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A partire degli anni ’90, si è sviluppato il dibattito dei meccanismi decisionali chiamato governance multilivello per ragioni che possono essere ovvie: l’affermazione dell’UE e il rapporto con gli Stati membri. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo).

La visione dominante è sempre quella globalista neoliberale, cioè la distribuzione delle risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Possiamo osservare che gli Enti locali (Regioni e Comuni), negli ultimi trent’anni hanno deliberato e normato scelte politiche suggerite dai think tank liberal che sono opposte alle politiche di coesione territoriale e sociale. Le politiche urbane di crescita continua deliberate dalle classi dirigenti hanno peggiorato le dimensioni (salute, istruzione e formazione, ambiente, benessere economico, paesaggio e patrimonio culturale …) misurate nel Rapporto BES 2016. In che modo? Applicando una miscela “esplosiva” capitalista, sia facendo scelte frutto degli egoismi privati e sia dell’ignoranza (danni ambientali e biologici). Facendo prevalere l’ideologia capitalista le classi dirigenti hanno favorito un diffuso nichilismo e svuotato di senso l’identità e la spiritualità umana. La cosiddetta “società liquida” raccontata da Bauman è ampiamente diffusa in tutto l’Occidente. Il paradigma neoliberale è stato interpretato da tutti i Governi e Parlamenti tant’è che il risultato è stato il peggioramento delle condizioni sociali e lavorative attraverso le famigerate privatizzazioni, le svalutazioni salariali (abolizione articolo 18 e job act), la distruzione di interi ecosistemi e la negazione di servizi e standard minimi (welfare urbano), lo spreco delle risorse energetiche e la delocalizzazione delle specificità di manifatture italiane. La scelta di un investimento non può essere influenzato dalla crescita, cioè del PIL, ma dovrebbe seguire le indicazioni del BES (Benessere Equo e Sostenibile).

Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriali e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche.

Inoltre è indispensabile sperimentare la partecipazione dei cittadini e avviare piani urbanistici intercomunali di “quarta generazione” uscendo dalla commercializzazione dei suoli e introducendo la bioeconomica in ambito urbano. E’ necessario costruire cluster del cambiamento culturale oltre che rilocalizzare la manifattura leggera. In sostanza, bisogna cambiare le politiche urbane poiché quelle recenti forgiate nell’ideologia della crescita hanno contribuito a deperire il territorio italiano e reso le persone più povere. Ci vuole un’agenda urbana bioeconomica che sappia leggere e interpretare le aree urbane italiane, e rigenerare l’ambiente costruito valutando gli impatti sociali e ambientali. Bisogna avere il coraggio di predisporre piani non sulla base del ritorno economico degli investitori privati, ma sulla base di progetti che favoriscono lo sviluppo umano, poiché l’economia neoclassica utilizzata dalle istituzioni per compiere scelte non è utile alla specie umana.

Il Rapporto BES 2016 indica le dimensioni da migliorare nel Mezzogiorno d’Italia poiché le prestazioni misurate mostrano un peggioramento delle dimensioni stesse, dopo decenni di politiche neoliberali; e pertanto è necessario migliorare: la soddisfazione per la vita; l’occupazione; il reddito; l’istruzione e la formazione; le condizioni economiche; le relazioni sociali e la qualità del lavoro.

Il miglioramento può essere favorito applicando l’interesse generale di uno Stato sovrano e con una riorganizzazione amministrativa degli Enti locali nei sistemi locali, elaborando il progetto bioeconomico che genera occupazione utile. Le aree urbane sono contemporaneamente il motore della vita e i luoghi del fallimento. Concentrarsi nella rimozione del fallimento, ad esempio risolvendo l’esclusione sociale, le crisi ambientali, il rischio sismico, il recupero dei centri storici e delle periferie si potranno innescare processi virtuosi, poiché affrontare i problemi nelle aree urbane crea opportunità di lavoro utile.

Le scelte di investimento vanno compiute sulla base di piani bioeconomici nei sistemi locali per migliorare le dimensioni osservate nei Rapporti BES e sulla base di peculiarità che sono bene comune come il patrimonio culturale, la riduzione del rischio sismico e idraulico. Una saggia riforma delle istituzioni, osserva i sistemi locali e aggrega i Comuni per promuovere piani intercomunali bioeconomici, e in funzione di tali piani è possibile concentrare gli investimenti per lo sviluppo umano.

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Fonte immagine, Rapporto BES 2016.

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Ho più volte accennato al fatto che sia del tutto strano che un Paese come l’Italia veda costantemente aumentare il numero di disoccupati e soprattutto sia assente un piano industriale che valorizzi le proprie capacità creative, progettuali e le tipiche risorse locali, difficilmente imitabili da altri paesi. In questo periodo di recessione alcuni cominciano a chiedersi a cosa serva l’Unione Europea, perché esiste, e come funziona il sistema dell’euro zona. Mentre si avvia questo dibattito utile che aiuta i cittadini a capire l’inganno prodotto dall’economia ortodossa e da politici che hanno tradito la Repubblica italiana, si dovrebbe parlare di un tema altrettanto importare spostare risorse verso interventi utili non più procrastinabili nel tempo.

