordon Cullen inventa il concetto townscape, riferendosi al paesaggio urbano. Lynch, Cullen e in fine Jan Gehl consentono di apprendere le chiavi interpretative della città e degli spazi urbani.

Per porre freno al disordine urbano il legislatore italiano, che preferisce assecondare la rendita urbana, cerca di limitare il danno attraverso il famoso DM 1444/68 degli standard minimi, ma il danno era già stato creato. Dagli anni ’70 in poi, i progettisti presentano piani per recuperare gli standard, e dove c’è cultura e sensibilità politica i luoghi urbani migliorano; invece dove prevale l’avidità e l’ignoranza i luoghi urbani peggiorano. In buona parte del paese neanche la legge fermò gli interessi dei privati, i Consigli comunali continuarono ad assecondare l’avidità dei pochi a danno dei diritti dei ceti meno abbienti. Una buona classificazione dei modelli di piano è suggerita da Campos Venuti che li identifica in piani di “prima generazione” poiché perseguono la necessità della ricostruzione post bellica; poi segue una “seconda generazione” di piani caratterizzata dall’espansione e la “terza generazione” dedicata alla trasformazione. Renato De Fusco contribuisce ulteriormente alla comprensione profonda della città attraverso ricerche e studi sulla semiotica svelando il significato che si cela dietro il linguaggio dell’architettura contemporanea.

Nel frattempo il mondo è rapito dagli scenari proposti dal Movimento Moderno a partire dal primo congresso del 1928 (CIAM), passando per la prima Carta di Atene pubblicata nel 1938, fino all’ultimo congresso del 1960. L’unica eccezione fu presentata proprio dal Team X (1956) che proviene dai CIAM, in cui partecipa anche l’italiano Giancarlo De Carlo, e propone un approccio non più meramente funzionalista ma suggerisce di favorire la progettazione di luoghi urbani per la convivialità e lo sviluppo sociale, incrementando il concetto dell’abitare. Dalla partecipazione ai Team X si moltiplicano numerosi temi originali, e vi parteciparono anche Ignazio Gardella e Gino Valle; inoltre, fra questi è necessario ricordare Christopher Alexander che ha elaborato un’originale contributo per l’urbanistica e la rigenerazione, A pattern language. Nel 1960, con la Carta di Gubbio (Astengo) l’Italia conserva e rilancia un ruolo di paese guida per la conservazione dei centri urbani storici, ottimi esempi sono i piani di Assisi e di Siena (Secchi) e la scuola di Saverio Muratori con l’analisi tipologica, utilissima per i piani di recupero, Caniggia e Maffei gli allievi che hanno portato avanti l’analisi della morfologia urbana e l’interpretazione dei tessuti urbani esistenti. In tutti questi protagonisti dell’urbanistica e dell’architettura ci sono gli insegnamenti per una corretta rigenerazione urbana, attraverso l’analisi e l’interpretazione, approcci fondamentali per intervenire correttamente.

Per la pianificazione, la consuetudine di oggi è rimasta immutata poiché il processo che stimola il governo del territorio è l’interesse economico, cioè il territorio è considerato merce; nonostante la pianificazione nasca per tutelare l’interesse generale e si raccomanda di far prevalere il fine sociale. La realtà è drammaticamente opposta poiché i Consigli comunali e la classe politica sono addomesticati dal capitalismo che non persegue scopi etici ma l’accumulo del capitale stesso. Il problema è noto e riguarda il regime giuridico dei suoli. Il modello migliore è altrettanto noto, e si chiama pubblicizzazione del suolo che concede in uso il diritto di superficie, ma tale strategia fu scartata dal legislatore italiano (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo) e dai Consigli comunali, favorendo la consuetudine prevalente, e cioè ridurre il ruolo dello Stato per favorire il ruolo dei privati nella pianificazione urbana come prescrive la teoria liberale. Mentre in Inghilterra, Olanda, Francia e Germania lo Stato ha conservato un proprio ruolo nella pianificazione territoriale e urbana, l’Italia è di fatto il Paese più liberista d’Europa poiché ha regalato la rendita ai privati e l’ha sfruttata come molla economica del fare urbanizzazioni distruggendo la pianificazione urbanistica. In Oriente, la Cina attraverso la proprietà pubblica dei suoli ha costruito in meno di trent’anni le nuove città per circa 500 milioni di abitanti.

