Nutrire il pianeta

E’ noto che le multinazionali del cibo e del farmaco, da diversi decenni, stiano sferrando un vero e proprio attacco alla specie umana attraverso l’ingegnerizzazione dei processi produttivi partendo dalla genetica e dai farmaci che agiscono come droghe; riprogettando il DNA e le molecole secondo logiche di obsolescenza pianificata e quindi la sostituzione dei semi naturali con merci a scadenza programmata. Il fine è sempre lo stesso, massimizzare i profitti inventando nuovi consumatori di merce-cibo e di farmaci per cronicizzare i problemi causati dalla merce-cibo.

L’attacco alla nostra specie è ampiamente denunciato, sono state pubblicate diverse inchieste, reportage e documenti. Nel mondo dell’associazionismo e dell’attivismo civico troviamo in prima fila il fisico Vandana Shiva, e il progetto Terra madre di Carlo Petrini che propone soluzioni concrete attraverso percorsi che conducono alla sovranità alimentare dei popoli.

La cosa che “sorprende” è l’assenza di una “fiera” per nutrire il pianeta; l’Expo, si intuisce, ha l’obiettivo di “ammalare” il pianeta e non di aiutare i popoli a nutrirsi correttamente. Nella logica della privatizzazione del pianeta la psico programmazione mentale attraverso l’Expo è una vera operazione di disinformazione di massa creata dai think tank e dai media del WTO. Non sorprende che l’Expo sia la cattedrale religiosa ove i consumatori possano ritrovare i grandi marchi e la merce-cibo che dovranno ingerire, e non sorprende che la comunicazione sia soft per raggiungere non gli adulti ma i bambini. Il Governo Renzi, che organizza Expo, tramite il famigerato decreto sblocca Italia consente di stuprare il territorio, e il paesaggio (nuove attività estrattive per favorire gli idrocarburi e aumentare i rischi d’inquinamento irreversibili) e aumentare i rischi sanitari attraverso “incentivi” all’incenerimento dei rifiuti.

Se organizzatori e italiani fossero stati a servizio del bene comune non avrebbero mai scelto Milano, non avrebbero mai realizzato una speculazione edilizia a debito, e non avrebbero optato per la modalità classica della fiera, ma avrebbero potuto concentrarsi sul contenuto: nutrire il pianeta, attraverso la cultura e le culture del cibo rispettando le identità dei popoli, e parlando di bioeconomia. Si poteva cogliere un’opportunità per promuovere la sovranità alimentare nei luoghi caratteristici in una logica di rete sinergica, proprio come i processi autopoietici della biologia. E così Pollica (SA), sede della dieta mediterranea, per discutere sull’alimentazione equilibrata e più sana; Foggia, sede della borsa del grano e discutere sui prezzi e il reale fabbisogno di grano (inchiesta Terra e cibo di Presa diretta); Siena, quale provincia che ospita i più antichi frantoi d’olio d’Italia; Favignana (TP), come luogo simbolo delle tonnare e discutere sulla pesca sostenibile, e San Marino per la banca delle sementi a tutela della biodiversità.

Il fatto che, per il momento, non sia stata programmata una vera “fiera” per discutere come nutrire il pianeta senza distruggere gli ecosistemi, non vuol dire che non se ne discuterà in futuro. In diversi ambiti l’argomento della sostenibilità alimentare è abbastanza dibattuto, e l’Expo poteva essere il momento ove informare i cittadini circa il problema dello sfruttamento del pianeta ben oltre le sue capacità autorigenerative a danno degli ecosistemi. E’ altrettanto noto il fatto che il problema della fame nel mondo è piena responsabilità del WTO e degli eserciti, e che il mondo occidentale produce più cibo di quanto tutta l’umanità abbia realmente bisogno, mentre una parte importante del globo è mal nutrita, l’altra è obesa. E’ noto anche che la ricchezza monetaria accumulata dalle SpA può finanziare programmi per la corretta nutrizione per tendere a un equilibrio globale, e nutrire correttamente sia chi ha fame e sia chi è obeso; se tutto ciò non accade le ragioni sono banali: l’interesse non è far bene. Se all’Expo si fosse acceso un focus su questi argomenti, è chiaro che il WTO avrebbe perso la sua credibilità, e che le multinazionali della merce-cibo avrebbero messo a rischio la propria immagine nei confronti dei clienti nei paesi emergenti ove il capitalismo ha programmato la crescita della religione neoliberista dei prossimi decenni.