Negli anni ’80 e ’90 il legislatore ha introdotto una serie di strumenti tecnico-giuridici che hanno prodotto una serie di casi di intervento, leggi che miravano nel loro insieme a migliorare le città: in gergo si chiamano “programmi complessi“, che trovavano copertura finanziaria sia dai fondi europei che da quelli nazionali e dalle Regioni. Ad esempio, l’esperienza dei Programmi Urban nei centri storici, avviata nel 1994 fino al 1999, che coinvolse 16 Comuni, poi ci furono 46 Comuni coinvolti dai Contratti di Quartiere approvati dal Comitato esecutivo del CER, e poi 9 aggiuntivi approvati dal Parlamento, con risorse della legge 94/1982 che poi trovano la luce a gennaio del 1998. E poi l’esperienza dei programmi PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile sul Territorio) ove 127 furono dichiarati idonei, con 87 casi finanziati con risorse del CIPE di cui alla legge 341/1995. A questi dati vanno aggiunti le esperienze dei piani regionali con gli interventi di recupero, i programmi integrati di intervento ed i programmi di recupero urbano. Di recente i Governi hanno lanciato l’iniziativa “piano città“, ma con scarse risorse (318 mln). E’ noto a tutti i tecnici che le nostre città hanno una serie problemi circa la morfologia urbana e la scarsa qualità degli edifici costruiti fra gli anni ’50 e gli anni ’80, oltre ai noti problemi legati all’invecchiamento del patrimonio edilizio che fa aumentare il rischio sismico. Nonostante la mole di intenzioni, piani e programmi: c’è ancora molto da fare. Quella dei programmi complessi è l’esperienza italiana più recente, dopo la ricostruzione post bellica, riferibile alle pratiche denominate: rinnovamento urbano (urban renewal) e di riqualificazione, dagli anni ’90 in poi si parlerà di rigenerazione urbana. La rigenerazione intende occuparsi dei quartieri degradati ridando vita a parti di città abbandonate, o comunque da riqualificare con criteri di sostenibilità. I progetti si occupano dello spazio pubblico, degli edifici, dei servizi e della socialità, con l’intenzione positiva di condizionare l’economia e la cultura del quartiere e della città presa in esame restituendo una città migliore di prima. Le esperienze dimostrano che questo è avvenuto con successi e insuccessi.

Una vasta letteratura internazionale mostra come tutti i paesi occidentali abbiano affrontato il tema sopra accennato. Molte amministrazioni locali si stanno confrontando con il problema delle “città in contrazione, cioè ove gli abitanti abbandonano interi quartieri a causa della recessione economica e migrano verso luoghi che offrono maggiori garanzie di lavoro. Il problema non è nuovo, anche l’Italia meridionale ha conosciuto e conosce questo fenomeno che sembra ripresentarsi. Solitamente le nostre amministrazioni locali, nonostante l’abbandono delle città, hanno sempre deliberato piani urbanistici espansivi. Negli ultimi cinquant’anni le città hanno affrontato il tema e cercato di risolvere il problema in vari modi. Gli amministratori più responsabili hanno approvato progetti di rivitalizzazione, rigenerazione e riqualificazione urbanistica. I progetti migliori si sono occupati del problema della “città diffusa” (sprawl) che consuma inutilmente il suolo, e della densità urbana, mirando a progettare densità equilibrate realizzando gli standard minimi, con una buona distribuzione dei servizi sul territorio favorendo gli spostamenti pedonali, con la bicicletta e coi mezzi pubblici.

I modelli più recenti e interessanti sono rappresentati da “progetti di comunità” e di “pianificazione partecipata“. La ricaduta positiva di questi interventi è il soddisfacimento del bisogno di casa, l’offerta di lavoro, e la realizzazione di spazi comfortevoli. Da un lato ci sono i metodi di ispirazione liberista ove i progetti sono sostenuti dal capitale privato che trasforma interi quartieri secondo logiche speculative, e da un altro lato ci sono i “progetti di comunità” tramite progetti che puntano alla sostenibilità, alla coesione sociale e alla tutela di tutti gli abitanti. Un’interessante visione è raccontata da Claudio Saragosa in Città tra passato e futuro, altri suggerimenti sono espressi nella collana Natura e artefatto di Donzelli editore; altrettanto interessante la proposta di rileggere I classici dell’urbanistica moderna al fine di interpretare correttamente il cambiamento necessario che avvolge i temi del territorio, l’abitare e gli insediamenti umani.

In questo momento di recessione non c’è alcun dubbio che i “progetti di comunità” rappresentano esempi concreti che hanno saputo dare risposte durevoli e sostenibili, mentre quelli speculativi hanno dimostrato di costruire scatole vuote rigettate dal mercato stesso. Non c’è dubbio che l’aspetto tecnicamente interessante è la ricostruzione di interi quartieri con principi di sostenibilità garantendo un miglioramento della qualità di vita degli abitanti. Ahimé, il maggior numero di esperienze è avvenuto fuori dall’Italia per motivi economici monetari strutturali: negli USA, in Inghilterra e in Cina non esiste il sistema euro zona. Nel nostro Paese abbiamo avuto l’esperienza dei “programmi complessi” che non ha avuto, da parte del legislatore, la stessa forza e lo stesso peso che altre nazioni hanno voluto dare al “rinnovamento urbano“. Negli USA il governo federale ha dedicato ben 60 anni al rinnovamento dei quartieri poveri e degradati, queste esperienze non sempre hanno avuto successo, anzi in alcuni esempi hanno peggiorato le condizioni degli abitanti, ma di recente emergono progettualità più ragionevoli grazie l’approccio sistemico. In Italia abbiamo avuto la ricostruzione del dopo guerra, ma non ci fu una pianificazione urbanistica con i valori della sostenibilità, anzi, oggi le città e i loro abitanti pagano il danno ambientale creato proprio da quel periodo di ricostruzione, ed a quel danno bisogna porre rimedio con approcci culturali e strumenti adeguati. La storia insegna che tramite l’iniziativa dello Stato è stato possibile aiutare i ceti meno abbienti, e ricostruire quartieri degradati. Negli anni ’90 l’iniziativa pubblica trainò anche gli interventi privati, ed anche il settore bancario fu stimolato ad aiutare i cittadini tramite investimenti di lungo periodo a tassi agevolati per i ceti meno abbienti. Anche lo Stato italiano, a partire dalla ricostruzione post bellica passando per gli anni ’60 (il famoso boom economico), ’70 ed ’80, ha visto periodi di questo tipo ed ha consentito alle famiglie bisognose di acquistare alloggi a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato.

