Dalla resilienza alla rigenerazione

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In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Prima della “rigenerazione”, l’urbanistica conobbe un concetto simile: il “rinnovamento urbano” (urban renewal) che nacque in Inghilterra come reazione alle cattive condizioni igieniche degli abitanti nel periodo della rivoluzione industriale del XIX secolo. In Francia dopo l’epidemia di colera, nel 1849 viene emanata una legge  che disciplina le caratteristiche degli alloggi e consente l’esproprio di case malsane, ed a Parigi nel 1852 avvenne una ricostruzione di parti della città guidata da Haussmann. In Italia venne approvata la legge 2359/1865 che riguardava l’espropriazione per pubblica utilità ed intervenire per risanare le città, poi la legge 2892/1885 per risanare Napoli. In quel secolo Ildelfons Cerdà nel 1854 pubblicò la teoria dell’urbanizzazione prima, e nel 1867 la teoria generale dell’urbanizzazione. Dello stesso secolo la pubblicazione di Camillo Sitte, Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen (1889), L’arte di costruire la città. Ebenezer Howard pubblica nel 1898 Tomorrow, a peaceful path to real reform, nel 1902 sarà ristampato col titolo Garden cities of tomorrow. Lo scopo di Howard è limitare la crescita delle città in modo da ridurne il loro affollamento e migliorarne le condizioni edilizie e sanitarie. Negli USA, nel 1958 venne approvato un programma per il rinnovamento urbano (Federal Urban Renewal programm) e favorire le trasformazioni urbanistiche per migliorare le condizioni ambientali nelle città. In Italia, ci furono i piani di ricostruzione – D.L. 145/1945 – per soddisfare il fabbisogno abitativo (dagli anni ’50 fino agli anni ’70), poi ci fu la L.457/1978 con le zone di recupero ed i piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente, poi vennero i “programmi complessi” e la “programmazione regionale”, cioè “interventi di recupero” e “riqualificazione” urbana attraverso diversi strumenti tecnico-giuridici.
Cittadini e istituzioni hanno la grande opportunità di rigenerare le città. Si potrebbe ri-adottare il metodo ideato da Saverio Muratori per i centri (Lettura per l’edilizia di base), e la “scienza della sostenibilità” per quelle parti di città ove sono stati costruiti edifici pubblici INA e PEEP. Alcuni spunti di analisi per le città e di ispirazione possono essere forniti da Kevin Lynch, L’immagine della città e da Ivan Illich, Elogio della bicicletta.

Nel 2000 Peter Roberts e Hugh Sykes pubblicano il “Manuale della rigenerazione urbana” (Urban regeneration, a handbook). Attualmente, in Inghilterra il legislatore promuove Agenzie di Rigenerazione Urbana (URCs) per fornire una rigenerazione sostenibile e stimolare gli investimenti nelle città, mentre negli USA il Metropolitan Istitute at Virginia Tech promuove ricerche e programmi concreti sulla “rigenerazione urbana”: Vacant Property Research Network Background (VPRN). Nella ricerca emerge il tema del giusto dimensionamento delle città abbandonate, o di parti di esse che sono diventate obsolete rispetto ai cambiamenti in corso: recessione e crisi energetica.

Nel 2008 Path Murphy pubblica Plan C per chiunque sia interessato a vivere con un consumo energetico più basso, più sano ed uno stile di vita più sostenibile. Nel 2010 la Società dei Territorialisti presieduta da Alberto Magnaghi pubblica un manifesto: “a partire dalla metà degli anni ’80 molti di noi hanno sviluppato le loro ricerche e i loro progetti  facendo riferimento all’approccio territorialista o dialogando con esso. Questo approccio ha posto al  centro dell’attenzione disciplinare il territorio come bene comune nella sua identità storica, culturale, sociale, ambientale, produttiva e il paesaggio in quanto sua manifestazione sensibile.” Nel 2012 il Metropolitan Istitute Virginia Tech pubblica una guida per i pianificatori: Cities in Transition: a guide for practicing planners, mentre Robin Ganser e Rocky Piro pubblicano Parallel patterns of shrinking cities and urban growth. Spatial planning for sustainable development of City Regions and rural areasKarina Pallagst, Thorsten Viechmann e Cristina Martina-Fernandez pubblicano Shrinking cities, International perspectives and policy implications in uscita per il 2014.