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Fonte: Wuppertal Institut

Per affrontare il tema in maniera seria, è sufficiente che gli Stati tornino a comportarsi come Nazioni sovrane e sequestrino gli illeciti e gli immorali accumuli monetari inventanti con le tecniche finanziarie tramite il sistema delle società off shore e la segretezza bancaria, oppure che gli Stati si riprendano la sovranità monetaria per investire a tutela delle biodiversità, della salute e della sovranità alimentare.

Un’altra soluzione molto nota, sta nel fatto che alle multinazionali sia proibito occuparsi di cibo poiché il cibo non è merce, mentre le Nazioni programmano un’educazione alimentare nel rispetto delle proprie culture locali producendo e consumando i propri alimenti donati dalla natura. Il punto è che il cibo non è merce, e questo principio non è oggetto di dibattito. Altro punto, la delirante concezione delle multinazionali secondo cui è possibile apporre un brevetto sulle sementi è un atto criminogeno contro l’umanità. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi».

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Spirito del tempo

La società che vediamo rispecchia esattamente lo spirito del tempo. Se abbiamo l’impressione che la società sia governata male e buona parte dei governanti appaiono come personaggi immorali, è proprio perché essi rappresentano lo spirito del tempo: il capitalismo. In tal senso possiamo anche affermare che la società non è governata male, ma addomesticata secondo le regole e il costume del tempo: usurpare, prevaricare, uccidere, violentare, mentire, rubare, ignorare e regredire. Sia chiaro che, se gli italiani sembrano essere campioni di autolesionismo e disistima propria, ciò è conseguenza dello spirito del tempo di tutto il mondo occidentale, presente in tutti Paesi “avanzati” che si manifesta in ogni decisione politica, uno spirito che sorge a partire dall’età barocca e giunge al termine nel secondo Novecento, creando il caos che stiamo assistendo poiché il capitalismo ha concentrato lo sviluppo tecnologico nei territori dei paesi “emergenti”, l’industria del pianeta in Asia. L’ultima usurpazione espressione dell’idiozia capitalistica è la famigerata Expo milanese, ove un tema vitale come “nutrire il pianeta” è divenuto il brand foraggiato dalle multinazionali della “merda”, come direbbe l’oncologo Franco Berrino, che ha mostrato come la prevenzione dei tumori si attua attraverso il cibo. All’interno dello spirito del tempo è giusto che McDonald, Cocacola siano i padroni del tema “nutrire il pianeta”, anche se ogni essere umano sa bene che si tratta solo di un’idiozia funzionale al mantra: vendere, vendere, vendere. Nell’era di internet ove in tanti si rendono conto del vero obiettivo dell’iniziativa, promuovere una fiera globale sponsorizzata dal diavolo è solo l’ultimo affronto di un’élite degenerata e arrogante. Per fortuna un tema fondamentale come nutrire il pianeta viene affrontato dai contadini e dall’impiego delle conoscenze frutto di tecnologie naturali utili a sfamare i popoli, mentre proprio le famigerate multinazionali di Expo disseminano rischi per la salute umana attraverso merci figlie dell’ingegneria genetica. L’aspetto più ridicolo per gli italiani ospitanti della fiera, è che nel mondo globalizzato si è sviluppato il luogo comune secondo cui l’Italia e gli italiani siano i detentori del corretto life style grazie al cibo, e lo sponsor principale di Expo non è la dieta mediterranea ma McDonald. Ed anche questa contraddizione se osservata sotto la lente del capitalismo è un’azione corretta, poiché secondo lo spirito dominante i rapporti si misurano attraverso il capitale e non secondo valori universali, quindi basta pagare per avere visibilità. Persino Carlo Petrini, presente ad Expo con Slow Food, non lascia spazio all’immaginazione: «abbiamo accettato di stare dentro l’Expo, ma ci stiamo in maniera critica: l’Expo non ha anima, deve mettercela altrimenti non serve al sistema Paese. Da quando l’hanno presentato, si è trasformato in un evento che non ha nulla a che fare con il cibo, con la nutrizione e con il pianeta». Luca Chianca su Expo, inchiesta Report Grasso che cola. L’obiettivo sembra chiaro: formare nuovi consumatori attraverso le “droghe” del cibo ed offrire un assist all’industria del farmaco per “guarire” i nuovi consumatori obesi.

