Città fallite


consumo del suolo ISPRA 2015
Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2013. Fonte: ISPRA.

Il fallimento economico finanziario dei piani urbanistici è argomento di dibattito fra gli addetti ai lavori da alcuni anni. Negli anni ’60 il conflitto politico fece prevalere l’ideologia speculativa del capitale, pertanto è consuetudine il fatto che il disegno urbano sia condizionato dagli interessi privati. I Consigli comunali pur avendone la responsabilità politica, o ignorano le motivazioni di tali interessi o lasciano che la soluzione di tali interessi si ritrovi nell’incentivo della rendita, cioè la mercificazione delle superfici. Generalmente i politici locali sono talmente disinteressati alla tutela del territorio fino a favorire l’attività edilizia senza comprenderne sia l’utilità sociale e sia la qualità progettuale, poiché tali iniziative generano introiti che possono essere indirizzati alla spesa corrente. Fino a pochi anni fa, tale opzione non era consentita poiché gli oneri erano vincolati alle opere di urbanizzazione. Questo processo vizioso è imploso su stesso.

Inoltre, osservando il cambiamento dei fenomeni urbani e sociali, possiamo intuire che gli ambiti territoriali e istituzionali, cioè i Comuni, sembrano inadeguati e obsoleti per offrire piani migliori. Sin dagli anni ’70, il capitalismo ha fatto esplodere la cosiddetta città diffusa, pertanto i cittadini vivono aree urbane e territori più ampi di quelli pianificati nei ristretti territori comunali, e spesso usano il suolo percorrendo territori intercomunali. Se in Inghilterra il modello della grande Londra è l’esempio di una pianificazione intenzionale, in Italia la crescita urbana è stata lasciata alla speculazione e oggi paghiamo ancora le conseguenze di quella volontà politica.

Le fonti letterarie e la pubblicistica mostrano un dibattito aperto, dinamico e attento attraverso la sensibilità di determinate analisi e studi di organizzazioni, dipartimenti universitari, professionisti e liberi ricercatori (Russo, Urbanistica per una diversa crescita, 2014; Calafati, Città tra declino e sviluppo, 2014). Per il momento gli argomenti di discussione sono “chiusi” fra accademici, progettisti e costruttori, nel senso che il mainstream non ritiene utile informare i cittadini circa il fallimento delle città secondo l’accezione urbanistica e architettonica.

Da decenni gli urbanisti hanno individuato l’origine della crisi delle città, e tale discussione accesasi durante gli anni ’60, è stata isolata e sopita dalla classe politica e dai mass media sia per nascondere le motivazioni speculative della rendita e sia per favorire la mercificazione del territorio. La recente implosione del sistema capitalistico consente di far riemergere un dibattito ucciso sul nascere, e sarebbe ragionevole e conveniente per tutti, persino per gli speculatori, arrivare ad ammettere che il capitalismo, implodendo su stesso, ha travolto l’indotto industriale più importante dell’economica delle città e dello Stato, ormai smembrato dall’ideologia neoliberale.

Dal punto di vista della pianificazione, è difficile ammettere che la strada suggerita dall’ideologia neoliberale, cioè far prevalere l’interesse dei privati nei processi giuridici ed economici circa le destinazioni d’uso dei suoli, non garantisce più la costruzione delle urbanizzazioni e della cosiddetta città pubblica. Mercificare la città è stata una scelta ideologica che ha favorito la concentrazione di risorse monetarie nelle mani di piccole caste locali, facendo pagare queste scelte egoistiche alla collettività. La crisi attuale ha messo in evidenza che le persone non hanno più i soldi necessari per pagare questi costi, ciò è accaduto attraverso l’inganno della rendita fondiaria e immobiliare che ha illuso persino l’industria immobiliare, forse convinta di poter proseguire i propri profitti con l’ausilio di piani di crescita attraverso l’economia del debito pubblico e privato. La droga finanziaria ha fatto perire il sistema per overdose. Morto il capitalismo c’è l’opportunità di riprendere il tema della municipalizzazione dei suoli e di pianificare un’agenda urbana sostenuta dalla sovranità monetaria con paradigmi bioeconomici e di qualità urbana.

