A Salerno serve il lavoro utile


Gentile direttore Manzi, seguo con interesse il dibattito che il suo giornale sta sviluppando in questi mesi. Prima l’iniziativa di pubblicare una serie di interventi sul governo del territorio, tema a me caro, concedendomi anche lo spazio per esprimere un’opinione di contro cultura come la visione bioeconomica. E adesso trovo altrettanto stimolante il duello fra due protagonisti della recente storia salernitana, l’ex magistrato Russo e l’ex Ministro Conte, entrambi di sinistra come amano ricordarsi, il primo “comunista” e il secondo “socialista”, ma disposti su fronti diversi e come ricordano le cronache su posizioni “contrastanti“. Il confronto/scontro li pone con uno sguardo al passato, accennando a eventuali responsabilità politiche, segnale implicito che la loro generazione consegna un presente affatto tranquillo alle future generazioni impoverite dalla recessione. Oggi sembrano condividere l’esigenza di stimolare nuove politiche di sinistra per favorire l’occupazione, quando le loro forze politiche di riferimento aprirono strade al liberalismo, di fatto rinnegando se stesse. Non c’è dubbio che l’azione politica dell’ex Ministro, in qualità di esecutivo di governo, fu quella che produsse risultati concreti per Salerno, ed ancora oggi la nostra città può godersi alcuni di quei progetti che hanno rinnovato il nostro territorio. Dal confronto fra i due emerge anche la necessità di un ruolo attivo dello Stato per sostenere i giovani disoccupati e non solo. Non ho l’esperienza dei “duellanti” ma credo che nel nostro territorio, il danno culturale più grande della vecchia classe dirigente è aver favorito l’apatia fra la popolazione. I partiti che non esistono più, e non seppero auto riformarsi. Oggi c’è un vuoto politico culturale rispetto agli accesi e vivi anni ’70 e ’80. Il vuoto è riempito dal nichilismo, e si osserva l’assenza di un contenitore politico democratico capace di fare analisi per il territorio, e capace di stimolare nuove proposte concrete per migliorare la vita degli abitanti. Se oggi un giovane cittadino salernitano volesse fare politica con spirito altruistico non potrebbe farlo, poiché non ci sono né i luoghi fisici e probabilmente neanche gli ambiti sociali democratici per valorizzare talenti e competenze. Dubbi e perplessità emergono dal paradigma culturale che suggerisce misure e azioni politiche dei “duellanti”, poiché è figlio del piano culturale politico dominante, lo stesso che ha reso l’Italia una periferia economica e quindi facile preda del sistema globale liberale e neoliberale, cioè l’ideologia che ha impoverito anche il nostro meridione. Tutto il sistema istituzionale è piegato sulla religione della crescita della produttività delle imprese che non corrisponde necessariamente al benessere delle persone. La classe dirigente preferisce l’economia di mercato delle imprese private allo sviluppo umano. L’aspetto grottesco del nostro meridione è che, nei decenni trascorsi, la classe dirigente non ha saputo neanche sfruttare la crescita economica post bellica, stimolando un sistema di ricerca universitaria finalizzata alla creazione di attività tecnologiche innovative, e quando determinate imprese hanno cercarlo di farlo, poi sono state smantellate. Adesso che l’industrialismo lascia l’Europa si ha l’impressione che il mondo accademico e imprenditoriale salernitano non riesca a produrre ricerca applicata per aggiustare il territorio. La recessione del capitalismo, la sua implosione, aggredisce maggiormente i nostri territori sempre più fragili, nonostante la concentrazione di risorse patrimoniali e naturali uniche al mondo. Per dirla in breve: siamo circondati dalla bellezza, ma le istituzioni politiche o la distruggono per abbandono e con speculazioni edilizie, o non sanno usarla per favorire lo sviluppo umano. Il nostro territorio è sempre più percepito come luogo colonizzato, ricordando un passato tipico della prima borghesia che predava i territori per avidità, ed è ciò che la globalizzazione neoliberale impone alle regioni periferiche. E’ altrettanto noto che il Governo italiano indirizza le imprese verso i sistemi fiscali speciali, cioè aree ove si possono ridurre i costi sia svalutando il salario e sia pagando aliquote e imposte ridotte o nulle rispetto all’Italia, tali aree sono notoriamente localizzate in Asia e nell’Est dell’Europa. Tale modello è persino applicato nel nostro meridione attraverso le zone franche urbane, che non hanno dato un contributo significativo a ridurre la disoccupazione ma hanno favorito il ritorno economico degli azionisti. La miopia politica continua ad aprire nuove zone economiche speciali, sapendo bene che i vantaggi economici sono per i manager delle imprese e non per i lavoratori, che sarebbe più appropriato chiamare schiavi. Si ha l’impressione che quando i cittadini votano, poi la classe dirigente, anziché applicare la Costituzione, si preoccupa di sostenere il profitto di taluni interessi. E’ altrettanto noto che i Paesi aderenti all’euro zona, da un lato hanno ceduto sovranità monetaria, e dall’altro lato, in casi come quello italiano, hanno persino rinunciato a fare politiche industriali. Tutto ciò mentre le regioni cosiddette centrali hanno saputo sfruttare gli aiuti degli altri paesi, sia per spostare imprese e manifatture verso i propri distretti, e sia sfruttando il surplus commerciale a danno degli altri. Tali scelte politiche hanno danneggiato soprattutto alcune regioni d’Europa, e sono il meridione d’Italia, tutta la Grecia e piccole aree del Portogallo e della Spagna, mentre altre hanno ricevuto un vantaggio economico, e sono la nota Germania, l’Austria ma soprattutto la Polonia e alcune regioni dell’Est. E’ l’avidità del capitalista che suggerisce di delocalizzare la fabbrica nelle zone economiche speciali, è l’applicazione del famigerato “lascia fare al mercato” suggerito dall’ideologia liberale. Tutta la classe dirigente occidentale è stata allevata da quest’idea, a mio avviso non scientifica, piegata al mantra della crescita della produttività, confondendo la crescita del PIL con lo sviluppo umano, e fregandosene delle conseguenze ambientali e sociali di sistemi produttivi che sfruttano le persone, negando loro dignità e diritti. Esattamente come accadeva nell’Ottocento, quando il capitalismo si mostrò nel suo vero volto: distruzione delle città e schiavitù. La nostra società è nuovamente feudale forgiata sul vassallaggio del neoliberismo. Tutto è merce. Credo che solo uscendo da questo sistema obsoleto e dannoso, potremmo programmare una nuova occupazione utile. Dovremmo partire da una corretta analisi del nostro territorio. Nel Sistema Locale salernitano esistono ben quattro agglomerazioni industriali localizzate nei comuni di Salerno, Cava, Battipaglia e Mercato San Severino. E di queste aree, ormai di produttivo c’è rimasto ben poco, soprattutto in quella salernitana, spesso sfruttata come zona commerciale. Forse dovremmo ripartire da questo dato, e da una visione culturale bioeconomica per riconoscere l’identità del nostro territorio e pianificare azioni concrete volte a costruire nuovi processi capaci di eliminare gli sprechi e suggerire sistemi più efficienti e intelligenti. Abbiamo la necessità di creare lavoro utile e non più il lavoro in quanto tale. La storia e la scienza insegnano come e quanto questa società moderna e industriale abbia distrutto ecosistemi, estinto specie viventi e ucciso i lavoratori per soddisfare i capricci del capitale e l’avidità dei capitalisti. Ripartendo da un’analisi approfondita, con l’approccio territorialista possiamo osservare come sia cambiata la geografia umana dell’area salernitana, e in funzione di quest’analisi programmare misure specifiche per investire in attività utili. Politiche genuinamente di sinistra sono tutte quelle che, nel favorire nuova occupazione, consentono ai cittadini di applicare l’auto determinazione, stimolare lo sviluppo umano e tendere alla sovranità energetica e a quella alimentare. Fino ad oggi l’UE e l’Italia hanno perseguito l’obiettivo opposto applicando politiche liberali e neoliberali (di destra), espropriando i popoli di determinate sovranità, prima quella economica, poi quella energetica e adesso quella alimentare, concentrando il potere nelle mani delle imprese private multinazionali. Citando un esempio della storia urbanistica salernitana vorrei ricordare come i poteri decisionali della politica siano stati spostati danneggiando i popoli. Quando i “duellanti” Russo e Conte erano protagonisti su posizioni diverse negli anni ’80, dobbiamo ricordarci che la Repubblica possedeva la sovranità per spendere, i famosi progetti delle opere pubbliche realizzati a Salerno non si basavano sui criteri odierni del ritorno economico (del profitto). Come sappiamo il nostro legislatore decise che tale prassi politica dovesse finire entrando nell’UE, oggi tutto è in prestito e deve produrre profitto. La riqualificazione del Corso e del Lungomare salernitano sono state opere pubbliche finanziate dalla fiscalità generale a fondo perduto (come si diceva una volta). Furono progetti odiati, osteggiati dagli esercenti, dai media locali e dai democristiani, ma sono stati gli interventi che hanno iniziato la rivitalizzazione della città, realizzando luoghi di qualità urbana e aiutando l’economia di residenti ed esercenti. Ciò dimostra, se fosse necessario due aspetti determinati: (1) il ruolo attivo dello Stato nel mercato, e (2) piani e progetti non hanno la stessa validità e utilità sociale. Ancora oggi Salerno necessità di interventi urgenti sull’urbanistica e l’architettura affinché gli abitanti possano vivere in luoghi urbani adeguati.