In questo momento di recessione e stante le condizioni attuali di mercato e gli strumenti legislativi, un’intera generazione di giovani laureati, disoccupati, studenti non sembra avere la minima opportunità di trovare un impiego dignitoso che possa consentire loro di comprare la prima casa, e realizzare il legittimo bisogno di creare una nuova famiglia, eppure la generazione precedente ha goduto di tutti i vantaggi economici concessi dallo Stato, ove un solo membro della famiglia poteva, con un solo salario, mantenere al sostentamento di tutti, prole compresa.

Per invertire la tendenza negativa è necessario che il legislatore abbia il coraggio di cambiare i paradigmi culturali della politica (dare valore e priorità agli indicatori del BES) ed adegui i salari dei dipendenti pubblici e privati, riduca gli stipendi dei dirigenti riequilibrando la distanza che c’è fra dirigente, funzionario e dipendente, riattivi tutte quelle politiche industriali (“programmi complessi e piano città)” spostando le risorse dai capitoli improduttivi come le spese militari e gli sprechi (anche adottando i costi standard per la pubblica amministrazione, vedi sprechi sanità), e concentrarle sull’istruzione pubblica, la ricerca ed il territorio e la prevenzione ambientale. Concentrare le risorse verso le imprese più utili: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio architettonico e del paesaggio, riuso ed il riciclo, efficienza energetica e innovazione tecnologica, prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico, bonifiche e prevenzione ambientale, mobilità intelligente e reti. Dal un lato togliere risorse dove non servono, e dall’altro usare la leva fiscale (sgravi ed incentivi) verso attività virtuose. In ambito europeo è doveroso riscrivere i trattati, semplificandoli copiando la Costituzione italiana, ristrutturare il debito pubblico estero, “abbandonare” il PIL e adottare il Benessere Equo e Sostenibile, e  ripristinare la sovranità degli Stati ricordando un principio monetario molto semplice: fiat money, con l’evoluzione culturale di associarlo ai flussi di materia e di energia consapevoli dell’entropia e della fotosintesi clorofilliana.

Se analizziamo la realtà culturale ci rendiamo conto che sappiamo cosa fare per migliorare territorio e città, ma i rappresentanti politici non sono all’altezza degli obiettivi da raggiungere e recano danni economici al Paese. Secondo il direttore della FIRE, Dario Di Santo: l’obiettivo dell’efficienza energetica “20-20-20” è ancora lontano, mentre secondo Fillea-CGIL e Legambiente si potrebbero mobilitare 7 miliardi per far partire l’efficienza energetica ed aiutare la crisi del settore edile. Secondo l’Osservatorio Oice/Informatel le gare di ingegneria e architettura mai così male dal 1997. In ambito locale è scandaloso che Regioni e Comuni non riescano a presentare un numero adeguato di progetti per sfruttare le risorse pubbliche europee (POR e PON), in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Mentre sono ben 2611 i Comuni che hanno aderito al Patto dei Sindaci, di cui il 64% hanno presentato un PAES, questo lungo iter per accedere ai fondi della BEI. Il 5% del nuovo ciclo di fondi strutturali 2014-2020 dell’UE dovrebbe essere assegnato alle aree urbane, questo significa che se viene ben definita l’idea di rigenerazione urbana, con l’approccio olistico, le città italiane potrebbero risolvere diversi problemi. Nasce un nuovo organo istituzionale: il Cipu (Comitato interministeriale per le Politiche Urbane) e uno strumento giuridico il Pon Città. Il “piano città” aveva raccolto appena 318 milioni, se i fondi 2014-2020 dovessero essere distribuiti equamente per i 28 Stati membri l’Italia potrebbe ricevere 1,71 miliardi, ma l’UE destina fondi rispetto gli obiettivi e le Regioni.

Se i cittadini formassero cooperative ad hoc riuscirebbero ad autofinanziarsi e raggiungere più velocemente importanti obiettivi sotto il profilo occupazionale e della qualità della vita, esempi virtuosi di questo di tipo ci sono già stati in Germania. L’esperienza insegna che i ceti meno abbienti se uniti e coordinati da progetti sostenibili hanno la stessa, o maggiore, forza dello Stato e delle SpA. Sarebbe sufficiente concentrare risparmi e investimenti, orientando e condizionando il credito bancario, su progetti come “smart grid” e “rigenerazione urbana” per creare profitti virtuosi e non speculativi, e questi profitti, attraverso strategie efficaci e ormai mature, possono coinvolgere anche i ceti meno abbienti consentendo loro di acquisire competenze specifiche, decidere direttamente e migliorare la propria condizione economica e sociale.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale.

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Negli anni del dopo guerra l’Italia ha programmato il proprio destino politico, spesso facendo scelte sbagliate per inseguire un’errata idea di sviluppo, anzi, confondendo il progresso con lo sviluppo. Negli anni ’50, ’60 e ’70 si sono consumate aspre lotte intestine fra le parti politiche ed oggi nel 2013 possiamo aver certezza che quelle idee sviluppiste hanno consegnato, alle presenti generazioni, danni ambientali che potevano essere evitati, danni irreversibili in diversi luoghi e danni reversibili se fossero affrontati con serietà.

Buona parte dei cittadini italiani si è stanziata nelle città, quei luoghi dello sviluppo contaminati dall’industria e dall’automobile col motore a scoppio, aspetto davvero incredibile se scopriamo l’acqua calda: l’uomo si muove ancora con una tecnologia obsoleta nonostante esistono modelli molto più efficienti e sostenibili. Discorso analogo vale per le abitazioni e per i materiali impiegati.

