Geopolitica bioeconomica per l’UE


Il capitalismo in quanto tale – l’implosione del sistema su stesso – e la cattiva organizzazione politica dell’Unione Europea stanno favorendo la disgregazione sociale delle comunità, e stanno aumentando le diseguaglianze a favore dei cosiddetti paesi “centrali”. La religione liberista adottata dall’UE (cessione della sovranità monetaria e libero mercato) e i pessimi criteri di finanziamento aumentano le disuguaglianze territoriali, mentre la scelta politica di concentrare prioritariamente attività e funzioni nelle “città globali” (Parigi, Londra, Berlino, Barcellona…) stabilisce di favorire l’agglomerazione in determinati Sistemi Locali a danno di altri. Determinate aree urbane estese accumulano i capitali (Sud Germania, pianura padana, area di Parigi, l’Olanda meridionale, Barcellona e Londra, e talune zone economiche speciali in Polonia) mentre accelera l’abbandono delle aree rurali, favorendo l’aumento delle aree marginali e l’aumento del rischio idrogeologico. Le disuguaglianze economiche, e sociali aumentano anche nelle aree urbane con lo stimolo di nuove zone marginali (le periferie prive di servizi e opportunità).

L’UE è un organizzazione politica che lavora soprattutto per le lobbies, essa non è un’istituzione democrazia rappresentativa; il potere decisionale è nelle mani di organi non eletti (BCE, Commissione, Consiglio, Euro gruppo …). I Trattati coniugano solidarietà con libero mercato ma è un approccio demagogico ed ipocrita che crea contraddizioni e povertà. Basti pensare al caso del glifosato della Monsanto; l’UE, attraverso la sua EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), tutela più l’interesse della Monsanto, nonostante l’IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) abbia classificato il glifosato come pontenziale cancerogeno. L’UE accetta il sistema off-shore e promuove le zone economiche speciali (zes) espressione dello sfruttamento capitalista, mentre promette politiche di coesione per sostenere i territori depredati dal capitalismo stesso. Inoltre gli Stati si fanno concorrenza sleale, violando le regole che si sono auto attribuite (surplus commerciale, patto di stabilità, paradisi fiscali …). Gli sprechi nell’UE sono evidenti: un bilancio fuori controllo e poco trasparente, un budget insufficiente, la moltiplicazione di funzioni governative e di luoghi istituzionali non rappresentativi dei popoli ma influenzati dalle lobbies.

Un ragionamento di puro buon senso, suggerisce il fatto che l’UE dovrebbe essere un’istituzione democratica con politiche socialiste e un’organizzazione federale dotata di strumenti di democrazia diretta. L’attuale UE liberista è destinata a sparire grazie all’indignazione popolare che potrebbe innescare un cambiamento delle politiche finora adottate, oppure si realizzerà una degenerazione e disgregazione generale con pulsioni nazionaliste. Un’altra ipotesi è che non cambierà proprio nulla grazie all’apatia dei cittadini, mentre i partiti populisti aumentano i consensi sfruttando i problemi sociali ed economici degli ultimi, e l’ignoranza funzionale delle masse.

Com’è noto il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è quello Svizzero. In Svizzera esiste un equilibrio fra estensione geografica e amministrazione politica, vi sono ben 26 Cantoni autonomi con una propria Costituzione, che si auto governano integrando democrazia rappresentativa con strumenti efficaci di democrazia diretta, e fiscalità locale e generale ridistribuita ai Cantoni.

