La sfida urbana

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La sfida della nostra società è cambiare il paradigma culturale che guida gli stili di vita degli abitanti nelle città esistenti. Una sterminata letteratura straniera parla di rigenerazione urbana, ma gli interventi di trasformazione realizzati in Occidente hanno avuto conseguenze contraddittorie. Spesso hanno fatto prevalere gli interessi degli investitori e innescato processi di gentrificazione, sostituendo l’identità dei luoghi con persone più ricche e hanno cambiato gli stili di vita delle persone, limitandosi a cambiare l’aspetto dei quartieri. Viviamo nell’epoca urbana e le città italiane continuano ad essere luoghi ignorati dalla classe dirigente, e spesso non sono pianificati correttamente. Le trasformazioni urbane che si realizzano, queste sono condizionate dall’economia neoclassica. Il capitalismo urbano non controllato, spesso, realizzando i nuovi edifici “gestiti” dal mercato fa aumentare prezzi e costi nel quartiere. L’effetto è l’espulsione dei ceti più poveri preferendo quelli economicamente più forti, mentre le città continuano a sprecare energie contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta, e lasciando un pianeta peggiore alle future generazioni. Abbiamo una sola certezza: l’aumento degli individui nelle aree urbane con stili di vita consumistici produrrà un aumento dell’impronta ecologica. Per rimediare a ciò è necessario un lungo e consapevole percorso nel ridurre gli sprechi (consumi inutili) e nel ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Questo percorso può funzionare solo col sostegno di politiche pubbliche, e condizionando gli editori dei media che hanno una grande responsabilità politica attraverso la pubblicità.

Il territorio italiano si caratterizza con insediamenti urbani vulnerabili: disordine urbano; densità; scarsa accessibilità; carenza di servizi; disoccupazione ed esclusione sociale; dipendenza dagli idrocarburi; rischio sismico e idrogeologico; ciclo vita degli edifici. In Italia esistono 611 Sistemi Locali del Lavoro individuati dall’ISTAT.

Le comunità esistenti nelle aree urbane stanno perdendo la sfida di rigenerarsi per ragioni culturali. La popolazione non conosce l’urbanistica e non partecipa alla vita di comunità, è psico programmata dalla religione capitalista che ha saputo diffondere egoismo, apatia, nichilismo, ignoranza funzionale e di ritorno, favorendo la regressione della specie umana, oggi facilmente guidata dai capricci indotti dalla pubblicità.

Inoltre le istituzioni locali, Comuni e Regioni, sono del tutto obsolete ad affrontare i cambiamenti sociali consolidatisi negli ultimi trent’anni. L’industrialismo abbandonava le città mentre i politicanti locali deliberavano obsoleti piani di crescita urbana attraverso le speculazioni per inseguire i capricci delle imprese, e in questo modo hanno fatto esplodere le città italiane favorendo la cosiddetta dispersione urbana (sprawl) e consumando inutilmente suolo agricolo. Eleggere Sindaci e Consigli comunali è inutile. sia perché gli individui vivono e consumano in un’area più vasta chiamata “sistema locale”, cioè un’area funzionale dove si sviluppano le relazioni sociali ed economiche, e sia perché la religione liberale ha esternalizzato la gestione dei servizi a società di profitto. I veri Sindaci delle città sono amministratori delegati di SpA. Una seria riforma dovrebbe eliminare poltrone politiche inutili osservando l’esistenza dei “sistemi locali”, introdurre e sperimentare forme di partecipazione popolare diretta, e riorganizzare la pubblica amministrazione per deliberare piani urbanistici bioeconomici e sviluppare bioregioni urbane da rigenerare. Cittadini e pianificatori dovrebbero sperimentare la democrazia per costruire le bioregioni urbane dentro i sistemi locali per rigenerarli. Gli attuali strumenti di pianificazione, frutto di Enti obsoleti, sono previsioni inutili sia perché sono ancora pensati nella speranza di far crescere l’area urbana convinti che un mercato possa assorbire un’offerta di immobili non richiesti, e sia poiché rispecchiano un limite territoriale amministrativo ormai anacronistico. Anche per questo motivo stiamo perdendo la sfida urbana.

Nella migliore delle ipotesi, politici illuminati potrebbero proporre piani intercomunali bioeconomici fra i comuni centroidi e le loro conurbazioni all’interno dei sistemi locali. E’ un processo fattibile poiché i Comuni hanno l’autonomia per promuovere unioni, consorzi e ridisegnare il proprio territorio proiettandosi verso una bioregione urbana e seguire il bene comune. Questo percorso politico virtuoso può diventare un tema politico per rigenerare aree urbane e territori. E’ percorso lungo, dove le persone in maniera consapevole avviano processi di rigenerazione morale, politica e quindi urbana.

Pensiamo ad un esempio concreto: il sistema locale salernitano. La città capoluogo (comune centroide) ha una popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre il SLL salernitano è costituito da 22 comuni con circa 500.000 abitanti. La nuova struttura urbana, la nuova città, è costituita dal comune centroide e le sue conurbazioni, e conta 11 comuni con circa 300 mila abitanti; ed è l’ambito territoriale da amministrare e gestire con un piano regolatore generale bioeconomico. I Piani urbanistici di questi comuni sono del tutto obsoleti di fronte agli stili di vita degli abitanti, e così c’è una sistematica carenza di servizi, dalla mobilità ai servizi di quartiere, dal consumo del suolo agricolo all’inquinamento, dalla disoccupazione alla qualità di vita. Per conoscere le difficoltà di un’area del Sud come Salerno, dobbiamo osservare e pensare in funzione del cambiamento culturale, e cosi non solo conoscere e analizzare il territorio con gli occhi della bioeconomia, ma possiamo anche osservare i nuovi indicatori come il Benessere Equo e Sostenibile. E’ con questo approccio che si produce nuova occupazione utile e restituisce vitalità ai luoghi urbani applicando i principi costituzionali di tutela e di valorizzazione del proprio patrimonio storico e ambientale.

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Politiche territoriali bioeconomiche

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A partire degli anni ’90, si è sviluppato il dibattito dei meccanismi decisionali chiamato governance multilivello per ragioni che possono essere ovvie: l’affermazione dell’UE e il rapporto con gli Stati membri. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo).

La visione dominante è sempre quella globalista neoliberale, cioè la distribuzione delle risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Possiamo osservare che gli Enti locali (Regioni e Comuni), negli ultimi trent’anni hanno deliberato e normato scelte politiche suggerite dai think tank liberal che sono opposte alle politiche di coesione territoriale e sociale. Le politiche urbane di crescita continua deliberate dalle classi dirigenti hanno peggiorato le dimensioni (salute, istruzione e formazione, ambiente, benessere economico, paesaggio e patrimonio culturale …) misurate nel Rapporto BES 2016. In che modo? Applicando una miscela “esplosiva” capitalista, sia facendo scelte frutto degli egoismi privati e sia dell’ignoranza (danni ambientali e biologici). Facendo prevalere l’ideologia capitalista le classi dirigenti hanno favorito un diffuso nichilismo e svuotato di senso l’identità e la spiritualità umana. La cosiddetta “società liquida” raccontata da Bauman è ampiamente diffusa in tutto l’Occidente. Il paradigma neoliberale è stato interpretato da tutti i Governi e Parlamenti tant’è che il risultato è stato il peggioramento delle condizioni sociali e lavorative attraverso le famigerate privatizzazioni, le svalutazioni salariali (abolizione articolo 18 e job act), la distruzione di interi ecosistemi e la negazione di servizi e standard minimi (welfare urbano), lo spreco delle risorse energetiche e la delocalizzazione delle specificità di manifatture italiane. La scelta di un investimento non può essere influenzato dalla crescita, cioè del PIL, ma dovrebbe seguire le indicazioni del BES (Benessere Equo e Sostenibile).

Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriale e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche.

Inoltre è indispensabile sperimentare la partecipazione dei cittadini e avviare piani urbanistici intercomunali di “quarta generazione” uscendo dalla commercializzazione dei suoli e introducendo la bioeconomica in ambito urbano. E’ necessario costruire cluster del cambiamento culturale oltre che rilocalizzare la manifattura leggera. In sostanza, bisogna cambiare le politiche urbane poiché quelle recenti forgiate nell’ideologia della crescita hanno contribuito a deperire il territorio italiano e reso le persone più povere. Ci vuole un’agenda urbana bioeconomica che sappia leggere e interpretare le aree urbane italiane, e rigenerare l’ambiente costruito valutando gli impatti sociali e ambientali. Bisogna avere il coraggio di predisporre piani non sulla base del ritorno economico degli investitori privati, ma sulla base di progetti che favoriscono lo sviluppo umano, poiché l’economia neoclassica utilizzata dalle istituzioni per compiere scelte non è utile alla specie umana.