In Italia, in maniera confusa si può scorgere una reazione alla patologia cancerosa del capitalismo nichilista attraverso la lettura sia del rito sporadico del voto elettorale che manifesta un chiaro dissenso consapevole e sia osservando l’economia reale, cioè quelle attività volontarie dei cittadini che si organizzano in consumi critici e consapevoli, e in forme di auto produzione. Non c’è dubbio che queste attività economiche siano l’espressione più seria e più forte di un cambiamento radicale e sostenibile espressione di un nuovo spirito del tempo, quello che verrà. Il Movimento per la Decrescita Felice prova a dare il proprio contributo attraverso i circoli territoriali, espressione di cittadini organizzati in numerose attività di auto produzione proprio come il cibo, ma non solo, incontri e dibattiti culturali che suggeriscono lo sviluppo di stili di vita sostenibili e programmi politici sulla decrescita selettiva del PIL. Mi soffermerò solo sul dato elettorale. Alle elezioni europee del 25 maggio 2014 gli elettori erano 49.256.169, i votanti 28.908.004, cioè il 58,69% degli aventi diritto al voto, una percentuale decisamente in calo rispetto alle elezioni politiche del 24 febbraio 2013 ove parteciparono il 75,2% (35.270.926 votanti) degli aventi diritto al voto. Sei mesi fa, il 23 novembre 2014, in Emilia-Romagna i cittadini disgustati si sono comportati in questo modo: elettori 3.460.402; votanti 1.304.841, solo il 37,71%; mentre in Calabria: elettori 1.897.729, votanti 836.531; cioè solo il 44,08% ha votato. Traduzione, nessun partito rappresenta la maggioranza degli elettori e l’Assemblea legislativa regionale rappresenta solo una ristretta minoranza, svuotando di senso democratico l’elezione regionale stessa che governa senza legittimazione popolare della maggioranza degli aventi diritto al voto. L’alta percentuale dell’astensionismo (che supera il 50%+1) è il segnale politico più forte contro tutti i partiti. Sia chiaro che i non votanti non hanno espresso un dissenso al capitalismo ma una sfiducia ai partiti. Il segnale politico di maturità è quello di trasformare il dissenso in progetto politico figlio della decolonizzazione dell’immaginario collettivo dominante, cioè uscire dall’omologazione planetaria creata dal capitalismo. Il percorso è ancora lungo ma ci sono segnali incoraggianti nel resto d’Europa ove i cittadini hanno espresso un dissenso nei confronti di tutti i partiti che hanno costruito il sistema neoliberista europeo indirizzando il proprio consenso a forze nuove, e cosiddette di anti-sistema. Per il momento, all’appello di una rinascita mancano solo gli italiani, ma c’è la possibilità che anche nel nostro Paese nasca un movimento simil Podemos espressione di un’alternativa politica al neoliberismo, ma lo stesso Podemos deve offrire una soluzione politica e culturale figlia della bioeconomia. La bioeconomia è antitetica allo spirito del tempo che volge al termine, e ciò si realizza se e solo se i cittadini escono dall’inganno psicologico costruito negli ultimi secoli. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi». In questa affermazione viene sintetizzata una visione sociale e politica fondamentale per ribaltare il paradigma culturale dello spirito del tempo e proporre nuovi paradigmi culturali che ci consentiranno di vivere in prosperità osservando le leggi della natura. La bioeconomia è la soluzione ormai nota, e si percorre in un periodo di tempo chiamato decrescita felice che ci consente di indicare la decrescita selettiva del PIL grazie a investimenti mirati in attività virtuose. Nel 2013 il Perù approva un programma per installare pannelli fotovoltaici per i ceti meno abbienti, nel 2015 è la California a seguire l’esempio. L’obiettivo è rendere le persone libere uscendo dal nichilismo della crescita e puntare allo sviluppo umano che si può manifestare in numerosi impieghi utili: l’auto produzione di energia sfruttando le fonti alternative, la sovranità alimentare, la conservazione del patrimonio esistente e la prevenzione dai rischi idrogeologici e sismici, il riciclo totale delle materie prime seconde, etc.

