Decadenza e psichiatria politica

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Daniel Garcia come vede il futuro in un mondo dove i robot sostituiscono i lavoratori umani.

Non da oggi, a mio modesto parere, racconto la decadenza della nostra società, sembra che tutto sia alla rovescia: arroganti, incapaci e ignoranti ricoprono ruoli istituzionali mentre i popoli sono divisi fra apatici, nichilisti e cittadini costretti a subire la decadenza stessa della società capitalista.

Lo spettacolo dei cialtroni e degli arroganti dispotici è rappresentato tutti i giorni nei media, e nel mondo di internet costantemente interconnesso, i cittadini subiscono il modellamento della decadenza ogni minuto. In una società caotica, complessa e violenta come questa capitalista emergono personaggi indegni grazie al sostegno diretto e indiretto degli individui che hanno problemi cognitivi (ignoranza funzionale).

Poiché gran parte del comportamento umano è appreso attraverso il modellamento e poiché la moralità si sviluppa durante l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta, possiamo cogliere sia i rischi sociali e sia le fasi in cui la società occidentale è stata condotta a una regressione generale.

La condotta immorale delle classi dirigenti, di taluni cittadini e l’indegno spettacolo rappresentato dai media sono l’ambiente degenerato che impedisce e rallenta un’evoluzione sociale.

Per quanto riguarda le organizzazioni, possiamo osservare come gli individui si conformino ai leaders con lo scopo di essere ricompensati attraverso un ruolo. I modelli comportamentali che esprimono le dinamiche interne ai gruppi di politicastri sono prevalentemente: la rappresentazione scenica e l’obbedienza, che sono i tasselli del conformismo ben visibile in tutti i partiti presenti nel Parlamento. In buona sostanza tali gruppi sono l’espressione del vassallaggio più becero, poiché le relazioni sono costruite dall’obbedienza nei confronti del capo e dall’imbroglio verso la società per assecondare il tornaconto personale. I politicanti devono essere bugiardi poiché non possono affermare di sedere nelle istituzioni solo per recitare un ruolo lautamente retribuito e raggiunto grazie al sotterfugio e alla pubblicità.

Queste caratteristiche degenerative sono note e conosciute, ma non appartenevano ai partiti della prima repubblica che selezionavano i propri esponenti attraverso la cooptazione. Se la corruzione ha indignato gli italiani durante la famosa inchiesta di “manipulite”, il dopo mostra un aumento della degenerazione poiché non si è affrontato il tema della selezione della classe dirigente politica. Sin all’inizio degli anni ’90 i politicastri non si sono preoccupati di costruire una democrazia rappresentativa matura favorendo un’apertura a tutta la cittadinanza circa il processo decisionale della politica. E’ accaduto l’esatto contrario, sono sorti partiti xenofobi, personali, aziendalistici, autoritari che hanno raccolto dalla società il peggio e non il meglio, anzi sembra sia stata perseguita la scelta strategica di allontanare i capaci e i meritevoli dalle organizzazioni politiche per impedire loro di rigenerare il Paese e le istituzioni.

Le istituzioni pubbliche sono state indebolite con le riforme cominciate negli anni ’90, e le decisioni più importanti sono state spostate tutte nell’UE. I partiti sono stati sostituiti da organizzazioni feudali, e i cittadini sono stati allontanati dai processi decisionali che li riguardano, ciò è accaduto con estrema facilità proprio grazie all’apatia politica delle persone.

In Italia, più che in altri paesi esiste una diffusa irresponsabilità e intolleranza persino in termini e valori che possono aiutarci a crescere e migliorare la nostra condizione di vita. Ad esempio, nei media non si discute di socialismo, comunismo e capitalismo, non si discute di bioeconomia; è difficile o impossibile dibattere sulle tesi di Marx, nonostante una parte importante delle degenerazioni della nostra società siano state anticipate e descritte nel Capitale. Inoltre, impossibile trovare confronti sul nichilismo. Gli italiani dovrebbero discutere in famiglia su questi argomenti poiché in questo modo percorriamo un’evoluzione sociale.

Mentre la regressione culturale delle masse, che in certi casi è stupidità di massa, distrae le persone da questioni fondamentali, accade che l’élite degenerata si sta riorganizzando attraverso l’evoluzione tecnologica ampiamente preconizzata da film futuristici ispirati dal famoso romanzo di fantascienza Io, robot di Asimov. Sedicenti futurologici e cartomanti che ignorano la geografia umana raccontano ai media la favola della liberazione dell’uomo dalla schiavitù chiamata lavoro nell’epoca moderna. I liberali avevano già preconizzato questo momento e suggerirono il reddito minimo per consentire alle masse di acquistare le merci prodotte dai robot. Una sola certezza è già in corso d’opera, le imprese aumentano i propri profitti coniugando speculazioni finanziarie e l’impiego di robot, e solamente comunità consapevoli ed economicamente forti potranno giovare di tali innovazioni, mentre i poveri resteranno tali e le diseguaglianze aumenteranno. Nell’era urbana milioni di poveri ammassati nelle baraccopoli sono condannati alla schiavitù e non godranno mai dei vantaggi della robotica, anzi subiranno la violenza di soldati elettronici.