Il Rapporto BES 2016 indica le dimensioni da migliorare nel Mezzogiorno d’Italia poiché le prestazioni misurate mostrano un peggioramento delle dimensioni stesse, dopo decenni di politiche neoliberali; e pertanto è necessario migliorare: la soddisfazione per la vita; l’occupazione; il reddito; l’istruzione e la formazione; le condizioni economiche; le relazioni sociali e la qualità del lavoro.

Il miglioramento può essere favorito applicando l’interesse generale di uno Stato sovrano e con una riorganizzazione amministrativa degli Enti locali nei sistemi locali, elaborando il progetto bioeconomico che genera occupazione utile. Le aree urbane sono contemporaneamente il motore della vita e i luoghi del fallimento. Concentrarsi nella rimozione del fallimento, ad esempio risolvendo l’esclusione sociale, le crisi ambientali, il rischio sismico, il recupero dei centri storici e delle periferie si potranno innescare processi virtuosi, poiché affrontare i problemi nelle aree urbane crea opportunità di lavoro utile.

Le scelte di investimento vanno compiute sulla base di piani bioeconomici nei sistemi locali per migliorare le dimensioni osservate nei Rapporti BES e sulla base di peculiarità che sono bene comune come il patrimonio culturale, la riduzione del rischio sismico e idraulico. Una saggia riforma delle istituzioni, osserva i sistemi locali e aggrega i Comuni per promuovere piani intercomunali bioeconomici, e in funzione di tali piani è possibile concentrare gli investimenti per lo sviluppo umano.

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Fonte immagine, Rapporto BES 2016.

L’era urbana

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Grado di urbanizzazione, ISTAT, 2001.

Tutti le istituzioni accademiche e di ricerca evidenziano e mostrano come e quanto sia aumentata la popolazione urbana mondiale. Questa fase di trasformazione è molto importante poiché cambia la vita delle persone, la loro cultura e l’uso delle risorse finite del pianeta. Le città sono il luogo più importante dell’esperienza umana e alcuni governi ne sono consapevoli. L’Italia è ancora priva di una propria agenda urbana, attenta alla propria realtà e sensibile alle disuguaglianze emergenti e ai problemi ambientali innescati da una cattiva organizzazione spaziale e da un’assenza di pianificazione.

LSE cities è un centro internazionale che svolge indagini sulle città globali, monitora e misura le loro attività: popolazione, economia, società, amministrazione, pianificazione,, trasporti e ambiente.

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Fonte immagine LSE cities.

Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

 

 

Cambiare le politiche urbane

In tutta la letteratura urbanistica, gli autori raccontano i cambiamenti avvenuti nei nostri territori, in particolar modo l’aumento della popolazione urbana e il fenomeno della contrazione nelle città che ha fatto crescere i comuni limitrofi ai grandi centri favorendo la nascita di aree urbane. A partire dagli anni ’70, le imprese abbandonano l’Europa e le città sono deindustrializzate, in Italia c’è un’accelerazione del fenomeno che va dagli anni ’80 fino all’inizio del nuovo millennio. Due scelte politiche favoriscono la delocalizzazione: la deregolamentazione dei mercati finanziari e la fine del socialismo in Russia, e l’apertura della Cina al neoliberismo. I cambiamenti del capitalismo incidono anche sulle migrazioni, tant’è che l’Europa perde abitanti qualificati a favore di USA e ASIA. Dentro l’Europa i paesi “centrali” attraggono migranti qualificati mentre la “periferia” perde abitanti. All’interno di questa lettura territoriale centro-periferia, nel corso degli anni sono emerse le città regioni e i super cluster (agglomerazioni) come Silcon valley, Hollywood, la City di Londra, capaci di generare accumulazione capitalista. Le città regioni sono agglomerazioni socio-economiche più competitive, i casi più efficaci sono Portland, Toronto, San Diego-Tiujana, le regioni transfrontaliere della Manica, quella dell’Øresund, la pianura Padana, la zona Singapore-Johore-Batam, quella di Hong Kong-Shenzen. Recentemente si è avviato un esperimento di unire Shangai con Jiangsu e Zhejiang per creare una gigantesca città regione di circa 90 milioni di abitanti. Nel 1988, in Europa in quattro motori del capitalismo, Baden-Württemberg, Catalogna, Lombardia e Rhône-Alpes, hanno cercato accordi per assicurarsi vantaggi competitivi.

Dunque in questi anni di globalizzazione neoliberista le amministrazioni territoriali hanno innescato processi competitivi per accentrare capitali, con evidenti conseguenze economiche e sociali. Le istituzioni politiche scelgono di non avere una politica urbana nazionale per favorire l’accumulazione capitalista nelle città regioni, considerate i luoghi trainanti del capitalismo neoliberista. In questo contesto degenerato grazie all’assenza di politica nel rispetto dei principi costituzionali emergono e crescono le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Aumentano povertà e degrado, anche nelle aree urbane estese scelte dai neoliberisti. L’osservazione della nuova realtà urbana suggerisce la necessità di riorganizzare competenze e funzioni dei Comuni per adeguare le istituzioni ai cambiamenti sociali già consolidati. Sarebbe saggio realizzare un cambiamento di scala territoriale unendo i comuni centroidi a quelli limitrofi che insieme rappresentano un’unica struttura urbana. Inutile ricordare l’incapacità del legislatore nel servire seriamente il popolo, sia perché i politici non cambiano le dannose regole fiscali e monetarie dell’UE, sia perché i problemi delle aree urbane vanno affrontati con urgenza per la necessità di fare prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, ma il nostro legislatore non ha né il coraggio e né la consapevolezza di interpretare correttamente la realtà territoriale e urbana, per applicare la Costituzione e programmare investimenti per rigenerare le città.

Gli abitanti non vivono più entro i confini amministrativi delle città ma vivono nei cosiddetti Sistemi Locali, che rinchiudono più comuni. In Italia sono 611 i Sistemi Locali del lavoro. Fino ad oggi tutti i Consigli comunali hanno inseguito il paradigma culturale sbagliato e cioè la crescita urbana, per attrarre investitori privati. I politici locali, interpretando male la Costituzione e la legge urbanistica nazionale, hanno chiesto ai pianificatori di mercificare le trasformazioni urbane, affinché i piani attuativi rispondessero alle esigenze di fare profitto, e riempire i vuoti urbani lasciati dal processo di disurbanizzazione, con interventi speculativi. La classe dirigente politica è cresciuta nell’idea sbagliata di sviluppo, convinta che le città potessero crescere all’infinito ma non è così, poiché le città possono anche decrescere, come accade per 26 città italiane, tutte le più importanti, da Milano a Roma. La popolazione urbana è dinamica e dipende dalle attività economiche che alimentano la vita in città.

Poiché il capitalismo abbandona la vecchia Europa per motivazioni “banali”, come l’opportunità di aumentare i ricavi riducendo i costi (salari più bassi in Asia e assenza di diritti sindacali), è altrettanto evidente che se tutti i Consigli comunali puntano all’inutile competitività per attrarre gli speculatori privati, solo alcune trasformazioni diventano realtà che si concentrano nelle città più importanti. Il capitalismo è sinonimo di razzismo, e la pianificazione urbanistica è stata utilizzata dalla borghesia italiana, i privati economicamente più forti, per soddisfare i propri interessi e i propri capricci cacciando i ceti meno abbienti dai centri urbani. Oggi è la finanza globale che entra direttamente nella pianificazione locale di alcune città globali, sceglie dove riciclare il danaro, mentre le multinazionali costruiscono i non luoghi e distruggono l’economia locale rendendo le attività sempre più dipendenti al sistema globale (deterritorializzazione). E’ un processo vizioso che distrugge sempre più le opportunità delle generazioni presenti e future. Un sistema stupido e dannoso poiché ha deindustrializzato l’Italia nei settori ove era leader mondiale, e dannoso poiché impoverendo le famiglie, si distrugge il presente e futuro di diverse generazioni, mentre i neolaureati sono costretti a emigrare per inseguire i propri sogni.

Le politiche urbane sono fondamentali per programmare e costruire un eventuale Rinascimento italiano poiché tali strumenti (i piani) localizzano le attività cultuali, sociali, ambientali e industriali nei nostri territori e possono favorire coesione sociale e sviluppo locale, ma è necessario cambiare il paradigma culturale della società. Se l’Italia non ha un’adeguata agenda urbana, è evidente che Governo e Parlamento non svolgono il proprio ruolo, mentre la Costituzione ordina fedeltà alla Repubblica e lo sviluppo di politiche industriali per realizzare l’interesse generale: tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca e innovazione, costruzione dei diritti, favorire lo sviluppo umano.

