Ricominciamo dall’abitare.

Credo che l’architettura nella sua accezione più ampia, cioè comprendendo anche l’urbanistica e quindi l’uso delle risorse, sia la disciplina più determinante in questo passaggio epocale, ma ahimé sembra che sia la disciplina meno conosciuta dalle persone. In un periodo di crisi culturale, sociale, morale e di recessione economica non comprendere la rilevanza di una disciplina che rappresenta tutta la realtà abitata e che vediamo intorno a noi, mi fa pensare a un paradosso, è come se noi vivessimo in una dimensione senza capire cosa stiamo facendo, è come se un cittadino italiano vivendo in Cina non parlasse cinese, così da “vivere” in un contesto ma dissociato e/o isolato.

Non mi aspetto che gli abitanti delle città diventino critici dell’architettura, e non lo auspico neanche poiché un mondo di critici non ci serve, ma è necessario che le persone si riprendano quello spazio di democrazia e pretendano di parlare di architettura con i progettisti al fine di perseguire uno scopo prioritario per tutti noi, e cioè tornare a costruire luoghi che abbiano un senso per la specie umana. Poi sarà compito degli architetti progettare e costruire qualcosa che esprima un linguaggio e un messaggio del percorso condiviso.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo, ma perché le cose non vanno già in questo modo? Cioè le città non esprimono già il senso della società? Si, e anche no. In Italia, buona parte della produzione delle costruzioni moderne esprime lo spirito del tempo: il nichilismo, la città è merce. Buona parte di questa produzione non è progettata e realizzata dagli architetti, ed anche quando questa produzione è progettata da architetti, non è scontato che i risultati siano buoni, poiché spesso sono il capriccio di una committenza nichilista. Le costruzioni dipendono molto dalla committenza (Enti pubblici o privati) e poi dalle capacità del progettista. L’esempio più lampante dell’assenza di linguaggio architettonico è sotto il naso di tutti: la pianificazione urbanistica, dove committenza e processo attuativo ormai esternalizzati ai privati che svolgono un ruolo determinate, si preoccupano di produrre piani edilizi e non piani urbanistici, sotto i colpi dell’avidità. Spesso nei media si rilasciano dichiarazioni di disprezzo per la categoria degli architetti, ma lo si fa a sproposito, poiché non sono costoro ad essere chiamati per primi a progettare le costruzioni, nonostante siano quelli che, per vocazione e formazione, hanno le competenze migliori.

Nel resto dell’Europa ci sono cultura e sensibilità maggiori per l’architettura e gli architetti, c’è maggiore armonia e rispetto delle professionalità di categorie che si integrano nel processo della progettazione (dall’ingegneria fino alla geologia, dalla geografia fino alla biologia), e così le parti delle città moderne mostrano un aspetto migliore rispetto a quelle italiane. Osservando il resto del mondo, le cose non vanno bene, visto che 1,4 miliardi di persone della popolazione mondiale vive nelle baracche (e dati mostrano una tendenza all’aumento), mentre metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e l’altra metà in campagna. I luoghi urbani si caratterizzano fra ambienti ereditati dai secoli passati (centri storici) e quelli moderni costruiti bene o male, questo dipende dai piani. In fine, esiste un’élite della popolazione che vive in ambienti di lusso, ma questi costituiscono un’entità minoritaria che vive in città o in campagna, e che spesso, insieme a coloro i quali dipendono dalle rendite di posizione, influenzano le istituzioni locali nella scelte pianificatorie.

