Rinascimento meridionale


Sulla cosiddetta questione meridionale inventata dopo la guerra di annessione del 1860 esiste una letteratura sterminata, e negli anni recenti troviamo sempre più pubblicazioni con ampia storiografia che sgretola la narrazione razzista imposta dai vincitori per omettere genocidio e ruberie dei piemontesi. Il capitalismo moderno si basa soprattutto sulle disuguaglianze, e così i personaggi storici della guerra di annessione ribaltarono l’economia italiana per predare risorse e conoscenze e localizzarle al Nord. Le differenze geografiche territoriali sono il frutto della storia, ovviamente, ma il danno più grande è la disuguaglianza di riconoscimento. In diverse località meridionali, i problemi economici con la propaganda mediatica unita a programmi ministeriali scolastici, sostengono un clima generale di sfiducia e conservazione dello status quo, e così la collettività non riconosce il valore delle persone stimolando l’emigrazione dei propri concittadini.

I problemi del meridione si risolvono affrontando le disuguaglianze sociali, di reddito, e di riconoscimento, e sia attraverso la ricerca storica della propria identità col fine di riterritorializzare le attività rubate dalle scelte politiche dei “prenditori” (l’opposto degli imprenditori). L’alternativa al feudalesimo crescente è la democrazia che ancora non abbiamo sperimentato poiché siamo stati abituati a delegare ad altri il nostro destino. La recessione che stiamo percependo da circa dieci anni, in realtà, viene da lontano, comincia prima e si tratta di una strategia geopolitica per far rientrare alcuni paesi europei in aree “periferiche”, oltre che l’effetto dell’industria finanziaria fuori controllo. L’Europa è la “semiperiferia” dell’Occidente mentre gli USA sono il “centro”, in Europa la Germania è diventata il “centro” della “semiperiferia” ed è accaduto a danno economico degli altri, ma col sostegno di tutti i leader politici europei. In Italia il meridione è la “periferia” del nostro paese. Per chiarezza questo modo di leggere il “sistema mondo” fra “centro e periferia” è la teoria di Immanuel Wallerstein che spiega come il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo. Pertanto non è un segreto, e questa fase è ormai chiara a tutti gli osservatori, il problema dei popoli europei è che non esiste un soggetto politico che si ponga la priorità di restituire sovranità e libertà economica ai territori per rimediare all’aumento delle diseguaglianze e all’aumento della disoccupazione innescate dalla strategia sopra accennata. Il fatto che l’UE non funzioni come dovrebbe, è un giudizio che troviamo fra tutti gli esponenti politici, compresi coloro i quali che hanno costruito questo mostro che vive di capricci dell’alta finanza, e se ne frega della felicità delle persone. Fatta la fotografia, restano i drammi sociali del meridione “periferia” dell’Italia e dell’Europa. La disoccupazione e il sottosviluppo creati dalle politiche neoliberali possono essere rimossi cambiando i paradigmi culturali della classe dirigente: restituire sovranità agli Stati cambiando la natura giuridica della moneta (da debito a credito) e adottando la teoria endogena; applicare politiche bioeconomiche per finanziare direttamente a credito attività industriali diversificate sviluppando la manifattura leggera e il settore terziario con lo scopo di territorializzare il sistema economico, sia riducendo la dipendenza dal sistema globale e sia favorendo economie di sussistenza per tutelare gli interessi delle comunità locali. In questo modo si bilancia l’attuale squilibrio economico che favorisce l’avidità dell’élite finanziaria globale. Ricollocando attività manifatturiere di settori tecnologici specializzati per rigenerare le aree urbane in chiave bioeconomica si produce occupazione utile, e si contribuisce a recuperare il patrimonio esistente favorendo la bellezza, la cultura e il turismo sostenibile.

La storia insegna che la guerra di annessione contro il Sud non rubò semplicemente le riserve auree del Regno delle Due Sicilie per costruire la banca del Nord, ma smantellò il settore primario e secondario per trasferirlo al Nord, fu una guerra economica che ricollocò la produttività dal Sud al Nord. Il mondo è “cambiato”, il capitalismo ha mosso guerra ovunque, ma la realtà di oggi è figlia della storia, e il milieu territoriale meridionale può e deve investire nello sviluppo umano per ridurre e liberarsi dalla dipendenza del sistema globale, lo può fare programmando l’agglomerazione di specifiche attività che rappresentano l’identità culturale dei luoghi e investendo nell’aggiornamento tecnologico delle connessioni territoriali. I sistemi locali dovranno cooperare fra loro anziché competere. E’ un percorso lungo ma intelligente, stimolante e creativo poiché coinvolge direttamente formazione e produzione per rigenerare il meridione attraverso attività sostenibili. Lo Stato e le istituzioni devono tornare a programmare questa politica industriale bioeconomica.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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Indici composti, Benessere Equo e Sostenibile 2016.

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