Di fronte alla realtà di robot che diventano costruttori di merci è necessario ripensare il ruolo dello Stato sociale, è necessario uscire dalla religione capitalista e approdare sul piano culturale bioeconomico per programmare seriamente lo sviluppo umano. Ciò accadrà solo se le comunità umane vorranno farlo; nel frattempo l’élite continuerà a predicare la religione nichilista neoliberale e produrrà sistemi di controllo ed oppressione delle masse.

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Partire dalla visione politica

Berlinguer spiegò e interpretò sociologicamente la psicologia del voto referendario: «molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti».

Noi italiani siamo fermi agli anni ’80, a quando Berlinguer scattò la fotografia politica sulla società italiana. La risposta dell’élite fu la distruzione dei partiti per favorire le politiche neoliberali, e tutto ciò avvenne negli anni ’90; lo spartiacque fu “manipulite” come tutti possono ricordare. L’indignazione popolare contro la corruzione nei partiti fu utilizzata dall’élite per privatizzare l’industria di Stato, favorire gli interessi privati, togliere diritti ai cittadini e applicare i programmi strutturali neoliberali. I movimenti anti-sistema come Lega Nord e Forza Italia realizzarono parte delle riforme, e l’altra parte fu realizzata da manager e banchieri liberal (Ciampi e Prodi) sostenuti dai partiti che si facevano chiamare di sinistra. Oggi come ieri, esiste il serio rischio che l’indignazione popolare possa essere utilizzata da sedicenti movimenti anti-sistema per portare avanti l’agenda politica dell’élite. Il rischio è concreto poiché non esiste un’organizzazione politica trasparente, democratica, seria e capace.

Il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che boccia la riforma figlia dell’élite e presentata da Giorgio Napolitano, deve incoraggiare i capaci e i meritevoli per riprendere i valori espressi da Berlinguer ed avere il coraggio di organizzare una proposta politica alternativa al pensiero unico occidentale. Il meridione salva la Costituzione repubblicana ma è necessario organizzare la proposta politica per togliere l’obbligo del pareggio di bilancio e tutelare i diritti delle persone. In Europa i cittadini si mobilitano riprendendo i valori socialisti e suggerendo un salto in avanti, oltre gli schemi destra e sinistra, mentre in Italia non esiste un’organizzazione politica credibile, seria e affidabile, e pertanto è necessario impegnarsi in tale direzione, anche dentro DiEM25. Il risultato referendario è un’iniezione di fiducia nel costruire una visione politica bioeconomica.

I giovani, i disoccupati, le persone con un reddito più basso. Sono loro ad aver portato alla vittoria del No al referendum costituzionale di domenica, in quello che appare più un voto antisistema che una difesa del testo della Carta. E che, pur in un contesto di sconfitta, paradossalmente consolida il ruolo di Matteo Renzi alla guida del Pd. […] In altre parole, sono i più giovani ad essersi opposti al cambiamento. Per fare qualche esempio, a Napoli e a Caserta, dove il numero di under 30 e di over 65 sostanzialmente si equivale, il No ha superato il 70%. A Ferrara, dove per ogni giovane ci sono 2,6 anziani, pur vincendo gli oppositori della riforma non hanno superato il 53,5%, un dato ben al di sotto della media nazionale. Fa eccezione Bolzano: qui il rapporto tra giovani e anziani è di 1,3 eppure il Sì ha ottenuto il risultato migliore a livello nazionale, arrivando al 63,69%.

E’ doveroso ripartire da noi stessi stimolando associazioni che promuovono la cultura dell’etica politica, la responsabilità e il rispetto della Costituzione. E’ doveroso promuovere organizzazioni politiche democratiche e trasparenti, per favorire i capaci e i meritevoli. Questo è un processo giusto e lungo che poggia su valori quali l’altruismo, l’etica e la cultura. Solo in questo modo cresce e matura la comunità dei cittadini che potrà favorire un ricambio della classe dirigente attuale.

Solo pochi mesi fa, il 17 aprile 2016, gli italiani hanno votato per un altro quesito referendario abrogativo senza raggiungere il quorum stabilito. Solo il 31,19% si è recato a votare. In quel caso il Governo Renzi si schierò contro l’abrogazione e il risultato del mancato raggiungimento del quorum favorì la posizione governativa.

