Cambiamo le città e vivremo meglio


Il capitalismo delle rendite immobiliari prima e il neoliberismo dopo, hanno peggiorato le condizioni di vita nelle nostre città e favorito piani edilizi speculativi che hanno costruito il degrado che osserviamo in diverse città. La deindustrializzazione e la delocalizzazione produttiva hanno innescato un lungo processo di cambiamenti sociali e ambientali. Il capitalismo neoliberale (deregolamentazione dei mercati finanziari) e le tecnologie informatiche modificano la società occidentale, aumentano le disuguaglianze. La nostra classe dirigente, anziché favorire programmi per trovare soluzioni e prevenire danni sociali e ambientali, ha scelto di ignorare tale fenomeno. Un effetto consolidato del capitalismo neoliberale è la nuova struttura urbana che si è realizzata in Italia, costituita da città estese ma amministrate ancora dai comuni rispetto a obsoleti confini amministrativi. Nonostante la stagione dei “programmi complessi”, le nostre città non offrono luoghi urbani adeguati ai cambiamenti sociali; per aggiustare le aree urbane ci vuole una volontà politica e una consapevolezza per attivare un coordinamento istituzionale e un’agenda urbana bioeconomica. E’ necessario cambiare le modalità culturali che giudicano gli investimenti, poiché bisogna porre rimedio alle cattive espansioni urbanistiche cominciate sin dal secondo dopo guerra. L’attuale paradigma dominate distrugge economie locali e il futuro di diverse generazioni di persone, soprattutto nel meridione d’Italia. L’inerzia politica del legislatore aumenta le disuguaglianze economiche e sociali, apparendo quasi criminogena. Il territorio è la risorsa principale del Paese, noi dipendiamo dall’energia della campagna e dalle relazioni nelle aree urbane. L’armatura urbana italiana è mutata, oggi viviamo in città estese che rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi. Questo cambiamento di scala territoriale è completamente ignorato dalle classe dirigente incapace di programmare adeguati investimenti pubblici. Le città assurgono all’attenzione dei media solo quando la natura si manifesta con calamità che causano morti e danni ai suoli antropizzati. Il crimine dell’indifferenza è tipico degli idiotes, soprattutto quando l’inerzia politica riguarda la risorsa che ci tiene in vita. Una priorità del genere non dovrebbe neanche essere oggetto di dubbi o discussioni, ma i nostri dipendenti, se fossero persone dotate di un banale buon senso, dovrebbero agire per conservare il nostro patrimonio, unico al mondo, senza fiatare. La classe dirigente non ha voluto proporre nuovi paradigmi per governare il territorio e prevenire la disgregazione sociale che assistiamo, la recessione sta facendo abbassare i livelli della qualità di vita degli abitanti, ma all’élite va bene così.

In quasi trent’anni, le città sono cambiate con una velocità inimmaginabile per i secoli passati. Questa velocità è direttamente proporzionale all’evoluzione del capitalismo che si sta sganciando dal lavoro. La degenerazione culturale dell’Occidente è favorita dall’informatizzazione piegata ai capricci del capitale, basti osservare il fenomeno dell’immorale mondo offshore collegato anche all’attività dei piani di riqualificazione urbana a debito, poiché così si nasconde la corruzione, mentre emergono e si diffondo prezzolati servi e adoratori d’internet. Ovviamente internet è l’ennesima tecnica, e non rimane indifferente di fronte alle ingiustizie sociali e alla fame dei popoli, semplicemente le sfrutta poiché rispecchia il nichilismo dell’epoca moderna. Grazie alle giurisdizioni segrete e l’evoluzione dei sistemi informatici, il sistema bancario ha corrotto persino le mafie, e attrae i peggiori criminali del pianeta che possono compiere le proprie immorali transazioni grazie a internet, e i Governi lo sanno benissimo. I politici preferiscono favorire l’industria del grande fratello – google e facebook – per raccogliere informazioni sugli stili di vita dei cittadini e sfruttarle per l’industria delle merci inutili, piuttosto che cancellare le giurisdizioni segrete e incriminare le banche che spostano capitali generati illecitamente, e comprano e vendono armi.