Per immaginare un futuro migliore per i salernitani è necessario stimolare utopie concrete e progettarle dentro ambiti sinceramente democratici, creativi e propositivi. La nostra area geografica ha limiti strutturali che possono essere opportunità di lavoro. Ad esempio, appare evidente la necessità di costruire un sistema di mobilità pubblica su ferro e gomma integrati alla bicicletta per ridurre le auto circolanti; è altrettanto necessario favorire l’auto sufficienza energetica delle aree urbane, così come finanziare progetti di recupero urbano del patrimonio storico e dell’edilizia desueta. I nostri sistemi urbani sono stati mal costruiti da decenni di politiche speculative grazie alla scelta politica di favorire il liberalismo, rifiutando la riforma urbanistica proposta dall’allora Ministro Sullo. Porre rimedio a questi spazi ormai degradati è la grande opportunità di rigenerare luoghi urbani applicando la corretta composizione urbanistica, che realizza diritti ma utilizza il modello bioeconomico che non favorisce la rendita dei privati, ma la consapevolezza degli impatti sociali e ambientali delle trasformazioni progettate. Si potrebbe continuare l’elenco in altri ambiti, e appare assurdo il fatto che nel meridione non ci siano opportunità di lavoro. Questa incredulità si può comprendere sia studiando la storia, e sia ipotizzando la congettura politica che crede all’ipotesi di voler depotenziare determinate aree (è ciò che dimostra Immanuel Wallerstein circa il sistema mondo), che altrimenti concorrerebbero sull’economia europea togliendo profitti alle attuali aree centrali, la famigerata competitività del capitalismo.

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