Dal punto di vista del governo del territorio la storia ci insegna che fra il progresso e lo sviluppo, prevalse quest’ultima idea e pertanto le città furono costruite, spesso, in deroga ai piani regolatori generali consentendo la più selvaggia speculazione edilizia. Si salvarono quei territori abbandonati e non considerati dalle pianificazioni territoriali sviluppiste che insediarono i complessi industriali, da Nord a Sud gli abitanti possono notare la distruzione del paesaggio prodotto dagli impianti industriali. Da un lato, la politica ha dovuto favorire la nascita di settori strategici poiché rappresentavano la base di enormi indotti commerciali, ma da un altro la stessa politica non ha saputo tutelare il diritto alla salute, prioritario rispetto al lavoro, e pertanto tanti impianti non furono controllati e tanto meno si favorì l’innovazione tecnologica per ridurre l’inquinamento. Una vera e sincera cultura ambientalista, in Italia, non c’è mai stata, sopratutto non ci fu negli anni in cui era necessaria, gli anni ’50, ’60 e ’70. Solo a partire dagli anni ’80 abbiamo cominciato ad importare valutazioni ambientali, metodi e criteri di sostenibilità, nel frattempo l’avidità delle imprese ha potuto proliferare indisturbata, e compiere danni sanitari ed ambientali rimanendo totalmente impunite, grazie ad un vuoto giurisprudenziale gigantesco e l’assenza di una vera class action (azione di classe).

Tutt’oggi le normative ambientali sul monitoraggio dell’aria, dell’acqua e dei suoli sono del tutto inefficienti per prevenire l’inquinamento poiché si basano su limiti soglia che consentono l’inquinamento stesso, cioè bisogna sapere che misure, prelievi, non si basano su criteri che tutelano la natura umana, ma su criteri che accettano varie forme di inquinamento, criteri arbitrari che aiutano le imprese.

Ad esempio, la branca che si occupa di questa cose, la medicina del lavoro, ci informa sul fatto che la diffusione di micro e nano particelle nel corpo umano (polmoni e sangue) dipende anche dalle loro dimensioni e dalla solubilità. Cosa significa? Mentre le norme misurano il peso delle micro e  nano particelle, e non le dimensioni, quelle più pericolose, le più piccole, hanno la libertà di inquinare e fare danni. Qualsiasi processo di combustione produce micro e nano particelle, e più è alta la temperatura delle combustioni e più nano particelle si producono. E’ noto che in Italia i partiti hanno favorito la vendita e diffusione di automobili che usano ancora il motore a scoppio, com’è noto che in Italia si è favorito la costruzioni di nuovi inceneritori anziché chiuderli e sostenere il riciclo totale.

Altri danni ambientali irreversibili sono stati incentivati da modifiche di natura amministrativa e di natura contabile per gli Enti locali. Tant’è che, con l’introduzione dell’uso del diritto privato in ambito pubblico si è “legalizzato” il voto di scambio, e favorito la finanza creativa, mentre con l’immorale obbligo di pareggio di bilancio  e l’uso degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente tutti gli amministratori locali hanno accelerato la vendita del territorio per raccogliere soldi da usare per la spesa corrente, come se non fosse bastata la speculazione edilizia degli ’50, ’60 e ’70. Ancora oggi Sindaci e Consigli comunali approvano obsoleti piani in espansione urbana nonostante sul territorio siano rispettati gli standard minimi quantitativi, tradotto: vi sono alcuni comuni che non hanno bisogno di nuovi piani perché godono della fortuna di aver ricevuto dal passato una dignitosa organizzazione territoriale, ma nonostante questo dono decidono di mercificare il territorio, violando la costituzione e non la legge, strano ma è così.

E’ evidente che la cultura degli italiani sui temi ambientali è abbastanza carente, nel senso che negli anni in cui si decise la direzione del mondo occidentale, la maggior parte del mondo industriale, scolastico ed accademico abbracciò un’ideologia negando l’esistenza di un’alternativa che pur si stava manifestando. Frederick Soddy (1877 – 1956) e Nicholas Georgescu-Roegen (1906 – 1994) che ideò il termine bioeconomia furono completamente ignorati nonostante avessero annunciato l’insostenibilità di un modello basato sulla crescita all’interno di un pianeta dalle risorse, notoriamente, finite. Intellettuali come Ivan Illich (1926 -2002) e Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975) dissero chiaramente che quel modello di società industriale era incompatibile con l’essere umano e furono altrettanto ignorati.

Con circa 70 anni di ritardo la società riscopre le analisi di questi personaggi che ebbero il merito intellettuale di proporre modelli alternativi, di mostrare i limiti di un’ideologia che stava crescendo a danno dell’umanità: il capitalismo. Questa religione trasformatasi in liberismo è il cancro persistente delle organizzazioni e delle istituzioni che sono al vertice del governo mondiale: WTO, Banca Mondiale, Fondo Monetario, Banca dei regolamenti internazionali, Unione Europea ed USA. E’ il cancro che pervade le riflessioni degli incontri a porte chiuse dei club élitari.

Alle analisi proposte da Soddy e Georgescu-Roegen bisogna aggiungere altre analisi, quelle relative al sistema bancario ombra e la natura stessa delle banche con i loro paradisi fiscali. La storia ci insegna che le banche vivono sull’inganno psicologico che la moneta possa essere creata dal nulla, come avviene oggi. Il peso della finanza è l’arma di distruzione di massa che sta cancellando democrazia, ecosistemi e diritti inviolabili dell’uomo.

Di fronte a questi fatti non esiste una via d’uscita di compromesso con le leggi della natura, per questa ragione esiste un gigantesco vuoto politico-culturale che può essere riempito solo con la sostituzione dei paradigmi culturali di questa società obsoleta. In Italia non esiste una forza politica popolare capace di interpretare i nuovi paradigmi e pertanto è necessario crearla poiché la priorità assoluta è cambiare la società partendo dalle fondazioni. Il percorso è in salita, ma deve essere fatto con metodi democratici, sinceri, e con tanta formazione culturale, approfondimenti, spirito di sacrificio ed altruismo. Per questo motivo bisogna fare attenzione, e delegittimare i partiti leaderistici poiché svantaggiano la partecipazione democratica dei cittadini, per ragioni abbastanza evidenti, i capi per soddisfare il proprio ego non amano il confronto e preferiscono fedeli galoppini piuttosto che persone libere, intellettualmente oneste, capaci ed intelligenti.