città in contrazione

Il contesto urbano e territoriale che ereditiamo è complesso, contraddittorio. Abbiamo tutte le principali città italiane – ben 26 – che sono in contrazione (perdita di abitanti) e le rendite hanno favorito la crescita della cosiddetta regione urbana, poiché hanno espulso i ceti meno abbienti dai principali centri urbani e si sono trasferiti nei comuni limitrofi. Questi abitanti usano e vivono un territorio più vasto della città, facendo crescere il volume degli spostamenti pendolari, che realizzati con mezzi privati aumentano l’inquinamento. I piccoli e medi comuni sono cresciuti, deliberando piani urbanistici espansivi hanno consumato suolo agricolo. Nonostante i principali centri urbani siano stati coinvolti dal fenomeno della contrazione hanno approvato piani espansivi con la speranza di incassare soldi attraverso gli oneri di urbanizzazione contribuendo a consumare suolo agricolo. In questo contesto drammatico si intuisce che nessun comune italiano, ripeto, nessuno ha deliberato piani urbanistici rigenerativi secondo i paradigmi della bioeconomia. La rigenerazione urbana è auspicata da tutte le categorie professionali che si occupano di urbanistica ma viene proposta una tecnica che ricade nell’obsoleta cultura delle crescita (perequazione e premi volumetrici), anziché compiere un’evoluzione dettata dalla bioeconomia. Esempi di rigenerazione si trovano soprattutto nel mondo anglosassone che ha conservato una propria sovranità monetaria. La letteratura straniera è molto vasta e mostra aspetti contraddittori poiché da un lato si sono favorite le rendite e dall’altro c’è stata una sensibilità a conservare le risorse naturali. Le tipologie insediative sono generalmente caratterizzate da tessuti urbani con densità che imitano la città classica europea. In Italia ci si è limitati, dove è stato possibile, a recuperare le aree industriali dismesse senza avere il coraggio di intervenire nei tessuti urbani esistenti e costruiti male dalla speculazione. Tutti gli urbanisti sanno bene che la soluzione del problema si trova nella proprietà dei suoli e nella rendita immobiliare, tutti sanno che la cosiddetta municipalizzazione dei suoli avrebbe ridotto i rischi della speculazione capitalista ma il legislatore italiano preferì favorire la lobby degli immobiliaristi. Ci sono proposte di riforma che auspicano la separazione fra la proprietà dei suoli e il diritto alla casa, all’alloggio. Separando il suolo dall’alloggio possiamo immaginare di scomporre e ricomporre parti di città per realizzare una corretta morfologia urbana. E’ fondamentale che il disegno urbano si liberi di discipline negative come la finanza e la proprietà. Fatto ciò, bisogna portare l’urbanistica nell’alveo della bioeconomia poiché ci consente di misurare correttamente i flussi di energia e materia. In tal senso l’edilizia è ormai matura, un pò meno l’urbanistica, ma l’approccio della scuola territorialista che fa uso della bioeconomia riempie il vuoto culturale, anche se l’ambito d’intervento è quello territoriale vasto e non la città. L’unico ambito finora rimasto scoperto è quello che riguarda i piani regolatori generali in vigore e gli strumenti giuridici finanziari che valutano i piani. I criteri di valutazione, cioè gli indici finanziari ed economici non servono per giudicare la qualità progettuale, e pertanto le decisioni politiche sono condizionate da orientamenti fuorvianti e persino dannosi. E’ la qualità urbana e dei progetti che bisogna imparare a valutare ed è necessario sostenere criteri bioeconomici, di bellezza e di decoro. E’ necessario partire da un approccio conservativo, partendo da analisi dirette, funzionali, morfologiche, percettive e bisogna avere l’ambizione e l’obiettivo di riportare la bellezza e il decoro nelle città. Dobbiamo abbattere le rendite immobiliari e di posizione, trasformare le leggi introducendo il concetto di bene nell’accezione bioeconomia per togliere dal mercato i valori del nostro patrimonio e poi favorire interventi di trasformazione urbana che hanno il coraggio e la virtù di aggiustare i tessuti urbani costruiti dalla speculazione. Secondo l’economia neoclassica tali trasformazioni che hanno il coraggio di recuperare standard, non sarebbero economicamente sostenibili ma attraverso l’aumento di carichi urbanistici, cioè speculando, potrebbero esser convenienti poiché si offrono al mercato le superfici che ricoprono i costi delle trasformazioni. Questa logica della crescita figlia dell’ossimoro sviluppo sostenibile è fallita anche nelle città, e contraddice il concetto stesso della rigenerazione.

