Conoscere e amare l’architettura


Come per l’urbanistica anche per l’architettura esiste un grosso problema di comunicazione. A mio modesto parere, prima di tutto, gli architetti, come accade per molte altre professioni, usano un linguaggio specifico ignorato dalle persone. In generale, accade che discipline specifiche risultano incomprensibili, e le istituzioni scolastiche più frequentate, i licei ad esempio, non sono programmate per educare gli individui all’architettura, ovviamente escludendo i corsi specialistici poco frequentati. In questo modo, cioè con l’assenza di cultura sull’architettura, i cittadini non possono comprendere il linguaggio degli architetti, creando un dialogo fra sordi. Gli stessi architetti non ritengono importante adeguarsi, poiché si rapportano esclusivamente con la committenza. Nella società moderna, dove buona parte degli individui legge e scrive non è detto che riesca a dialogare con tutte le categorie di individui, e non è scontato che le persone riescano a capirsi reciprocamente. Non è un problema da poco, poiché l’architettura è anche un linguaggio, un’estensione tecnica e artistica della specie umana. Noi mangiamo, facciamo l’amore, cantiamo, giochiamo, scriviamo e poi abitiamo ma quest’ultima necessità è ormai sfuggita poiché nell’epoca moderna e contemporanea è prevalso il cosiddetto uomo economico. Lo spirito del tempo capitalista ha favorito il nichilismo.

Il Rinascimento nacque, si diffuse e si sviluppò camminando su tre gambe: letteratura, arte e architettura. Oggi, il livello di conoscenza che dispone l’umanità è impressionante, ma c’è un contro altare negativo: un’enorme massa di individui è immersa nella regressione socio culturale, attraverso il programmato sviluppo dell’ethos infantilistico degli adulti. Un adeguato programma di rigenerazione civile, etica e morale, dovrebbe tener conto della necessità di formare gli adulti rimuovendo l’ignoranza funzionale e di ritorno. Nel periodo preindustriale fino a tornare indietro nel mondo classico, le persone autorevoli dovevano coltivare e possedere delle virtù. Domande importanti sono queste: che genere di individuo ha creato il capitalismo? La società di oggi, che genere di persone ammira? Le risposte qualificano la nostra società, lo stesso se prendiamo in esame una ristretta comunità. Ad esempio, se osserviamo i quartieri moderni di Londra, Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen forse ci accorgiamo delle differenze con i nostri? E’ solo una casualità, il fatto che viviamo in città con centri storici straordinari ma con quartieri moderni orrendi e degradati?

Zevi metologia dell'elenco delle finestre
Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Se partiamo da queste osservazioni auto critiche, potremmo porre maggiore attenzione alle condizioni e ai percorsi culturali da avviare per migliorare noi stessi. In questo modo sarà più facile veicolare la necessità di conoscere e amare il proprio territorio, costituito non solo dal paesaggio naturale, ma da un ambiente costruito che possiede un valore inestimabile poiché rappresenta anche l’identità del nostro Paese. E’ attraverso questo patrimonio culturale e soprattutto attraverso un linguaggio condiviso che possiamo rigenerare le città riportando la bellezza nei luoghi urbani. L’architettura non è solo una forma d’arte, ma è un’esigenza vitale che può migliorare la nostra vita. Mettere insieme quattro pareti non corrisponde, di per se, a un’architettura ma a un bisogno, il progetto non è solo un’articolazione di spazi ed esiste un metalinguaggio. L’architettura è uno spazio vissuto, e così l’architetto è costretto ad essere qualcosa di più del progettista. Negli ultimi settant’anni l’architettura e l’urbanistica si sono disperse fino a dissolversi, e persino i bisogni necessari legati all’abitare sono stati trascurati dalla cittadinanza e dalle amministrazioni, poiché architettura e urbanistica sono sparite dalla politica e usate solo per creare o gestire consenso, anche con la complicità delle cosiddette archistar, la prima categoria che ha svenduto le discipline fagocitate dallo spirito del tempo capitalista. Un esempio molto semplice, quando nacque la città classica (greco-romana) fino all’inizio dell’era industriale, lo spazio pubblico della città era fondamentale poiché era il fulcro della vita stessa delle comunità (il foro). La vita pubblica rappresenta il modello insediativo espressione di una necessità, ed aveva la virtù di favorire le relazioni umane.