Le attuali politiche urbane neoliberali non funzionano per le ragioni prima accennate, allora la risposta alla soluzione: favorire l’occupazione e ridurre la povertà, non è proporre di riempire i vuoti con progetti speculativi, come le ZES copiando l’ASIA, poiché sono gli strumenti delle multinazionali che predano le risorse locali e omogeneizzano i territori privandoli della propria identità. La soluzione è nella direzione opposta e cioè territorializzare. La soluzione è nella nostra identità, nelle nostre specificità, è nella cultura; basta applicare la Costituzione italiana per creare occupazione utile. La soluzione è nella cooperazione fra Comuni dentro i sistemi locali. Ad esempio, costruendo programmi, piani, e progetti di bioregioni urbane per l’ambito territoriale, e in rigenerazioni bioeconomiche in ambito attuativo, cittadino. C’è la necessità di fare manutenzione dell’intero patrimonio edilizio esistente e di intervenire nei quartieri per cambiare gli isolati, e la morfologia urbana. Cultura e bellezza sono i principi che dovremmo applicare. Basterebbe introdurre la democrazia, favorendo processi di pianificazione partecipata coinvolgendo i cittadini al processo decisionale della politica, e chiedere loro di riempire i vuoti creati dalla disurbanizzazione e cioè dalla fine del capitalismo industriale nelle città. Molti esempi sono presenti in Europa, in tutte quelle città dove gli amministratori hanno saputo raccogliere investimenti privati non per speculare, ma favorire l’agglomerazione delle attività locali nelle aree da rigenerare. Il problema delle nostre città è la cattiva cultura dei nostri dipendenti eletti, che preferiscono inseguire l’ideologia neoliberale piuttosto che rispondere ai bisogni delle persone e applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e aiutare i ceti meno abbienti, solitamente espulsi dalle città e relegati nelle periferie degradate. Sindaci, Consigli comunali e cittadini possono fermare questa predazione continua se capiscono di dover uscire dalla religione capitalista poiché il territorio non è merce, ma la fonte della nostra vita e rappresenta anche la nostra identità. Le politiche urbane devono ispirarsi alla bioeconomia poiché è l’approccio culturale che ci consente di avviare piani attuativi misurando l’etica delle scelte, e i flussi di energia e di materia. L’impatto sociale delle scelte è più importante degli indici di borsa di un mercato senza morale.

Per misurare e capire l’inefficacia di politiche urbane proposte da un’idea sbagliata di sviluppo, è sufficiente osservare gli indicatori economici (tasso di povertà), quelli socio-demografici (alfabetizzazione, l’aspettativa di vita), gli indicatori ambientali (vulnerabilità e resilienza) e gli indici di sviluppo umano (BES: salute, ambiente, benessere economico, istruzione e formazione, relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi …). L’ISTAT abbonda di dati.

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Un piano intercomunale bioeconomico

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Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.

Per Salerno è fondamentale ripensare le modalità sociali ed economiche della pianificazione urbanistica per una serie di ragioni che dovrebbero essere scontate, ma forse non lo sono. Il territorio è una risorsa finita e i famigerati meccanismi delle rendite e degli interessi privati non hanno migliorato le condizioni sociali degli abitanti, anzi l’aver perseguito e assecondato le regole di mercato ha fatto espellere i ceti meno abbienti generando una dannosa contrazione della città. Il Comune di Salerno e i comuni viciniori rappresentano un’area funzionale, ed è necessario creare un ufficio di pianificazione che disegni una visione futura dell’area urbana con regole bioeconomiche.

La bioeconomia è un nuovo modello culturale che genera prosperità e mira alla piena occupazione utile, cioè l’opposto di quello perseguito fino ad oggi. L’aver perseguito l’ideologia della crescita fino ad oggi ha prodotto danni sociali, ambientali ed economici e lo dimostrano gli impietosi dati ISTAT: Salerno ha la tendenza di perdere occupati (periodo 2008-2014 e 2013-14) e l’occupazione è medio bassa; il tasso di disoccupazione nel Comune di Salerno è 17,48%. Appare evidente la priorità di invertire la drammatica tendenza nel perdere occupati, favorendo la nascita di specializzazioni produttive[1] e terziarie (cultura, ricerca e innovazione), proprio attraverso la rigenerazione urbana bioeconomica che non consuma suolo ma interviene nel costruito (zona consolidata). Sotto l’Amministrazione deluchiana, mentre la città perdeva abitanti (il 18,4% dei residenti) il consumo di suolo aumentava del 31% (Dato Ispra, 2015), più di tutti i comuni limitrofi che ricevevano i cittadini espulsi dalle politiche urbane neoliberali. Questo dato non andrebbe sottovalutato sotto il profilo giuridico, poiché uno dei principi dell’urbanistica e della stessa legge nazionale è l’uso corretto del territorio, cioè il perseguimento dello scopo sociale e dell’interesse generale. Se invece i piani sono costruiti utilizzando esclusivamente la rendita è evidente la violazione di tale principio, poiché il territorio è considerato merce anziché risorsa finita indispensabile per la vita umana. Fare urbanistica non significa fare profitto ma tutelare il paesaggio, il patrimonio esistente e costruire diritti e servizi per tutti.

Inoltre, il congestionamento di Salerno è fotografato da un elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali che da un lato favorisce le relazioni di prossimità, ma alti valori indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

La città di Salerno come la vediamo tutti noi, cioè l’area urbanizzata con tutti i problemi che ereditiamo è stata costruita fino alla fine degli anni ’80. Nel bene e nel male l’urbanistica salernitana appartiene ai piani che vanno dall’inizio del secolo Novecento sino al dannoso piano Marconi degli anni Cinquanta. Il motore che ha costruito la città è stata la rendita fondiaria e immobiliare, cercata e voluta dai cittadini salernitani che avevano la facoltà di influenzare gli Amministratori locali. Tutt’oggi è la rendita che muove le azioni dei piani del Sindaco. Il ruolo politico dell’attuale guida politica che dura da più di vent’anni è stato quello di ignorare i problemi urbanistici dei salernitani. Ciò che i salernitani sanno meno è che negli anni ’70 i progettisti salernitani incaricati di recuperare standard urbanistici fotografarono con precisione i danni sociali ed economici delle rendite di posizione costruite all’inizio del Novecento, e per l’assenza di un corretto uso del territorio. Il famoso e millantato processo di rinnovamento urbano è concretamente programmato e pianificato, durante gli anni ’70 e ’80, dai progettisti salernitani con ampi dibattiti pubblici. E’ in quegli anni di scontri che si costruisce l’alternativa politica alla vecchia democrazia cristiana, responsabile insieme ai fascisti della cattiva costruzione della città.

I problemi sopra elencati non devono farci arrendere, anzi è necessario introdurre nel linguaggio politico la visione bioeconomia come approccio culturale per risolverli. I problemi dovrebbero sollecitare un dibattito pubblico aperto teso a raccogliere idee e progetti.

Un’esperienza convincente da ricordare fu quando i salernitani percorsero, durante gli anni ’80, numerosi momenti di dibattiti e proposte dove professionisti, di qualsiasi colore politico, presentarono pubblicamente le idee per cambiare la città, e tale percorso favorì la cosiddetta svolta di sinistra. A quella esperienza concreta i cittadini potrebbero ispirarsi, per riappropriarsi della democrazia come metodo per far confluire le progettualità e consentire una crescita culturale.

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Salerno progetto di schema territoriale, 1978.

 

Diversamente da allora, la città non è più il territorio comunale di Salerno, ma la città è la regione funzionale classificata nel sistema locale che comprende 22 comuni ove vivono circa 400 mila abitanti. E’ questa la regione urbana ove è necessario ripensare la gestione amministrativa dei servizi e la pianificazione urbanistica poiché gli abitanti usano il territorio e stabiliscono relazioni in un’area che va oltre gli attuali confini amministrativi. E’ salernitano chi vive nella valle dell’Irno così come chi vive a Paestum o sulle colline giffonesi, ci bagniamo tutti nello stesso golfo. Riorganizzare le competenze amministrative come bioregione urbana di tanti comuni offre la straordinaria opportunità di avere un enorme peso politico, di centralizzare e razionalizzare il sistema fiscale e di restituire agli abitanti servizi migliori, se ben pianificati s’intende. Quando accetteremo il fatto che il territorio è fonte della nostra esistenza, allora prenderemo atto che in quest’area urbana ci vuole un unico strumento urbanistico che introduca il metabolismo urbano, con un unico regolamento edilizio che introduce la bellezza, la qualità architettonica e la qualità urbanistica. Credo sia del tutto auspicabile che lo Stato si riprenda il ruolo attivo ed efficace di controllare adeguatamente l’attività urbanistico-edilizio sia per pianificare correttamente e sia per fare prevenzione sul rischio sismico e idrogeologico. Come ho già scritto fare urbanistica non significa fare profitto ma tutelare il paesaggio, il patrimonio esistente e costruire diritti e servizi per tutti.

