Ridurre le disuguaglianze


La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

ISTAT povertà assoluta giu 2018
ISTAT, La povertà in Italia, 26 giugno 2018.

Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

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