Domani milioni di italiani saranno chiamati a votare per rieleggere il Presidente e l’Assemblea regionale. Domani milioni di italiani decideranno di andare al mare o trascorrere la giornata in altri modi poiché disgustati dal comportamento di tutti i partiti. Chi vive in Italia può comprendere questo clima di sfiducia, ma ciò che non si capisce da diversi decenni, è perché questo dissenso non si trasforma in qualcosa di positivo, come prendersi cura del proprio Paese attraverso la partecipazione diretta. Se non ci si sente rappresentati è legittimo non esprimere una delega in bianco, ma se a questo comportamento comprensibile non corrisponde una partecipazione attiva, diventa meno legittimo indignarsi poiché si è complici del problema politico. Si tratta di trasformare l’indignazione da comportamento irresponsabile a comportamento responsabile, facendo nascere e stimolare una passione politica nel senso proprio e puro del termine e riprendendosi dignità all’interno di un nuovo percorso.

Come accennato prima il cambiamento radicale si esprime con azioni concrete sui consumi, eliminando l’acquisto di merci inutili vendute dalle multinazionali e favorire la rilocalizzazione delle produzioni. Con questo semplice gesto si favorisce il lavoro e l’economia locale e con una guida sui principi della bioeconomia e della sostenibilità si raggiunge il massimo risultato producendo beni e merci di qualità.

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coraggio

Siamo un popolo di vili? Può darsi. Siamo un popolo di ignoranti? Può darsi. Entrambi questi aspetti sembrano appartenere alla maggioranza degli italiani e molti cittadini europei, credo, non abbiamo fiducia in noi proprio perché essi sono maggiormente attivi e più informati rispetto a noi.

Tullio De Mauro, principe dei linguisti italiani, torna alla carica con una nuova edizione del suo libro “La cultura degli Italiani”. I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari `e una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere.

L’ignoranza è un problema facilmente risolvibile studiando ed il coraggio può risorgere cooperando fra noi cittadini, in gruppi, comitati spontanei. Comunque dobbiamo lavorare dentro di noi, li c’è tutta l’energia necessaria.

Nonostante il nichilismo imperante bisogna avere il coraggio e la forza di produrre un cambiamento radicale, un cambiamento culturale duraturo nel tempo. Immaginare di compiere questo passo regala subito grande speranza e per evitare che diventi illusione bisogna costruire comunità forti, libere e consapevoli. Bisogna partire da gruppi di cittadini attivi e civili, partire dai diritti costituzionali e dalla capacità creativa insita degli esseri umani, bisogna rifiutare di essere oppressi.

Esiste una straordinaria opportunità di reale sviluppo per gli esseri umani. Un esempio: il territorio del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano (SA), circa 181.000 ettari ormai depopolati poiché con un densità di 84 ab/kmq. Questo territorio potrebbe essere un primo esempio di reale crescita applicando la sovranità alimentare e l’indipendenza energetica con l’uso di fonti alternative e tutto questo può accadere anche con un piccolo incremento di popolazione, circa 20-30 mila abitanti provenienti da ogni regione d’Italia o d’Europa per integrare la cultura contadina col know-how di nuovi modelli organizzativi, gestionali e comunicativi (biblioteche civiche comunali, nuove agorà, ESCO, reti libere, autoproduzioni …). L’integrazione culturale può arrestare l’abbandono delle terre e di territori non considerati dalla cultura demolitrice della crescita infinita e dell’ossimoro sviluppo sostenibile. L’integrazione culturale può aiutare gli abitanti locali nel saper conservare e tutelare il territorio alimentando la speranza di comunità non più isolate ma vive, genuine e più felici grazie alla prospettiva di un ritorno a casa di giovani emigrati abbagliati da un finto sviluppo e più felici per le nascite di nuovi esseri umani in famiglie unite nei reali valori.

