Ripristinare l’urbanistica


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E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio?

Per millenni l’uomo ha saputo costruire città e insediamenti umani senza l’invenzione dell’economia capitalista e senza sapere cosa fosse una rendita fondiaria o immobiliare. Fino alla nascita dell’epoca moderna, le città si costruivano per favorire una vita sicura, stimolavano l’incontro, lo sviluppo di conoscenze e lo scambio delle merci, poi cominciarono a fortificarsi assicurando una difesa più efficace. Esistevano gerarchie di classe, un centro ben organizzato e collegamenti con le altre città. Chi era al vertice delle gerarchie di classe stabiliva le regole: il Re, il dittatore, il sovrano, il monarca, l’imperatore, la borghesia, un’oligarchia, un’élite. Nel corso dei secoli, il potere ha stabilito che gli schiavi, sotto pagati o non pagati, costruirono le città. L’oligarchia locale decideva chi era utile alla città e chi no, sceglieva di riconoscere o meno chi aveva la conoscenza e la capacità di costruire, dissodare terreni, coltivare e allevare bestiame, ed era ben accolto nelle città. I sovrani sceglievano di riconoscere conoscenze e capacità altrui, ed erano stimati se questi portavano un’utilità politica. Le città erano espressione dell’economia reale, condizionate dai limiti dei luoghi cioè della natura, e subordinate alle capacità politiche. Per secoli le città sono state vere e proprie comunità, dove si riconosceva il valore delle attività umane poiché necessarie alla sopravvivenza della comunità stessa. La moneta non era ricchezza ma strumento di misura.

L’inizio della fine del senso di comunità comincia con l’invenzione della proprietà privata e delle banche, e poi l’invenzione dello Stato moderno che favorirà il capitalismo. I concetti di tassa e gestione amministrativa furono un’invenzione giuridica per sostenere i costi delle guerre da scaricare sulla collettività; se in una prima fase si inventò la tassa sul reddito pretesa dal sovrano in maniera violenta e coercitiva, poi in una seconda fase l’invenzione della tassa stabilita per legge regolarizzava una consuetudine violenta. Furono i liberali a inventare lo stato moderno istituzionalizzando le tasse da utilizzare, non più solo per l’esercito, ma per costruire le infrastrutture necessarie a stimolare i profitti delle imprese private. Nell’Ottocento, quando nasce la scienza dell’urbanistica si apre il conflitto culturale fra socialismo e liberalismo. Gli utopisti socialisti inventano la pianificazione come disciplina per rimediare agli enormi errori delle politiche liberali, dalle disuguaglianze crescenti ai danni sanitari e ambientali.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità.

La borghesia e le classi dirigenti utilizzarono le innovazioni dei socialisti per pianificare meglio i propri interessi e inventarono la rendita per accumulare capitali, proprio attraverso la pianificazione urbanistica. Durante il Novecento in Italia, l’ideologia liberale ebbe maggiore successo poiché la cosiddetta speculazione edilizia divenne persino metodo o consuetudine per far crescere le città e accumulare capitale nelle mani delle classi dirigenti locali (rendite di posizione). La rendita è l’effetto di una concezione prevaricatrice e usurpatrice circa il governo del territorio, è la furbizia dei pochi contro i molti, dei forti economicamente contro la collettività, è l’attuazione dell’idea liberale del laissez faire che ha formato il pensiero di tutta la classe dirigente occidentale. L’economia liberale inventò la cosiddetta zonizzazione, cioè il razzismo economico che sceglie per se dove localizzare le proprie attività, la propria casa, i propri interessi ed espellere i poveri dai luoghi scelti dall’élite locale.

Oggi sono le amministrazioni cittadine a utilizzare la globalizzazione neoliberista sviluppando azioni competitive. Aree urbane estese e città regioni agglomerano attività e funzioni per aumentare l’accumulazione capitalista, in conseguenza di ciò vi sono effetti economici e sociali negli altri territori. Parlamenti e Governi smettono di promuovere politiche economiche e sottovalutano le politiche urbane, in questo modo aumentano le disuguaglianze sociali e di riconoscimento innescando processi disgregativi e di degrado.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. Il problema che limita la corretta pianificazione è abbastanza noto. Negli anni ’60, i liberali che sostenevano la maggioranza politica della Democrazia Cristiana decisero di stralciare la proposta della “pubblicizzazione dei suoli”, fra l’altro presentata da un Ministro democristiano come Fiorentino Sullo. Nel resto d’Europa, già da molti decenni si applicava uno strumento giuridico abbastanza noto che evitava, ed evita la possibilità di speculare quando si pianifica un territorio. Il tema generale è chiamato regime giuridico dei suoli. Il legislatore italiano, se avesse la volontà politica di farlo, può unire il diritto di superficie con la pubblicizzazione dei suoli alla bioeconomia, per stimolare la nascita di un nuovo processo economico necessario per rigenerare il patrimonio esistente ma senza speculare e per limitare drasticamente il consumo di suolo. E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio? Si può fare domani mattina, ricordandosi che l’urbanistica non è stata inventata per fare profitto ma per risolvere problemi. Si può fare restituendo sovranità allo Stato e il ruolo di controllore e coordinatore, con la capacità di spendere con i limiti della bioeconomia; intervenire per favorire l’interesse generale, e cambiando le regole che valutano piani e progetti, dando prevalenza all’utilità sociale e ambientale piuttosto che al ritorno economico degli investitori privati.

Il disordine urbano, il degrado e le speculazioni non sono figli dell’urbanistica ma di una cultura politica molto nota: è il liberalismo capitalista. Per decenni i piani regolatori generali delle città sono stati pensati per assecondare la crescita della produttività delle imprese private anche quando i piani possedevano caratteristiche di un uso razionale del territorio con densità e spazi più adeguati. In Europa e in Italia, l’epoca della crescita è finita da molto tempo poiché il capitalismo che serve solo se stesso ha scelto altri luoghi dove localizzarsi, tutto ciò mentre le classi dirigenti totalmente impreparate continuavano ad adottare piani obsoleti. Le conseguenze di questa condotta politica sono state: l’aumento delle diseguaglianze economiche, la negazione del diritto alla casa ai ceti meno abbienti, la costruzione di città-regioni e l’aumento del consumo suolo, l’abbandono delle periferie e il degrado sociale, l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione dei servizi sociali e la carenza di standard minimi nei centri urbani consolidati. Le politiche urbane neoliberali sono state un disastro totale, mentre l’attuale classe dirigente è incapace di ripensare i paradigmi culturali della società per suggerire un nuovo modello che può nascere dalla bioeconomia, e dal recupero di alcuni valori descritti dagli utopisti socialisti dell’Ottocento.

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Neighborhood unit (cellula urbana).
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8 pensieri riguardo “Ripristinare l’urbanistica”

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  2. […] La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. […]

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