Oggi la realtà è persino peggiore rispetto agli anni ’60 e ’70, poiché aderendo al sistema neoliberale dell’UE e cedendo sovranità al mercato, i diritti e i valori della Costituzione repubblicana che sono la fonte primaria del diritto urbanistico, non sono applicati dagli Enti locali. La recente modifica costituzionale dell’art. 81 ha aggravato un vulnus culturale preesistente, giustificando l’ingiustificabile, e favorendo la distruzione del territorio, la speculazione, la segregazione sociale chiamata gentrificazione e il massacro dei diritti umani. Questo contribuisce ad aggravare una realtà sociale già drammatica, e contribuisce a distruggere l’esistenza di intere generazioni che non riescono a costruirsi un proprio percorso di vita poiché le istituzioni sono guidate da una religione: il capitalismo. In Italia, buona parte di programmi urbani, piani e progetti rispondono all’avidità dei soggetti privati e non all’interesse generale che si pone l’obiettivo dell’utilità sociale, la tutela del patrimonio esistente e la tutela ambientale. Viviamo una realtà grottesca e drammatica allo stesso momento; esiste la creatività e la capacità di rigenerare l’Italia attraverso l’occupazione utile ma ciò non accade poiché lo Stato ha ceduto poteri e sovranità. Ovviamente non è giusto trascurare il fatto che la regressione culturale dei cittadini contribuisce a distruggere il Paese poiché si eleggono cretini al potere.

Per favorire progetti di rigenerazione urbana bioeconomica, secondo l’accezione di Georgescu-Roegen, è necessario sviluppare piani di “quarta generazione” (bioeconomia, benessere, reti e morfologia urbana) ma valutati diversamente dai criteri attuali. I piani devono essere valutati con criteri che osservano lo sviluppo umano e sociale, la sostenibilità che risolve problemi concreti quali l’uso razionale delle risorse e l’equilibrio ecologico, la bellezza e il decoro urbano, e la progettazione urbana di qualità, proprio com’è insegnato dai modelli insediativi della cellula urbana e della città europea (mixitè funzionale e sociale, mobilità dolce, accessibilità, densità etc.).

Oggi l’armatura urbana italiana è costituita da città estesereti di città (città regione) collegate bene o male fra loro. Queste nuove città estese rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi, consumano ingenti risorse, poiché sono il frutto della cosiddetta dispersione urbana innescata dalla crisi del capitalismo e dall’assenza di una corretta pianificazione. Il mercato favorisce l’inquietudine urbana e rende complicata la vita nelle città estese. I ceti meno abbienti vivono in quartieri degradati e le famiglie non hanno soldi per rigenerare i propri edifici. Per rimediare a questo danno, è necessario un cambio dei paradigmi culturali delle istituzioni e delle regole che determinano i finanziamenti, sia ripristinando la sovranità e sia pianificando bio regioni urbane a tutela delle risorse ambientali nei cosiddetti sistemi locali individuati dall’Istat. Il problema economico: fino agli anni ’80 la fiscalità generale contribuiva a costruire le città (sovvenzioni e fondi perduti), con l’inizio della privatizzazione del sistema bancario e l’entrata nell’UE (cessione di sovranità monetaria), le teorie liberali hanno penalizzato il ruolo dello Stato favorendo gli interessi privati. Nei processi di pianificazione le imprese private e gli investitori giocano un ruolo determinante poiché pagano i costi della pianificazione, e le Amministrazioni si limitano ad assecondare i loro capricci sacrificando l’interesse generale. Non è una novità poiché il sistema risale sin dall’Ottocento. Il problema è che le necessità dello Stato sono diverse (rischio idrogeologico e sismico, conservazione dei beni storici, diritto alla casa, istruzione e assistenza sanitaria) dagli interessi privati mossi solo dal profitto. Il problema culturale: all’interno di un paradigma culturale capitalista si crede che ogni investimento debba produrre un profitto ma non è così, poiché la parte più importante dell’economia reale è costituita da scambi che non producono profitto ma soddisfano necessità, diritti e libertà: cibo, energia, cultura, bellezza e creatività. Il paradosso: l’attuale sistema globale finanziario ha creato la più grande concentrazione di capitali liquidi mai visti nella storia del capitalismo, ma non sono utilizzati per aiutare le persone, tanto meno per sostenere lo sviluppo umano e tanto meno per ridurre le diseguaglianze. Non è l’altruismo lo spirito che stimola le più influenti istituzioni del pianeta. Una parte della cultura liberale, per arginare il ruolo delle cooperative che tolgono opportunità alle imprese di profitto,  sta trasformando il mondo del volontariato che nacque nell’Ottocento, in un nuovo modo di fare impresa, e quindi i liberali contribuiscono a introdurre la competitività e l’obiettivo del profitto anche fra le cooperative, cancellando il principio del mutuo soccorso. Tutto ciò può cambiare, il mondo può diventare un luogo migliore se cambiamo i paradigmi culturali dell’Occidente, e questo dipende dalla cultura e dalla sensibilità delle persone.