In quest’area geografica è necessario ripensare la complementarietà, la trasferibilità e l’accessibilità in chiave bioeconomica, cioè dare prevalenza alle leggi della natura attribuendo valore ai beni che non sono merci, e sono necessari per la vita umana: energia, cibo, cultura. Si tratta di ripensare la politica delle risorse materiali e immateriali per accrescere l’economia locale cambiando il mercato in funzione di bisogni reali e non dei capricci. Non è l’accumulo del capitale a indicare la direzione, ma il soddisfacimento di bisogni rispetto all’equilibrio ecologico e sociale, ridistribuendo opportunità per tutti e perseguendo attività economiche portatrici di valori. Se il neoliberismo favorisce il nichilismo, la bioeconomia favorisce l’etica e la costruzione di comunità. In termini di complementarità possiamo valorizzare i beni auto prodotti fuori dal mercato e quelli di qualità inseriti nel mercato ma prodotti e consumati a breve distanza. In termini di trasferibilità possiamo favorire il consumo di merci che hanno un valore etico e qualitativo piuttosto che inseguire il prezzo più basso che non è detto sia sinonimo di garanzia in termini di sicurezza; e in fine per l’accessibilità è auspicabile una riprogettazione dei servizi affinché siano facilitati i tempi di accesso e migliorati i luoghi degli abitanti circa gli spazi di relazione, dei servizi culturali e sanitari. Ripensare l’interazione spaziale come sopra è accennato significa produrre occupazione utile. Un esempio può aiutare a comprendere il discorso: in un luogo urbano, lo spazio relazionale è costituito dalle percezioni soggettive e dalle relazioni umane, ed è uno spazio mutevole condizionato dalle contingenze, cioè dagli abitanti e dagli “oggetti” considerati; se un piano urbanistico preferisce favorire l’inserimento nei quartieri di non luoghi (centri commerciali) [“oggetto”] piuttosto che introdurre servizi mancanti quali piazze, biblioteche e teatri, è evidente che si condizionano gli stili di vita verso il consumo piuttosto che verso lo sviluppo umano. I nostri tratti culturali sono il frutto dei rapporti territoriali e se riusciamo a valorizzare i saperi locali creiamo valore, e possiamo migliorare il senso d’identità fino a creare una nuova regione bioeconomica.

Le famigerate Fonderie Pisano sono il problema di una vecchia zonizzazione, e mentre i Consigli comunali favorivano l’inurbamento delle abitazioni nella valle dell’Irno modificando le destinazioni d’uso dei suoli, i politici non consideravano gli effetti negativi delle attività produttive esistenti. Questo dimostra la miopia di una classe dirigente insensibile sui temi della sostenibilità. Quando i politici delocalizzavano il cementificio (oggi Italcementi) dalla foce del fiume Irno in zona periferica, si “dimenticavano” degli altri stabilimenti produttivi che troviamo in valle. La miopia dei politici fu quella di non scegliere di recuperare un’area storicamente sfruttata dall’industria mentre cresceva l’area urbana, per questo motivo confliggono attività produttive e abitanti a stretto contatto. In termini di variazione spaziale alcune aree salernitane, un tempo zone industriali/produttive sono diventate luogo di consumo, mentre altre restano abbandonate. Questa variazione spaziale è l’espressione di un riflesso pavloviano che mostra il mantra dominante: vendere, vendere, vendere; e che riproduce una regressione culturale largamente diffusa. La valle d’Irno dovrebbe diventare una bio regione urbana e dovrebbe essere una priorità per tutte le amministrazioni esistenti sul territorio. Così come l’area delle colline giffonesi e picentini con i comuni insediati nella piana del Sele, dovrebbero essere maggiormente valorizzati, e soprattutto è necessario progettare la rete di città che costituisce l’area urbana che gravita intorno a Salerno. Un’altra complicazione frutto della sottovalutazione e del non governo del territorio è l’attuale area ASI da molti anni compressa fra due aree urbane densamente abitate.

All’interno di questo sistema locale è auspicabile elaborare un lungo e articolato percorso di partecipazione teso a realizzare il primo piano intercomunale bioeconomico, dove emergono gli ambiti ecosistemici e funzionali, uno della valle dell’Irno e l’altro delle colline salernitane (i picentini). Per realizzare questo progetto bioeconomico sono necessarie tutte le risorse umane progettuali dei salernitani e non solo. Questo approccio semina un’incredibile e straordinaria opportunità di occupazione utile che va dalla valorizzazione delle risorse boschive e silvo-pastorali, artigiane, culturali e turistiche, fino all’innovazione tecnologica, si tratta di attivare un formidabile mix di tradizioni, identità culturali, ed efficienza energetica che stimola le migliori imprese che lavorano nel settore della sostenibilità, dell’agricoltura e della manifattura oltre che dei servizi intellettuali della progettazione.

[1] L’identità culturale agricola salernitana è un ambito produttivo in cui investire aumentando le attività eno-gastronomiche tipiche.

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Consumo di suolo, fonte immagine: PRIN.

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Ricominciamo dall’abitare.

Credo che l’architettura nella sua accezione più ampia, cioè comprendendo anche l’urbanistica e quindi l’uso delle risorse, sia la disciplina più determinante in questo passaggio epocale, ma ahimé sembra che sia la disciplina meno conosciuta dalle persone. In un periodo di crisi culturale, sociale, morale e di recessione economica non comprendere la rilevanza di una disciplina che rappresenta tutta la realtà abitata e che vediamo intorno a noi, mi fa pensare a un paradosso, è come se noi vivessimo in una dimensione senza capire cosa stiamo facendo, è come se un cittadino italiano vivendo in Cina non parlasse cinese, così da “vivere” in un contesto ma dissociato e/o isolato.

Non mi aspetto che gli abitanti delle città diventino critici dell’architettura, e non lo auspico neanche poiché un mondo di critici non ci serve, ma è necessario che le persone si riprendano quello spazio di democrazia e pretendano di parlare di architettura con i progettisti al fine di perseguire uno scopo prioritario per tutti noi, e cioè tornare a costruire luoghi che abbiano un senso per la specie umana. Poi sarà compito degli architetti progettare e costruire qualcosa che esprima un linguaggio e un messaggio del percorso condiviso.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo, ma perché le cose non vanno già in questo modo? Cioè le città non esprimono già il senso della società? Si, e anche no. In Italia, buona parte della produzione delle costruzioni moderne esprime lo spirito del tempo: il nichilismo, la città è merce. Buona parte di questa produzione non è progettata e realizzata dagli architetti, ed anche quando questa produzione è progettata da architetti, non è scontato che i risultati siano buoni, poiché spesso sono il capriccio di una committenza nichilista. Le costruzioni dipendono molto dalla committenza (Enti pubblici o privati) e poi dalle capacità del progettista. L’esempio più lampante dell’assenza di linguaggio architettonico è sotto il naso di tutti: la pianificazione urbanistica, dove committenza e processo attuativo ormai esternalizzati ai privati che svolgono un ruolo determinate, si preoccupano di produrre piani edilizi e non piani urbanistici, sotto i colpi dell’avidità. Spesso nei media si rilasciano dichiarazioni di disprezzo per la categoria degli architetti, ma lo si fa a sproposito, poiché non sono costoro ad essere chiamati per primi a progettare le costruzioni, nonostante siano quelli che, per vocazione e formazione, hanno le competenze migliori.

Nel resto dell’Europa ci sono cultura e sensibilità maggiori per l’architettura e gli architetti, c’è maggiore armonia e rispetto delle professionalità di categorie che si integrano nel processo della progettazione (dall’ingegneria fino alla geologia, dalla geografia fino alla biologia), e così le parti delle città moderne mostrano un aspetto migliore rispetto a quelle italiane. Osservando il resto del mondo, le cose non vanno bene, visto che 1,4 miliardi di persone della popolazione mondiale vive nelle baracche (e dati mostrano una tendenza all’aumento), mentre metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e l’altra metà in campagna. I luoghi urbani si caratterizzano fra ambienti ereditati dai secoli passati (centri storici) e quelli moderni costruiti bene o male, questo dipende dai piani. In fine, esiste un’élite della popolazione che vive in ambienti di lusso, ma questi costituiscono un’entità minoritaria che vive in città o in campagna, e che spesso, insieme a coloro i quali dipendono dalle rendite di posizione, influenzano le istituzioni locali nella scelte pianificatorie.