Nell’ultimo decennio l’industria delle costruzioni, a differenza di altri ambiti industriali, ha ridotto i propri danni economici solo grazie agli incentivi fiscali legati alle ristrutturazioni finalizzate all’efficienza energetica, ma anche gli incentivi non hanno retto di fronte all’espandersi della crisi. Dal punto di vista delle politiche urbane, i piani urbanistici espansivi hanno avuto ricadute negative poiché generalmente una parte importante dei piani attuativi non ha recuperato gli investimenti previsti, cioè le superfici costruite non sono state acquistate, mentre taluni piani sono rimasti sulla carta. Le motivazioni sono tante, ma sono due quelle principali: la fede nell’ideologia della crescita continua, e la sottovalutazione della crisi del capitalismo e dell’euro zona che ha intaccato anche il risparmio dei cittadini. Per uscire dalla crisi due sono le soluzioni affrontate dal dibattito; la prima soluzione propone di restare sull’attuale piano ideologico promettendo di ricercare i capitali necessari fra i soggetti privati, sfruttando sempre l’interesse economico della rendita. La seconda soluzione propone una declinazione in due rami: entrambi i rami partano dal presupposto di ripristinare la sovranità monetaria, e il primo ramo non rinuncia alla logica della rendita dei privati, mentre il secondo ramo è quello nuovo, cioè proporre di associare alla recuperata sovranità i nuovi paradigmi culturali figli della bioeconomia per transitare definitivamente su un sistema etico e naturale delle scelte territoriali e garantire risorse alle presenti e future generazioni.

Non ci vorrà molto tempo per capire quale soluzione convincerà chi controlla le istituzioni, poiché l’implosione del capitalismo sta rilasciando i suoi pesanti effetti proprio in questi anni. La crisi innescata da un’industria fuori controllo, quella bancaria e finanziaria, sta fagocitando i risparmi privati, proprio in questo periodo, e se il sistema istituzionale ha risposto salvando se stesso attraverso nuovi poteri e funzioni alla banca centrale europea, gli stessi sanno bene che per impedire una rivoluzione dei popoli dovranno aggiungere e concedere nuovi e potenti strumenti monetari per restituire libertà alle comunità che stanno morendo sotto i colpi di una religione innaturale e diabolica. Il mostro del capitalismo si è trasformato in animale che inventa se stesso a mezzo internet spostando i capitali attraverso le giurisdizioni segrete e facendo apparire gli investimenti pubblici e privati soprattutto nei paesi emergenti. Questo mostro capitalista ha divorato persino parte di se stesso, e uno di questi ambiti comprende anche la cosiddetta old economy delle costruzioni, tant’è che in talune città europee certe trasformazioni urbanistiche sono state finanziate proprio da fondi pubblici e privati sospetti. Tali operazioni, non passate inosservate, hanno evidenziato proprio la crisi del settore che ricorre a rapporti amicali e favori politici globali per realizzare i capricci dei Sindaci, svelando fino a che punto gli interessi delle comunità siano stati rimossi dei processi di governance. Nel restante territorio le trasformazioni urbanistiche escluse dai circuiti dei capitali globali sono fallite per le ragioni sopradescritte.