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Vassallaggio

feudo_15E’ da tempo che affermo come e quanto il capitalismo favorisca la regressione della specie umana. Tale regressione passa attraverso la pubblicità che spinge gli adulti a regredire allo stato infantile, poiché i bambini non sono capaci di scegliere in maniera consapevole. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono condizioni che aiutano la crescita del vassallaggio feudale, e l’élite degenerata si serve di questa debolezza per attuare i propri programmi neoliberali. Uno di questi passaggi è la distruzione della Costituzione, ma soprattutto la legalizzazione del sistema sociale feudale.

La società che i liberal stanno costruendo in questi decenni è quella feudale, dove le istituzioni moderne sono piegate e riformate secondo schemi sociali forgiati nel vassallaggio, e cioè da rapporti di servitù, mercantili e finanziari. Il famigerato sistema elettorale maggioritario fu introdotto per seguire questo schema, e cioè i pochi che governano sui molti.

La rappresentazione semplificata del nulla, del vuoto politico è offerta dal Presidente della Regione Campania, De Luca, attraverso le sue esternazioni apparentemente deliranti che non sono un inedito, ma un film vecchio, anzi antico. La questione morale salta in mente a chiunque ascolti le parole di un personaggio che sembra suggerire il voto di scambio a circa 300 Sindaci, «una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda», così raccomanda De Luca ai suoi, citando il “modello” Alfieri; e poi dichiara che «la democrazia è il governo della minoranza più forte, l’idea che ogni cittadino deve avere la sua rappresentanza è un’imbecillità», cioè De Luca confonde il governo del popolo con l’egoismo dei pochi contro i molti, che si attua nei regimi autoritari, tant’è che sogna sistemi politici che favoriscono le concentrazioni di potere [sistema ultra maggioritario – proposta governativa + italicum]. E il messaggio politico più delirante è che mobilitandosi per il SI, il Governo aumenterà gli investimenti nel Sud, insomma le favole tipiche dei tempi del fascismo e della vecchia DC. E’ la stessa leva psicologica che usano tutti i demagoghi nei territori con alta disoccupazione. E’ tutto il clima a mostrare una degenerazione delle istituzioni guidate da personaggi improbabili. Il linguaggio usato è quello tipico della demagogia, ma sono utilizzati argomenti e problemi reali del meridione come l’isolamento economico. Se qualcuno pensa che De Luca abbia convocato 300 Sindaci per discutere nel merito della riforma proposta dal Governo, è un ingenuo. Il racconto è interessante poiché svela ciò che molti sanno, e cioè che non esiste la politica ma solo gli interessi economici, facendo confusione fra i problemi dei territori e la brama di potere. Mentre millanta di raccogliere fondi per il bene dei territori, la sua storia politica locale è fatta di distruzione delle capacità e del sapere locale, basta osservare che negli anni ’80 i progettisti salernitani riqualificarono la città, e quando ereditò l’Amministrazione, egli si è affidato alle archistar realizzando poco o nulla delle trasformazioni pianificate. Personaggi del genere non dovrebbero avere incarichi politici nelle istituzioni, ma queste sono guidate da costoro poiché da più di vent’anni ricevono la fiducia dagli elettori. Secondo lo scrivente il problema sociale e il cortocircuito è tutto in questo passaggio, e cioè nella consuetudine a delegare la guida delle istituzioni a personaggi indegni, e nell’apatia delle persone nei confronti della politica, ridotta al nulla e cioè al voto di scambio ma a quello peggiore, al vassallaggio. Certe categorie di individui si mobilitano in politica solo se hanno un proprio tornaconto personale, non è una novità. Nel medioevo il potere era nelle mani di una piccola oligarchia ed oggi, dentro i sistemi democratici rappresentativi, si muovono gli stessi schemi sociali, e cioè organizzare le persone in funzione della conquista del potere per servire se stessi e chi ha contribuito a tale conquista. Il problema non è De Luca ma chi partecipa al vassallaggio. Una società responsabile e psicologicamente matura, cioè normale, non dovrebbe favorire schemi feudali poiché sono notoriamente e storicamente distruttivi e dannosi per l’economia e lo sviluppo umano, oltre che palesemente incostituzionali. Tale approccio e tali personaggi non sono sconosciuti e improvvisati, poiché in vent’anni di amministrazione a Salerno, ci sono più lati oscuri che chiari e per scoprirlo, è sufficiente osservare i dati economici e socio-demogragici dell’ISTAT. Nel 2011 a Salerno il tasso di disoccupazione giovanile è al 53% (il tasso di disoccupazione è al 17%), e a partire dagli anni ’80 il 18% della popolazione salernitana lascia il capoluogo per emigrare al Nord o localizzarsi in periferia. Salerno è una città in contrazione, ma le politiche urbane hanno ignorato il fenomeno ed hanno ugualmente consumato suolo agricolo, favorendo la dispersione urbana e contribuendo ad aumentare l’inquinamento e lo spreco di risorse finite.