Nell’ottocento affari ed igiene furono le forze che suggerirono di rinnovare le città; oggi la recessione causa emigrazioni e svuota le città. Il fallimento di un’ideologia costruita sull’economia del debito ha prodotto l’aumento delle povertà con l’evidente conseguenza che le istituzioni pubbliche non riescono a gestire se stesse e le città, mentre una ristretta élite privata ha visto moltiplicare le proprie ricchezze come non era mai accaduto nella storia.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, sociologi, agronomi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. E’ necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, ed attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica). Dal punto di vista della decrescita, una progettazione resiliente è l’opposto dell’obsolescenza pianificata. Una città o una società progettata male spreca risorse e fa aumentare il PIL quando non sarebbe affatto necessario, una città resiliente è una comunità del buon senso, una città “durevole” ed equilibrata, poco energivora e riduce il PIL selettivamente poiché non prevede gli sprechi della città progettate male. Le città progettate male durante le speculazioni edilizie, quelle del boom economico degli anni ’60 e le espansioni urbanistiche degli anni recenti dal 1996 al 2007, sono poco resilienti, fanno aumentare il PIL poiché sprecano risorse e peggiorano la qualità della vita. Ripensare quelle espansioni in maniera resiliente significa prevedere una riduzione del PIL nel luogo periodo e garantire una qualità della vita alla future generazioni. Una comunità è resiliente quando l’intero patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico non subisce gravi danni dall’azione del sisma e dal rischio idrogeologico poiché la comunità ha saputo realizzare un adeguato piano di conservazione e riuso. Rigenerare pensando alla resilienza significa che i cittadini insieme alle istituzioni diventano produttori e consumatori di energia grazie alla “generazione distribuita” che sfrutta le fonti energetiche alternative, significa che gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi, con bici pedelec o con i mezzi pubblici, significa che una parte del cibo è auto prodotta, o proviene dall’ambito regionale grazie all’agricoltura sinergica, significa che le città hanno giacimenti di risorse regionali provenienti dalle demolizioni selettive e che tutte le materie prime seconde (i rifiuti) sono riciclate e riutilizzate; significa che l’acqua è pubblica. Una comunità resiliente è equilibrata, e pertanto si cancellano le disuguaglianze dando un’opportunità a tutti gli abitanti. Ecco un esempio pratico di processo resiliente, creativo e razionale: scuole, università, cittadinanza ed istituzioni si concentrano a sviluppare “competenze specifiche forti” negli individui circa il tema dell’eco-efficienza (scienza della sostenibilità), mentre istituzioni, imprese e associazioni sviluppano “competenze traversali” attraverso un’organizzazione e un metodo di lavoro per processi, sui progetti; il risultato sarà una facile rigenerazione territoriale. Tutte le energie mentali si concentrano sui progetti, e si attivano modalità di lavoro condivise per tendere all’obiettivo comune: prosperità attraverso la rigenerazione.

Alcuni casi studio circa interventi di “recupero edilizio e sostenibilità“: in Francia (Operation Programmée d’Amelioration de l’Habitat, fine anni settanta) con il quartiere Perseigne nel Comune di Alençon in Normandia con un intervento di recupero di un quartiere di edilizia sociale con le teorie della partecipazione, il quartiere Bethoncourt intervento di recupero con piccole demolizioni e ricostruzioni, il complesso residenziale Quai de Rohan a Lorient con un intervento di rimodellazione con aggiunta e sottrazione di volumi; in Germania (Istitut fur Erhaltung und Moderniieung von Bauwerken, primo progetto del 1991 su Berlino Est): edifici residenziali in Büchnerstrasse a Leinefelde in Thüringen; e in Danimarca (Urban Renewal Company, 1994): blocco residenziale Hedebaygade sito in Outer Vesterbro a Copenaghen. Questi casi studio rappresentano un miglioramento della qualità funzionale e spaziale con strategie di riqualificazione alla scala di quartiere, dell’edificio e dell’alloggio e l’impiego di tecnologie con sfruttamento dell’energia solare con sistemi passivi ed attivi.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione. Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.
Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Ci sono state diverse esperienze e buone pratiche di recupero urbano, dal punto di vista energetico ed urbano, con l’obiettivo di migliorare la qualità tecnologica delle abitazioni e la qualità urbana degli spazi aperti. Anche in Italia, metà anni ’90 (“programmi complessi”), abbiamo avuto casi di recupero nei centri storici attraverso specifici piani e strumenti legislativi, e riqualificazione delle aree urbane degradate.

Verso la fine del 2010, Legacoop lancia una suggestione denominata “cooperative di comunità” per affrontare l’attuale recessione e tentare di soddisfare i bisogni dei cittadini. Lo scopo è mantenere vive e valorizzare comunità locali a rischio di deperimento, quando non di estinzione. Alcune per far fronte alla mancanza o al venir meno di servizi basilari per la comunità, come scuole, negozi, servizi socio-assistenziali. Altre da motivazioni ambientalistiche e di valorizzazione delle risorse del territorio. Altre ancora dalla necessità di rispondere a crisi occupazionali determinatesi nelle aree circostanti.

Come abbiamo potuto leggere il mondo professionale ha soluzioni, mentre in questa fase del dibattito politico, sembra che l’approccio italiano al tema sia alquanto immaturo ed anacronistico: “stop al consumo di suolo” (auspicio condivisibile, ma strano e tardivo), poiché il consumo indiscriminato del suolo c’è già stato, ed ha visto l’apice della battaglia negli anni ’60 con la sconfitta della proposta dell’allora Ministro Fiorentino Sullo, che mirava a risolvere il problema della speculazione edilizia legata alla rendita ed al “regime dei suoli”. Oggi sono i costruttori stessi che hanno dei dubbi sul consumo del suolo per ovvie ragioni: recessione economica e nessuno compra le nuove case, com’era prevedibile. Siamo nel 2013, parlare di stop al consumo di suolo non serve, poiché la recessione ha fatto implodere il sistema delle costruzioni, e le città italiane presentano molti problemi: alcuni omogenei come la consuetudine a deliberare piani urbanistici sovradimensionati, e molti altri problemi eterogenei (cattiva progettazione degli spazi urbani, assenza di standard e servizi, lo sprawl urbano, alta densità, bassa densità, etc.), grazie a cattive decisioni politiche del passato, e all’obsoleta cultura della crescita per la crescita, fine a se stessa. La religione della finanza, non solo ha distrutto il capitalismo, ma anche la democrazia rappresentativa favorendo una recessione legata ad obsoleti paradigmi: PIL, petrolio ed espansione monetaria (rapporto debito/PIL e spread). E’ giunto il momento di distinguere il concetto di lavoro dal concetto di utilità. Per creare lavoro utile bisogna ridurre gli sprechi, e questa idea di buon senso entra anche nel campo urbanistico ed edilizio. Si tratta di finalizzare il lavoro in obiettivi precisi ed utili.