In un contesto del genere, la risposta non si trova nella condotta degenerata e nella consuetudine di noi italiani che disprezziamo e ignoriamo architettura e architetti, ma si trova nel conoscere e nell’amare l’architettura, proprio come fa una parte consistente del resto d’Europa. L’architettura non può restare confinata nei discorsi e nelle stanze fra pochi capitalisti, a volte intellettuali. Lo so, sembra un auspicio velleitario dato che i più bravi architetti sono stati e sono espressione dei potenti anche per soddisfare il proprio ego, ma le mie modeste osservazioni si pongono l’utopia di cambiare i paradigmi culturali della società e non solo per correggere qualche sbaglio. Nell’agire dell’architetto c’è sempre un atteggiamento altruista poiché quando progetta e costruisce, certo lo fa rappresentando la propria formazione (ego), ma sta disegnando la casa, la città degli altri. Pertanto, ricondurre l’architettura e gli architetti nella missione di migliorare la società non è affatto difficile, molto più complesso è far relazionare gli architetti con le persone, ed è più difficile che quest’ultime si riapproprino della necessità dell’abitare, diventando committenza consapevole dei propri diritti. Un esempio estremo ma efficace? Arcosanti di Paolo Soleri, dove troviamo il connubio fra cittadini, architettura e territorio. E’ lo stesso stretto legame che osserviamo, forse senza percepirlo, nei centri minori costruiti nel medioevo fino all’inizio del secolo Novecento. Altri esempi di cambiamenti ben progettati che testimoniano corrette riqualificazioni e rigenerazioni sono rinchiusi in una categoria d’interventi, molto facile da individuare per chiunque: le pedonalizzazioni con l’arredo urbano di strade una volta asfaltate e destinate al traffico, ma oggi pavimentate con materiali specifici e destinate ai pedoni. Adesso pensiamo a un esempio di come non si fa architettura! I famigerati centri commerciali, denominati outlet dalle grandi marche della moda, per vendere, a prezzi scontati, la merce rimasta invenduta. Chi lo spiega ai cittadini che è la più grande presa per il culo degli anni recenti? Se l’obiettivo è vendere merce invenduta non c’è alcuna necessità, e aggiungo che non si ha neanche il diritto di farlo, di distruggere il territorio costruendo insediamenti che sono progettati come luna park, e con gli stili del classicismo che ritroviamo nei nostri centri storici. Non era più facile, più economico e più intelligente sedersi a un tavolo e chiedere agli esercenti locali di vendere tali merci? Magari ristrutturando anche gli edifici esistenti? E invece no, la stupidità di taluni capitalisti si manifesta con l’ego di ricevere attenzioni per soddisfare capricci.

Se le nostre città moderne e contemporanee sono inospitali, la responsabilità politica non è solo di chi ha pianificato male e di chi non si occupa di programmare il recupero l’esistente, ma anche di chi ha preferito tacere e di chi ha preferito ignorare una funzione determinante della nostra comunità: abitare. C’è poco da discutere o polemizzare ma decenni di apatia e di delega ai partiti sbagliati ci ha restituito un’Italia peggiore di come l’abbiamo ereditata, e l’attuale classe dirigente con la nostra collaborazione (diretta e indiretta) sta facendo peggio di quella che l’ha preceduta. E non esiste neanche un soggetto politico che abbia caratteristiche civili con le sensibilità culturali di cui necessitiamo per rigenerare i luoghi dell’abitare. Anche noi siamo responsabili se non miglioriamo la nostra cultura.

Per intenderci ancora meglio e sconfinando nell’attualità, l’astrofisico Stephen Hawking dichiara: «è un demagogo che pare fare appello agli istinti del più basso comune denominatore degli elettori», riferendosi a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali. Scherzando con un linguaggio matematico Hawking ricorda il solito problema della specie umana, che dinnanzi alla propria apatia e al proprio nichilismo si lascia condizionare e manipolare da veri e propri attori demagoghi. E’ un problema antico, già affrontato e teoricamente risolto da Socrate, il quale invitava i cittadini a non dare ascolto ai sofisti senza indagare la realtà. L’architettura si trova sullo stesso piano – analisi della realtà – ed è invitata a esprimere significati di senso per risolvere problemi veri, anche con la bellezza.

La realtà è che dobbiamo rigenerare i nostri luoghi, ma farlo pensando alla bellezza e con attenzione all’uso delle risorse per rigenerare noi stessi.

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Aggiustare le città/2

Nella storia dell’umanità il rapporto fra uomo e territorio si è caratterizzato in un continuo cambiamento rispetto agli usi e ai costumi, alle necessità e alla cultura delle comunità. Nell’epoca della multimedialità e del controllo sociale capitalista le popolazioni aumentano la propria concentrazione nelle aree urbane, facendoci entrare nell’era delle metropoli. Oggi anche grazie a internet, che modifica completamente il nostro approccio al mondo, coesistono e si accentuano due stili di vita contrapposti: l’individualismo sempre più favorito, e la necessità umana di fare comunità. Nel mondo si affermano i sistemi urbani dispersi che generano problemi sociali e ambientali. In Italia le strutture urbane delle città centroidi si saldano a quelle dei comuni limitrofi aumentando la propria estensione e diventando aree urbane. La pressione antropica, viziata dalla pubblicità, contribuisce a sprecare risorse non rinnovabili, e a depauperare gli ecosistemi. Nell’attuale contesto, le città restano il cuore pulsante della società umana, e alcune amministrazioni locali danno risposte diversificate, mentre molte altre non riescono a costruire soluzioni per migliorare la vita degli abitanti. Nel mondo osserviamo il fenomeno delle città globali (megalopoli), sedi del neoliberismo e le reti di città medie. In Italia non esistono megalopoli ma un’armatura urbana di aree urbane estese. Il Nord carico di infrastrutture e il Sud che in alcune aree è persino privo di collegamenti. E’ altresì vero che la recessione economica innescata da una religione sbagliata: il capitalismo, è la causa della crisi morale, sociale, ambientale ed economica del mondo occidentale. Le istituzioni, pensate e organizzate in funzione di tale religione, sembrano incapaci di soddisfare i bisogni umani, e sembrano incapaci di favorire lo sviluppo umano; nonostante ciò esistono sono casi in cui le classi politiche locali “ribelli” al pensiero dominante, promuovono azioni efficaci per aggiustare le città attraverso una corretta rigenerazione urbana. Non c’è dubbio che per favorire l’uguaglianza è necessario abbattere l’attuale paradigma culturale neoliberale, restituire libertà agli Stati e dare loro strumenti per sostenere i diritti, dalla sovranità monetaria fino alla riforma degli istituti di credito, e riporre lo strumento della moneta nel posto giusto, e cioè come mero strumento di misura dell’agire politico e non come misura della ricchezza.

Nel corso della storia ci sono stati numerosi esempi per trarre insegnamenti virtuosi. Nell’Ottocento nascono numerose idee (Owen, Fourier, Godin, Cabet) per progettare luoghi urbani partendo dai bisogni delle persone, e in controtendenza all’industrialismo che cominciò a distruggere i luoghi urbani. Owen: «le condizioni ambientali non possono non influenzare gli individui: l’ambiente quindi deve essere costruito a servizio dell’uomo, prima di pensare a qualsiasi vantaggio economico, individuale e collettivo». I problemi dell’igiene urbana e della mobilità fecero nascere la scienza dell’urbanistica di Ildefons Cerdà e il piano di Barcellona. Howard presenta un progetto di città ideale, egli propone di decongestionare la città storica; programmare e gestire l’espansione attraverso il decentramento della popolazione in città di nuova formazione denominate “città giardino”, questo approccio fu poi ripreso da Abercrombie. Nel Novecento le proposte continuarono, e a seguito di due guerre mondiali, nacquero gli approcci per ricostruire e conservare i centri storici.

Greater London Plan 1944
Piano per la Grande Londra, 1944.

Durante il Novecento prevalse l’approccio del Movimento Moderno che sviluppa la città dei consumi, ma i modelli insediativi se ben programmati dalla pubblica amministrazione migliorano le condizioni di vita (Londra, Parigi, Copenhagen, Helsinki, Berlino, Barcellona, Amsterdam), mentre in Italia prevalse la speculazione edilizia che distrusse il territorio e peggiorò i luoghi urbani. Ancora oggi è la rendita il motore delle trasformazioni urbanistiche, che in molti casi favorisce danni ambientali e sociali. Dal punto di vista dell’urbanistica, la Catalogna, l’Inghilterra, l’Olanda e Paesi scandinavi, approfittando dei danni bellici furono capaci di sviluppare una corretta gestione e pianificazione poiché affrontarono il problema del regime giuridico dei suoli, sia conservando il ruolo pubblico dello Stato e sia tassando i profitti dei privati. Questi Paesi diventarono una guida anche nella rigenerazione urbana.