Dal punto di vista economico, possiamo osservare che la cosiddetta “sostenibilità economica” può essere sfruttata per speculare, poiché ha come unico obiettivo il tornaconto degli interessi privati. Attraverso una riforma del sistema del credito e dei poteri istituzionali che ripristinano la sovranità monetaria, possiamo cambiare la cultura della ricchezza che non è determinata dalla moneta ma dalla creatività umana e dalla corretta gestione delle risorse finite del pianeta. E’ necessario che gli strumenti di valutazione economica-finanziaria siano piegati all’interesse pubblico, e che lo Stato si riprenda il ruolo di controllore, dettando la convenienza sociale ed ecologica di programmi, piani e progetti. Ciò può accadere attraverso la teoria endogena della moneta e finanziando direttamente a credito la sostenibilità economica degli interventi bioeconomici che creano occupazione utile, in maniera tale da realizzare programmi di prevenzione del rischio idrogeologico, sismico, la conservazione dei centri storici e la rigenerazione urbana delle aree degradate arrivate a fine ciclo vita. Sono tutti interventi non opinabili, procrastinabili nel tempo, e non sono oggetto di campagne politiche speculative poiché determinano la vita delle persone che si concentrano nelle aree urbane, cioè la maggioranza degli abitanti. Le istituzioni sono state inventate per gestire e risolvere problemi, ma la crisi morale che viviamo si traduce in un’inerzia criminale di buona parte dei politici addomesticati alla stupidità e al cretinismo del pensiero neoliberale che genera danni sociali e ambientali irreversibili. Aggiustare le città non è un’opinione ma una necessità per la nostra sopravvivenza, è bene che siano i cittadini stessi ad attivarsi poiché la natura, i cambiamenti climatici e l’usura del tempo degli ambienti costruiti non aspettano i capricci dei cretini al potere che noi stessi abbiamo sistemato.

Salerno prima e dopo

Curiosità: l’ONU ha approvato una nuova agenda con scadenza 2030, ove si pone l’obiettivo ambizioso di porre fine alla fame e alla povertà, e di combattere le diseguaglianze. Tali promesse possono assumere, o la forma della barzelletta o dell’insulto, poiché l’ONU è un’organizzazione incapace di rispettare qualunque promessa. Esistono diverse organizzazioni sovranazionali che rappresentano gli interessi delle imprese private, sono tutte intente a scrivere l’agenda politica per le istituzioni politiche. Le loro priorità sono l’accumulo del capitale e l’auto conservazione, lasciando i popoli in schiavitù. E’ altrettanto noto che l’Occidente attraverso l’OCSE, il WTO e la NATO sono co-registi delle politiche neoliberali della Banca Mondiale e del FMI, e sono responsabili della povertà, della fame e dell’aumento delle diseguaglianze, mai così grandi da quando esiste il capitalismo. Tali diseguaglianze si annidano principalmente nei luoghi urbani e nei paesi che le imprese multinazionali hanno depredato e colonizzato, ma è relativamente recente il fatto che povertà e disuguaglianze si diffondono anche in Occidente, negli USA e in Europa. Gli attuali fenomeni migratori non sono altro che l’effetto di strategie geopolitiche conflittuali fra Occidente e Oriente, e siedono entrambi sullo stesso piano ideologico sbagliato: la crescita e l’avidità del capitalismo.

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Città fallite

consumo del suolo ISPRA 2015
Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2013. Fonte: ISPRA.