La realtà spiega che le ricette neoliberali inoculate da De Luca non hanno migliorato il territorio, anzi vi sono vistosi danni ambientali, opere incompiute, scelte politiche che hanno innescato processi e guai giudiziari che danneggiano la città e i cittadini. Nonostante queste evidenze, De Luca è stato sempre premiato, e addirittura percepito come amministratore capace, e ciò si spiega sia attraverso i dati drammatici pubblicati da Tullio De Mauro circa l’ignoranza funzionale degli italiani, e sia grazie al sistema mediatico locale responsabile nel manipolare l’opinione pubblica a favore della maggioranza politica. Solo grazie all’operosità dei cittadini, Salerno cerca di resistere alla recessione economica, mentre le ricette e gli indirizzi politici non solo non hanno sortito alcun effetto, ma hanno aggravato i dati economici della città campana che sopravvive solo grazie al sistema locale salernitano.

La radice del problema nell’avere una classe dirigente politica indegna si trova nei cittadini e nelle organizzazioni politiche. E’ doveroso ripartire da noi stessi stimolando associazioni che promuovono la cultura dell’etica politica, la responsabilità e il rispetto della Costituzione. E’ doveroso promuovere organizzazioni politiche democratiche e trasparenti, per favorire i capaci e i meritevoli. Questo è un processo giusto e lungo che poggia su valori quali l’altruismo, l’etica e la cultura. Solo in questo modo cresce e matura la comunità dei cittadini che potrà favorire un ricambio della classe dirigente attuale.

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La bellezza crea lavoro utile

Leggendo la letteratura urbana, la bellezza è una tema di nicchia ma è sempre stata una visione guida per creare armonia nei luoghi e negli spazi pubblici, una regola per comporre correttamente la città. Di recente il termine bellezza è usato anche nei media tradizionali, senza diventare popolare e mai declinato nella maniera tale da far capire l’importanza strategica e pratica per le aree urbane italiane. Nei media il termine è spesso associato all’arte, un altro concetto astratto e filosofico che impedisce ai cittadini di coglierne l’importanza politica, poiché nel Paese con la maggiore concentrazione di patrimonio, l’arte non è studiata dalla maggioranza delle persone e questo impedisce ai più di osservare la bellezza che vive intorno a noi. La bellezza si osserva e si riconosce col cervello e la cultura. Nell’epoca della regressione culturale parlare di arte e bellezza nei media significa fare pubblicità al proprio ego, ahimé, significa isolare l’argomento. Speriamo che, invece, si continui a parlarne meglio al fine di sensibilizzare i cittadini e non per vendere, e soprattutto speriamo che siano le scuole e l’università a insegnare la bellezza.

La bellezza è troppo importante e strategica per restare sconosciuta e incompresa dai cittadini, poiché è un elemento che aiuta lo sviluppo umano delle comunità. Un esempio immediato di bellezza straordinaria sono i nostri centri storici, spesso abbandonati e lasciati all’incuria del tempo poiché noi cittadini siamo incapaci di “guardare” col cervello e col cuore. La regressione culturale è la forza distruttrice che impedisce di “guardare” e quindi di agire per curare la bellezza del nostro territorio. Il territorio e i suoi centri urbani sono belli ma non lo sappiamo, e tanto meno sappiamo riconoscere la bellezza poiché non abbiamo più la cultura e la capacità di leggerla. La società moderna e contemporanea, facendo prevalere il nichilismo capitalista ci ha resi individui consumatori, ed abbiamo accettato contesti urbani trasformati in merce e totalmente privi di bellezza. Tali contesti oggi sono degradati con edifici brutti proprio perché pensati come merce del capitalismo e non come luoghi di senso. In questo contesto mercificato, il nichilismo urbano ha favorito l’inquietudine urbana, inconsapevoli del fatto che tale processo è stato pianificato dall’ideologia neoliberale finalizzata al consumo, e per favorire il profitto privato del mondo immobiliarista.