L’isolamento culturale italiano dell’inizio secolo Novecento, nonostante le opere di bonifica e la costruzione delle città ex novo, non assimila i modelli della pianificazione territoriale (Patrick Abercrombie) e i modelli insediativi delle garden city (Ebenezer Howard, Raymond Unwin), poiché preferisce favorire gli interessi privati delle rendite fondiarie e immobiliari. In Italia, fu Alessandro Schiavi a importare il modello garden city ma non ebbe molto successo. Milanino fu la prima città giardino italiana. Da questi esempi si svilupperanno alcuni insediamenti e quartieri popolari. L’aspetto negativo di questo modello è la bassa densità. Negli anni ’40 Bruno Zevi con l’associazione per l’architettura organica realizzerà alcuni progetti di insediamenti urbani che risentono l’influenza delle garden city circa il rapporto fra uomo e natura, ma tale associazione non rappresenta l’estensione di quel movimento anglosassone. Negli anni a seguire dal concetto di architettura organica, particolare rilievo ha avuto la sperimentazione di Paolo Soleri realizzata in Arizona con Arcosanti. Negli anni ’50, un notevole impulso all’urbanistica italiana fu promossa da Adriano Olivetti soprattutto per la pianificazione territoriale.

Fra l’Ottocento e il Novecento si forma la cultura urbanistica e l’Italia paga il danno culturale del fascismo restando isolata, rispetto alle sperimentazioni dei modelli compositivi insediativi tipici dell’approccio a “cellula urbana”; questo danno si ripercuoterà nella fase del boom economico con l’assenza di adeguati piani territoriali e di espansioni urbane non integrate negli insediamenti esistenti. Il danno più grande fu la mancata riforma proposta da Sullo, che consentì all’avidità dei privati di incassare rendite senza lavorare. La “beffa” è che molti dei modelli insediativi realizzati all’estero si ispirano palesemente all’armonia e alla bellezza della città europea formatasi nel mondo classico. In Italia, durante il periodo di crescita solo alcune città sono state capaci di pianificare uno “sviluppo equilibrato”, fermo restando che ugualmente hanno subito il mito del consumismo, fra queste Torino e Bologna.

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Cellula urbana. Fonte: Rigotti, Urbanistica. La composizione, 1973.

Per una corretta composizione dello spazio urbano i progettisti rappresentano la cosiddetta “cellula urbana” degli isolati ove inserire gli standard minimi al fine di consentire una corretta fruibilità dei servizi raggiungibili a piedi. Altri dati sono importanti come la morfologia, le densità, l’accessibilità, e il rapporto fra spazio pubblico e privato.

All’inizio del Novecento si sviluppano movimenti culturali territorialisti grazie a Mumford e Geddes, con una spiccata sensibilità ecologista. Kropotkin intuì le enormi potenzialità della rete elettrica immaginando città auto sufficienti, mentre i fratelli Paul e Percival Goodman immaginarono città ideali come le Communitas. Oggi la rappresentanza della scuola territorialista in Italia è espressa dalle ricerche di Alberto Magnaghi che suggerisce il progetto della bio regione.

L’Italia si distingue per la scuola di restauro e di conservazione attraverso la spinta di studi sulla città storica di Camillo Sitte (austriaco ma i suoi studi interpretano la bellezza dei centri storici italiani), ma soprattutto grazie all’opera di Gustavo Giovannoni, allievo di Boito, che inventa modelli e pratiche di rigenerazione urbana (tecnica del diradamento), Roberto Pane, allievo di Giovannoni, divenne grande teorico per la conservazione insieme a Cesare Brandi. Due documenti/manifesti rappresentano l’impegno italiano in questa disciplina: la Carta del restauro del 1932 e la Carta di Venezia del 1964.

Dal secondo dopo guerra, le città italiane crescono velocemente e le amministrazioni assimilano e scimmiottano il modello espansivo lecorbusierano, trascurando la qualità architettonica e urbana degli insediamenti.

Un’analisi critica sull’urbanistica moderna e sulla città contemporanea è suggerita dalla sociologa Jane Jacobs che valuta negativamente lo sviluppo delle città americane. Negli anni ’60 uno studio di Colin Buchanan – Traffic in Towns – consentirà un’avanzamento culturale della cellula urbana (Neighborhood Unit), sotto il profilo ambientale suggerendo una classificazione della strade e riordinarle per favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta (moderazione del traffico e zone 30). Sempre negli anni ’60, Kevin Lynch offre un formidabile contributo nell’interpretazione e nel racconto dell’urbanistica attraverso le mappe mentali frutto della percezione soggettiva della città; mentre Gordon Cullen inventa il concetto townscape, riferendosi al paesaggio urbano. Lynch, Cullen e in fine Jan Gehl consentono di apprendere le chiavi interpretative della città e degli spazi urbani.

Per porre freno al disordine urbano il legislatore italiano, che preferisce assecondare la rendita urbana, cerca di limitare il danno attraverso il famoso DM 1444/68 degli standard minimi, ma il danno era già stato creato. Dagli anni ’70 in poi, i progettisti presentano piani per recuperare gli standard, e dove c’è cultura e sensibilità politica i luoghi urbani migliorano; invece dove prevale l’avidità e l’ignoranza i luoghi urbani peggiorano. In buona parte del paese neanche la legge fermò gli interessi dei privati, i Consigli comunali continuarono ad assecondare l’avidità dei pochi a danno dei diritti dei ceti meno abbienti. Una buona classificazione dei modelli di piano è suggerita da Campos Venuti che li identifica in piani di “prima generazione” poiché perseguono la necessità della ricostruzione post bellica; poi segue una “seconda generazione” di piani caratterizzata dall’espansione e la “terza generazione” dedicata alla trasformazione. Renato De Fusco contribuisce ulteriormente alla comprensione profonda della città attraverso ricerche e studi sulla semiotica svelando il significato che si cela dietro il linguaggio dell’architettura contemporanea.

Nel frattempo il mondo è rapito dagli scenari proposti dal Movimento Moderno a partire dal primo congresso del 1928 (CIAM), passando per la prima Carta di Atene pubblicata nel 1938, fino all’ultimo congresso del 1960. L’unica eccezione fu presentata proprio dal Team X (1956) che proviene dai CIAM, in cui partecipa anche l’italiano Giancarlo De Carlo, e propone un approccio non più meramente funzionalista ma suggerisce di favorire la progettazione di luoghi urbani per la convivialità e lo sviluppo sociale, incrementando il concetto dell’abitare. Dalla partecipazione ai Team X si moltiplicano numerosi temi originali, e vi parteciparono anche Ignazio Gardella e Gino Valle; inoltre, fra questi è necessario ricordare Christopher Alexander che ha elaborato un’originale contributo per l’urbanistica e la rigenerazione, A pattern language. Nel 1960, con la Carta di Gubbio (Astengo) l’Italia conserva e rilancia un ruolo di paese guida per la conservazione dei centri urbani storici, ottimi esempi sono i piani di Assisi e di Siena (Secchi) e la scuola di Saverio Muratori con l’analisi tipologica, utilissima per i piani di recupero, Caniggia e Maffei gli allievi che hanno portato avanti l’analisi della morfologia urbana e l’interpretazione dei tessuti urbani esistenti. In tutti questi protagonisti dell’urbanistica e dell’architettura ci sono gli insegnamenti per una corretta rigenerazione urbana, attraverso l’analisi e l’interpretazione, approcci fondamentali per intervenire correttamente.

Per la pianificazione, la consuetudine di oggi è rimasta immutata poiché il processo che stimola il governo del territorio è l’interesse economico, cioè il territorio è considerato merce; nonostante la pianificazione nasca per tutelare l’interesse generale e si raccomanda di far prevalere il fine sociale. La realtà è drammaticamente opposta poiché i Consigli comunali e la classe politica sono addomesticati dal capitalismo che non persegue scopi etici ma l’accumulo del capitale stesso. Il problema è noto e riguarda il regime giuridico dei suoli. Il modello migliore è altrettanto noto, e si chiama pubblicizzazione del suolo che concede in uso il diritto di superficie, ma tale strategia fu scartata dal legislatore italiano (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo) e dai Consigli comunali, favorendo la consuetudine prevalente, e cioè ridurre il ruolo dello Stato per favorire il ruolo dei privati nella pianificazione urbana come prescrive la teoria liberale. Mentre in Inghilterra, Olanda, Francia e Germania lo Stato ha conservato un proprio ruolo nella pianificazione territoriale e urbana, l’Italia è di fatto il Paese più liberista d’Europa poiché ha regalato la rendita ai privati e l’ha sfruttata come molla economica del fare urbanizzazioni distruggendo la pianificazione urbanistica. In Oriente, la Cina attraverso la proprietà pubblica dei suoli ha costruito in meno di trent’anni le nuove città per circa 500 milioni di abitanti.