La decrescita non è soltanto una critica ragionata e ragionevole alle assurdità di un’economia fondata sulla crescita della produzione di merci, ma si caratterizza come un’alternativa radicale al suo sistema di valori (Maurizio Pallante).

Nonostante tutto dal 2007 una piccola associazione di promozione sociale come il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) prova a rispondere con una piccola scuola di formazione con atteggiamento pragmatico, favorendo lo sviluppo di nuove imprese formate sui nuovi modelli e nuovi paradigmi, poiché la recessione che stiamo subendo MDF ritiene indispensabile rispondere con nuove forme di lavoro e attraverso i suoi circoli locali che sperimentano stili di vita sostenibili con la natura. Ovviamente MDF non è l’unica associazione che mette in discusse il “sistema”, ed i circoli locali spesso fanno sinergia con organizzazioni più “anziane” che da anni cercano di migliorare la cultura di noi italiani.

Girando l’Italia possiamo star tranquilli circa un aspetto, numerose piccole comunità non hanno dimenticato la vera natura umana, e pertanto diversi piccoli centri, rimasti indenni dalla crescita obsoleta, sono stati capaci di interpretare il cambiamento necessario e stanno tutelando e valorizzando i saperi locali, le fonti energetiche alternative, l’agricoltura naturale e tutta una serie di attività volte al riuso ed al recupero. I buoni esempi ci sono e spesso fanno rete con l’intento di incidere sul pensiero dominante.

Ambiente (Fonte: ISTAT e CNEL, Bes 2013, pag. 210)
Qualche segnale positivo e persistenti criticità
Il benessere delle persone è strettamente collegato allo stato dell’ambiente in cui vivono, alla stabilità e alla consistenza delle risorse naturali disponibili. Di conseguenza, per garantire ed incrementare il benessere attuale e futuro delle persone è essenziale ricercare la soddisfazione dei bisogni umani promuovendo attività di sviluppo che non compromettano le condizioni e gli equilibri degli ecosistemi naturali. In Italia emergono segnali contraddittori rispetto alla qualità del suolo e del territorio: in particolare, aumenta la disponibilità di verde urbano e delle aree protette, ma il dissesto idrogeologico rappresenta ancora un grave rischio naturale distribuito su tutto il territorio nazionale. A questo va aggiunto il rischio per la salute e per l’ambiente naturale dovuto all’inquinamento presente in diverse aree del nostro. Paese, le quali devono essere sottoposte ad azioni di messa in sicurezza e bonifica. Anche l’acqua e la qualità dell’aria sono aspetti fondamentali che riguardano direttamente il benessere e la salute umana. I consumi di acqua potabile sono in linea con quelli europei e si mantengono in media pressoché costanti dal 1999, ma permane una accentuata dispersione dalle reti di distribuzione e trasporto di acqua potabile e in alcune regioni elevata è l’interruzione del servizio. Il numero medio di superamenti del valore limite di PM10,1 cioè di microparticelle inquinanti nell’atmosfera, misurati nell’aria delle maggiori città italiane, appare in aumento, con conseguenze negative per la protezione della salute umana. Aumentano i consumi di energia da fonti rinnovabili e nel 2010 il valore dell’Italia è superiore alla media europea. In diminuzione risulta il consumo di risorse materiali interne, anche se è troppo presto per parlare di una tendenza alla “dematerializzazione” dell’economia italiana. L’andamento delle emissioni antropiche di gas climalteranti, derivanti dalle attività produttive e dai consumi finali delle famiglie, è in diminuzione, anche se ciò appare in parte collegato alla crisi economica degli ultimi anni.
Suolo e territorio
Il suolo svolge un ruolo prioritario nel funzionamento degli ecosistemi terrestri, contribuendo alla salvaguardia delle acque, al controllo dell’inquinamento ed esercita effetti diretti sugli eventi alluvionali e franosi. L’uso e il consumo di suolo, nonché la qualità del territorio dove le persone vivono, sono quindi di fondamentale importanza per il loro benessere. Il verde urbano, oltre a svolgere funzioni di tipo estetico e a contribuire al benessere psicofisico, concorre in modo rilevante alla mitigazione degli effetti degli inquinanti gassosi, al miglioramento del microclima attraverso l’ombreggiamento e l’emissione di volumi di vapore acqueo, alla riduzione dei rumori e alla protezione del suolo.

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C’è poco da fare, in Parlamento non abbiamo dipendenti adeguati alla recessione che stiamo subendo e sprecano le proprie energie mentali su questioni poco rilevanti o addirittura fuorvianti rispetto agli interessi generali del Paese. Eppure basterebbe “poco” per cambiare la rotta, cominciando dallo studio del primo documento relativo al Benessere Equo e Sostenibile, ed è un esercizio utile anche per noi cittadini elettori poiché potremmo capire ed imparare cose veramente importanti per nulla affrontate nei dibattiti politici.

La mobilità: gli spostamenti quotidiani (BES 2013, pag. 257)
Il tempo trascorso negli spostamenti quotidiani ha spesso effetti negativi sul benessere e la qualità della vita, determinando una riduzione del tempo dedicato ad altre attività più utili o gratificanti, in primo luogo al tempo libero. Inoltre elevate durate degli spostamenti della popolazione hanno un impatto sostanzialmente negativo sia dal punto di vista economico (si tratta di periodi di tempo generalmente improduttivo) che dal punto di vista ambientale, in considerazione dell’estrema diffusione in Italia dell’utilizzo di mezzi di trasporto privati. Infine, soprattutto nelle grandi città, spostarsi può risultare un’attività generalmente stressante. Come è naturale che sia, in un giorno feriale qualsiasi il 90% delle persone effettua almeno uno spostamento: nell’arco di una giornata feriale media, agli spostamenti sono dedicati 76 minuti, indipendentemente dalla loro finalità, equivalenti al 5,3% dell’intera giornata. Escludendo dalle 24 ore il tempo dedicato alle attività essenziali (dormire, mangiare e cura della persona) il peso degli spostamenti sale al 10,1%.