Una condizione importante per rigenerare le nostre città, è pertanto l’introduzione della bellezza nelle parti moderne e contemporanee delle città, e possiamo ottenerla applicando nei piani urbanistici il concetto di urbanità, cioè la corretta composizione e il corretto disegno urbano, di suolo, spazio pubblico e di architettura finalizzata a realizzare fronti urbani. Per introdurre la bellezza, non è sufficiente scrivere regolamenti urbanistici adeguati (ma è necessario farlo) ma ridisegnare la morfologia urbana. E’ un salto culturale, poiché si tratta di uscire dal concetto di città come mero processo economico, e spesso speculativo, per sperimentare il concetto di città e di territorio intesi come bene comune, e quindi avviare processi decisionali partecipativi e trasparenti per conseguire una trasformazione urbanistica fatta per i bisogni dei cittadini. Uno di questi è proprio la bellezza. Il suolo, lo spazio pubblico e i fronti urbani sono elementi dell’urbanità che possono essere utilizzati per rigenerare la città moderna e contemporanea. In che modo? Prima di tutto, facendo l’analisi della città, o di una parte della città da rigenerare, e poi coinvolgendo i cittadini nel ridisegnare l’uso dello spazio pubblico, seguendo gli strumenti e i consigli di progettisti a servizio dell’interesse generale. E’ un approccio nuovo e complesso, dove la committenza è la cittadinanza. Per dare concretezza a tale approccio è necessario che le istituzioni e gli strumenti urbanistici siano modificati e adeguati. Oltre al ridisegno della morfologia urbana (strade, pieni, vuoti), due sono gli indirizzi progettuali fondamentali, per introdurre la bellezza, il primo è il disegno del suolo e degli spazi pubblici aperti, cioè l’arredo urbano e il secondo è l’architettura.

In questi ultimi anni la rigenerazione urbana è senza dubbio il tema che ha assunto una priorità in tanti dibattiti, ed è importante che, se prima o poi diventerà anche una tecnica e una pratica amministrativa, le trasformazioni urbane siano svolte con criteri di sostenibilità e di bellezza, altrimenti anziché rigenerare i quartieri esistenti i cittadini andranno a vivere in ambienti nuovi ma ugualmente degradati.

Nel Nord Europa diverse amministrazioni hanno già realizzato rigenerazioni progettando anche la bellezza ma l’hanno fatto nell’interesse della borghesia locale innescando processi di gentrificazione. In Italia, dove siamo più carenti di esperienze di rigenerazione urbana, potremmo avviare processi capaci di migliorare le zone consolidate facendo attenzione alle sensibilità sociali dei cittadini residenti, aiutandoli a vivere in quei luoghi, senza mandarli via attraverso il capitalismo che predilige il mercato alle persone.

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Cortocircuito e bioeconomia.

Politicanti e politicastri al potere sono lo specchio di una società in decadenza. Sin dal mondo classico è noto che la conduzione della cosa pubblica dovesse essere affidata a persone degne, virtuose, altruiste e capaci di scelte giuste, poiché sin dalla nascita della società umana il bene comune, proprio perché pubblico cioè di tutti, dovesse essere tutelato da chi usa il potere per il tornaconto personale a danno degli altri. Nel corso dei secoli, la nostra specie ha inventato di tutto, il denaro, il concetto stesso di istituzione, e le forme di governo. Il numero della popolazione mondiale è davvero impressionante, e nonostante la stupidità della religione capitalista che sta distruggendo il territorio che ci da vita, per il momento la nostra specie non si è ancora estinta, anche se gli indizi fanno intuire quale sarà la nostra fine. Tale premessa dovrebbe far riflettere sulle capacità della nostra specie poiché anziché evolverci, stiamo regredendo, ma forse sarebbe più corretto ammettere che siamo già regrediti al periodo feudale, poiché sembra che i nostri rapporti personali sono determinati più dal vassallaggio e dal mercantilismo piuttosto che da valori morali.

L’invenzione giuridica di denaro e istituzioni prima, e l’affermarsi delle teorie neoliberali poi, determinano l’utilizzo del territorio che ci da vita. Spesso semplifichiamo usando il termine politica, e spesso viene usato male nei cosiddetti media, attribuendo le colpe della nostra decadenza alla politica, dimenticandosi che è solo un concetto astratto, mentre siamo certi che a distruggere l’ambiente o negare diritti alle persone sono determinate imprese e le scelte delle istituzioni controllate dai politici. Una domanda legittima è cos’è l’establishment? Sono le imprese e i politici che perseguono la religione neoliberale.

Il cortocircuito della decadenza è nella nostra ignoranza che può favorire scelte stupide contrarie all’interesse dei più deboli e bisognosi. Probabilmente, il danno più grande causato dalla religione capitalista, attraverso l’uso delle tecnologie moderne come la televisione e internet, è l’aver realizzato una regressione culturale della nostra specie, arrivando a incidere nelle capacità cognitive delle persone. Secondo le ricerche di De Mauro, molti individui non riescono a comprendere i discorsi dei politici, mentre secondo le neuroscienze, le scelte delle persone sono condizionate dalle nostre emozioni. La pubblicità e i politici lo sanno bene, e la comunicazione si concentra sviluppando retorica e demagogia, cioè i populismi che stanno emergendo in tutto l’Occidente. Socrate disse di stare attenti ai sofisti, poiché il linguaggio e la retorica non indagavano la verità ma utilizzavano le parole per convincere le persone. E’ certo e noto che un politicastro convince chi ascolta non perché abbia detto cose vere e giuste, ma perché l’elettore è disinformato o incapace di capire, e pertanto si affida alle emozioni piuttosto che al raziocinio. Tutti i regimi dispotici conoscono bene questa legge del consenso, e nei secoli l’élite si è ben guardata nel formare cittadini liberi. Il caos generato dal nulla, cioè il nichilismo dei cittadini favorisce la religione capitalista e la distruzione della nostra specie poiché la maggioranza delle persone non è in grado di selezionare una migliore classe dirigente per liberare l’Occidente da questa religione diabolica. La globalizzazione neoliberale ci sta distruggendo, ed è tempo di uscire dall’epoca sbagliata per costruirne una nuova, fatta dagli esseri umani per gli esseri umani in armonia con la natura, poiché viviamo grazie alla fotosintesi clorofilliana e non grazie alla religione capitalista.