Il fallimento economico finanziario dei piani urbanistici è argomento di dibattito fra gli addetti ai lavori da alcuni anni. Negli anni ’60 il conflitto politico fece prevalere l’ideologia speculativa del capitale, pertanto è consuetudine il fatto che il disegno urbano sia condizionato dagli interessi privati. I Consigli comunali pur avendone la responsabilità politica, o ignorano le motivazioni di tali interessi o lasciano che la soluzione di tali interessi si ritrovi nell’incentivo della rendita, cioè la mercificazione delle superfici. Generalmente i politici locali sono talmente disinteressati alla tutela del territorio fino a favorire l’attività edilizia senza comprenderne sia l’utilità sociale e sia la qualità progettuale, poiché tali iniziative generano introiti che possono essere indirizzati alla spesa corrente. Fino a pochi anni fa, tale opzione non era consentita poiché gli oneri erano vincolati alle opere di urbanizzazione. Questo processo vizioso è imploso su stesso.

Inoltre, osservando il cambiamento dei fenomeni urbani e sociali, possiamo intuire che gli ambiti territoriali e istituzionali, cioè i Comuni, sembrano inadeguati e obsoleti per offrire piani migliori. Sin dagli anni ’70, il capitalismo ha fatto esplodere la cosiddetta città diffusa, pertanto i cittadini vivono aree urbane e territori più ampi di quelli pianificati nei ristretti territori comunali, e spesso usano il suolo percorrendo territori intercomunali. Se in Inghilterra il modello della grande Londra è l’esempio di una pianificazione intenzionale, in Italia la crescita urbana è stata lasciata alla speculazione e oggi paghiamo ancora le conseguenze di quella volontà politica.

Le fonti letterarie e la pubblicistica mostrano un dibattito aperto, dinamico e attento attraverso la sensibilità di determinate analisi e studi di organizzazioni, dipartimenti universitari, professionisti e liberi ricercatori (Russo, Urbanistica per una diversa crescita, 2014; Calafati, Città tra declino e sviluppo, 2014). Per il momento gli argomenti di discussione sono “chiusi” fra accademici, progettisti e costruttori, nel senso che il mainstream non ritiene utile informare i cittadini circa il fallimento delle città secondo l’accezione urbanistica e architettonica.

Da decenni gli urbanisti hanno individuato l’origine della crisi delle città, e tale discussione accesasi durante gli anni ’60, è stata isolata e sopita dalla classe politica e dai mass media sia per nascondere le motivazioni speculative della rendita e sia per favorire la mercificazione del territorio. La recente implosione del sistema capitalistico consente di far riemergere un dibattito ucciso sul nascere, e sarebbe ragionevole e conveniente per tutti, persino per gli speculatori, arrivare ad ammettere che il capitalismo, implodendo su stesso, ha travolto l’indotto industriale più importante dell’economica delle città e dello Stato, ormai smembrato dall’ideologia neoliberale.

Dal punto di vista della pianificazione, è difficile ammettere che la strada suggerita dall’ideologia neoliberale, cioè far prevalere l’interesse dei privati nei processi giuridici ed economici circa le destinazioni d’uso dei suoli, non garantisce più la costruzione delle urbanizzazioni e della cosiddetta città pubblica. Mercificare la città è stata una scelta ideologica che ha favorito la concentrazione di risorse monetarie nelle mani di piccole caste locali, facendo pagare queste scelte egoistiche alla collettività. La crisi attuale ha messo in evidenza che le persone non hanno più i soldi necessari per pagare questi costi, ciò è accaduto attraverso l’inganno della rendita fondiaria e immobiliare che ha illuso persino l’industria immobiliare, forse convinta di poter proseguire i propri profitti con l’ausilio di piani di crescita attraverso l’economia del debito pubblico e privato. La droga finanziaria ha fatto perire il sistema per overdose. Morto il capitalismo c’è l’opportunità di riprendere il tema della municipalizzazione dei suoli e di pianificare un’agenda urbana sostenuta dalla sovranità monetaria con paradigmi bioeconomici e di qualità urbana.

