Società e lavoro/2

Abbiamo a disposizione risorse che non riusciamo a riconoscere come tali, il problema? E’ la nostra incapacità di “vedere”. Possiamo creare occupazione impegnandoci in ambiti finora sottovalutati ma dobbiamo sviluppare curiosità, creatività e coraggio. Partendo dal fatto che la nostra società non è stata creata per consumare all’infinito dobbiamo accettare l’idea di individuare attività sostenibili che producano merci e beni rinnovando i processi produttivi. Non possiamo continuare a estrarre risorse finite, trasformare e produrre merci per il mercato, e ignorare il contesto locale. Non possiamo e non dobbiamo comprare all’infinito, per tale motivo bisogna trovare un equilibrio con la natura, ripristinare diritti ai lavoratori, e osservare con più attenzione il mercato. Dal punto di vista della pubblicità, dobbiamo eliminare la malattia degli acquisiti compulsivi e ripensare i nostri bisogni reali. La recessione, in questo senso, ci da una mano, poiché ci consente di ripensare la nostra posizione sociale uscendo dalle illusioni classiste di una società profondamente malata, poiché sviluppata sull’avidità e sull’incoscienza di se stessi.

Cittadini ed istituti di credito possono sviluppare progetti intorno a questa visione virtuosa: un ritorno alla terra. Immaginando l’economia delle risorse ed il giusto equilibrio fra merci e beni possiamo stimolare il recupero di intere comunità e valorizzazione beni e merci prodotte dal territorio. In che modo? Attraverso un processo culturale che ribalti gli obsoleti paradigmi, tant’è che ha molto più valore un borgo recuperato piuttosto che un borgo abbandonato e degradato, ovvio?! L’urbanesimo e l’obsoleta epoca industriale hanno disprezzato la vita contadina propagandata come vita dura, sporca ed incivile, contrapponendola alla “civile” ed “evoluta” mentalità dell’usa e getta, auto sempre nuove, la scarpa sempre nuova ed inquinamento cittadino. Stiamo assistendo al crollo di queste malsane ideologie televisive e la riscoperta dell’ovvio: la cultura contadina è l’unica sostenibile poiché è l’opposto degli sprechi e dell’inutile sovrapiù.

Possiamo incrementare e ripristinare la cultura contadina salvandola dall’agri-industria, ed adeguare le moderne tecnologie all’agricoltura naturale. Aziende e cooperative agricole sono la risposta più ovvia per produrre nuova occupazione, aziende e cooperative facenti parte di un’economia locale adeguate allo sfruttamento delle fonti energetiche alternative a piccola scala, e cittadini consumatori di cibo locale, di migliore qualità e salubrità rispetto alle merci della grande distribuzione organizzata.

La natura offre tutte le opportunità per un’economia reale, dai beni prodotti per alimentare gli abitanti all’abbigliamento tramite l’indotto di una canapa senza thc. Cibo, manifattura e tessile sono risorse già presenti in natura. Come sappiamo buona parte delle imprese ha preferito sfruttare la globalizzazione per aumentare i propri profitti. Cittadini e lavoratori partendo dal fatto che l’obiettivo non può essere il profitto, ma la sostenibilità economica ed ambientale, essi possono riprendersi i diritti negati avviando economie locali consapevoli del fatto che bisogna produrre il giusto, cioè rispettando la natura e le condizioni di lavoro. Un’impresa progettata non sul profitto, ma sulla sostenibilità dura nel tempo più a lungo e meglio di una multinazionale che ruba le risorse, evade le tasse e sfrutta i lavoratori. Aumentano i cittadini consapevoli che preferiscono consumare merci prodotte localmente e sono sensibili a questioni etiche, ambientali e sanitarie. E’ questo tipo di cultura che scoraggia la globalizzazione poiché attacca l’avidità, gli affari e gli interessi degli imprenditori che preferiscono l’immoralità alla sostenibilità. Dogmi come competitività, crescita sono solo invenzioni per truffare i popoli e giustificare comportamenti immorali ed illogici. Sviluppando il consumo critico possiamo e dobbiamo aiutare le imprese sane perché aiutiamo noi stessi.