Per rimediare all’aumento dei disordini sociali e all’aumento delle disuguaglianze economiche prodotte dal pensiero neoliberista, chi guida le istituzioni europee dovrebbe proporre la riforma dei Trattati e introdurre politiche pubbliche socialiste, cioè la sovranità economica e politica dell’UE. Questo processo è molto complicato poiché la riscrittura dei Trattati abbisogna del consenso di tutti, anche di quei Governi che stanno traendo vantaggi economici dalle disuguaglianze economiche e di riconoscimento, come la Germania e quei piccoli Paesi dotati di zone economiche speciali. L’incapacità di auto riformarsi e queste contraddizioni favoriscono la crescita di forze politiche razziste e disgregative dell’UE. Un sincero percorso di auto riforma da parte di chi guadagna dallo status quo appare ingenuo. In questo contesto egoistico e conflittuale i cambiamenti sociali ed economici avvengono ugualmente. In Europa le agglomerazioni urbane si sono trasformate, e pertanto sarebbe saggio riconoscere il fatto che i sistemi locali rappresentano la più appropriata geografia politica per stimolare la coesione sociale, e per applicare la bioeconomia. I sistemi locali possono essere visti come i Cantoni svizzeri. In Italia esistono 611 sistemi locali, e all’interno si trovano le aree urbane estese (nuove strutture urbane, città nuove, in crescita) e le zone rurali in stato di abbandono. Si tratta di costruire il rescaling delle aggregazioni politiche locali (comuni), e in queste aree funzionali favorire lo sviluppo locale applicando principi e politiche bioeconomiche. Queste politiche sono capaci di contrastare le disuguaglianze poiché valorizzano le risorse locali partendo da un nuovo paradigma culturale, che rispetta l’ambiente e applica il metabolismo urbano e territoriale. La bioeconomia è un’innovazione culturale capace di produrre nuova occupazione, investendo in ricerca applicata per tutelare il patrimonio locale e introdurre tecnologie innovative frutto della manifattura leggera. Un esempio culturale maturo è rappresentato dalla famosa scuola territorialista, capace di elaborare piani di bioregioni urbane, e dare risposte interpretative molto corrette sia per le aree urbane estese e sia per le aree rurali, oggi in abbandono. Ad esempio, secondo Alberto Magnaghi, il piano della bioregione individua nuove categorie interpretative dei valori patrimoniali dell’ambiente, del territorio, del paesaggio e del milieu riferite al territorio intero, come elementi fondativi di modelli socioeconomici autosostenibili; il piano propone nuove forme di rappresentazione identitaria (sperimentazione di tecniche grafiche, di poetiche, di stili descrittivi e comunicativi), che selezionano nella descrizione gli elementi costitutivi dell’identità dei luoghi costruita nei processi di territorializzazione di lunga durata; il piano compone il corpus di regole statutarie che definisce le condizioni genetiche e di riproduzione delle identità dei contesti locali, nel loro percorso coevolutivo fra insediamento umano e ambiente, espresse da invarianti strutturali, figure territoriali, norme figurate, ecc. Magnaghi enuncia che la trattazione integrata e interscalare degli elementi che compongono la bioregione urbana è essenziale per produrre progetti di territorio fondati sulla valorizzazione (piuttosto che sulla semplice conservazione) delle identità territoriali quali beni patrimoniali in grado di generare un nuovo “valore aggiunto territoriale”. Il compito progettuale riguarda il disegno di una organizzazione territoriale che sia in grado al contempo di riprodurre in modo equilibrato il proprio ciclo di vita e di elevare la qualità dell’abitare, urbana e territoriale, armonizzando fra loro fattori produttivi, sociali, ambientali, culturali, estetici per la produzione di ricchezza durevole, a partire dal riconoscimento delle nuove forme conflittuali e/o solidali e conviviali dell’abitare connesse alla crescita di “coscienza di luogo” e alla cura dei beni comuni che si danno nella galassia delle urbanizzazioni regionali.