Come possiamo notare il BES si occupa di noi, i dipendenti nominati tramite il porcellum molto meno. La considerazione del BES sopra citata ci ricorda quanto sia importante spostarsi e soprattutto come spostarsi. Nel 2013 ci spostiamo ancora con auto inquinanti, nonostante ci siano tecnologie molto migliori, lo facciamo ognuno con la propria auto creando evidenti problemi ambientali e di congestione nelle nostre città, ed i politici continuano ancora a foraggiare un’industria obsoleta che è una delle principali cause dell’aumento di rischi sanitari.

Su questo argomento mi sembra evidente che una corretta informazione e formazione culturale può fare molto di più dei dipendenti in Parlamento pagati con le nostre tasse. Facciamo un semplice ragionamento: una famiglia di quattro persone adulte, tutte con la patente, anziché possedere quattro auto, potrebbero avere una o due auto, e sostituire le auto con bici pedelec. Questa semplice scelta riduce notevolmente le spese familiari (assicurazione, carburante e manutenzione), riduce notevolmente il danno ambientale prodotto dalle auto, e riduce notevolmente i tempi trascorsi nel traffico o alla ricerca di un posto auto. A fine anno la famiglia può investire tempo e danaro risparmiati su interessi migliori quali sport, libri, viaggi e relazioni familiari.

Il legislatore ancora non favorisce l’adeguamento culturale e tecnologico per una mobilità intelligente.  Nonostante la tecnologia sia matura, siamo ancora a livelli di sperimentazioni politiche, ecco un bando per i comuni. Ad esempio in Svizzera, territorio con una orografia impegnativa le bici pedelec non hanno limiti di potenza e velocità per ovvie ragioni territoriali. Solo in pianura esiste una tradizionale cultura per la bicicletta, mentre l’innovazione tecnologica ci consente di estendere questa tradizione sul resto del territorio nazionale consentendo un notevole miglioramento della qualità della vita che un nuovo stile di vita può portare.

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Recessione e capitalismo sono parenti molto stretti, precisamente la recessione è stata causata da un’industria finanziaria fuori controllo e dall’ideologia liberista ampiamente praticata nell’Unione Europea e negli USA, il famigerato modello occidentale ove i diritti inviolabili sono ampiamente violati. L’era industriale ed il picco del petrolio mostrano i limiti di un modello giunto al termine, ad esempio il 20 agosto 2013 è stato raggiunto il limite di carico delle attività antropiche, cioè l’overshootday, per i successivi mesi si rubano risorse alle future generazioni. La moneta debito ed i meccanismi fiscali europei abbinati alla delocalizzazione delle imprese con i paradisi fiscali garantiscono controllo e ricchezze ai pochi, e diseguaglianze e povertà ai molti. Nell’epoca del sovrapiù le imprese fanno profitti e garantiscono i dividendi agli azionisti semplicemente delocalizzando la produzione e rubare a norma di legge i guadagni ai lavoratori. L’insieme di questi fattori, di queste cause ed i riferimenti culturali che hanno fatto nascere un’epoca dimostrano che sono inadeguati ai cambiamenti che stiamo vivendo. Siamo a cavallo di un’epoca, una sta finendo, mentre la nuova deve ancora nascere.

Il Governo italiano ha un’opportunità, nonostante la sua appartenenza alla peggiore élite degenerata, quella dei famigerati club Bilderberg, Trilaterale e CFR, i gruppi sovranazionali ove banchieri, imprenditori, politici e giornalisti decidono le sorti del modello occidentale per trarre vantaggi personali, ricchezze e conservare il controllo sui popoli. Secondo l’indice Gini l’Italia è “regina europea delle diseguaglianze”.

Eppure in questo Governo italiano siede anche Enrico Giovannini, ex presidente dell’ISTAT, che ha pubblicato il primo rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES). Nella sostanza chi governa sa bene come si misura la qualità della vita e quanto il PIL sia un indicatore importante ma fuorviante. In questo periodo di semestre europeo il Governo italiano presiederà l’UE ed insieme agli altri Paesi di area mediterranea può cambiare, se il Governo lo volesse, le regole fiscali e gli indicatori economici dell’UE stessa, indicatori rivelatisi obsoleti e fuorvianti poiché non rendono felici i popoli, anzi li danneggiano. Chi è al potere oggi, può mostrare quanto la recessione sia frutto di un’ideologia obsoleta, liberismo ed avidità, e quanto MES, fiscal compact, siano criteri non compatibili con gli esseri umani e non compatibili con la natura.

Il Governo italiano può guidare un cambiamento culturale epocale, se volesse farlo veramente, e proporre l’abolizione dei paradisi fiscali, l’introduzione della Tobin Tax, proporre una più equa ridistribuzione delle risorse e puntare alla felicità dando priorità al BES. In precedenza la Francia presieduta da Sarkozy tramite la Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi pose l’accento sulle critiche al PIL. Adesso, la recessione ad orologeria, tramite l’austerità tedesca, che sta distruggendo la Grecia ed intende distruggere anche Spagna ed Italia può essere l’opportunità politica per cambiare i Trattati internazionali, quei trattati bocciati da francesi ed olandesi, e trasformare l’UE in un’area democratica, sociale e liberale come la nostra Costituzione. L’élite sa che i debiti pubblici non potranno essere ripagati causa l’insostenibilità del capitalismo stesso come spiegò l’economista Hyman Minsky, uno dei pochi controcorrente che aveva spiegato come poteva crearsi la recessione che stiamo vivendo, iniziata nel 2008. Secondo Minsky elevati livelli di indebitamento rispetto al reddito possono creare instabilità del sistema. Secondo Irving Fischer «i debitori non possono spendere e i creditori non vogliono spendere» (momento di Minsky) ed è ciò che sta succedendo nell’euro zona, e «più i debitori pagano e più saranno indebitati».