Il lavoro sarà sempre più un’attività legata ai comportamenti etici poiché è l’unico modo per progettare comunità sostenibili, e come sappiamo la quantità di merci prodotte e scambiate in un anno è un dato statistico interessante, ma non è rilevante per il benessere dei cittadini. Prima si riduce la produzione di merci che distruggono l’ambiente e meglio sarà per noi tutti, e di conseguenza prima aumenta la produzione di beni e di attività che riguardano le bonifiche, il riuso e la conservazione, e prima migliorerà la nostra vita. Spostando i nostri risparmi su attività etiche e sostenibili potremmo realizzare impieghi solidi e duraturi nel tempo, dipende solo dalla nostra cultura, sensibilità e dalla nostra volontà.

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Politica industriale

Dal punto di vista dell’etica morale e politica una normale classe dirigente dovrebbe immaginare l’uscita dal capitalismo per entrare nell’epoca bioeconomica. La politica delle risorse può sostituire l’obsoleta religione della crescita infinita, ossia il capitalismo neoliberale. Sotto la guida di questa religione l’Italia è un paese saccheggiato e colonizzato da un’élite degenerata che ha teleguidato il ceto politico dirigente psico programmato per distruggere lo Stato democratico e sociale, e accentrare poteri e ricchezze costruite fittiziamente (economia del debito e finanza) nelle mani di pochi. Alla luce dei disastri attuali prodotti da trent’anni di politiche immorali e sbagliate, oggi possiamo immaginare di cambiare lo status quo attraverso lo sviluppo umano. Una nuova classe politica può emergere dall’etica politica e dalle politiche bioeconomiche. Cittadini e organizzazione sociale possono sfruttare l’impiego di nuove strategie e nuove tecnologie che consentono una migliore distribuzione delle ricchezza reale, ed applicare un minimo di democrazia economica.

L’anno che verrà [2013] porterà una serie di cambiamenti, anche se continuasse la politica dell’austerità imposta dall’élite attuale. Oltre ai limiti dello sviluppo, siamo giunti ai limiti della pazienza ed ai limiti della sopravvivenza quotidiana. Il 28 agosto 2012 abbiamo superato il limite di risorse non rinnovabili che la Terra riesce a generare entro un anno (overshoot day). In soli otto mesi abbiamo esaurito le scorte, e per i successivi quattro rubiamo risorse al futuro.

Ci sono diversi settori che possono produrre reddito e creare nuova e migliore occupazione, cioè socialmente utile. L’industria delle costruzioni, della mobilità intelligente, e dell’agricoltura naturale sono ambiti strategici determinanti. Possiamo immaginare di adottare piani territoriali e urbani bioeconomici che ripensano gli insediamenti come sistemi metabolici favorendo la sostenibilità, e annullando le disuguaglianze sociali, ambientali ed economiche.

Un indicatore importante sarà la progettazione qualitativa ed eco-efficiente. L’industria delle costruzioni e soprattutto la progettazione architettonica sono l’ambito industriale che esprimono meglio questo concetto, poiché sono già utilizzati principi di eco design e l’analisi del ciclo vita per misurare la qualità nella progettazione stessa. E’ necessario investire in un piano di rigenerazione urbana sull’intero patrimonio edilizio esistente, con piani di recupero dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita e la conservazione dei centri storici. Esistono 26 città in contrazione, le più popolose d’Italia che abbisognano di interventi rigenerativi. L’innovazione tecnologica ci consente di misurare, prima del progetto, quali impatti ci saranno sull’ambiente, per la salute umana ed i possibili sprechi, queste informazioni qualitative determinano la scelta finale del progetto e condizionano l’economia reale. Questa rivoluzione ecologica è già partita, anche grazie agli incentivi sul “conto energia”, che oggi sono al termine, pertanto ci possono essere dei freni ad un mercato in evidente difficoltà. Se ci fosse una Repubblica sovrana con una politica monetaria e industriale si potrebbero finanziare piani nazionali per tutelare il suolo ed il patrimonio culturale dal rischio sismico: nuova occupazione. Già in questi anni sono partiti piani di decrescita energetica per raggiungere l’auto sufficienza con reti di smart-grid, questo è possibile ove si applica un mix tecnologico (sole, vento, acqua e geotermia). Negli anni trascorsi ci furono diversi strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” che potrebbero essere finanziati nuovamente prendendo le risorse dalla negoziazione del debito estero e degli immorali interessi che si pagano sullo stesso debito. Per farlo ci vorrebbe una classe politica intellettualmente onesta e rispettosa del contratto costituzionale.