Oggi la realtà è persino peggiore rispetto agli anni ’60 e ’70, poiché aderendo al sistema neoliberale dell’UE e cedendo sovranità al mercato, i diritti e i valori della Costituzione repubblicana che sono la fonte primaria del diritto urbanistico, non sono applicati dagli Enti locali. La recente modifica costituzionale dell’art. 81 ha aggravato un vulnus culturale preesistente, giustificando l’ingiustificabile, e favorendo la distruzione del territorio, la speculazione, la segregazione sociale chiamata gentrificazione e il massacro dei diritti umani. Questo contribuisce ad aggravare una realtà sociale già drammatica, e contribuisce a distruggere l’esistenza di intere generazioni che non riescono a costruirsi un proprio percorso di vita poiché le istituzioni sono guidate da una religione: il capitalismo. In Italia, buona parte di programmi urbani, piani e progetti rispondono all’avidità dei soggetti privati e non all’interesse generale che si pone l’obiettivo dell’utilità sociale, la tutela del patrimonio esistente e la tutela ambientale. Viviamo una realtà grottesca e drammatica allo stesso momento; esiste la creatività e la capacità di rigenerare l’Italia attraverso l’occupazione utile ma ciò non accade poiché lo Stato ha ceduto poteri e sovranità. Ovviamente non è giusto trascurare il fatto che la regressione culturale dei cittadini contribuisce a distruggere il Paese poiché si eleggono cretini al potere.

Per favorire progetti di rigenerazione urbana bioeconomica, secondo l’accezione di Georgescu-Roegen, è necessario sviluppare piani di “quarta generazione” (bioeconomia, benessere, reti e morfologia urbana) ma valutati diversamente dai criteri attuali. I piani devono essere valutati con criteri che osservano lo sviluppo umano e sociale, la sostenibilità che risolve problemi concreti quali l’uso razionale delle risorse e l’equilibrio ecologico, la bellezza e il decoro urbano, e la progettazione urbana di qualità, proprio com’è insegnato dai modelli insediativi della cellula urbana e della città europea (mixitè funzionale e sociale, mobilità dolce, accessibilità, densità etc.).

Oggi l’armatura urbana italiana è costituita da città estesereti di città (città regione) collegate bene o male fra loro. Queste nuove città estese rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi, consumano ingenti risorse, poiché sono il frutto della cosiddetta dispersione urbana innescata dalla crisi del capitalismo e dall’assenza di una corretta pianificazione. Il mercato favorisce l’inquietudine urbana e rende complicata la vita nelle città estese. I ceti meno abbienti vivono in quartieri degradati e le famiglie non hanno soldi per rigenerare i propri edifici. Per rimediare a questo danno, è necessario un cambio dei paradigmi culturali delle istituzioni e delle regole che determinano i finanziamenti, sia ripristinando la sovranità e sia pianificando bio regioni urbane a tutela delle risorse ambientali nei cosiddetti sistemi locali individuati dall’Istat. Il problema economico: fino agli anni ’80 la fiscalità generale contribuiva a costruire le città (sovvenzioni e fondi perduti), con l’inizio della privatizzazione del sistema bancario e l’entrata nell’UE (cessione di sovranità monetaria), le teorie liberali hanno penalizzato il ruolo dello Stato favorendo gli interessi privati. Nei processi di pianificazione le imprese private e gli investitori giocano un ruolo determinante poiché pagano i costi della pianificazione, e le Amministrazioni si limitano ad assecondare i loro capricci sacrificando l’interesse generale. Non è una novità poiché il sistema risale sin dall’Ottocento. Il problema è che le necessità dello Stato sono diverse (rischio idrogeologico e sismico, conservazione dei beni storici, diritto alla casa, istruzione e assistenza sanitaria) dagli interessi privati mossi solo dal profitto. Il problema culturale: all’interno di un paradigma culturale capitalista si crede che ogni investimento debba produrre un profitto ma non è così, poiché la parte più importante dell’economia reale è costituita da scambi che non producono profitto ma soddisfano necessità, diritti e libertà: cibo, energia, cultura, bellezza e creatività. Il paradosso: l’attuale sistema globale finanziario ha creato la più grande concentrazione di capitali liquidi mai visti nella storia del capitalismo, ma non sono utilizzati per aiutare le persone, tanto meno per sostenere lo sviluppo umano e tanto meno per ridurre le diseguaglianze. Non è l’altruismo lo spirito che stimola le più influenti istituzioni del pianeta. Una parte della cultura liberale, per arginare il ruolo delle cooperative che tolgono opportunità alle imprese di profitto,  sta trasformando il mondo del volontariato che nacque nell’Ottocento, in un nuovo modo di fare impresa, e quindi i liberali contribuiscono a introdurre la competitività e l’obiettivo del profitto anche fra le cooperative, cancellando il principio del mutuo soccorso. Tutto ciò può cambiare, il mondo può diventare un luogo migliore se cambiamo i paradigmi culturali dell’Occidente, e questo dipende dalla cultura e dalla sensibilità delle persone.

Dal punto di vista economico, possiamo osservare che la cosiddetta “sostenibilità economica” può essere sfruttata per speculare, poiché ha come unico obiettivo il tornaconto degli interessi privati. Attraverso una riforma del sistema del credito e dei poteri istituzionali che ripristinano la sovranità monetaria, possiamo cambiare la cultura della ricchezza che non è determinata dalla moneta ma dalla creatività umana e dalla corretta gestione delle risorse finite del pianeta. E’ necessario che gli strumenti di valutazione economica-finanziaria siano piegati all’interesse pubblico, e che lo Stato si riprenda il ruolo di controllore, dettando la convenienza sociale ed ecologica di programmi, piani e progetti. Ciò può accadere attraverso la teoria endogena della moneta e finanziando direttamente a credito la sostenibilità economica degli interventi bioeconomici che creano occupazione utile, in maniera tale da realizzare programmi di prevenzione del rischio idrogeologico, sismico, la conservazione dei centri storici e la rigenerazione urbana delle aree degradate arrivate a fine ciclo vita. Sono tutti interventi non opinabili, procrastinabili nel tempo, e non sono oggetto di campagne politiche speculative poiché determinano la vita delle persone che si concentrano nelle aree urbane, cioè la maggioranza degli abitanti. Le istituzioni sono state inventate per gestire e risolvere problemi, ma la crisi morale che viviamo si traduce in un’inerzia criminale di buona parte dei politici addomesticati alla stupidità e al cretinismo del pensiero neoliberale che genera danni sociali e ambientali irreversibili. Aggiustare le città non è un’opinione ma una necessità per la nostra sopravvivenza, è bene che siano i cittadini stessi ad attivarsi poiché la natura, i cambiamenti climatici e l’usura del tempo degli ambienti costruiti non aspettano i capricci dei cretini al potere che noi stessi abbiamo sistemato.

Salerno prima e dopo

Curiosità: l’ONU ha approvato una nuova agenda con scadenza 2030, ove si pone l’obiettivo ambizioso di porre fine alla fame e alla povertà, e di combattere le diseguaglianze. Tali promesse possono assumere, o la forma della barzelletta o dell’insulto, poiché l’ONU è un’organizzazione incapace di rispettare qualunque promessa. Esistono diverse organizzazioni sovranazionali che rappresentano gli interessi delle imprese private, sono tutte intente a scrivere l’agenda politica per le istituzioni politiche. Le loro priorità sono l’accumulo del capitale e l’auto conservazione, lasciando i popoli in schiavitù. E’ altrettanto noto che l’Occidente attraverso l’OCSE, il WTO e la NATO sono co-registi delle politiche neoliberali della Banca Mondiale e del FMI, e sono responsabili della povertà, della fame e dell’aumento delle diseguaglianze, mai così grandi da quando esiste il capitalismo. Tali diseguaglianze si annidano principalmente nei luoghi urbani e nei paesi che le imprese multinazionali hanno depredato e colonizzato, ma è relativamente recente il fatto che povertà e disuguaglianze si diffondono anche in Occidente, negli USA e in Europa. Gli attuali fenomeni migratori non sono altro che l’effetto di strategie geopolitiche conflittuali fra Occidente e Oriente, e siedono entrambi sullo stesso piano ideologico sbagliato: la crescita e l’avidità del capitalismo.

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Agenda urbana?

Il 30 maggio 2016 i Governi europei si incontreranno ad Amsterdam per discutere di Agenda urbana rispetto alle proposte suggerite dall’attuale semestre europeo guidato dai Paesi Bassi che risveglia le politiche urbane. Gli assi tematici suggeriti sono quattro: qualità dell’aria, housing, povertà, integrazione di rifugiati e migranti. Finora si sono ispirati alle esperienze olandesi e londinesi (finanza alternativa, co-design delle politiche pubbliche, imprenditoria sociale, economia circolare, community building). Osserviamo subito che l’approccio e persino i temi proposti per l’agenda urbana europea, sono influenti e persino fuorvianti sui reali problemi delle città italiana che hanno altre priorità. L’Italia soffre di cattiva amministrazione, ed ha la necessità di operare un cambio di scala territoriale in funzione della nuova armatura urbana italiana, deve fare una riforma sul regime dei suoli, e deve investire sulla prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, poi la conservazione dei centri storici e la rigenerazione della zone consolidate.

