Salerno e la revisione decennale del PUC


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tavola P0 trasformazione urbana, proposta revisione decennale PUC 2018.

L’Amministrazione comunale di Salerno si appresta ad aggiornare il proprio strumento di controllo sul governo del territorio: il Piano Urbanistico Comunale (PUC), già piano regolatore generale. In Italia, procedure e consuetudine amministrativa non prevedono efficaci strumenti di partecipazione popolare quando i Consigli comunali adottano il proprio documento amministrativo complesso, che determina la vita cittadina, dall’economia al benessere dei cittadini attraverso i servizi, il diritto alla casa, la mobilità, il verde pubblico … In questa fase, l’Amministrazione prevede che soggetti attenti (associazioni e cittadini) possano presentare osservazioni circa la proposta di revisione decennale del PUC di Salerno, e si tratta di mere osservazioni niente affatto vincolanti che l’organo politico può trascurare. I piani regolatori generali, in Campania chiamati PUC, sono considerati strumenti giuridici complessi in tutti sensi, e sono costituiti da disegni che indicano localizzazioni e zonizzazioni (destinazioni d’uso, indici urbanistici …), tematizzazioni, funzioni e attività, vincoli e patrimonio storico e naturale, agglomerazioni produttive, e norme tecniche che regolano l’attività edilizia che l’organo politico vuole adottare per governare il territorio. Nonostante questi atti siano molto importanti per gli abitanti, la partecipazione popolare dei cittadini non esiste, mentre l’assenza di processi partecipativi standardizzati scoraggia la partecipazione. Possiamo riconoscere che la pianificazione urbana è una disciplina completamente sconosciuta alle persone, mentre le istituzioni locali italiane non hanno alcun interesse nell’incoraggiare la comprensione e la partecipazione. Nel disinteresse generale, le Amministrazioni rinnovano i propri piani urbanistici e grazie a questa consuetudine poco edificante all’ombra dell’apatia cittadina si consumano i conflitti e gli interessi specifici delle classi dirigenti locali, abili nel condurre il gioco della pianificazione e nel cercare di trarre il maggior profitto possibile attraverso le localizzazioni delle proprie attività, cioè sfruttando le solite rendite fondiarie e immobiliari. Il territorio è considerato merce dai Consigli comunali, ma la Costituzione non lo considera tale e prevede che i piani adottino l’uso sociale dei suoli e la tutela del patrimonio storico e naturale.