La scelta politica di puntare sulla bellezza dell’Italia è un insieme di strategie che vanno nella direzione di migliorare la qualità della vita, e per farlo bisogna agire parallelamente in tanti ambiti finora sottovalutati o ignorati. Esistono diverse linee politiche in ambito europeo: “Patto dei Sindaci”, “rete rurale nazionale”, “smart cities“, “european green capital” che possono essere adottate, queste vanno nella direzione giusta, ma l’UE è un blocco giuridico, poco democratico, e burocratico molto lento rispetto alle esigenze di cambiamento dei Paesi periferici che abbisognano di piani nazionali urgenti, con moneta sovrana libera dal debito immediatamente disponibile, come fanno USA e Giappone.

E’ evidente che le città italiane presentano ancora diversi problemi che non sono stati risolti e possono avere soluzione solo con un cambio di paradigma culturale, attraverso il ripristino della sovranità degli Stati, mentre le attuali ricerche e strategie messe in campo negli altri paesi sembrano andare nella direzione giusta, visti i risultati nei casi studio.

Abituati a credere che le città siano il centro dell’universo abbiamo commesso l’errore di trascurare i piccoli centri e la campagna. Se ci pensiamo bene negli ultimi quarant’anni abbiamo trascurato e danneggiato un immenso patrimonio culturale ed ambientale.
La crisi industriale innescata dai processi di globalizzazione e dall’assenza di piani e di politiche monetarie adeguate ai cambiamenti in corso, la disoccupazione creata dalle imprese che preferiscono delocalizzare per massimizzare i profitti (violando palesemente la Costituzione), la crisi della manifattura e dall’artigianato suggeriscono che bisogna ripartire dai piccoli centri e da piani città per riusare e recuperare quartieri e luoghi urbani aumentando il comfort e la qualità della vita. Un’adeguata politica agricola a sostegno delle tecniche naturali e della qualità dei prodotti, ed un riuso dei luoghi urbani abbandonati con l’inserimento di servizi culturali, e la qualità degli spazi urbani, potrebbero rappresentare una strategia efficace per nuova occupazione e migliorare le condizioni di vita per circa dieci milioni di italiani che vivono nei piccoli comuni.

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Riscrivere l’economia urbana

Il legislatore può riscrivere le regole contabili e calibrare l’attività antropica ai tempi della natura, questo dovrebbe essere l’obiettivo per garantire le risorse finite alle future generazioni. Oggi, i velocissimi tempi della finanza muovono le scelte politiche e stanno distruggendo il patrimonio pubblico.

Gli standard quantitativi richiesti dall’urbanistica possono essere integrati con gli standard del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Territorio e patrimonio possono essere tutelati con adeguati strumenti di misura: analisi del ciclo vita, impronta ecologica. Il passo successivo è determinante: uscire dall’economia del debito, ripensare i criteri estimativi dando peso all’utilità sociale, e cambiare le regole di contabilità degli Enti locali per svincolare gli obblighi di bilancio dall’organizzazione e pianificazione territoriale, e ridimensionare l’influenza della finanza privata che spesso si sostituisce all’interesse pubblico. Sappiamo che il BES racchiude dimensioni ideali per raggiungere la felicità, distribuire le risorse e tendere ad una società migliore che tutela l’ambiente e privilegia le relazioni personali delle comunità.

Il legislatore deve proporre una norma organica, adeguata e ripensare i paradigmi per “costruire” gli insediamenti umani. Le regole contabili pubbliche non sono adeguate allo scopo di tutela dei diritti e del patrimonio pubblico pertanto vanno ripensate. E’ necessario prevenire la corruzione ed abbandonare tecniche che distruggono gli ecosistemi. E’ necessario che lo Stato torni a promuovere politiche monetarie ed industriali, che sviluppi controlli efficaci e impedisca al capitale privato di dubbia provenienza di avere il maggiore peso nelle scelte politiche. E’ necessario che i cittadini possano partecipare al processo decisionale della politica.