Inoltre ci sono urgenze dettate dall’azione della natura che non aspettano le teorie, basti pensare alle criticità ambientali e climatiche sino ai fenomeni naturali sismici che distruggono intere comunità. La priorità è intervenire nelle aree urbane e interne del nostro territorio. Politici e politica devono dare risposte concrete ai problemi delle persone, ai bisogni reali, e un altro dramma della società moderna capitalista è l’aver distrutto la cultura politica sostituita dalla pubblicità. In Italia, non esistendo più i partiti, non esistono più scuole di formazione per la classe dirigente politica, e questo danno culturale si ripercuote contro i cittadini stessi, i quali a loro volta chiedono la distruzione dei partiti, ritenuti responsabili di tutto. E’ un cortocircuito sociale e culturale che si può osservare in diverse regioni dell’Occidente. Per migliorare la condizione umana si potrebbe adottare l’approccio monetario post-keynesiano nel restituire autonomia agli Stati – o a tutta l’UE – attraverso lo strumento monetario, ma soprattutto è determinante uscire dal piano ideologico capitalista per approdare sul piano bioeconomico, ideato da Georgescu-Roegen. L’approccio monetario post-keynesiano condotto nella bioeconomia può essere la risposta culturale per scrivere le nuove politiche economiche capaci di dare prosperità ai popoli e per creare occupare utile. In termini pratici significa territorializzare l’economia applicando processi di metabolismo urbano. Dietro questi concetti c’è tutto un programma che può dare risposte concrete ai temi dell’occupazione, dell’ambiente e soprattutto alla rinascita delle comunità locali rispettando le proprie identità.

Capaci di scegliere?

Il presupposto logico per scegliere in maniera autonoma è senza dubbio la cultura personale. Ognuno di noi è il frutto della propria eredità biologica, dell’ambiente e della cultura a cui appartiene; tutto ciò per dire che il cervello non spiega chi siamo ma conoscere la sua fisiologia è importante per capire e migliorare le nostre scelte. Ogni scelta è innescata e sostenuta dal circuito dopaminergico per la ricerca della gratificazione. La nostra corteccia orbitofrontale codifica il valore atteso della scelta e il processo decisionale si sviluppa nelle dinamiche fisiologiche e neuronali, ma sempre influenzato dalle dimensioni soggettive e dal contesto sociale in cui la persona è immersa come l’educazione, le abitudini e molto altro. Gli stimoli esterni che concorrono alla scelta sono sempre processati sia dalle emozioni e sia dalla nostra capacità cognitiva. L’amigdala è la parte del circuito emozionale che registra l’intensità della stimolo, mentre la corteccia orbitofrontale è la parte capace di comparare e fare valutazioni. Il nostro comportamento della scelta è modulato dalla differenza fra le nostre aspettative e il risultato reale, mentre non sappiamo quanto la parte razionale sia in grado di controllare quella emozionale. Sappiamo che la sensazione positiva che si prova in seguito a un scelta dovuta a comportamenti gratificanti conduce alla ripetizione del comportamento.