Quando nacque l’industrialismo, oltre all’impennata della popolazione mondiale, accadde che le relazioni mutarono, da esigenze e bisogni di comunanza si sviluppò l’individualismo, il nichilismo, per lo scopo prioritario di accumulare capitali. La misura della società moderna è l’accesso alle merci ma così spariscono i luoghi di convivialità e nascono i cosiddetti “non luoghi”: i centri commerciali; e cosa peggiore per la specie umana prevalgono le “relazioni” fondate sul denaro. Se oggi siamo individualisti, è causa di questo processo secolare che ha sostituito le comunità con i singoli consumatori passivi, cinici ed egoisti. Ovunque trionfano le immagini pubblicitarie dei marchi delle imprese private. La vita è sostituita dal consumo. La religione capitalista sta implodendo, e sarebbe saggio sconnettersi dal sistema sbagliato per riappropriarci di valori sopiti, ma che possono riemergere con grande forza ed energia, solo se lo desideriamo nel nostro profondo, dove alberga la coscienza civile per cominciare a partecipare. Bruno Zevi dichiara la necessità della partecipazione affinché «l’urbanistica nasca da un colloquio fondato su ipotesi aperte», e poi «si tratta di partecipare alla vita della città dall’interno, non passivamente, anzi intervenendo ogni giorno con estrema energia» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997, pag.84).

Zevi metologia dell'elenco dei volumi
Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Nello spazio della coscienza civile ci sono anche l’architettura e l’urbanistica che possiamo rispolverare, non solo per risolvere problemi pratici ma soddisfare il bisogno umano della bellezza. L’arte del costruire ritorna, e può realizzare spazi urbani di qualità. Tracce di questa saggezza sono persino documentate negli scritti Gianbattista Vico e Antonio Genovesi, che furono fondamentali per approfondire principi e valori di una società civile e orientata a un’economia reale, com’era descritta da Aristotele.

Una critica feroce, sul fatto che non si è più in grado di comunicare architettura e capire architettura, fu scritta da Zevi: «nel corso dei secoli una sola lingua architettonica è stata codifica: quella del classicismo. Tutte le altre, sottratte al processo riduttivo necessario per diventare lingue, sono state considerate eccezioni alla regola classica e non alternative dotate di vita autonoma. Anche l’architettura moderna, sorta in polemica antitesi al neoclassicismo, se non viene strutturata in lingua, rischia di regredire, una volta esaurito il ciclo dell’avanguardia, ai frusti archetipi Beaux-Arts. Stiamo dilapidando un colossale patrimonio espressivo perché eludiamo la responsabilità di precisarlo e renderlo trasmissibile. Tra poco, forse, non sapremo più parlare architettura; in realtà, la maggioranza di coloro che progettano e costruiscono oggi biascica, emette suoni inarticolati, privi di significato, non veicola alcun messaggio, ignora i mezzi per dire, quindi non dice e non ha niente da dire. Pericolo anche più grave: esautorato il movimento moderno, non saremo più in grado di leggere le immagini di tutti gli architetti che hanno parlato una lingua diversa dal classicismo […]» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997). Profeta!

Renato De Fusco attraverso la sua ricerca semiotica ha delineato una teoria, e si è spinto ben oltre dichiarando che certa architettura è un mass medium.

Ovviamente la letteratura è ricca di testi sulla bellezza in architettura, ma ciò che preme osservare è la sua scomparsa dalle città, come conseguenza dello spirito del tempo capitalista che ha mercificato ogni cosa. Questo processo involutivo, senza consapevolezza delle masse, ha contributo a recare danno agli abitanti stessi, soprattutto ai ceti meno abbienti poiché i ricchi vivono in luoghi urbani adeguati e nel lusso. Rinchiusi nella nostra inconsapevolezza e nell’apatia politica, forse proviamo un accenno di risveglio quando passeggiano nei centri storici di particolare bellezza, e forse siamo stimolati a sognare immaginando che tale bellezza possa essere raffigurata anche nelle periferie da cui proveniamo. Una cosa è certa, potremmo rigenerare i quartieri costruiti dalla speculazione e in questo obiettivo potremmo riempire il vuoto culturale poiché potremmo darci l’opportunità di occuparci di significato, e potremmo farlo veicolando un messaggio di senso civico e di bellezza.