Le Nazioni possono rinegoziare i debiti tramite il principio giuridico del “debito odioso“, e devono riprendersi il controllo del credito, la sovranità monetaria, liberandosi dal ricatto delle SpA che operano nelle borse telematiche. In questo modo i popoli non saranno più condizionati dal WTO, dalla Banca Mondiale e dal FMI, tanto meno dai giudizi delle agenzie di rating. Trasformare la BEI in una banca pubblica, come intendono fare i Governi, non sarà sufficiente poiché si permane nell’economia del debito e nel ricatto delle SpA, è necessario fare un salto, uscire dal piano ideologico obsoleto.

Ciò che conta veramente come dice il BES sono: rapporti sociali, la partecipazione culturale, la soddisfazione per il lavoro svolto, la partecipazione civica e politica, la biodiversità, il lavoro, il livello di competenza alfabetica degli studenti, l’ambiente, la salute, il benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, etc.

BES_indicatori_ambiente

Non c’è alcun dubbio che l’umanità può evolversi se si libera dell’inganno psicologico dell’economia del debito, un’invenzione che sta facendo regredire la nostra specie in Europa e negli USA, mentre le dimensioni indicate nel BES se fossero considerate seriamente, l’intera società andrebbe riprogettata dalle fondazioni. In alcune aree geografiche questa evoluzione è in corso mentre l’area occidentale regredisce. La recessione può essere l’opportunità politica per ripensare obsolete convinzioni politiche.

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Ancora oggi, nonostante le evidenze scientifiche siano devastanti e ingombranti, i Governi rallentano il cambiamento e fanno fatica ad abbandonare indicatori finanziari ed economici inefficienti ed obsoleti che non misurano il benessere.

L’ISTAT con la pubblicazione del primo rapporto BES 2013 (Benessere Equo e Sostenibile) compie il primo passo verso un’analisi della società che consente di uscire dalla religione della crescita, aggiunge un punto di vista nuovo e mostra informazioni ignorate dagli italiani e dagli amministratori. I Governi devono interpretare la società partendo dalla bioeconomia, e meglio ancora considerando le leggi della fisica.

Oggi, abbiamo gli strumenti per riconoscere questi errori e per progredire verso una reale crescita passando per una fase storica chiamata “decrescita felice”, sviluppando la resilienza necessaria e approdare ad una società della “prosperanza”.[1]

Secondo una definizione classica di economia – amministrazione della casa – essa studia la condotta umana come relazione tra fini determinati e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi (Robbins, 1932).  L’economia non solo non viene più studiata seriamente, ma è stata sostituita da strumenti matematici – hedge fund[2], credit default swap[3] – non per pubblica utilità, ma per manipolare, nascondere, ingannare, truffare i popoli ed arricchire una ristretta élite.

Il problema della scarsità delle risorse e del benessere emerse subito e Arthur Cacil Pigou (1877 – 1959) iniziò a distinguere tra benessere sociale, esprimibile con la qualità della vita, dal benessere economico, che è misurale solo con la moneta. Secondo Frederick Soddy (1877 – 1956) la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia[4]. Nicholas Georgescu-Roegen (1906 – 1994) ideò il concetto di bioeconomia, una pietra fondante della decrescita, il quale fece notare che l’economia deve tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica, ed in particolare del secondo principio della termodinamica. La nascita della bioeconomia mostra i limiti delle astrazioni economiche moderne e liberiste, poiché ignorano le leggi della natura, le uniche da rispettare.

La supremazia dell’alta finanza oggi si basa sul fatto che essa ricongiunge a un determinato luogo i fattori di produzione mobili – il capitale mobile, il lavoro flessibile basato sul sapere e altamente specializzato e la trasformazione mobile e standardizzata della natura – al fine di ottenere i prezzi più bassi possibile su scala globale, eliminando così il capitale locale. […] Secondo Aristotele, la distinzione fra la produzione del proprio fabbisogno (“economia”) e la produzione per il commercio e il guadagno (“crematistica”) contiene secondo Polanyi l’indicazione indubbiamente più profetica mai fornita nel campo delle scienza sociali. E’ la constatazione che l’approvvigionamento interno non può essere subordinato alla produzione destinata all’export. “Aristotele insiste sul fatto che il senso dell’economia è la produzione per il proprio fabbisogno, non quella a fini di lucro. Ma una produzione destinata all’esportazione, secondo il filosofo, non mette in pericolo l’autosostentamento fintanto che i prodotti destinati alla vendita, per esempio il grano o il bestiame, vengono comunque coltivati nell’ambito di un’economia dell’autosussistenza; la vendita delle eccedenze pertanto non deve distruggere la base dell’economia nazionale”.[5]

Le tecnologie di oggi consentono di progettare la “civiltà contadina modernizzata“, cioè comunità libere perché autonome grazie alla sovranità alimentare ed energetica con fonti alternative e per mezzo dell’economia della sussistenza, la politica delle risorse in maniera razionale.


[2] Fonte Wikipedia: I fondi speculativi (in inglese hedge funds) detti anche in italiano fondi hedge, nascono negli Stati Uniti negli anni 50. La definizione di “finanza creativa” è spesso associata alle operazioni speculative che tali fondi possono consentire. Il primo fondo hedge fu fondato da Alfred Winslow Jones nel 1949.

[3] Fonte Wikipedia: Il credit default swap (CDS) è uno swap che ha la funzione di trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti. È il derivato creditizio più usato. È un accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito. Il CDS viene spesso utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione. Tipicamente la durata di un CDS è di cinque anni e sebbene sia un derivato scambiato sul mercato over-the-counter (non regolamentato) è possibile stabilire qualsiasi durata.

