Capitalismo, città e disuguaglianze


In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città

6 pensieri riguardo “Capitalismo, città e disuguaglianze”

  1. L’idea della bioeconomia citata nel testo è affascinante ma la progettazione urbanistica dei luoghi del vivere è frutto dell’idea visionaria di svariati secoli di cultura e tradizioni stratificate nella nostra coscienza. Le trasformazioni antropologiche dalla vita nelle caverne ad oggi hanno guidato le scelte di aggregazione delle persone dagli ambienti comunitari col tempo trasformatisi in villaggi e poi in città. Il soddisfacimento di bisogni sempre più raffinati attraversando i secoli ci ha lasciato in eredità uno sfondo culturale e un ambiente urbano sovrapponibili! La bioarchitettura che nasce da aspetti economici di opportunità prima che di coscienza e così la bioeconomia dovrà farsi strada prima nelle coscienze di ciascuno in modo da modificarne profondamente i bisogni e solo in quel momento l’uomo saprà pianificare l’ambiente urbano nella direzione prospettata. Anche in quel momento però non è detto che il prodotto ottenuto sarà migliore di quella attuale. Si tratta pur sempre di pianificare gli spazi su esigenze in trasformazione…
    L’urbanistica intesa come pianificazione territoriale non risolve i problemi sociali ma ne riflette le caratteristiche peculiari! (il pensiero di un amico).

    1. Grazie per il contributo, però non dobbiamo confondere la scienza dell’urbanistica (che contempla i diritti e il rispetto della natura) con lo spirito capitalista e i problemi attuali che riscontriamo nelle città, cioè non confondiamo la teoria (corretta) con la realtà. Le città costruite male sono le città del capitalismo e non dell’urbanistica. Nell’Ottocento nacque l’urbanistica per risolvere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo nelle città. La visione bioeconomica (1971) è “solo” un passo scientifico che dimostra quanto avevano ragione gli utopisti socialisti dell’Ottocento, e quanto avevano ragione greci e romani quando disegnavano insediamenti urbani per soddisfare la comunità. Entrando nel merito delle osservazioni, dovremmo accorgerci che (1) non esiste alcuna coscienza collettiva sull’urbanistica, mentre (2) le città costruite nei secoli passati rispondono a un altro spirito del tempo condizionato dalla cultura popolare animista, e quindi non rispondono al capitalismo. Terzo punto finale alquanto grottesco è che la progettazione di oggi ha già inglobato i suggerimenti della bioeconomia, sia nell’edilizia e sia nell’urbanistica (scuola territorialista). Il problema è noto sin dalla nascita del capitalismo stesso, e cioè che le istituzioni politiche preferiscono costruire le città del consumo piuttosto che favorire l’urbanistica. In fine, per essere chiari e sintetici, per transitare dal modello capitalista al modello bioeconomico non esiste un problema di progettazione ma un problema pratico di volontà politica e di strumenti giuridici che andrebbero riscritti.

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