L’urbanistica è nata con uno scopo preciso: progettare strutture e servizi necessarie agli abitanti, e si misurano in ab/mq. Ogni città dovrebbe avere dotazioni minime standard. Una volta rispettati gli standard, e previsti indicatori adeguati di eco-densità, un piano urbanistico esaurisce il suo scopo, mentre molti consigli comunali, nonostante il rispetto degli standard, continuano a far crescere le città per ragioni di bilancio e/o per far riciclare denaro. Le nostre città sono state dotate di standard minimi, mentre altre non li hanno ancora, ed altre città, durante la ricostruzione post bellica, sono state costruite male per sfruttare la rendita. Una legge adeguata non dovrebbe dimenticare gli errori del passato, e non dovrebbe ignorare le reali capacità creative dei progettisti, e le tecnologie odierne che consentono di risolvere molti problemi delle nostre città. Ad esempio, vi sono aree abitate notoriamente difficili da gestire, si pensi alle periferie milanesi, romane, palermitane e napoletane, così come tante città medie mal costruite. Non è accettabile continuare a pensare che le città possano continuare a crescere, sarebbe innaturale, così come non è più accettabile monetizzare il territorio per approvare un bilancio comunale, oggi, com’è noto le amministrazioni distruggono appositamente gli ecosistemi per soddisfare i vincoli di bilancio. Non si tratta solamente di vietare che gli oneri di urbanizzazione coprano le spese, si tratta del fatto che lo Stato deve riprendersi la forza di finanziare se stesso e liberare la natura dall’assedio degli interessi privati.

Come rinascere? Banale!

Nel dibattito politico contemporaneo sulla società c’è un capitolo molto interessante: la tutela del suolo e la rinascita delle città, ossia la pianificazione e il governo del territorio. Nel rapporto fra capitale e governo della città, alcuni citano il caso di Detroit, l’ex città dell’automobile che aveva, negli anni ’50, 1,8 milioni di abitanti e nel 2011 sono rimasti 1,1mln di abitanti. Molti europei sono sorpresi da questa Amministrazione che sta recuperando suoli con progetti eco-sostenibili, tutti si compiacciono delle buone intenzioni che parlano di agricoltura, tutela dei suoli, e rigenerazione. Sembra che tutti gli osservatori italiani ignorino un fatto evidente e scontato, Detroit non è una città europea, non fa parte dell’euro zona e quindi non ha l’obbligo del pareggio di bilancio, non ha il patto di stabilità, e non si finanzia necessariamente dai mercati finanziari. Com’è noto gli USA ed il Congresso possono autodeterminare la soglia limite di debito pubblico tutte le volte che lo desiderano, l’hanno sempre fatto.

Nell’Unione Europea esistono diversi programmi politici con obiettivi ambiziosi (energie rinnovabili, riciclo, mobilità intelligente, etc.), ma l’accesso al credito è molto diverso, un alto tasso di burocrazia, e soprattutto il sistema del prestito (debito) con la prevalenza degli indicatori finanziari ed economici forgiati sul tornaconto degli investitori privati, ossia la prioritaria ricerca del profitto. Com’è noto ormai a tutti, nell’euro zona non esiste l’investimento pubblico a fondo perduto, e tutto è orientato da indicatori che favoriscono la ricerca del prestito bancario. Gli Stati hanno abdicato alla sovranità monetaria e alcuni Paesi hanno smesso di avere politiche industriali locali creando un danno tangibile all’economia reale tramite la rinuncia allo sviluppo di  politiche virtuose e socialmente utili. I Governi italiani hanno deciso di occuparsi prioritariamente di riduzione della spesa pubblica e fiscalità pubblica, lasciando all’UE l’opportunità di fare la politica con la “P” maiuscola. Il fatto che nei capitoli di spesa pubblica ci siano sprechi evitabili, è un fatto assodato, ma è un problema giuridico interno all’Amministrazione non è un problema politico, cioè è sufficiente avere un controllo ed un sistema punitivo efficaci non una riforma, o peggio come sta accadendo una riduzione generalizzata della spesa pubblica. I Ministri succedutisi sono ben consapevoli che bisogna controllare i contratti e le modalità di appalto per l’erogazione dei servizi pubblici. Da circa 15 anni Governi ed amministratori locali, fateci caso, non si comportano come politici ma come ragionieri, essi non dibattono della tutela dei nostri diritti, ma di fiscalità, essi non chiedono l’ampliamento dei diritti costituzionali, ma la riduzione, la sospensione o la soppressione: è accaduto per il lavoro, per l’istruzione ed accadrà per la salute. Governi e Parlamento hanno sospeso la democrazia rappresentativa, spesso delegando agli organi esecutivi, ed hanno approvato leggi sul lavoro e sulle pensioni palesemente incostituzionali. Da qualche anno l’ANCI recita il ruolo di denuncia circa l’inopportunità politica dei vincoli del “patto di stabilità”, ed i cittadini subiscono la rappresentazione teatrale dei Sindaci, mentre ogni giorno da diversi anni aumenta la povertà.

Nel dibattito politico gli italiani possono solo guardare le altre comunità accrescere le politiche virtuose, com’è il caso di Detroit sul territorio, com’è San Francisco per il riciclo dei rifiuti, com’è stato in piccolo Schönau per l‘energia e Copenaghen per la mobilità.

I nostri Governi non hanno capito o non vogliono capire poiché il sistema attuale, paradisi fiscali e think tank, li ha ben addomesticati per tutelare lo status quo, ma nella sostanza le soluzioni da intraprendere per migliorare la qualità della vita di tutti sono abbastanza note, sono semplici. Ci vogliono capacità, onestà e coraggio, virtù poco diffuse fra i nostri dipendenti nominati. Diverse Nazioni europee non hanno i mezzi per ripagare un “debito odioso” e gli stessi mercati non intendono mandare in default i debitori, col rischio di perdere il controllo sui popoli ignari del sistema immorale. Solo l’uscita dell’economia del debito ed il ripristino della sovranità monetaria consentirà l’azzeramento dello status quo, è sufficiente una volontà politica per deliberare l’uscita degli Stati dalla morsa delle borse telematiche che non dovranno più condizionare l’economia reale.

