La città salernitana estesa


Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio
La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali e l’uso razionale del territorio sviluppando processi di auto coscienza dei luoghi, come insegna la scuola territorialista. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale del capoluogo, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti, poi riclassificato dall’ISTAT in 17 comuni. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate, o realizzando un cambia scala costituendo un unico comune, o con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare l’attuale struttura urbana come un unico sistema metabolico, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Si tratta di scelte politiche capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%) riducendo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

Indicazioni progettuali del paradigma territorialista:

La bioregione urbana è il riferimento concettuale appropriato per un progetto di territorio che intenda trattare in modo integrato le componenti economiche (riferite al sistema locale territoriale), politiche (autogoverno dei luoghi di vita e di produzione) ambientali (ecosistema territoriale) e dell’abitare (luoghi funzionali e di vita di un insieme di città, borghi e villaggi) di un sistema socio-territoriale che persegue un equilibrio co-evolutivo fra insediamento umano e ambiente, ristabilendo in forme nuove le relazioni di lunga durata fra città e campagna, verso l’equità territoriale. La dimensione territoriale della bioregione urbana non è predefinita. Essa dipende, in ogni contesto, dalle modalità specifiche con cui vengono soddisfatte le quattro componenti che la identificano e dalla complessità degli ambienti fisici necessari ad integrarne sinergicamente il funzionamento. […] Per incardinare il progetto di territorio sul concetto di bioregione, abbiamo reinterpretato in particolare i principi geddesiani che connotano il concetto stesso: (a) affermare il principio di co-evoluzione fra luogo (place), lavoro (work), abitanti (folk); (b) valorizzare la peculiarità e l’unicità identitaria (uniqueness) di ogni regione e di ogni città; (c) mettere in atto analisi di lunga durata (reliefs and contours) per scoprire le relazioni coevolutive (naturali e culturali) ‘al lavoro’ in ogni regione; (d) evidenziare i principi coevolutivi di lunga durata che promanano da queste relazioni (Regional Origins) come guida per scoprire le regole invarianti (genetiche e di trasformazione) che consentono nel tempo la riproduzione dei caratteri identitari della ‘bioregione’. Il concetto di “co-evoluzione” (che si richiama alle nostre elaborazioni metodologiche sui processi di territorializzazione di lunga durata, v. Magnaghi 2001) sottrae il concetto di bioregione alle possibili derive deterministiche che fanno dipendere l’insediamento umano dalle configurazioni ambientali (presenti ad esempio nelle concezioni analogiche della “città come organismo” della Scuola di Chicago, di cultura spenceriana); il processo coevolutivo interpreta le regole ambientali attraverso la médiance culturale propria di ogni civiltà (Berque 2000), per cui il ‘luogo’ non è né natura né cultura, ma il frutto di una relazione dinamica fra queste componenti (Alberto Magnaghi, La regola e il progetto, un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, “Il progetto della bioregione urbana”, FUP, 2014).

Attraverso il metodo comparativo, l’analisi morfotipologica individua induttivamente conformazioni territoriali consolidate e specifiche, esito del lungo processo di territorializzazione, che successivamente raccoglie in tipologie. Per individuare le ragioni delle morfotipologie territoriali e soprattutto le regole costitutive e di trasformazione che hanno garantito nel tempo la conservazione e l’evoluzione tipologica, è necessario affrontare un’analisi strutturale in prospettiva storica che ci restituisca la descrizione delle regole, operabili nel presente per i progetti di trasformazione territoriale. Il nostro lavoro di urbanisti si è approcciato alla descrizione della lunga durata storica tramite analisi e la rappresentazioni storico-strutturale dei processi di territorializzazione, avvalendosi degli studi sul processo geografico di Territorializzazione, deterritorializzazione e riterritorializzazione (Raffestin 1984, Turco 1984, Magnaghi 2001, Poli 1999 e 2005). Tali studi, applicati a porzioni ampie di territorio, sono stati reinterpretati in funzione della rappresentazione cartografica di sezioni storiche del processo Tdr per individuarne le invarianti strutturali, quali regole costitutive che sono rimaste stabili nel tempo lungo, da cui trarre le regole generative per la manutenzione del territorio (Daniela Poli, “Processi storici e forme della rappresentazione identitaria del territorio”, in Scienze del Territorio N.5/2017, pag. 45).

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3 pensieri riguardo “La città salernitana estesa”

  1. […] Cos’è la rigenerazione urbana bioeconomica? La migliore risposta economica alla crisi del settore edile è quella suggerita dalla bioeconomia, perché osserva le città come fossero sistemi metabolici, e questo consente di evitare gli sprechi. La bioeconomia ripensa completamente la produzione capitalista, tant’è che alcune aziende hanno già avviato un proprio cambiamento interno ai processi produttivi. La rigenerazione bioeconomica è un miglioramento perché orienta tutti i processi secondo le leggi della natura favorendo l’efficienza, e questo atteggiamento ha insito in sé un approccio di responsabilità sociale. Uno degli obiettivi più noti è l’uso razionale dell’energia e questo significa l’auto sufficienza, oltre che il riciclo totale e la mobilità intelligente. Dal punto di vista dell’urbanistica, pianificatori e progettisti possono coniugare la corretta composizione, ad esempio la famosa e nota cellula urbana che realizza città a misura d’uomo, con le nuove tecnologie. Le aree urbane sono sistemi di flussi, con ingressi e uscite, e il concetto di analisi del ciclo vita, già applicato in edilizia, può essere esteso e applicato ai territori coniugando responsabilità sociale e ambientale. Contrariamente a quanto si è fatto finora, non potrà essere il mercato e la rendita a proporre piani edilizi ma lo Stato, tornando a essere garante e coordinatore attraverso i propri Enti locali, dovrà stimolare il dialogo fra cittadini e pianificatori, progettisti, in percorsi di pianificazione partecipata, town meeting, e favorire la nascita di piani regolatori bioeconomici per aggiustare le città e riequilibrare il rapporto fra città e campagna, fra uomo e natura. Ad esempio, le attuali disuguaglianze sociali ed economiche nelle città si possono affrontare con piani che analizzano la realtà urbana, ed è l’analisi il progetto di rigenerazione poiché da questa si evidenziano le carenze, i bisogni sociali, il degrado, e di conseguenza le soluzioni con scenari progettuali scelti insieme alla cittadinanza. E’ in questo processo di conoscenza dei luoghi che nascono le soluzioni che producono nuova e utile occupazione poiché si parte dall’identità dei territori. Nel caso salernitano, è necessario avere un piano per 11 comuni con una superficie di 272  Km2. […]

Rispondi a La rigenerazione urbana | diario di Peppe Carpentieri Annulla risposta

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