Il drammatico dato fornito da Tullio De Mauro circa la cultura degli italiani ove solo il 30% è in grado di capire un discorso politico andrebbe approfondito con un ragionamento suggerito da studi sulle neuroscienze applicate alle teorie della scelta. Poiché buona parte degli italiani non ha gli strumenti culturali per capire un discorso politico e ognuno di noi sceglie influenzato dalle emozioni, possiamo intuire quanto sia basso il numero di italiani (molto meno di 11.339.964) che vota facendo scelte razionali. Sfruttando le percentuali fornite da Tullio De Mauro possiamo desumere che 32.700.465 di individui (utilizzando gli aventi diritto al voto a dicembre 2016) non sono in grado di comprendere un discorso politico. Partendo dalla stima di 11 milioni che votano e capiscono un discorso politico, proviamo a distribuire in maniera proporzionale il ragionamento di prima alle preferenze dei votanti. Tutti quanti fanno scelte applicando un proprio filtro del “valore soggettivo” poiché l’utilità è sempre soggettiva, ed è influenzabile da diversi fattori, culturali e ambientali. Degli 11 milioni di votanti capaci di comprendere un discorso politico nel 2013, 3,3 milioni hanno votato per il cosiddetto “centro sinistra”; 3,3 per il cosiddetto “centro destra”; 2,8 milioni per il M5S; 1,1 milioni per la “destra montiana” e poi gli altri. La contesa politica del consenso è molto ampia e riguarda il più grande partito: 32,7 milioni di votanti che non capiscono un discorso politico e vota di pancia, come si dice in gergo, ma soprattutto vota attuando un processo di imitazione rispetto alle proprie relazioni personali e ai giudizi e/o pregiudizi delle persone che conosce. Poiché questo meccanismo della scelta coinvolge anche le persone capaci di capire un discorso politico possiamo affermare con certezza che molto più di 24,6 milioni di persone scelgono affidandosi agli altri. Il dramma è che questo comportamento sostiene la nostra classe politica ed è il principale problema del nostro Paese (l’ignoranza funzionale e di ritorno).

Tornando ai temi della scelta, se De Mauro ci informa del fatto che buona parte degli italiani ha deficit cognitivi possiamo affermare che le “loro” scelte sono senza dubbio emotive, ma soprattutto sono gli altri che scelgono al posto loro poiché incapaci di fare valutazioni. Tale situazione influisce nell’economia reale, cioè nei consumi e nella vita socio-politica producendo danni alle presenti e future generazioni che spesso emigrano poiché ignorate, incomprese e sfruttate dal proprio ambiente. Imprese e politica mettono in atto la tecnica del nudging, cioè le scelte non sono imposte ma suggerite e così i comportamenti delle persone (ovviamente quelle più deboli) diventano prevedibili. Le conseguenze politiche sono drammatiche e sono sotto gli occhi di chiunque: il nichilismo, l’individualismo, l’apatia politica, l’incapacità di selezionare una classe politica degna e preparata, la trascuratezza del nostro territorio e danni ambientali, ed economici. La soluzione al problema è una sola affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno degli italiani avviando programmi educativi per gli adulti.

analfabetismo funzionale

Innovazione o miglioramento?

Secondo il dizionario Treccani innovazione significa l’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione; oppure in senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica.

L’innovazione tecnologica e informatica che stiamo assistendo con l’introduzione dei robot e dell’intelligenza artificiale è suggerita per assecondare un modello di sviluppo capitalista che ignora le leggi della natura, e in determinate applicazioni mette a rischio la specie umana.

Le classi dirigenti stanno sottovalutando o ignorando gli effetti a medio e lungo termine di alcune tecnologie capaci di sostituire l’essere umano nel processo decisionale. Le implicazioni etiche attraverso la diffusione di algoritmi che sostituiscono la politica sono enormi, c’è il serio rischio che la conduzione della res pubblica possa essere “appaltata” ai robot e agli algoritmi.

Secondo la teoria del sistema-mondo dell’economia moderna il funzionamento del capitalismo fa sorgere una divisione internazionale del lavoro che genera gerarchie di Stati o regione interdipendenti, ne abbiamo un esempio lampante anche nell’euro zona con paesi centrali e periferici. Tutto ciò è previsto dal modello di sviluppo neoliberista che consiglia la cosiddetta deregolamentazione dei mercati, che preferisce zone economiche speciali (zes) per agglomerare le industrie, e ciò è avvenuto trasformando l’Asia nella fabbrica del mondo, ed anche nell’euro zona, esistono zes per agglomerare zone produttive che sfrutta le disuguaglianze di riconoscimento (salari ridotti) per ridurre i costi.

Il dramma sociale di questa religione capitalista è che si realizza attraverso la regressione culturale delle masse popolari. La necessità di avere schiavi è funzionale alla produttività mentre la distruzione degli ecosistemi è semplicemente ignorata. Attraverso l’innovazione tecnologia, l’élite degenerata aumenta la produttività e la utilizza anche per avere avere (popoli) consumatori ignoranti e sempre interconnessi, affinché le APP programmate dalle imprese possano influenzare e scegliere al posto degli individui. Internet e le reti sono un’evoluzione dei sistemi di controllo (il famoso Grande Fratello orwelliano) attraverso tecniche di manipolazione più seducenti ed efficaci. Le APP programmano bisogni indotti, cioè capricci.