Per fortuna la critica al sistema immorale dell’euro zona aumenta anche nei Paesi “centrali” e non solo in quelli “periferici”.

I popoli devono pretendere un cambiamento radicale e l’uscita dell’economia del debito, i partiti non lo chiederanno mai, soprattutto questi partiti legati a doppio filo alle organizzazioni sovranazionali interessate agli ultimi asset strategici dell’Italia, e continuare con le privatizzazioni: sanità e servizi pubblici locali.

Qual’è il significato politico di tutto ciò? Esistono persone, ambiti (non italiani) e istituzioni che se vogliono decidere di spendere soldi su progetti di qualità e non di quantità, lo fanno liberamente, mentre in Italia abbiamo assistito ed assistiamo all’inganno di politici corrotti ed inadeguati che spedono soldi su progetti di quantità (grandi opere), e si limitano a gestire il potere seguendo gli indirizzi di organizzazioni sovranazionali che non hanno interessi pubblici.

Città sostenibile/2

Possiamo vivere in città più sicure, senza l’inquinamento ed in ambienti migliori? Possiamo avere città più vivibili? SI. Da diversi anni urbanisti e progettisti presentano idee sostenibili che affrontano e risolvono problemi concreti realizzando luoghi ed ambienti più comfortevoli. Questi progetti ricordano molto la concezione della città medioevale dove le persone si spostavano a piedi, più aree verdi e servizi facilmente raggiungibili a piedi o in bicicletta.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione.

Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.

Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Non c’è alcun dubbio che in Italia esiste una forte esigenza per recuperare parti di città e bisogna adeguare gli edifici prevenendo il rischio sismico. Esistono diverse esperienze che mostrano progetti validi ed interessanti che realizzano l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti.

Oltre alle città esistono interi piccoli centri urbani da valorizzare e tutelare dove il paesaggio naturale è il patrimonio più importante, ed oltre a questo aspetto scontato, ci sono i piccoli borghi costruiti in pietra che esprimono un’identità nazionale unica nel mondo e sono un tutt’uno col paesaggio.

Misurarsi con gli ecosistemi significa progettare luoghi adeguati ai limiti della natura e l’uomo è parte dell’ambiente. Le tecnologie di oggi consentono di realizzare e consumare in maniera razionale limitando i danni e addirittura vivere in luoghi urbani privi di inquinamento. Basti pensare all’assenza delle nanopolveri emesse dalle obsolete automobili. Ad esempio, cambiando lo stile di vita è possibile ridurre il numero di auto circolanti (ritorno all’auto familiare) e far circolare solo quelle elettriche. L’uso delle bici pedelec consente di migliorare gli spostamenti in città, ed una saggia organizzazione dei servizi stimola gli spostamenti a piedi. La presenza di aree verdi, materiali migliori, la presenza dell’acqua, la realizzazione di reti intelligenti (smart-grid) e la corretta gestione dei rifiuti verso un riciclo totale consentiranno di ridurre l’impatto ambientale delle città e migliorerà la qualità della vita. Anche l’economia familiare gioverà del cambiamento poiché saranno cancellati gli sprechi che consentiranno di far lievitare il risparmio.

La transizione sopra descritta richiede nuova occupazione. Scegliere questa strada vuol dire ridurre selettivamente il PIL, ma fa aumentare il numero degli occupati in impieghi utili perché si tratta di imprese artigiane che muovono solo l’economia reale.

(Ri)Lanciare l’economia reale col buon senso

Le cronache politiche degli ultimi anni e la saggistica contemporanea hanno decisamente riempito le nostre menti circa i temi di attualità politica e sociale. Gli scandali di ogni tipo ormai non rappresentano più sorprese, ma sono la routine della nostra società. La corruzione morale e l’obsoleto pensiero dominante (crescita infinita, competitività, cinismo) hanno distrutto il mondo Occidentale, e il Dio danaro è la misura di ogni cosa, così sembra. E’ nei momenti peggiori che possono emergere i cambiamenti radicali, poiché i cittadini hanno la possibilità di aprire le proprie coscienze e vedere il disastro che tutti noi abbiamo prodotto, certo la classe dirigente ha responsabilità maggiori, ma spesso abbiamo fatto finta di non vedere, chiusi nel nostro egoismo.

Far ripartire il Paese, sembra strano, è più facile di quanto si creda. Chi ha potuto informarsi correttamente dovrebbe ormai sapere che stampare la moneta debito, l’euro, non farebbe crescere l’economia poiché siamo stati privati della sovranità monetaria. Ogni anno i Governi approvano leggi denominate “manovre finanziarie” che rappresentano la parte di soldi che manca per mandare avanti lo Stato e quei soldi sono chiesti in prestito ai “mercati”, e sono caricati immoralmente di interessi.