Lo stesso ragionamento circa l’eco-efficienza può essere mutuato nella mobilità, ad esempio è noto che gli italiani non hanno bisogno di nuove automobili, ma di motori eco-efficienti. Anziché incentivare la vendita di nuove auto è necessario avviare un’evoluzione tecnologica e progettuale come si sta avendo nelle tecnologie architettoniche ed energetiche, quindi bisogna sostituire i motori a combustione con i motori elettrici molto più efficienti, ma soprattutto a zero emissioni gassose. Questa scelta coinvolge tutte le auto officine che si troveranno cariche di lavoro nella sostituzione dei motori: nuova occupazione ed economia che rimane sul territorio. Una ulteriore spinta ci sarà nel mondo delle bici pedelec, a pedalata assistita, senza dubbio il mezzo di trasporto cittadino più intelligente che possiamo avere oggi.

Nell’agricoltura possiamo progettare un’evoluzione e transitare dal modello agri-industriale che riduce la capacità dei suoli di produrre cibo per mezzo degli agenti chimici inquinanti, e avviare la diffusione di massa di pratiche di agricoltura naturale che rigenerano i suoli. Questa scelta consente di avviare la nascita di nuove aziende agricole auto sufficienti energeticamente grazie alle tecnologie odierne (geotermia, micro eolico, etc..), e che producono cibo per il territorio: nuova occupazione ed economia reale che rimane sul territorio.

Un piano nazionale di riuso e riciclo delle materie prime seconde, erroneamente chiamati rifiuti, consente di ridurre gli sprechi, di chiudere tutti gli impianti di incenerimento presenti sul territorio e di creare nuova e migliore occupazione.

L’attivazione della politica delle risorse come piano industriale nazionale che coinvolge sinergicamente tre settori: costruzioni, mobilità e agricoltura consente di avviare un processo virtuoso determinante per l’economia italiana, poiché è un’alternativa alla religione della crescita, e quindi ridurrà il prodotto interno lordo, ma consentirà di avere nuova occupazione socialmente utile e migliorerà la qualità della vita. Senza il ripristino della sovranità sarà difficile avviare una politica industriale nazionale  e questa responsabilità spetta ai cittadini che devono controllare in maniera efficace l’operato di chi amministra, ed ai dipendenti eletti che sono obbligati ad applicare la Costituzione: sovranità popolare, uguaglianza, tutela del paesaggio, dell’ambiente e della salute, democrazia economica e tutela del credito.

Questa proposta ribalta un paradigma obsoleto poiché la politica delle risorse non si pone l’obiettivo della piena occupazione in quanto tale, ma si pone la domanda di quale occupazione creare e come crearla, con quali criteri progettuali ed in quali ambiti. Ci possiamo rendere conto che nella prevenzione e nella lotta all’obsolescenza pianificata ci sono maggiori e ampi margini di intervento rispetto agli impieghi obsoleti che abbiamo erroneamente inseguito in questi ultimi trent’anni. Nella sostanza, una volta bonificati tutti i siti inquinati, fra l’altro lavoro che bisogna ancora iniziare a fare, è ragionevole rendersi conto che l’Italia ha bisogno più di contadini, restauratori, biologici, fisici piuttosto che di manager, avvocati e commercialisti.