L’UE dovrebbe riformarsi per abbandonare l’insensata religione della crescita infinita e adottare politiche bioeconomiche attraverso un sistema federale non più condizionato dal mercato. La banca centrale dovrà essere a servizio dello Stato, creando credito per gli investimenti socialmente utili (manutenzione del patrimonio esistente, rischio sismico e idrogeologico, scuole e ricerca), mentre le istituzioni dovranno affrontare le disuguaglianze con una riforma degli Enti locali territoriali. Non serve “l’Europa delle Regioni” ma l’Europa dei sistemi locali sotto le Province, poiché sono questi gli ambiti territoriali che possono favorire la rilocalizzazione delle attività produttive per ridurre le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Istituzioni e collettività devono imparare a riconoscere il valore delle persone, e programmare piani e progetti capaci di affrontare problemi sociali e ambientali, perché sono indispensabili per lo sviluppo umano e ridurre le disuguaglianze territoriali. Se da un lato il capitalismo produce disuguaglianze e sottosviluppo, solo uno Stato civile che interviene nell’economia può ridurre questi squilibri. In questo modo si riduce la disoccupazione e si affrontano i problemi sociali, economici. Sono necessarie politiche pubbliche che solo uno Stato democratico può programmare per tutelare i patrimoni e finanziare la riduzione del rischio sismico e idrogeologico, così come sostenere i servizi sociali e sanitari.

L’Unione europea, contrariamente a quanto si professa, non è un’organizzazione democratica ma è un ambito regionale centralizzato sotto il ricatto dei famigerati mercati e di un’élite degenerata. L’UE è la peggiore organizzazione politica che si possa pensare, sia perché gli Stati aderenti all’euro zona cedono la propria sovranità monetaria, e sia perché smettono di produrre politiche industriali virtuose secondo gli interessi generali, ciò è accaduto soprattutto in Italia a causa di una classe dirigente cialtrona che ha favorito la svendita degli asset strategici per consegnarli alle multinazionali, ed è accaduto meno in Germania e Francia ove il ceto politico ha conservato gli interessi geopolitici dei propri Paesi e facendo acquisti in Italia. Il regime europeo è di tipo finanziario, ignora le leggi della natura e detesta l’auto determinazione dei popoli.

Per favorire un sistema politico efficiente, cioè che risponda ai diritti dell’uomo compatibilmente con le leggi della natura, è necessario copiare i sistemi biologici poiché ricalcano il metodo democratico fondato sul dialogo e sullo scambio reciproco. E così i sistemi locali possono essere interpretati e letti come sistemi metabolici (ingressi e uscite di energia e materia) favorendo interazioni spaziali di complementarietà che valorizzano le risorse e il sapere locale. Per sostenere il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare i sistemi locali.

Dobbiamo prendere atto che nell’UE il reale rapporto che c’è fra spazio e potere è il controllo dell’élite europea circa gli interessi dei mercati finanziari, che si basa sullo sfruttamento capitalista di un mercato europeo di circa 500 milioni di persone costrette a comprare le merci delle multinazionali. Tutto il resto, cioè libertà, diritti umani, civili e politici e altro, è accessorio o d’intralcio. L’inganno del sistema politico europeo non si limita ad aver tolto sovranità agli Stati, ma ha contribuito a far credere e legittimare forme elettorali rappresentative dove gli eletti non hanno gli strumenti per governare i territori e non decidono sul destino dei popoli (deterritorializzazione). I cittadini italiani, eleggendo direttamente i propri Sindaci credono che costoro possano fare politica quando nella realtà essi sono solo amministratori. Il reale potere è nei contratti giuridici delle SpA locali che gestiscono i servizi pubblici. Inoltre sappiamo bene che i parlamentari sono nominati, e non sono mai stati scelti direttamente dai cittadini, tant’è che nessun partito pensa di introdurre una legge sulle elezioni primarie ove ogni cittadino può candidarsi o scegliere il parlamentare. Infine, le direttive europee sono scritte da tecnocrati (Commissione e Consiglio) mentre il Parlamento europeo non ha il potere esclusivo di promulgare le leggi. L’UE rappresenta un’oligarchia di poteri (MES) e realizza la rifeudalizzazione della società; l’élite professa la fede della competitività e della crescita continua (accumulo di capitale), ma nella realtà scientifica la natura non compete resta in equilibrio e ricicla, la natura non accumula capitale e dona l’energia poiché è gratis. L’attuale globalizzazione capitalista ha favorito esclusivamente l’avidità delle multinazionali che predano le risorse locali e annichiliscono le persone.