L’èlite non pensa minimamente di restituire allo Stato il controllo del credito, nonostante l’articolo 47 della Costituzione imponga di farlo, e quindi, come possiamo rimediare? Semplice, il Governo e il Parlamento possono trarre risorse monetarie senza creare altro debito pubblico “vendendo l’etere” delle frequenze televisive per ricavare, si stima, dai 5 ai 12 miliardi. L’altra strada molto popolare, ma poco applicata è la caccia agli evasori fiscali, si stimano 120 miliardi. Inoltre un Governo rispettoso del contratto costituzionale ha l’obbligo di restituire sovrana alla Repubblica, e deve bloccare l’usura della finanza bloccando gli interessi sul debito pubblico, che sono circa 84 miliardi all’anno. Seguendo le indagini delle Corte dei Conti bisogna negoziare il debito estero e valutare il danno prodotto dalle agenzie di rating, circa 120 miliardi. Queste sono solo alcune ipotesi che possono emergere se ragioniamo nel piano mentale del mainstream, cioè quel pensiero secondo cui lo Stato deve cedere lentamente tutte le sue sovranità ad entri sovranazionali come l’UE, fuori dal controllo diretto dei popoli.

Nonostante tutto percorrendo con serietà queste strade ci sarebbero le risorse necessarie per investire in attività socialmente utili e molto lungimiranti. Una di queste è l’autosufficienza energetica.

Entrando nel merito in maniera concreta il legislatore negli anni ’80 e ’90 ha approvato una serie di strumenti giuridici poi raggruppati e denominati “programmi complessi” che intendevano migliorare le città. Però in quegli anni mancavano altri strumenti giuridici sulla “qualificazione energetica”. Oggi, esistono strumenti e metodi abbastanza maturi e la ripresa di alcuni “programmi complessi” uniti alla logica del “20-20-20” e degli incentivi del “conto energia” potrebbero dare una forte spinta alla sostenibilità ambientale con indubbi vantaggi per i cittadini, cancella i costi delle bollette frutto degli sprechi.

Contesto normativo.
In Italia, la prima legge sul contenimento energetico (legge 373) è del 1976, mentre la seconda è la famosa legge 10/1991. La Comunità europea emana la direttiva 2002/91/CE e l’Italia la recepisce con i decreti D.D. Lgs. 192/2005 e 311/2006 che rappresentano il cardine delle legislazione italiana sul risparmio energetico e introducono la famosa certificazione energetica degli edifici. Il D.Lgs. 115/2008 indica la metodologia di calcolo per individuare la prestazione energetica ed i soggetti abilitati alla certificazione mentre il D.P.R. 5/2009 rappresenta il primo provvedimento attuativo del D.Lgs. 192/2005 per i requisiti minimi di prestazione energetica.
Nonostante la confusione e i ritardi oggi vi sono indicazioni per attuare la strategia “20-20-20” del marzo 2007 del Piano d’Azione del Consiglio europeo denominata “Una politica energetica per l’Europa” che ha fissato tre obiettivi entro il 2020 e fra questi appunto il 20% di efficienza energetica oltre alla riduzione degli inquinanti prodotti dal consumo degli idrocarburi (petrolio e gas).
Strategia
Obiettivo: recuperare interi quartieri e renderli energeticamente autosufficienti, cioè i cittadini potranno ristrutturare il proprio edificio e diventare produttori e consumatori di energia (prosumer). In che modo? Attraverso il reddito prodotto dalla vendita dell’energia rinnovabile potremmo coprire i costi della ristrutturazione (“cappotto” termico e infissi). Infatti, esistono alcune strategie per rinnovare il patrimonio edilizio esistente a costo zero per i condomini. Com’è possibile? E’ noto che esistono società di servizi energetici, denominate Esco (Energy Service Company), che producono reddito dalla vendita dell’energia. Il progetto diventa economicamente sostenibile solo su grandi geometrie ove sia possibile usare gli spazi e le risorse (sole, vento e geotermia) necessarie per sfruttare al meglio i vantaggi degli incentivi statali (e detrazioni fiscali), denominati “conto energia”. Ad esempio, intervenire su un singolo edificio potrebbe risultare non conveniente, mentre gruppi di quattro o sei edifici sarebbero molto interessanti. Un computo metrico su realtà esistenti potrebbe darci un’idea verosimile sulla fattibilità degli interventi.
La strategia virtuosa che si immagina è totalmente autofinanziata, è sufficiente la sola volontà popolare, cioè l’iniziativa privata che valuta la sostenibilità tecnica del progetto e lo sostiene con fermezza. Affinché i cittadini risolvano gli sprechi energetici del proprio alloggio non esistono difficoltà di altro genere se non quello di comprendere che possono agire in totale libertà, convinti di rivalutare il proprio immobile e giovare dell’uso  di tecnologie semplici ma innovative.
In estrema sintesi, gli attuali sprechi energetici sommati agli incentivi del conto energia andrebbero a finanziare la ristrutturazione edilizia. Per la gestione del processo il modello cooperativo sembra essere quello più conveniente.

In una simulazione effettuata su diverse tipologie edilizie si evince la sostenibilità economica della strategia su esposta. Senza alcun aiuto dallo Stato, ma con la sola volontà popolare interi quartieri, 1360 alloggi, potrebbero essere recuperati e resi autosufficienti.