Presidenti di Regioni e Sindaci sono eletti direttamente dai cittadini e a differenza delle persone nominate nei Governi e nei Parlamenti rispondono direttamente circa il loro operato. Costoro, o recuperano un’autonomia decisionale facendo scelte ascoltando le nuove opportunità politiche, oppure, all’indignazione popolare ampiamente alimentata dalla crisi e dalla stampa che favorisce l’apatia e l’astensionismo, si aggiungerà anche la potente e influente lobby delle costruzioni. In tal senso i piani urbanistici espansivi vanno trasformati in piani di rigenerazione urbana e la difficoltà culturale e tecnica sta nell’avere il coraggio di proporre piani senza gli incentivi volumetrici. Non può essere l’aumento delle superfici da vendere sul mercato, l’incentivo che ripaga i costi delle trasformazioni poiché il mercato stesso non è più capace di assorbire un’offerta che non risponde al desiderio e alle possibilità economiche dei territori. La soluzione è nota: restituire energia allo Stato con moneta sovrana a credito, e non più a debito. Il conflitto culturale è altrettanto noto, e i seguaci neoliberali rappresentano la maggioranza fra le istituzioni pubbliche e private, e non intendono ammettere l’implosione del capitalismo. Ancora una volta la convenienza economica, e in questo caso direi la sopravvivenza di una lobby, agirà nel proprio interesse e influenzerà i politici per cambiare il corso della crisi. Già nell’Ottocento e poi nei primi anni del Novecento, la scelta politica fu quella di aggiustare i luoghi urbani deteriorati dall’industria, e l’impulso partì dagli sia da Stati che battevano moneta sovrana e sia dall’invenzione di istituti bancari ad hoc. Scelte politiche analoghe furono intraprese sia dall’Inghilterra negli anni ’70 che cominciò la moderna rigenerazione urbana con investimenti pubblici, e sia durante gli anni ’50 negli USA che finanziarono programmi di rinnovamento urbano. Adesso le condizioni finanziarie globali sono mutate, e soprattutto è mutata la disponibilità delle risorse naturali, cosa significa? Che l’idea già paventata di tornare alle politiche neokeynesiane contribuirebbe alla distruzione dei sistemi naturali e potrebbe polverizzare i capitali finanziari generati dalle scommesse, per questo motivo l’evoluzione si trova sul nuovo piano, e cioè quello bioeconomico che ci consente di uscire dalla mercificazione dei suoli attribuendo il vincolo di inalienabilità ad ampi territori del pianeta Terra. Tornando alle politiche urbane sappiamo che le risorse per rigenerare le città ci sono, manca la volontà politica di uscire dalla mercificazione per favorire il recupero dei tessuti urbani esistenti a prezzo di costo e introducendo detrazioni e leve fiscali per la ristrutturazione urbanistica e i trasferimenti di volume necessari in alcune aree urbane degradate. Rigenerare seriamente le aree urbane significa abbattere le rendite di posizione, poiché interventi con una regia pubblica possono favorire il coinvolgimento degli abitanti, e ciò potrebbe far emergere l’interesse delle rendite immobiliari palesando pubblicamente il conflitto generato dal capitalismo, e quindi risolverlo a favore dell’interesse generale.

Tornando alla trasformazione del capitalismo in mostro internettiano e virtuale, che crea moneta dal nulla sia attraverso il sistema del prestito e sia attraverso i famigerati strumenti finanziari (le scommesse e fondi speculativi), ecco, sarebbe saggio compiere il salto d’uscita dallo stesso capitalismo. Agli Stati non conviene farsi prestare una moneta a debito, e se teniamo alla sopravvivenza della nostra specie, in un pianeta di risorse finite, l’unico sistema che funziona è quello che copia i processi economici naturali. E’ di moda chiamarla economia circolare in contrapposizione al sistema di produzione capitalista di tipo lineare. Dovremmo cancellare convenzioni e costumi di un sistema economico immorale, inventato dalle caste politiche per tenere i popoli in schiavitù. Il capitalismo dopo avere reso merce ogni cosa che ruota intorno a noi, si sta sganciando dalla merce lavoro travolgendo ampi settori dell’economia reale (old economy). Da alcuni decenni non è più il lavoro la fonte primaria della ricchezza materiale. Cosa significa? La specie umana condizionata dalla religione capitalista ha l’opportunità di liberarsi del lavoro e stabilire un nuovo patto sociale. Finisce un’epoca durata circa trecento anni, può cominciare l’epoca di transizione verso la prosperità. La specie umana ha una grande opportunità: riporre l’invenzione della banca e della moneta nel loro ruolo originario, ma in una veste altrettanto nuova, e cioè usare lo strumento di misura monetario per attività socialmente utili e commisurarlo alla politica delle risorse vincolate dalla legge dell’entropia. I debiti pubblici vanno rimessi e gli Stati rinvigoriti con moneta a credito secondo gli interessi generali: felicità e formazione cultuale dei popoli, innovazione e ricerca, rigenerazione dei territori. L’obiettivo non è più l’aumento della produttività ma lo sviluppo umano rispettando l’uso razionale delle risorse che genera nuova occupazione utile.

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