Quale crisi?


Sono anni che attraverso il mio diario on-line racconto l’importanza della politica e la necessità di ripristinare la sovranità monetaria e il ruolo centrale dello Stato per fare politiche industriali. La cosiddetta crisi, cioè la recessione, è insita al sistema capitalista liberale che da più di un secolo scrive le linee guida ai Governi occidentali. E’ necessario rifondare i paradigmi culturali della società, prendendo anche in considerazione il fatto di uscire da un sistema economico ed approdare a un sistema bioeconomico, migliorando anche il modello cinese.

Il 22 maggio 2016 Report manda in onda un’inchiesta di Giuliano Marrucci sui processi di urbanizzazione in Cina (Cinacittà). L’inchiesta apre subito con una tema che a noi italiani dovrebbe farci saltare dalla sedia. Un potente terremoto danneggia un’intera città, Beichuan (oltre 15 mila morti e circa 20 miliardi di euro di danni). In soli due anni viene ricostruita una nuova città con criteri antisismici e di efficienza energetica. «Negli anni 80 viveva nelle città soltanto il 20% di tutta la popolazione cinese; oggi il 56%. Cioè in poco meno di 30 anni la Cina è riuscita a gestire il passaggio di 500 milioni di persone – tanti abitanti quanti l’intera Europa – dalla campagna alla città costruendo da zero. Le città con più di 1 milione di abitanti sono 100 e delle 10 città più grandi del mondo 5 sono cinesi. Il prossimo passo è quello di mettere insieme in strutture amministrative unitarie aree urbane che possono arrivare fino a 100 milioni di abitanti». David Chen, F.O.G. International Capital Group, : «Il meccanismo funziona così. La municipalità individua un’area, di solito in periferia, e fa un progetto che include uffici pubblici, privati, abitazioni e tutto quello che serve a una città. A progetto approvato, società di proprietà pubblica chiedono prestiti alle banche per le infrastrutture di base: acqua, gas, luce, strade ed anche per tutte le aree verdi. A questo punto l’area viene suddivisa in lotti, che vanno a gara, con una concessione per 70 anni, e se l’aggiudica chi offre di più. Con questi soldi il pubblico si ripaga tutte le spese sostenute per costruire le infrastrutture».

Beichuan
Beichuan ricostruita

Innanzitutto, noi non dobbiamo spostare persone dalla campagna alla città, il fenomeno dell’urbanesimo si è già consumato con diversi effetti contraddittori. Non dobbiamo costruire nuove città e tanto meno espandere le aree urbane. Dal punto di vista dell’economia, il meccanismo sfruttato dalla Cina è noto sin dall’Ottocento, poi sviluppato soprattutto in Olanda e in Scandinavia, ma appositamente scartato dall’Italia (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo). L’idea di sfruttare la rendita fondiaria per costruire la città risale addirittura a Ebenezer Howard (1850-1928), che non ebbe molto successo per la verità, invece ebbe successo la pubblicizzazione dei suoli (esproprio), per evitare i conflitti degli interessi privati proprietari dei suoli, e consentire ai Comuni di elaborare un unico disegno urbano per poi dare in concessione il diritto di superficie. La differenza politica culturale è che la Cina è un’economia pianificata dallo Stato che ha una propria sovranità com’è noto, mentre l’UE è un’economia pianificata dal liberalismo, dove gli Stati hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria (euro zona) e i Governi hanno scelto di darsi in pasto ai capricci del mercato con stupide regole fiscali. Entrambi i sistemi perseguono la crescita contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta. La Cina, dopo anni che ha trascorso nel copiare le conoscenze dell’Occidente diventa creatrice di brevetti, ed ha deciso di introdurre il consumismo e gli stili di vita occidentali sul proprio territorio poiché è convinta di poter ridistribuire ricchezza trasformando i contadini in consumatori, ma commettendo l’errore dell’Occidente del secondo dopo guerra distruggendo la propria identità culturale, e accelera i processi irreversibili di depauperamento delle risorse, nonostante si impegni a utilizzare le energie rinnovabili per ridurre la propria impronta ecologica.

La lezione che proviene dalla Cina riguarda l’auto determinazione, lo Stato ha deciso di utilizzare le migliori tecnologie per cambiare per sempre gli stili di vita di una parte consistente del proprio Paese; l’ha programmato e l’ha fatto senza alcun limite economico e monetario. In Italia c’è un’armatura urbana costituita da poche metropoli, ci sono molte reti di città mal collegate fra loro, con servizi mal distribuiti sul territorio, centri storici da conservare e periferie in degrado. Ci sembra di cogliere un’evidenza, se l’UE fosse un’economia pianificata con poteri sovrani in pochi anni potremmo aggiustare le città e consentire agli abitanti di avere un presente e futuro prosperoso eliminando le diseguaglianze sociali create dal liberalismo.

Nell’Europa paradiso dei liberisti le opzioni sono diversificate, c’è l’esempio olandese dove si pianifica con la pubblicizzazione dei suoli e il diritto di superficie, e c’è l’Italia paradiso dei privati che dettano le condizioni dei piani rispetto al proprio tornaconto. Il risultato è noto: speculazioni e urbanizzazioni di scarsa qualità, degrado e gentrificazione che contribuisce alla dispersione urbana. Il problema italiano è che l’interesse generale non è prioritario mentre la necessità è quella di conservare, riutilizzare, recuperare e rigenerare, ed abbiamo le conoscenze per farlo. L’unico ostacolo a ciò è la tecnocrazia europea che odia la democrazia e l’auto determinazione dei popoli poiché tali poteri liberano le persone dalla schiavitù.

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