L’innovazione tecnologica di questi ultimi quattro anni offre grandi opportunità di profitto per i possessori di capitali finanziari e per le multinazionali che sfruttano le zone economiche speciali situate nella periferia delle economie mondiali (Asia e Africa), poiché impiegando robot cancelleranno i costi dei salari. Non c’è dubbio che si tratta di un’innovazione ma sarà utile alla società umana? L’aumento dei profitti e del capitale sarà utile alla società umana? Su questo pianeta ci sono miliardi di poveri, disuguaglianze crescenti e problemi concreti nelle aree urbane, l’innovazione delle multinazionali sarà utile alla soluzione di questi problemi? Osservando l’indifferenza e il cinismo delle multinazionali come amazon, google, apple, facebook possiamo prevedere facilmente che i poveri che sopravvivono in Africa e in Asia, resteranno poveri, come schiavi a disposizione delle produttività. Il problema delle multinazionali è che il capitalismo ha favorito l’aumento delle disuguaglianze anche in Occidente, toccando soglie intollerabili anche in Paesi che hanno costruito proprio la cultura occidentale: Grecia e Italia, in primis, e poi Spagna, Portogallo, Irlanda. La recessione tocca anche la Francia.

E’ evidente che l’impero della vergogna, cioè delle multinazionali, è privo di coscienza civica poiché il cosiddetto sviluppo (la famigerata crescita) riguarda l’aumento dell’avidità e l’accumulo inutile di capitale privato, ma tutta questa concentrazione di ricchezza monetaria non è affatto utilizzata per cancellare la povertà, e le disuguaglianze; e tanto meno questa ricchezza viene impiegata in programmi di istruzione per aiutare i ceti meno abbienti, o di prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico. Poiché tutto il mondo è capitalista non esiste ridistribuzione dell’accumulo del capitale perché le istituzioni politiche tollerano sistemi fiscali (il mondo off shore) che annichiliscono il ruolo pubblico dello Stato, e quindi, a norma di legge, si evita la ridistribuzione.

Innovazione e miglioramento sono cose distinte. Secondo il dizionario Treccani miglioramento riguarda il fatto di migliorare, cioè di diventare migliore, di progredire verso condizioni più soddisfacenti, di volgere al meglio; pertanto se aumenta la produzione di merci attraverso l’innovazione non è affatto scontato che si migliori, anzi, nel caso specifico circa l’impiego di robot e intelligenza artificiale i possessori dei capitali finanziari e talune multinazionali stanno innescando e favorendo una regressione degli individui, stanno peggiorando le condizioni ambientali del pianeta, e stanno uccidendo vite umane relegandole in condizioni di vita irreversibilmente degradate (slums).

Il tema è vecchio, e fu ampiamente anticipato da Heidegger circa la tecnica. E’ oggi che si manifesta il serio rischio di auto distruzione della nostra specie, mentre la classe dirigente e soprattutto quella politica appare incapace di affrontare il tema, probabilmente per due ragioni: non è culturalmente preparata (ipotesi molto vicina alla realtà), e forse tale classe è espressione diretta degli interessi privati e non dell’interesse generale.

Poiché la società moderna è espressione della sua “cultura”, è necessario un cambio paradigmatico che dovrebbe avvenire attraverso gli stessi meccanismi di controllo (emozioni, istruzione, media, linguaggio e ambiente), cioè agendo sul piano culturale, sugli stili di vita e soprattutto sul piano politico. La cultura si modifica nel tempo ed è un sistema dinamico complesso. Se osserviamo le nostre città possiamo dedurre che la cultura moderna del secondo dopo guerra ha prima favorito l’accesso a un salario, poi dagli anni ’80 l’ha prima ridotto e poi negato, e attraverso l’evoluzione del capitale nel nuovo millennio, ha favorito un peggioramento delle condizioni di vita del “ceto medio”, arrivando a pregiudicare il destino delle presenti e future generazioni. Se osserviamo le nostre potenzialità culturali, possiamo intuire che sarebbe “facile” ribaltare tale destino, se avessimo il coraggio di lasciare il piano ideologico sbagliato, per piegare la tecnica e indirizzarla nell’utilità sociale, poiché alcuni recenti innovazioni consentono di uscire dalla dipendenza degli idrocarburi, di usare razionalmente l’energia e di favorire lo sviluppo umano. In questo processo è fondamentale ripristinare la democrazia, riappropriandoci del senso della vita e dell’auto determinazione necessaria per la libertà. Ad esempio, è necessario superare il tipico dualismo occidentale fra natura e cultura, considerate separate e contrapposte, che pone l’uomo al di sopra della natura, e poi di seguito superare l’invenzione delle gerarchie sociali e il colonialismo.

Abbiamo un miglioramento della società umana uscendo dalla religione capitalista e approdando sul piano bioeconomico, poiché utilizza le leggi della natura e l’etica per compiere scelte sostenibili ed equilibrate.

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Il carattere connettivo della vita umana. Fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana. Un approccio visuale, Utet, 2012.

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