Zero crescita urbana, cancellazione degli sprechi e miglioramento del comfort abitativo.

La stima effettuata si riferisce a edifici presenti nella Zona Climatica C e con 994 GG. Secondo le norme attuali gli alloggi dalla classe G devono rientrare almeno in classe B. I costi di ristrutturazione (stima di 290 €/mq) per 1360 alloggi, circa 5440 abitanti, sono circa €41.000.000 (“cappotto” termico, infissi etc.) che possono essere ripagati dalla gestione eco-efficiente dell’energia. Il modello virtuoso appena esposto, che ripeto non produce debito, ma aumenta l’occupazione e consente, dopo 20 anni, di far scegliere ai cittadini se continuare a pagare la bolletta o terminare la dipendenza dagli idrocarburi,  il modello fa crescere il livello di consapevolezza sui temi energetici e migliora la qualità urbana.

La riduzione degli interessi sul debito pubblico (84 mld) e la negoziazione del debito estero (verifica anatocismo e truffa derivati), più il recupero delle imposte (120 mld evasione) e la vendita delle frequenze possono finanziare quella quota parte molto importante del recupero edilizio: collaudo statico e sicurezza idrogeologica del territorio. I costi elevati di questi interventi non possono rientrare nel modello su esposto e per tanto vanno finanziati dallo Stato riproponendo alcuni “programmi complessi”. Per comprendere questi aspetti non ci vogliono strateghi particolari e se fosse rimasto qualche gentiluomo in Parlamento è bene che inserisca un emendamento  nei pacchetti di legge per incentivare il buon senso.

Per rendere l’idea ancora più chiara, se fossero recuperati appena 3 miliardi (ad esempio stampando moneta sovrana a deficit senza l’emissione dei Titoli di Stato) in Italia potrebbero essere resi autosufficienti ben 73 quartieri che andrebbero a creare un piccolo pezzo per la famosa “smart grid“, ipotizzata e pubblicizzata anche dai costruttori. Si tratta di economia reale che va a dare energia ad imprese artigiani locali, ricchezza che rimane sul territorio. E per dirla ancora meglio il sistema bancario commerciale anziché usare la moneta debito della BCE presa all’1% e riprestarla al 4%, speculando, avrebbero dovuto investire in progetti virtuosi che moltiplicano la ricchezza locale some sopra accennato. I cittadini dovrebbero spostare i propri conti correnti verso istituti pronti a finanziare idee virtuose.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale. Sarebbe sufficiente intervenire su questa ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie, che non muta le condizioni dei ricchi, per accedere a risorse utili per il bene dell’Italia da investire su attività irrinunciabili e virtuose come il rischio sismico, la prevenzione primaria, l’ambiente, i beni culturali, la sufficienza energetica con fonti alternative etc. Non sarebbe necessario neanche una tassa patrimoniale, ma raccogliere progetti concreti sui settori strategici – patrimonio culturale, la biodiversità, cancellazione degli sprechi e le energie rinnovabili – e farli finanziare da questi grandi patrimoni con trasparenza e merito.

Se in Italia ci fosse un Parlamento responsabile uno dei provvedimenti da approvare immediatamente e con poche righe dovrebbe incentivare l’uso della strategia Esco, e riprendere alcuni “programmi complessi” in chiave di risparmio energetico, poiché produrrebbero un impatto sociale ed economico così ampio e virtuoso da ridurre la disoccupazione, aumentare il reddito familiare, ridurre l’inquinamento, aumentare la qualità della vita e in estrema sintesi rendere le persone più felici.

In questo modo il Paese uscirebbe dalla recessione economica e le risorse liberate andrebbero investite in attività socialmente utili.

Consumo

Ieri sera ero a Pavia, invitato da un’associazione studentesca (UDU) per parlare di consumo. Ringrazio i ragazzi che hanno voluto affrontare questo tema, oggi, sempre più contemporaneo. Gli studenti, egregiamente, hanno voluto introdurre il tema riproducendo parte di un’inchiesta, Buon appetito, di Michele Buono e Piero Riccardi andata in onda su Report. In maniera corretta quell’inchiesta cercava di far luce sugli impatti ambientali causati da un modello industriale-agricolo che soddisfa, prioritariamente, la logica obsoleta della crescita e non della qualità del cibo.

Grazie a quella introduzione ho potuto aggiungere al tema in oggetto un aspetto poco dibattuto, forse radice del consumismo: l’indottrinamento psicologico della pubblicità, delle SpA e delle università. E’ cosa certa che le SpA governino il mondo e che le stesse arruolino psicologici per manipolare l’opinione pubblica con un solo obiettivo: massimizzare i profitti e nulla più. Parafrasando un libro di Buono e Riccardi edito proprio da Edizioni per la Decrescita Felice noi viviamo in un “mondo alla rovescia” dove il superfluo costa meno  del necessario. Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) tenta di riappropriarsi dei diritti umani e inizia un percorso per vivere da esseri umani, partendo proprio dal necessario e i Circoli Territoriali sono piccole comunità dove i cittadini fanno autoproduzioni di cibo, sviluppano la resilienza ed incidono nella realtà locale grazie, anche, ai comportamenti virtuosi.