Bisogna evidenziare che tale prospettiva ribalta totalmente la cultura dominante che scambia la crescita industriale, materialista, come progresso e disprezza la natura e la vita di campagna. Questa prospettiva indica lo sviluppo fra le piccole comunità, in armonia con la natura ma tecnologicamente avanzate grazie all’uso di un mix-tecnologico e di reti di comunicazione avanzate per scambiarsi e donare le conoscenze socialmente utili. Comunità che vivono la polis e decidono direttamente. Comunità che si alimentano di cibi sicuri ed autoprodotti rispetto ai cittadini-metropolitani che possono essere intossicati da cibi industriali e meno controllabili.

Nel 1891 (cioè dopo trent’anni di furti, tasse maggiorate al Sud, spesa statale solo al Nord) il reddito pro-capite della Campania è ancora superiore a quello nazionale. […] «Da quasi tredici secoli i Meridionali sono uniti, essi sono pacifici come i popoli veramente civili, il loro sistema economico mira più al benessere sociale che al profitto di pochi, l’amministrazione pubblica è oculata e ponderata, la pratica religiosa colora i loro caratteri» riassume Vincenzo Gulì (Il saccheggio del Sud). […] I prodotti pregiati dell’agricoltura meridionale, per dire, son troppo cari per il resto d’Italia. Solo 11,8% delle esportazioni e l’8,5% delle importazioni delle Due Sicilie è con gli altri stati preunitari, perché «l’economia meridionale apparteneva al circuito commerciale che la ricollegava saldamente ai paesi del Nord e del Centro Europa». Soltanto dopo l’occupazione, il saccheggio e l’inutile resistenza armata, i meridionali cominceranno a emigrare, a milioni.[1]

Secondo i dati ISTAT nelle quote di occupati per settore di attività economica[2], in Italia, solo il 3,8% si occupa di agricoltura, il 29,2% è nell’industria e ben il 67% è occupato nei servizi. In Campania il dato è diviso così: 4,1% agricoltura, 23,5 industria e 72,4% servizi. I dati sono ancora più drammatici se andiamo a verificare le fasce di età. Esiste il serio rischio che fra 10 anni e poi fra 20 anni nessuno si occuperà della nostra alimentazione perché non sembra esserci un ricambio nel settore agricolo. Il dato è drammatico sia per l’evidente squilibrio nelle proporzioni degli impiegati nel mondo del lavoro e sia per la tipologia di attività a volte superflua, quella dei servizi. I dati dicono che i cittadini non curano la propria alimentazione, preferiscono il superfluo (servizi) e soprattutto non sanno prodursi il cibo. Questo dato inquietante può diventare la scommessa positiva del presente-futuro avviando un processo culturale che conduca le comunità locali ed i cittadini verso l’approccio permaculturale e trasformare i disagi in opportunità. Infatti è possibile creare società agricole ad azionariato diffuso dove i cittadini possono acquistare terreni con vecchie cascine per sperimentare orti sinergici[3] e scambiare le eccedenze in una “rete sociale rurale”. Con le odierne tecnologie è concretamente possibile progettare intere comunità, partendo anche dai piccoli comuni abbandonati, indipendenti dal punto di vista energetico, economico applicando anche la sovranità alimentare, si può partire dai bisogni primari: cibo, casa, energia, acqua, istruzione (diritti dell’uomo). Oggi esiste anche una Rete nazionale per lo sviluppo rurale[4] che potrebbe aiutare qualche cittadino seriamente intenzionato nell’innovare la propria azienda agricola.