Nell’ultimo decennio l’industria delle costruzioni, a differenza di altri ambiti industriali, ha ridotto i propri danni economici solo grazie agli incentivi fiscali legati alle ristrutturazioni finalizzate all’efficienza energetica, ma anche gli incentivi non hanno retto di fronte all’espandersi della crisi. Dal punto di vista delle politiche urbane, i piani urbanistici espansivi hanno avuto ricadute negative poiché generalmente una parte importante dei piani attuativi non ha recuperato gli investimenti previsti, cioè le superfici costruite non sono state acquistate, mentre taluni piani sono rimasti sulla carta. Le motivazioni sono tante, ma sono due quelle principali: la fede nell’ideologia della crescita continua, e la sottovalutazione della crisi del capitalismo e dell’euro zona che ha intaccato anche il risparmio dei cittadini. Per uscire dalla crisi due sono le soluzioni affrontate dal dibattito; la prima soluzione propone di restare sull’attuale piano ideologico promettendo di ricercare i capitali necessari fra i soggetti privati, sfruttando sempre l’interesse economico della rendita. La seconda soluzione propone una declinazione in due rami: entrambi i rami partano dal presupposto di ripristinare la sovranità monetaria, e il primo ramo non rinuncia alla logica della rendita dei privati, mentre il secondo ramo è quello nuovo, cioè proporre di associare alla recuperata sovranità i nuovi paradigmi culturali figli della bioeconomia per transitare definitivamente su un sistema etico e naturale delle scelte territoriali e garantire risorse alle presenti e future generazioni.

Non ci vorrà molto tempo per capire quale soluzione convincerà chi controlla le istituzioni, poiché l’implosione del capitalismo sta rilasciando i suoi pesanti effetti proprio in questi anni. La crisi innescata da un’industria fuori controllo, quella bancaria e finanziaria, sta fagocitando i risparmi privati, proprio in questo periodo, e se il sistema istituzionale ha risposto salvando se stesso attraverso nuovi poteri e funzioni alla banca centrale europea, gli stessi sanno bene che per impedire una rivoluzione dei popoli dovranno aggiungere e concedere nuovi e potenti strumenti monetari per restituire libertà alle comunità che stanno morendo sotto i colpi di una religione innaturale e diabolica. Il mostro del capitalismo si è trasformato in animale che inventa se stesso a mezzo internet spostando i capitali attraverso le giurisdizioni segrete e facendo apparire gli investimenti pubblici e privati soprattutto nei paesi emergenti. Questo mostro capitalista ha divorato persino parte di se stesso, e uno di questi ambiti comprende anche la cosiddetta old economy delle costruzioni, tant’è che in talune città europee certe trasformazioni urbanistiche sono state finanziate proprio da fondi pubblici e privati sospetti. Tali operazioni, non passate inosservate, hanno evidenziato proprio la crisi del settore che ricorre a rapporti amicali e favori politici globali per realizzare i capricci dei Sindaci, svelando fino a che punto gli interessi delle comunità siano stati rimossi dei processi di governance. Nel restante territorio le trasformazioni urbanistiche escluse dai circuiti dei capitali globali sono fallite per le ragioni sopradescritte.

Presidenti di Regioni e Sindaci sono eletti direttamente dai cittadini e a differenza delle persone nominate nei Governi e nei Parlamenti rispondono direttamente circa il loro operato. Costoro, o recuperano un’autonomia decisionale facendo scelte ascoltando le nuove opportunità politiche, oppure, all’indignazione popolare ampiamente alimentata dalla crisi e dalla stampa che favorisce l’apatia e l’astensionismo, si aggiungerà anche la potente e influente lobby delle costruzioni. In tal senso i piani urbanistici espansivi vanno trasformati in piani di rigenerazione urbana e la difficoltà culturale e tecnica sta nell’avere il coraggio di proporre piani senza gli incentivi volumetrici. Non può essere l’aumento delle superfici da vendere sul mercato, l’incentivo che ripaga i costi delle trasformazioni poiché il mercato stesso non è più capace di assorbire un’offerta che non risponde al desiderio e alle possibilità economiche dei territori. La soluzione è nota: restituire energia allo Stato con moneta sovrana a credito, e non più a debito. Il conflitto culturale è altrettanto noto, e i seguaci neoliberali rappresentano la maggioranza fra le istituzioni pubbliche e private, e non intendono ammettere l’implosione del capitalismo. Ancora una volta la convenienza economica, e in questo caso direi la sopravvivenza di una lobby, agirà nel proprio interesse e influenzerà i politici per cambiare il corso della crisi. Già nell’Ottocento e poi nei primi anni del Novecento, la scelta politica fu quella di aggiustare i luoghi urbani deteriorati dall’industria, e l’impulso partì dagli sia da Stati che battevano moneta sovrana e sia dall’invenzione di istituti bancari ad hoc. Scelte politiche analoghe furono intraprese sia dall’Inghilterra negli anni ’70 che cominciò la moderna rigenerazione urbana con investimenti pubblici, e sia durante gli anni ’50 negli USA che finanziarono programmi di rinnovamento urbano. Adesso le condizioni finanziarie globali sono mutate, e soprattutto è mutata la disponibilità delle risorse naturali, cosa significa? Che l’idea già paventata di tornare alle politiche neokeynesiane contribuirebbe alla distruzione dei sistemi naturali e potrebbe polverizzare i capitali finanziari generati dalle scommesse, per questo motivo l’evoluzione si trova sul nuovo piano, e cioè quello bioeconomico che ci consente di uscire dalla mercificazione dei suoli attribuendo il vincolo di inalienabilità ad ampi territori del pianeta Terra. Tornando alle politiche urbane sappiamo che le risorse per rigenerare le città ci sono, manca la volontà politica di uscire dalla mercificazione per favorire il recupero dei tessuti urbani esistenti a prezzo di costo e introducendo detrazioni e leve fiscali per la ristrutturazione urbanistica e i trasferimenti di volume necessari in alcune aree urbane degradate. Rigenerare seriamente le aree urbane significa abbattere le rendite di posizione, poiché interventi con una regia pubblica possono favorire il coinvolgimento degli abitanti, e ciò potrebbe far emergere l’interesse delle rendite immobiliari palesando pubblicamente il conflitto generato dal capitalismo, e quindi risolverlo a favore dell’interesse generale.