Se riusciamo ad avere un visone di insieme, economica, politica e sociale ci rendiamo conto che la maggioranza delle persone è schiava di un sistema e solo partendo dal basso cooperando fra cittadini liberi potremmo ricostruire comunità sostenibili perché consapevoli di chi siamo e dove stiamo. Nel mondo numerose comunità stanno già operando questo cambiamento culturale con ottimi risultati: nutrirsi di cibo di qualità, avere relazioni personali di qualità, eliminazione degli sprechi energetici, maggior tempo libero per se stessi e gli altri, prevenzioni primaria delle malattie e quindi un’elevata qualità della vita.

Tocca a noi

Il pianeta ed i suoi abitanti stanno mutando i propri pensieri e gli attuali stili di vita. Il default dell’immorale sistema monetario mondiale può accelerare il risveglio delle coscienze addormentate. Intanto, le comunità consapevoli stanno crescendo la propria resilienza e la capacità di reagire e di adattarsi ai cambiamenti che stanno già avvenendo e quelli che verranno. Persino alcune corporation per non sparire hanno cambiato la propria progettualità e stanno proponendo soluzioni tecniche più ragionevoli. Fra queste, l’eccellenza della Tesla motor è sicuramente un modello da imitare poiché applica evoluzioni derivanti da Nikola Tesla padre della free Energy.

Qualsiasi essere umano ha la capacità di intuire che vivere in un ambiente sano e sicuro è un’opportunità di crescita e sviluppo. Da diversi anni numerosi centri di ricerca stanno monitorando indicatori più consoni agli esseri umani, come l’alfabetizzazione ed il capitale naturale. Ad esempio, la perdita di suoli coltivabili a vantaggio di nuove case rappresenta un decremento sociale e vitale. I territori comunali sono al collasso poiché nessun amministratore ha iniziato ad applicare un principio etico determinate che rivede i principi di proprietà privata a sostegno dei reali bisogni umani. La maggioranza dei piani urbani rappresenta la volontà speculativa di lobby di potere perché la ricchezza è misurata con la rendita immobiliare e non dai comportamenti virtuosi. Invece, nelle comunità mature e normali attraverso strumenti di democrazia diretta e partecipativa i cittadini possono dialogare e proporre soluzioni di buon senso direttamente. Attraverso l’uso della vera democrazia, le comunità possono condividere esperienze e quindi possono far crescere il loro livello culturale e di consapevolezza dei problemi col fine di tutelare il bene comune e non delle SpA.

Anziché laurearsi in titoli accademici obsoleti, quali giurisprudenza ed economia, la società italiana ha bisogno di laureati in fisica, biologia, agraria con approccio olistico e permaculturale poiché mancano risorse umane consapevoli su come usare l’energia in maniera razionale. In Italia esiste il serio rischio di perdere la sovranità alimentare, gioia delle SpA straniere che vivono di sfruttamento ed oppressione del genere umano. Ovviamente lo sviluppo non è perseguire il fine monetario, come accade per le SpA, ma di usare una moneta credito come strumento per far crescere le persone dal punto di vista spirituale, morale e materiale. Il dogma religioso del monetarismo è l’ideologia da mettere da parte per rendersi conto che siamo parte di un unico sistema e che il progresso è anche la capacità di adattarsi ai cambiamenti. Non è la competitività assoluta lo stile di vita degli esseri umani, non è lo sviluppo fine a se stesso lo stile di vita degli esseri umani.

Una comunità che non ha tempo libero da dedicare al dibattito pubblico, ad esempio in agorà accessibili a tutti ha difficoltà per crescere in armonia con la natura poiché i cittadini non possono condividere le esperienze. Una comunità che non ha biblioteche civiche ben funzionali ed aggiornate non può attingere a tutti i livelli di conoscenza e non può crescere. Enti pubblici che non controllano in maniera efficace l’inquinamento dei suoli, dell’aria e dell’acqua, e poi non condividono i risultati coi cittadini, questi Enti non stanno applicando la Costituzione ma stanno assumendo atteggiamenti delinquenziali per crimini contro l’umanità.

Un Parlamento (è già accaduto Governo Prodi prima, e Governo Berlusconi dopo) che non introduce l’azione collettiva efficace (class action con danno punitivo) è colpevole di proteggere le SpA che inquinano ed uccidono, tutti i giorni, poiché consapevoli di inquinare l’ambiente e di produrre cancro e tumori facendo crescere i fatturati dell’industria farmaceutica e delle parcelle mediche. L’attuale generazione che governa sta, praticamente, distruggendo le risorse delle generazioni presenti e future. L’attuale generazione che governa ha circoscritto i diritti umani e li sta cancellando col fine di completare il processo di rifeudalizzazione e privatizzazione del mondo. Non esiste destra, non esiste sinistra. Esiste un’unica idea di potere e di controllo perseguita da tutti i dipendenti eletti. Esiste un’élite (banche, SpA, gruppi sovranazionali) che sta, in alcuni ambiti, applicando la dittatura ed in altri ambiti sta legittimando l’uso della forza per opprimere i popoli accentrando poteri nelle mani di oligarchi mai eletti dai cittadini e che non rispondono di fronte alle leggi.

E’ tempo di cambiare paradigma culturale, di iniziare a vivere da esseri umani, di introdurre la democrazia diretta, e la sovranità monetaria.