Com’è noto il diritto urbanistico olandese e anglosassone sono profondamente diversi da quello italiano; nel nostro paese proprietà privata, rendita e abusivismo hanno guidato le scelte del governo del territorio, mentre in Olanda e altrove lo Stato ha pianificato concedendo l’uso del diritto di superficie, ed oggi proprio l’Olanda sperimenta nuovi modelli insediativi. Nel secolo scorso Inghilterra, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania hanno sfruttato il ruolo sociale dello Stato per regolare il cosiddetto regime dei suoli detenendo un ruolo di regia pubblica per programmare la costruzione della città (pubblicizzazione dei suoli). In Italia, anche durante il regime fascista, abbiamo sempre favorito gli interessi privati rifiutandoci di usare la prevalenza dell’interesse generale e la concessione del diritto di superficie per pianificare correttamente. In Italia è il mercato (cioè i cittadini acquirenti) che paga i costi della pianificazione piegando il disegno urbano ai capricci e gli interessi privati e di chiunque voglia fare profitto, di fatto contraddicendo il ruolo dell’urbanistica. Nonostante il migliore approccio dei paesi nordici il capitalismo ha creato danni anche in quei paesi favorendo il fenomeno chiamato gentrificazione, ma il disegno urbano è stato condizionato molto meno e di fatto negli ultimi settant’anni la qualità urbana a Londra, Parigi, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Helsinki, Barcellona è cresciuta mentre è peggiorata in Italia. All’inizio del secolo Novecento Ulm, in Germania, acquistò suoli e costruì quartieri e case rivendendole a prezzo di costo, cancellando di fatto il profitto dall’urbanistica. In questo secolo, l’Amministrazione di Parigi acquista appartamenti in centro storico, li ristruttura, e poi li concede a prezzi calmierati ai ceti meno abbienti per contrastare la gentrificazione.

Per non farla lunga, nei decenni passati il nostro legislatore, avendo scelto di favorire gli interessi privati (la bocciatura della riforma proposta dal Ministro Sullo testimonia gli errori del legislatore), ha contribuito a costruire un’espansione delle città realizzata male e peggio, caratterizzata generalmente da una scarsa qualità edilizia, sia essa privata o pubblica, con l’aggravante di non avere una connotazione estetica. Poiché il diktat compositivo del disegno urbano è la rendita, generalmente gli aggregati urbani privati costruiti, a partire dagli anni ’50, non hanno un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, dagli anni ’70 in poi quelli pubblici hanno indici generalmente migliori. Quando il nostro Paese ha provato a recuperare standard per obbligo di legge (DM 1444/68), solo in alcuni comuni si è riusciti a porre limiti al disordine urbano; in molti altri gli amministratori hanno truccato i piani e gli indici per continuare a favorire gli interessi privati, ed oggi nel nuovo millennio ereditiamo ambienti urbani generalmente privi di una qualità urbana e architettonica, e conseguentemente degradati.

Per capire bene le contraddizioni del processo politico chiamato Agenda urbana, uno dei soggetti che suggerisce le politiche è la lobby politica dell’ANCI, l’associazione dei Sindaci che in questi decenni ha contribuito a consumare inutilmente il suolo agricolo, e pensa di potersi scrivere la propria policy seguendo la logica auto referenziale del consenso, lo fa ignorando appositamente la professionalità dei pianificatori più scomodi e scegliere, solitamente, l’archistar. Se leggiamo i manifesti dei progettisti (INU, eddyburg, SIU, CNAPPC) scopriamo l’acqua calda, e cioè gli esperti che si occupano di risolvere problemi concreti suggeriscono pianificazioni diverse, mentre i politici sono preoccupati di vendere se stessi assecondando le rendite di posizione. Anche determinate associazioni si sono piegate allo spirito del tempo capitalista, ma nei loro dissidi interni si possono leggere i conflitti che aiutano a compiere scelte etiche.

Prima di tutto, dobbiamo comprendere che occuparsi di politiche urbane significa occuparsi della maggioranza degli esseri umani, e questo indica pianificare il futuro delle persone. L’Agenda urbana che si sta costruendo è del tutto immatura rispetto al contesto italiano principalmente perché ha un approccio indicativo con buone intenzioni, e perché non c’è fra i suoi obiettivi la qualità urbana, entrando nel merito della composizione urbana. E’ tipico della cultura anglosassone esprimersi in maniera sintetica e superficiale senza andare al cuore dei problemi, ed è tipico dell’UE dare indicazioni senza un’adeguata copertura finanziaria rendendo vane, persino le semplici raccomandazioni. Com’è noto L’UE non è uno Stato sovrano libero dai ricatti del cosiddetto libero mercato, e tutta l’architettura finanziaria dell’UE è profondamente sbagliata poiché si basa sull’economia del debito favorendo l’usura degli istituti bancari e non gli obiettivi delle singole indicazioni politiche. I criteri economici che determinano il giudizio su piani e progetti sono inadeguati e privilegiano il profitto dei privati. Per capirci meglio la Repubblica italiana aveva la libertà e la sovranità di spendere con finanziamenti diretti mentre l’UE vieta gli aiuti di Stato, un atteggiamento così stupido, quello dell’UE, che favorisce gli interessi privati delle imprese, e annulla il ruolo sociale dello Stato.

Nel nostro paese i problemi delle aree urbane sono enormi ma non impossibili. I rapporti della Società italiana degli urbanisti sono ampi ed entrano nel merito delle questioni in essere, mostrando consapevolezza e proposte per trasformare le città, certo non c’è un’unanimità su tutte le questioni ma il dibattito è vivo. Nella sostanza gli addetti ai lavori sanno dove e come intervenire, ma da circa vent’anni la classe dirigente ha tolto le politiche urbane dalle priorità del legislatore, generando un’inerzia che crea danni al territorio e alle aree urbane. Passi andrebbero compiuti nella giurisprudenza e nell’economia per adeguarle al disegno urbano capace di offrire diritti e uguaglianza. Per entrare nel merito ci vorrebbe ben altro che un’Agenda urbana, ma un serio programma di recupero urbano come fece Patrick Abercrombie, ma soprattutto è necessario partire da un’analisi accurata delle forme insediative, dei tessuti urbani da recuperare, e dei problemi sociali ed economici italiani, che sono molto diversi da quelli dei paesi “centrali”. Ad esempio, se si partisse dal pianificare i sistemi locali con l’approccio di bio regione sarebbe un passo in avanti, mentre in ambito urbano è doveroso favorire la rigenerazione dei tessuti esistenti. Senza esagerare, alcune nostre periferie assomigliano sempre più ai sobborghi del primo periodo industriale, mentre il nostro mezzogiorno andrebbe pianificato sempre seguendo il concetto di bio regione urbana, bonificato da un obsoleto sviluppo industriale, e i centri urbani collegati da linee ferroviarie (La Puglia con la Basilicata e la Campania, la Sicilia e la Sardegna). Altro che semplici raccomandazioni, l’Italia dovrebbe produrre una propria Agenda urbana andando nella corretta direzione immaginata anche dall’ex Ministro Barca per finanziare la cosiddetta coesione sociale e sviluppando programmi coinvolgendo gli abitanti. L’approccio più serio per rigenerare città e territorio è l’analisi della morfologia urbana, e sotto questo aspetto gli urbanisti italiani danno un contributo efficace, in special modo sull’analisi tipologica e sulla conservazione facendo scuola. All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

I limiti per trasformare le nostre città sono culturali ed economici, ma per rigenerare seriamente gli ambienti urbani è necessaria la volontà politica, e questa manca. Il merito di parlare di agenda urbana sta nel fatto di stimolare l’apertura di un dibattito pubblico, ma crea anche frustrazioni agli urbanisti italiani poiché all’estero le trasformazioni si pianificano e si eseguono, mentre in Italia la storia ci ha insegnato che la nostra classe dirigente ha sfruttato l’urbanistica per creare consenso e distruggere bellezza. Per cambiare dovremmo “semplicemente” cambiare classe dirigente e stimolare le coscienze addormentate dei cittadini, anche perché, dove la speculazione è stata realizzata, i danni li hanno subiti proprio i cittadini, spesso inconsapevoli delle logiche che creano i piani.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

metabolismo circolare città

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Pianificare i sistemi locali

Teorie della pianificazione
Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

città in contrazione
Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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