“Eco-villaggi”? E’ sprawl urbano!


Area urbana di Salerno 06 sprawl 13
Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing. jr.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

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2 pensieri riguardo ““Eco-villaggi”? E’ sprawl urbano!”

  1. Gentilissimi,

    Ho letto con interesse il vostro articolo e mi trovate d’accordo sulla denuncia dello “sprawl” nelle campagne.

    Nonostante ciò ho trovato alcuni punti poco chiari delle vostre argomentazioni.

    Il termine “eco-villaggio” si riferisce alla formazione di comunità spontanee e intenzionali che seguono principi della sostenibilità ambientale, alimentare, architettonica e delle relazioni interpersonali (di comunità, appunto).

    Cosa significa che gli eco-villaggi sono “proposte contra legem”?

    In verità molti ecovillaggi storici e attualmente viventi in Italia sono nati proprio dal recupero di casali e villaggi rurali abbandonati, che voi suggerite a fine articolo, che sono stati acquistati collettivamente o occupati.
    Pertanto non è chiaro dall’articolo la vostra posizione in merito agli eco-villaggi (a quali tipi).

    Credo sia importante fare una distinzione tra la parola “eco-villaggio” usata nella comunicazione pubblicitaria di alcuni nuovi siti edilizi (la maggior parte dei quali falliscono) e il significato originario, che ho menzionato all’inizio.

    Un’ultima nota riguardo al recupero dei borghi, che è il messaggio finale dell’articolo.
    Credo vada problematizzata attentamente la questione.
    I programmi attuali di recupero dei borghi antichi seguono precise strategie economiche che di sostenibile hanno solo la retorica. Progetti come “Landscape-Appennino” e “Smart-Land” oppure “Valle Piola rebirth team” accettano offerte solo da progetti di business “sostenibile”, presumibilmente da chi ha un capitale da investire. Infatti, il prezzo del borgo di Valle Piola è di 550mila euro (completamente da ristrutturare).

    Vorrei quindi capire a quale decrescita sostenibile vi riferite, perché questa retorica dei borghi parla di una decrescita felice solo per chi se la può permettere.

    Cordialità,
    Dott.ssa Linda Tonolli

    1. Ciao Linda,
      grazie per la richiesta di chiarimento. Partendo dalla fine, condividiamo con te il fatto che il mondo immobiliarista sfrutti termini a proprio vantaggio economico, ma non ne siamo scandalizzati poiché tutto l’Occidente è guidato dal fare profitti. Il senso del nostro intervento è dire la nostra opinione su un tema specifico e provare a fare chiarezza per chi segue la decrescita felice, evitando errori. Noi esprimiamo dissenso per tutte quelle iniziative imprenditoriali che si rifanno alla mera accumulazione di capitale privato attraverso lo sfruttamento della rendita urbana (fregandosene dei problemi sociali) e consumando suolo agricolo. Com’è noto le nostre città si sono trasformate in aree urbane, e la loro espansione è stata caratterizzata da una crescita disordinata generando problemi economici, sociali e ambientali. Oggi, a nostro avviso, in questo processo di crescita disordinata rientrano anche quelle proposte chiamate eco-villaggi, ma altro non sono che nuove lottizzazioni. Com’è noto l’attività urbanistica è discrezionale ma limitata dalle leggi, cosa significa? Che i Consigli comunali possono adottare piani espansivi (dimostrandone la necessità), anche se le priorità di oggi sono ben altre, come ad esempio la rigenerazione urbana degli insediamenti esistenti. Cosa significa contra legem? In generale, cosa probabilmente poco nota o dimenticata, un cittadino non nasce col diritto di edificare, tant’è che il titolo a costruire viene concesso (se richiesto) attraverso la pianificazione (destinazioni d’uso e regolamento edilizio), mentre la legge urbanistica nazionale (L. 1150/42), tuttora in vigore, dice chiaramente che bisogna «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo», tradotto la campagna non si può urbanizzare. Se ancora oggi vi sono nuove lottizzazioni che favoriscono lo sprawl urbano, il problema principale è l’assenza di controlli sull’attività urbanistica-edilizia dei Comuni e dei loro piani adottati e approvati dalle Regioni. La scarsa considerazione e rilevanza mediatica del governo del territorio è un enorme problema culturale-politico che genera impatti economici, sociali e ambientali.
      Siamo totalmente d’accordo sul fatto che bisogna dare maggiore attenzione al recupero dei borghi abbandonati, ma non era l’oggetto di questo piccolo intervento.
      In generale noi ci riferiamo alla bioeconomia come abbiamo accennato, e tale approccio non rappresenta l’ispirazione delle politiche urbane oggi utilizzate dalle istituzioni politiche. L’UE si ispira all’ossimoro sviluppo sostenibile, ma è un approccio che favorisce le politiche neoliberali di crescita continua a sfruttamento di alcune aree urbane come luoghi di accumulazione del capitale. Un riferimento preciso che ci ispira è senza dubbio la scuola territorialista (la “bioregione urbana”), rappresentata in Italia dalle ricerche e pubblicazioni dei corsi di Alberto Magnaghi, che ha saputo costruire una cornice adeguata per l’ambito territoriale, e produrre anche due piani (Toscana e Puglia). Oggi manca un approccio bioeconomico per l’ambito urbano. In sintesi, oggi sappiamo costruire piani paesaggistici bioeconomici ma ci manca il livello operativo e attuativo, cioè l’ambito spaziale che costruisce le città e gli insediamenti urbani. Il problema è noto, e sia chiama regime giuridico dei suoli, oltre al fatto altrettanto noto, che il capitalismo neoliberale guida le politiche urbane. Spero di aver chiarito i punti che ti apparivano più scuri, ciao Peppe. P.s. in questo diario trovi altri appunti sui concetti sopra accennati.
      P.p.s. non conoscevo i progetti da te citati. Il primo (Landscape Appennino) e il terzo (Valle Piola) sono rappresentati come interventi di recupero e di rivitalizzazione dell’esistente, pertanto non rientrano nelle critiche mosse dal nostro intervento che si occupa di sprawl urbano. Il secondo (smart-land) è un insieme di consigli. Nessuno di questi progetti sono oggetto delle nostre critiche e non conoscendoli non ci sembra corretto esprimere critiche.
      P.p.p.s. mi sembra di capire che la critica sui progetti da te citati sia spinta più da questioni di mercato che da valutazioni urbanistiche (” […] retorica dei borghi parla di una decrescita felice solo per chi se la può permettere”). Fermo restando che una critica al mercato è condivisibile, l’oggetto del nostro intervento è lo sprawl urbano favorito dalle espansioni disordinate e dall’urbanizzazione della campagna.

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