[4] Frederick Soddy, L’economia cartesiana, 1922

[5] WUPPERTAL INSTITUT, per un futuro equo, Feltrinelli, 2007 pag. 112

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La buona politica è figlia dell’etica e della formazione culturale degli individui che la praticano. Ovvio? Non sembra affatto. La profonda crisi che attraversa l’Occidente mostra i limiti delle rappresentanze politiche, poco preparate, e forse poco consapevoli dei rischi che  stanno correndo per mezzo di scelte poco ragionevoli, poco partecipate e molto autoritarie. Il sistema euro è una prova di questo ragionamento, visto che finora ha aumentato le diseguaglianze economiche e sta conducendo i paesi “periferici” verso la miseria. L’obbligo del pareggio di bilancio è solo l’ultimo atto immorale. In Italia, il Parlamento dei nominati ha l’enorme responsabilità di affrontare problemi quotidiani che richiedono una velocità di decisione, ed ha la responsabilità di cambiare l’antidemocratica legge elettorale – il famigerato porcellum – affinché i cittadini possano tornare a scegliere gli eletti. Dal punto di vista della democrazia rappresentativa i cittadini italiani non hanno mai scelto i propri eletti, lo hanno sempre fatto i partiti per conto loro, e poiché i partiti hanno perso la credibilità ed il consenso popolare è moralmente doveroso introdurre una novità storica per selezionare i futuri dipendenti. Il Parlamento può introdurre una legge denominata “elezione primaria” ove i cittadini, e non solo i partiti, possono proporre direttamente i candidati “dal basso”, come si dice in gergo, che dovranno essere sottoposti al voto di tutti i cittadini. Nella sostanza la classe dirigente politica non verrebbe più selezionata esclusivamente dai partiti, ma direttamente dalla cittadinanza non militante, e le tecnologie di oggi consentono di farlo a costi vicini allo zero.

Oltre a questa novità, il Parlamento, può proporre un altro cambiamento: la creazione di una scuola politica pubblica, accessibile a tutti, ovviamente. I partiti, oltre ad avere la prerogativa di scegliere gli eletti hanno avuto anche la prerogativa di formare la classe dirigente. Se l’intenzione è quella di cambiare il sistema è doveroso proporre un percorso formativo innovativo per i futuri amministratori e politici con un programma formativo figlio del cambio di paradigma culturale. Non una scuola tradizionale, ma più un laboratorio con un approccio completamente diverso, persino opposto a quella che si vede nelle scuole e nelle università italiane. L’obiettivo è di stimolare la creatività, pertanto non si tratta di indottrinare, ma di mostrare e lasciar creare nuovi modelli. Questo laboratorio non formerà burocrati, ma politici creativi utili all’interesse pubblico per la soluzione di problemi pratici: energia, agricoltura, arte, storia, patrimonio culturale ed architettonico, e paesaggio.

Il Parlamento ha il dovere morale e politico di restituire sovranità alla Repubblica (politica monetaria ed industriale) e consegnare al popolo strumenti efficaci per partecipare al processo decisionale della politica. Il compito del Parlamento non si limita solamente ad applicare la Costituzione, finora disattesa, ma deve destinare risorse a quei Comuni italiani (residui passivi) amministrati male, e che oggi risultano insolvibili alimentando la povertà delle famiglie poiché numerose imprese falliscono a “causa” di crediti non riscossi dalla pubblica amministrazione (P.A.), un paradosso immorale. I Comuni non riescono a pagare chi ha lavorato e bisogna trovare subito circa 70 miliardi. Dove prendere i soldi? E’ banale, è sufficiente cancellare l’usura che i cittadini pagano tramite il sistema, “economia del debito”. Non bisogna pagare gli immorali interessi sul debito pubblico (circa 88 mld), ma spostare quei miliardi verso imprese e famiglie per ripagare il debito della P.A. a chi ha già lavorato.

Mentre le imprese chiudono per l‘implosione del sistema immorale, quindi è necessario proporre un nuovo modello, ed il legislatore deve indicare il Benessere Equo e Sostenibile (BES) come indicatore principale per conoscere la società e capire come prendere decisioni migliori rispetto al passato.

La ricchezza è la capacità creativa dell’uomo che progetta e trasforma le merci usando l’energia in maniera razionale, compatibilmente coi limiti della natura e delle leggi che determinano la vita su questo pianeta. La ricerca scientifica ci mostra quali tecnologie usare per evitare danni ambientali e biologici. Nella sostanza non sono i politici che risolvono i problemi, e tanto meno sono pagati per farlo, essi devono solo servire il popolo e fare in modo che cittadini, famiglie ed imprese abbiamo leggi e regole per realizzare la transizione tecnologica. Abbiamo una democrazia rappresentativa pagata col sudore dei lavoratori affinché i dipendenti in Parlamento diano risposte concrete ai problemi della Nazione, nulla di più e nulla di meno. I cittadini hanno il dovere di pensare nuove forme di partecipazione e riprendersi spazi decisionali per incidere direttamente poiché i partiti non hanno svolto il loro ruolo, i danni si vedono, inutile fare l’elenco. I cittadini stessi sono responsabili della crisi poiché l’apatia politica è servita ad alimentare feudi di potere che oggi vanno cancellati.

Un’intera classe dirigente ha inseguito un paradigma obsoleto: l’avidità e la stupidità, il liberismo dell’Unione Europea e la sostituzione dello Stato con le SpA. Oggi bisogna studiare e applicare il nuovo paradigma culturale attraversando un periodo denominato “decrescita felice” per arrivare alla prosperanza” per tutti. In questo percorso e nei progetti pratici della “decrescita felice” esistono tante opportunità di ricollocazione nella formazione e nel lavoro, nuovi impieghi utili saranno inventati per l’interesse pubblico. In diversi settori l’innovazione tecnologica consentirà la crescita di nuove professioni, nuove abilità per costruire la comunità, nuove abilità nell’artigianato e nella manifattura, e l’aumento dei salari consentirà una migliore distribuzione delle ore giornaliere da dedicare alla famiglia, ai figli ed alla costruzione di un futuro più bello, più sereno.

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