Inoltre, esiste una rete denominata wwoof[5]: lo scopo di wwoof è di creare conoscenza e interesse verso uno stile di vita biologico e biodinamico. Oltre a ciò wwoof offre la possibilità di viaggiare in tutto il mondo in modo economico ed allo stesso tempo di dare un aiuto dove è richiesto e dove se ne presenta la necessità.

In fine, per le comunità, intese come quartieri, piccoli centri abitati o intere città esistono i circoli del Movimento per la Decrescita Felice che propongono il cambiamento di paradigma culturale, riappropriarsi del territorio, trascorre più tempo con le persone che si amano, usare le tecnologie della decrescita (quelle che fanno calare il PIL ma migliorano la qualità della vita), vivere reciprocamente, ricoprire il saper fare, praticare la cultura della transizione energetica, cioè liberarsi dalla dipendenza degli idrocarburi e vivere in armonia con la natura, sempre con un approccio olistico e permaculturale.

Maria Concetta Manfredi nella relazione introduttiva circa le fattorie didattiche come modello di economia sociale tra formazione e relazionalità[6], cita: il Consiglio dei Giovani Agricoltori, attraverso un’indagine, ha fornito dei dati inerenti la percezione da parte dei giovani riguardo l’agricoltura e i prodotti della terra: il 50% dei giovani non sa da dove viene lo zucchero, il 75% ignora l’origine del cotone, il 40% collega il pane al grano e alla farina. Nel caso dei ragazzi italiani, quest’ultima percentuale scende al 12%. Inoltre il lavoro dell’agricoltore viene considerato dal 75% dei ragazzi come un lavoro duro, sporco, anche se, di fatto, non sono mai stati in fattoria. Per cui lo scenario che emerge da questo quadro è che le nuove generazioni, nate e cresciute in ambiente urbano, ignorano quali siano le origini degli alimenti, quale sia il ruolo dell’agricoltore, non colgono il legame che unisce ambiente, agricoltura, alimentazione e salute e non hanno il senso fisico della conoscenza, ovvero quell’approccio sensoriale che consente di attuare esperienze concrete con la realtà che ci circonda.

Ecco un esempio concreto progettuale per una comunità dove giovani agronomi, architetti, giuristi, biologi e normali cittadini, con la sola volontà politica possono concretizzare un buon esempio di vita conviviale in armonia con la natura. Lo schema energetico integrato è un’applicazione per una fattoria, estratto dal testo di Luciano Paoli, energie rinnovabili impieghi su piccola scala.


[1] PINO APRILE, Terroni, Piemme 2010, pagg. 103, 106
[2] ISTAT, rivelazione sulle forze lavoro, media 2009, 28 aprile 2010 http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100428_00/testointegrale20100428.pdf
[3] L’ Orto Sinergico è un metodo elaborato dall’ agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, attiva soprattutto nel centro ”Las Encantadas”, sui monti Pirenei, in Francia. L’ idea di creare un orto sinergico si ricollega al filone della Permacoltura (coltura permanente, eterna, equilibrata ed inesauribile, non consumistica) ed alle ricerche relativamente recenti sull’ impoverimento del suolo a causa dell’abuso-uso agricolo meccanico-chimico da parte dell’ uomo (per esempio quelle dell’ agronomo giapponese Masanobu Fukuoka). Hazelip ha strutturato un metodo di coltivazione che promuove meccanismi di autofertilità del terreno, senza bisogno di arare oppure di concimare, ne di separare le piante (pur facendo attenzione a collegarle in modo compatibile e collaborativo tra loro).
A differenza delle usuali coltivazioni agricole industriali, in un orto sinergico le piante perenni convivono con le piante stagionali, e la stessa verdura e’ presente contemporaneamente a diversi stadi (persino decomposta a nutrire uno stesso esemplare in fiore).
[4] http://www.reteleader.it/portal/page?_pageid=35,333145&_dad=portal&_schema=PORTAL
[5] http://www.wwoof.it/it/aboutit.html
[6] RETE NAZIONALE PER LO SVILUPPO RURALE, l’altra agricoltura… verso un’economia rurale sostenibile e solidale, Quaderni, ATI INEA Agriconsulting, maggio 2009, pag. 97