A monte della crisi dell’urbanistica c’è una lunga decadenza della cultura politica italiana che ha abbracciato la religione capitalista liberista, ed ha rinunciato ad applicare la Costituzione repubblicana e i principi della legge urbanistica nazionale. Un’altra nota dolente è la famigerata riforma costituzionale che ha devoluto competenze alle Regioni, e così il governo del territorio ha diritti e regole diverse fra Milano, Bologna, Roma e Napoli. A Bologna lo standard minimo è di 30 mq/ab, mentre a Salerno è di 20 mq/ab, di fatto realizzando disuguaglianze territoriali. Le disuguaglianze continuano: il diritto a edificare di un cittadino salernitano è misurato diversamente dal cittadino bolognese, così come il contributo che viene dato per costruire i servizi pubblici; a Bologna si realizzano (attraverso una perequazione efficace) mentre a Salerno le previsioni attuative spesso non si realizzano. L’urbanistica nasce per costruire diritti a tutti i cittadini, migliorare la vita di chiunque, ma in Italia numerose Amministrazioni usano questa disciplina per creare profitto a favore delle solite élites locali, trascurando la complessità dei problemi esistenti, trascurando le disuguaglianze economiche e sociali, e facendo scelte che allontanano i ceti economicamente più deboli, cioè spesso i piani interpretano il tipico razzismo dei capitalisti. In Campania, la legge urbanistica prevede che i piani possano adottare una perequazione di comparto e non quella diffusa. L’effetto di questa scelta politica, nella realtà, si traduce nell’impossibilità dell’Ente pubblico di raccogliere efficacemente soldi per costruire la cosiddetta città pubblica, cioè i servizi che mancano. Solitamente, i Comuni risultano abbastanza negligenti nel compiere il proprio dovere e costruire gli standard mancanti, lasciando questo compito ai soggetti privati come prevede il laissez faire al mercato. Nel caso salernitano, è già accaduto che le previsioni di piano fossero sbagliate e ottimistiche, e così le fasi attuative, spesso sono rimaste sulla carta, come mere promesse elettorali, in altri casi, altrettanto frequentemente i tempi di realizzazione si solo allungati, del doppio, del triplo, del quadruplo, trascurando il principio temporale della pianificazione. In altri casi, i piani attuativi si sono dimostrati dei fallimenti d’impresa. La costruzione della città è senza dubbio una procedura complessa e difficile, ma nel nostro paese non esiste un efficace controllo sul governo del territorio e sull’attività edilizia, e da troppi anni i Consigli comunali, ormai camere di registrazione di decisioni prese altrove, adottano piani edili e non più piani urbanistici. In Italia e in Campania, non esistono strumenti giuridici efficaci per finanziare la città pubblica, sia perché si rinunciò nel controllare il regime dei suoli (mancata riforma urbanistica, 1962 e il caso Sullo) e sia perché non esiste il recupero del plusvalore fondiario delle trasformazioni urbanistiche, cioè le istituzioni non controllano il mercato e non tassano la rendita immobiliare. Nella proposta di revisione decennale del piano urbanistico 2018 restano gli atavici problemi di una Salerno costruita dalla speculazione, fra gli anni della ricostruzione post bellica fino agli anni ’80. Ai vecchi problemi si aggiungono quelli “nuovi” circa i rischi degli investimenti edilizi apparentemente trasparenti, legati al riciclaggio nel mondo immobiliare e alle attività commerciali che riciclano denaro illecito. Affollamento, alta densità, carenza di servizi adeguati nelle aree centrali (disordine urbano e uso intensivo del territorio) e consolidate, e dispersione urbana sulle colline e sulle aree periurbane e rururbane restano dove sono. Persiste l’errata contabilità degli standard esistenti circa il verde pubblico (assegnazione impropria di aree a verde pubblico esistente, ad esempio il Corso, piazza Portanova …) per evitare di rispettare l’obbligo di costruire quelli mancanti, di fatto violando l’elementare cultura urbanistica, e questa cattiva interpretazione favorisce la rendita dei privati, che possono edificare nelle aree libere. Nel dimensionamento del piano ci si accontenta di far quadrare i numeri (viziati dall’assegnazione impropria) in maniera formale riportando i dati quantitativi, ma la complessa realtà urbana salernitana ci mostra tutti i limiti di una struttura urbana costruita male e carente di servizi adeguati. Nella relazione illustrativa sono esplicitati gli obiettivi della revisione: si punta al prolungamento nel tempo degli obiettivi precedenti (reiterazione dei vincoli espropriativi), e alla scommessa di una totale deregolamentazione del mercato immobiliare con la speranza di attrarre investimenti privati, ad esempio, in talune aree (marina di Arechi) si cambia la destinazione d’uso, perché sono scaduti i vincoli e i proprietari chiedono un ristoro, e si scommette per favorire attività turistiche ricettive lungo la fascia costiera, oppure impianti sportivi privati. Le scelte politiche dimostrano che il territorio è considerato merce per la mera accumulazione capitalista, nient’altro, e così manca un disegno di piano, manca l’urbanistica. Un’Amministrazione responsabile, che ha a cuore l’interesse pubblico, agisce per migliorare la morfologia urbana esistente poiché sbagliata, e costruisce standard adeguati alla città estesa (11 comuni). Nella relazione illustrativa la revisione di piano si rifà ancora a idee progettuali degli anni ’80 (la metropolitana comunale, il ripascimento delle spiagge, da Pastena al nuovo porto del Marina d’Arechi, il nuovo tratto della copertura del trincerone ferroviario), poi ritroviamo i vecchi comparti edificatori presentati come PUA (Piano Urbanistico Attuativo), 35 sono d’iniziativa privata e 10 sono d’iniziativa pubblica. Tutta l’attività di edilizia libera e pubblica si concentra in aree periurbane (Matierno, Rufoli, Sordina, Brignano, stadio Arechi, San Leonardo, Fuorni, Giovi), con l’eccezione di interventi previsti ai Picarielli e via Parmenide (cantieri in corso d’opera). Ancora una volta, come nella peggiore e cattiva consuetudine, all’aumento di carichi urbanistici in zone da lottizzare/te manca la pianificazione urbanistica della famosa cellula urbana (Neighbourhood unit) per garantire insediamenti a misura d’uomo. La revisione del piano è lo specchio della cultura capitalista liberista, in continuità con i piani edilizi degli anni trascorsi, incapace di interpretare il cambiamento avvenuto nella società e sul territorio, completamente trasformato dal capitalismo liberista durante gli ultimi trent’anni. La revisione, come nel PUC del 2005, auspica di attrarre investimenti privati e utilizza tutti i mezzi tipici del liberismo, dalla deregolamentazione alle famigerate zone economiche speciali. La classe dirigente locale non sceglie un piano che costruisce un disegno di suolo e l’assetto del territorio, ed ignora il significato culturale di una rigenerazione urbana bioeconomica, il ceto politico locale non prevede una strategia di lungo termine per rimediare agli errori del passato. E’ necessario un salto culturale, un cambiamento dei paradigmi della società per approdare sul piano territorialista (la scuola di Alberto Magnaghi), cioè bioeconomico (di Georgescu) e leggere la città come sistema metabolico per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura, fra città e campagna, e offrire nuove opportunità economiche agli abitanti. L’Amministrazione ignora anche l’opportunità di una visione attinente alla realtà urbana, che dovrebbe suggerire la strada di avviare processi e piani intercomunali bioeconomici per governare la città urbana estesa, perché Salerno non è più la città dentro i confini amministrativi, ormai obsoleti e dannosi, ma è la struttura urbana esistente dentro il proprio Sistema Locale del Lavoro. La Salerno “descritta” nella revisione di piano non esiste da molti decenni, e questa nuova proposta del 2018 si limita a prorogare le scelte precedenti, si limita a scommettere su talune realizzazioni edilizie lasciando insoluti i problemi della città, esistenti da circa 40 anni. Probabilmente, questo ceto politico non vuole ammettere che il capitalismo liberista ha favorito la crisi del mercato edile salernitano, e continuare sulla vecchia strada non aiuterà un settore che dovrebbe puntare alla bioeconomia, cioè dovrebbe affidarsi alla cultura urbanistica capace di leggere i territori e le città come sistemi metabolici, perché tale cultura produce piani che rigenerano i tessuti urbani esistenti con piani realizzabili senza speculazioni. Le piccole trasformazioni urbane immaginate negli anni ’70 sono state realizzate durante gli ultimi vent’anni, e se a Salerno non si apre una fase nuova riportando il tema dell’urbanistica e del territorio al centro di un dibattito pubblico sarà difficile immaginare di cambiare la città estesa, che si potrà migliorare interpretando correttamente la bioregione urbana, e adottando piani attuativi rigenerativi bioeconomici che prevedono conservazione, recupero e trasferimenti di volumi per migliorare la morfologia urbana esistente. Confrontando gli atti politici con la realtà salernitana possiamo capire l’assenza di pianificazione: la sostituzione edilizia di scuole ormai obsolete per costruire scuole innovative.

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