Cinico capitalismo


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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.
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