Zevi le funzioni umane
Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

La mia modestissima opinione è che, buona parte della cultura che abbiamo sviluppato in Occidente, soprattutto quella di natura economica fra il Seicento e il Novecento, ha costruito le basi per la nostra alienazione e del nostro nichilismo. Noi siamo la causa del nostro male che alberga nel distacco dalla natura, e nell’invenzione del possesso e della proprietà, che ci hanno fatto sviluppare avidità, aggressività, violenza e competizione. La specie umana fuori dall’Occidente, non influenzata da determinate invenzioni economiche, ha conservato una cultura animista e sviluppato una simbiosi con la natura, che invece noi abbiamo contribuito a distruggere con ingiustificata e inaudita violenza.

Oggi esiste una vastissima produzione di costruzioni in tutto il mondo, molto più di quanto sia mai accaduto nel passato, ed una parte consistente di questa produzione pubblicizzata nella letteratura è l’espressione dello spirito capitalista; e non è difficile osservare che una parte di questa produzione non è architettura ma l’espressione di capricci. Questa produzione è l’espressione di quella regressione della specie umana come accennato all’inizio. Esiste un aspetto positivo in questa trasformazione della società, e cioè che oggi abbiamo molte più tecnologie a nostra disposizione ma non sappiamo ancora usarle nel modo migliore (produrre significato e dare un messaggio di senso). Lavorando in questa direzione possiamo finalmente approdare in un’epoca diversa, più civile di quella che dobbiamo lasciarci alle spalle, se vogliamo migliorare la nostra igiene mentale e garantire una nostra sopravvivenza.

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2 pensieri riguardo “Conoscere e amare l’architettura”

  1. […] Una condizione importante per rigenerare le nostre città, è pertanto l’introduzione della bellezza nelle parti di città moderne e contemporanee, e possiamo ottenerla applicando nei piani urbanistici il concetto di urbanità, cioè la corretta composizione e il corretto disegno urbano, di suolo, spazio pubblico e di architettura finalizzata a realizzare fronti urbani. Per introdurre la bellezza, non è sufficiente scrivere regolamenti urbanistici adeguati (ma è necessario farlo) ma ridisegnare la morfologia urbana. E’ un salto culturale, poiché si tratta di uscire dal concetto di città come mero processo economico, e spesso speculativo, per sperimentare il concetto di città e di territorio intesi come bene comune, e quindi avviare processi decisionali partecipativi e trasparenti per conseguire una trasformazione urbanistica fatta per i bisogni dei cittadini. Uno di questi è proprio la bellezza. Il suolo, lo spazio pubblico e i fronti urbani sono elementi dell’urbanità che possono essere utilizzati per rigenerare la città moderna e contemporanea. In che modo? Prima di tutto, facendo l’analisi della città, o di una parte della città da rigenerare, e poi coinvolgendo i cittadini nel ridisegnare l’uso dello spazio pubblico, seguendo gli strumenti e i consigli di progettisti a servizio dell’interesse generale. E’ un approccio nuovo e complesso, dove la committenza è la cittadinanza. Per dare concretezza a tale approccio è necessario che le istituzioni e gli strumenti urbanistici siano modificati e adeguati. Oltre al ridisegno della morfologia urbana (strade, pieni, vuoti), due sono gli indirizzi progettuali fondamentali, per introdurre la bellezza, il primo è il disegno del suolo e degli spazi pubblici aperti, cioè l’arredo urbano e il secondo è l’architettura. […]

  2. […] Se fossimo curiosi e avessimo la capacità e la lucidità di osservare la nostra società, tutto ci apparirà più chiaro, più semplice e immediato, per scoprire il vicolo ceco in cui ci siamo infilati con le nostre gambe, o sarebbe meglio dire con la nostra stupidità. La monarchia è oggi! In tutto l’Occidente possiamo osservare la trasformazione sociale, e come i nostri sistemi di governo chiamati inopportunamente democratici, sono un’evoluzione del vassallaggio già presente nella nostra società. E’ “bastato” inoculare la religione capitalista, per circa trecento anni, nel pensiero degli occidentali e far credere loro che per vivere necessitano tre cose: la proprietà privata, il lavoro e i soldi. Per millenni la specie umana, e molti lo fanno ancora, ha vissuto in funzione delle leggi della natura. Per millenni l’evoluzione umana è stata determinata dalle conoscenze legate all’uso razionale delle risorse, basti pensare all’agricoltura e all’architettura. […]

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