Tornando alla trasformazione del capitalismo in mostro internettiano e virtuale, che crea moneta dal nulla sia attraverso il sistema del prestito e sia attraverso i famigerati strumenti finanziari (le scommesse e fondi speculativi), ecco, sarebbe saggio compiere il salto d’uscita dallo stesso capitalismo. Agli Stati non conviene farsi prestare una moneta a debito, e se teniamo alla sopravvivenza della nostra specie, in un pianeta di risorse finite, l’unico sistema che funziona è quello che copia i processi economici naturali. E’ di moda chiamarla economia circolare in contrapposizione al sistema di produzione capitalista di tipo lineare. Dovremmo cancellare convenzioni e costumi di un sistema economico immorale, inventato dalle caste politiche per tenere i popoli in schiavitù. Il capitalismo dopo avere reso merce ogni cosa che ruota intorno a noi, si sta sganciando dalla merce lavoro travolgendo ampi settori dell’economia reale (old economy). Da alcuni decenni non è più il lavoro la fonte primaria della ricchezza materiale. Cosa significa? La specie umana condizionata dalla religione capitalista ha l’opportunità di liberarsi del lavoro e stabilire un nuovo patto sociale. Finisce un’epoca durata circa trecento anni, può cominciare l’epoca di transizione verso la prosperità. La specie umana ha una grande opportunità: riporre l’invenzione della banca e della moneta nel loro ruolo originario, ma in una veste altrettanto nuova, e cioè usare lo strumento di misura monetario per attività socialmente utili e commisurarlo alla politica delle risorse vincolate dalla legge dell’entropia. I debiti pubblici vanno rimessi e gli Stati rinvigoriti con moneta a credito secondo gli interessi generali: felicità e formazione cultuale dei popoli, innovazione e ricerca, rigenerazione dei territori. L’obiettivo non è più l’aumento della produttività ma lo sviluppo umano rispettando l’uso razionale delle risorse che genera nuova occupazione utile.

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L’evoluzione portata nelle regioni urbane

In questi giorni a causa dell’incontro denominato COP21 si torna a parlare di riscaldamento globale. Al di là delle responsabilità e delle polemiche legate alle cause dei cambiamenti climatici, è facile semplificare e sterilizzare le divergenze, dettate da interessi industriali contrastanti, è sufficiente osservare che la vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dalle leggi della fisica: termodinamica. Tutto lo sviluppo industriale dell’epoca moderna è figlio della termodinamica e gli effetti delle tecnologie sulla natura e la specie umana sono evidenti. La domanda da porci, è se le conoscenze della nostra specie siano in grado di abbandonare determinate tecnologie, ormai obsolete e dannose, e avviare un’epoca di transizione. La risposta è decisamente positiva. Il vero contrasto è insito in questo tema, poiché uscire dalla dipendenza degli idrocarburi significa spostare l’asse degli interessi geopolitici mondiali. I tempi della transizione energetica sono dettati da questo, e non dai cambiamenti climatici.