Lasciando il piano ideologico sbagliato (crescita, competitività …) possiamo scegliere di cambiare i paradigmi culturali di una società immorale e così cambiando la natura giuridica dello strumento monetario a favore della teoria endogena, e federando i sistemi locali applicando la bioeconomia, accade che mutano le relazioni spaziali poiché si rafforza l’interesse delle comunità e l’economia reale dei territori. E’ in questo modo che si favorisce una politica di coesione sociale e si crea occupazione utile. Un primo passo concreto è la sperimentazione di bioregioni urbane nei sistemi locali e la riorganizzazione delle competenze territoriali dove un ufficio di piano progetta il piano urbanistico intercomunale bioeconomico. Il cambiamento dei rapporti di potere a favore dell’auto determinazione e degli interessi locali avviene proprio attraverso il progetto che prevede processi di riappropriazione e uso razionale delle risorse (rigenerazione urbana, cibo, energia, acqua, trasporti, cultura, connettività).

La politica di globalizzazione neoliberista dell’UE deterritorializza e distrugge l’economia reale locale, invece una politica bioeconomica territorializza e favorisce l’economia reale locale creando occupazione utile.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico), mentre intervenire nei sistemi locali servirebbe il doppio degli investimenti immaginati per le città in contrazione. Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

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5 pensieri riguardo “Geopolitica bioeconomica per l’UE”

  1. Ciao. Lettura molto interessante. Il linguaggio che viene usato si vede che attinge alla cultura ecologica e la applica al caso sociale.

    Riguardo al programma politico delineato in questa pagina, credo che sia tutto possibile, ma manca un tipo di popolo capace di rivoluzioni.
    Non credo che le elite di potere abbiano lasciato spiragli al popolo per ribaltare la situazione. Come fare? Bene, all’epoca delle rivolte socialiste e delle lotte di piazza si era abituati all’azione, ora siamo invece abituati alla passività. Sono dieci anni che partecipo al mondo della controinformazione e dell’attivismo (transition towns, permacultura, scec, gruppi acquisto solidale, 5stelle, crowfunding ecc) organizzo eventi informativi per stimolare il cambio di paradigma ecc.. La società di mercato mi accorgo che tira dritta per la sua strada senza uscita.

    la creazione e circolazione ad esempio di moneta complementare (lo scec) che potrebbe essere vista come anticamera di una rivoluzione monetaria, langue come tutto il resto.

    credo che il sistema dell’UE sia un golpe senza precedenti.
    E’ sofisticato e ben congegnato.

    Si poteva provare, ad esempio, a partire dal rifiuto di massa in europa del trattato di Lisbona, e da li partire con una campagna per cacciare le elite e le lobby che lavorano oggi a brussel e riuscire a pretendere di chiudere definitivamente con la Borsa, la circolazione di moneta FIAT, demilitarizzare definitivamente l’europa, ecc.. Ma come?
    Se non si usa la violenza ci rimane solo la rivolta passiva, la resistenza in stile gandhi, ma come riuscire a creare una rete di consenso cosi capillare da entrare in tutte le case d’europa?

    E’ un problema che nessuno è riuscito ad abbracciare e risolvere, in questi anni.

  2. Ciao Emmanuele, mi fa piacere che il testo stimoli un interesse. E’ assolutamente vero che manca il popolo capace di realizzare il percorso descritto nel pezzo. Per evitare che restino parole gettate in rete, prima o poi è necessario sperimentare un piano bioeconomico in un sistema locale. La ferocia della religione neoliberale, e quindi la recessione, favorirà la curiosità di amministratori locali bruciati da questa forma di violenza. Essi saranno costretti dai propri abitanti a cambiare qualcosa.

  3. […] Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico). Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito. […]

  4. […] Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriali e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche. […]

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