In un contesto del genere, la risposta non si trova nella condotta degenerata e nella consuetudine di noi italiani che disprezziamo e ignoriamo architettura e architetti, ma si trova nel conoscere e nell’amare l’architettura, proprio come fa una parte consistente del resto d’Europa. L’architettura non può restare confinata nei discorsi e nelle stanze fra pochi capitalisti, a volte intellettuali. Lo so, sembra un auspicio velleitario dato che i più bravi architetti sono stati e sono espressione dei potenti anche per soddisfare il proprio ego, ma le mie modeste osservazioni si pongono l’utopia di cambiare i paradigmi culturali della società e non solo per correggere qualche sbaglio. Nell’agire dell’architetto c’è sempre un atteggiamento altruista poiché quando progetta e costruisce, certo lo fa rappresentando la propria formazione (ego), ma sta disegnando la casa, la città degli altri. Pertanto, ricondurre l’architettura e gli architetti nella missione di migliorare la società non è affatto difficile, molto più complesso è far relazionare gli architetti con le persone, ed è più difficile che quest’ultime si riapproprino della necessità dell’abitare, diventando committenza consapevole dei propri diritti. Un esempio estremo ma efficace? Arcosanti di Paolo Soleri, dove troviamo il connubio fra cittadini, architettura e territorio. E’ lo stesso stretto legame che osserviamo, forse senza percepirlo, nei centri minori costruiti nel medioevo fino all’inizio del secolo Novecento. Altri esempi di cambiamenti ben progettati che testimoniano corrette riqualificazioni e rigenerazioni sono rinchiusi in una categoria d’interventi, molto facile da individuare per chiunque: le pedonalizzazioni con l’arredo urbano di strade una volta asfaltate e destinate al traffico, ma oggi pavimentate con materiali specifici e destinate ai pedoni. Adesso pensiamo a un esempio di come non si fa architettura! I famigerati centri commerciali, denominati outlet dalle grandi marche della moda, per vendere, a prezzi scontati, la merce rimasta invenduta. Chi lo spiega ai cittadini che è la più grande presa per il culo degli anni recenti? Se l’obiettivo è vendere merce invenduta non c’è alcuna necessità, e aggiungo che non si ha neanche il diritto di farlo, di distruggere il territorio costruendo insediamenti che sono progettati come luna park, e con gli stili del classicismo che ritroviamo nei nostri centri storici. Non era più facile, più economico e più intelligente sedersi a un tavolo e chiedere agli esercenti locali di vendere tali merci? Magari ristrutturando anche gli edifici esistenti? E invece no, la stupidità di taluni capitalisti si manifesta con l’ego di ricevere attenzioni per soddisfare capricci.

Se le nostre città moderne e contemporanee sono inospitali, la responsabilità politica non è solo di chi ha pianificato male e di chi non si occupa di programmare il recupero l’esistente, ma anche di chi ha preferito tacere e di chi ha preferito ignorare una funzione determinante della nostra comunità: abitare. C’è poco da discutere o polemizzare ma decenni di apatia e di delega ai partiti sbagliati ci ha restituito un’Italia peggiore di come l’abbiamo ereditata, e l’attuale classe dirigente con la nostra collaborazione (diretta e indiretta) sta facendo peggio di quella che l’ha preceduta. E non esiste neanche un soggetto politico che abbia caratteristiche civili con le sensibilità culturali di cui necessitiamo per rigenerare i luoghi dell’abitare. Anche noi siamo responsabili se non miglioriamo la nostra cultura.

Per intenderci ancora meglio e sconfinando nell’attualità, l’astrofisico Stephen Hawking dichiara: «è un demagogo che pare fare appello agli istinti del più basso comune denominatore degli elettori», riferendosi a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali. Scherzando con un linguaggio matematico Hawking ricorda il solito problema della specie umana, che dinnanzi alla propria apatia e al proprio nichilismo si lascia condizionare e manipolare da veri e propri attori demagoghi. E’ un problema antico, già affrontato e teoricamente risolto da Socrate, il quale invitava i cittadini a non dare ascolto ai sofisti senza indagare la realtà. L’architettura si trova sullo stesso piano – analisi della realtà – ed è invitata a esprimere significati di senso per risolvere problemi veri, anche con la bellezza.

La realtà è che dobbiamo rigenerare i nostri luoghi, ma farlo pensando alla bellezza e con attenzione all’uso delle risorse per rigenerare noi stessi.

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