Le principali multinazionali da decenni stanno sperimentando tecnologie e sistemi energetici alternativi, i prodotti sono ormai maturi. Istituzioni e comunità saranno trasformate, dove il capitalismo globale lo vorrà, ma anche nella vecchia Europa se i cittadini sapranno informarsi e soprattutto organizzarsi, potranno trarre vantaggio da un’evoluzione neotecnica abbinata alla valorizzazione di una cultura  progettuale di valore in campo architettonico e urbanistico.

Nonostante l’Italia sia stata la culla proprio della bellezza architettonica, è il Paese che meno di altri sta aggiustando le proprie aree urbane, mal progettate durante la crescita del periodo chiamato boom economico e durante la spinta neoliberista avviata dagli anni ’80. In Occidente, il pensiero pubblicitario della moda ha creato anche il famigerato fenomeno delle archistar auto referenziali, organizzate come un’associazione acchiappa appalti e poco interessata alla reale soluzione dei problemi locali. L’ignoranza e l’arroganza delle classi politiche ha trascurato la principale risorsa del Paese: il patrimonio degli ambienti costruiti. Sembriamo incapaci di rigenerare le nostre città, nonostante queste siano il luogo ove vive la maggioranza degli abitanti e l’ambito ove coesistono enormi problemi socio-economici e soluzioni. Gli esempi di riqualificazione ci sono stati anche da noi, ma spesso sono stati l’espressione dei capricci dell’élite locali e delle rendite di posizione per aumentare la propria avidità, favorendo le diseguaglianze sociali, tant’è che anche da noi, generalmente la finanza ha guidato gli interventi di trasformazione urbana, e i ceti meno abbienti sono stati espulsi dai centri urbani.

La cosiddetta efficienza energetica, ormai introdotta in tutte le norme, è insita nella corretta composizione urbana sin dalla sua nascita, tant’è che i tessuti urbani sono concepiti secondo lo schema dell’isolato che distribuisce lo spazio in maniera proporzionata e dettato dagli spostamenti a piedi, così come un corretto rapporto fra vuoti e pieni, altezze e distanze fra gli edifici. Queste e altre indicazioni progettuali sono ampiamente descritte in tutti i manuali, persino nelle leggi, il problema è l’economia che ha sia condizionato il disegno dei piani e sia edulcorato quelli più sostenibili perseguendo, spesso, obiettivi piegati dall’avidità delle élite locali e dai capricci della rendita.

La fine dell’industrialismo, le rendite fondiarie e immobiliari hanno generato le cosiddette regioni urbane, o città regione. I sistemi urbani sono stati classificati come “Sistemi Locali“, ambiti territoriali dettati dalle relazioni e non solo dai confini amministrativi dei Comuni. In Italia sono 611 i Sistemi Locali del lavoro.

L’opportunità che abbiamo è quella di abbandonare il pensiero dominante della crescita che distrugge le nostre ricchezze naturali e patrimoniali per avviare un nuovo sistema figlio della bioeconomia. La risposta ai nostri problemi non è la crescita della produttività, semmai questa è la causa della fine del lavoro e la distruzione degli ecosistemi, ma la rigenerazione delle regioni urbane. E così i sistemi locali possono essere interpretati come “bio regioni urbane“, e le città come ambiti da rigenerare attraverso principi e valori bioeconomici, favorendo la qualità del disegno urbano che affronta i problemi legati allo sviluppo umano, garantendo i diritti dell’uomo, la bellezza e il decoro urbano. L’indirizzo culturale da adottare è l’approccio conservativo della scuola muratoriana per le zone omogenee A (centro storico) e la ristrutturazione per le zone omogenee B (zone consolidate), concedendo trasformazioni finalizzate al riequilibrio di densità e rapporto fra spazi pubblici e privati recuperando gli eventuali servizi mancanti solo nelle zone B.

Priorità:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Avviare il processo sopra descritto significa realizzare un cambiamento radicale nelle nostre città, creare nuova e occupazione utile poiché gli indirizzi culturali della rigenerazione bioeconomica sono concentrati nella riduzione degli sprechi a favore di stili di vita virtuosi, come la mobilità dolce, la rilocalizzazione produttiva e lo stimolo di maggiore vitalità in ambienti urbani più comfortevoli. E’ un processo evolutivo poiché un ripensamento sul modello della nostra società ci consente di individuare gli errori e di rimuoverli, con soluzioni e proposte migliori di quelle precedenti.

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