Nel Novecento la città di Ulm tagliò la testa al mostro del capitalismo. L’Amministrazione acquistò i suoli per costruire alloggi e poi li cedette a prezzo di costo ai ceti meno abbienti; “a prezzo di costo“!!! Il Comune di Ulm non fece alcun profitto e agevolò persino le famiglie che non potevano pagare il prezzo di costo, vendendo gli alloggi a rate ma applicando un interesse del 3%. Quando esiste una volontà politica per aiutare le persone più povere, politici seri e civili prendono le giuste decisioni.

Le nostre città, cresciute dagli anni ’50 fino agli anni ’80, hanno costruito anche periferie orrende e anziché prendere le giuste decisioni e aiutare i più poveri, i politici hanno favorito le speculazioni e le rendite di posizione. Bisogna porre rimedio con soluzioni radicali e favorire la rigenerazione urbana bioeconomica che come l’esempio di Ulm ignora il profitto ma favorisce la tutela dei diritti e lo sviluppo umano. Il denaro è un mezzo, un banale strumento di misura, l’obiettivo è rigenerare le aree urbane favorendo nuova occupazione, rilocalizzando servizi e attività. Il punto di partenza sono i progetti secondo l’approccio bioeconomico cioè concentrarsi nelle zone omogenee B, cioè i tessuti urbani esistenti, e studiarli secondo “l’unità di vicinato” (cellula urbana), cioè verificare se sussistono le regole della corretta composizione e inserire le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, raggiungendo una maggiore qualità urbana, la bellezza e il decoro, e una sostenibilità duratura nel tempo. Già negli anni ’70 a seguito del DM 1444/68, i Comuni furono costretti a deliberare piani per recuperare gli standard mancanti, ma il risultato in generale, fu che i consiglieri comunali non si schierarono contro le rendite e vinse il disegno urbano speculativo. Fortunatamente ci furono anche casi ove i Comuni progettarono un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato costruendo i servizi in maniera adeguata, ma ciò avvenne ove esisteva una corretta cultura urbanistica a tutela dell’interesse generale.

In questi anni 2000, le città hanno accelerato la propria crisi poiché il capitale si trasferisce nei Paesi emergenti e innesca la recessione che colpisce il potere d’acquisto dei lavoratori salariati. La soluzione alla recessione è sul piano dei nuovi paradigmi culturali col ripristino della sovranità monetaria. Per avviare questa transizione nelle nostre città, e anche nelle città europee, non servono le mance proposte dal Governo ma una seria riforma del sistema economico europeo. Bisogna cambiare i Trattati e le funzioni della BCE per uscire dall’economia del debito. L’aborto politico chiamato UE è un sistema idiotes che sta danneggiando i popoli e adotta un’agenda urbana fatta di indicazioni e buoni propositi sotto il profilo energetico ma culturalmente carente sotto il profilo urbanistico e territoriale. Lo stesso Governo italiano manifesta una carenza culturale per governare il proprio territorio e i centri urbani, nonostante la creazione del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane. I documenti pubblicati dalle agenzie istituzionali manifestano diverse carenze circa le forme urbane che si sono sviluppate e trasformate negli ultimi trent’anni. E le proposte legislative, come il DDL sulla riforma urbanistica, sono addirittura pericolose per la tutela del nostro patrimonio poiché lasciano intuire un aumento dei rischi favorito dall’approccio neoliberale. Possiamo comprendere che al di là della carenza culturale chi ha il potere di decidere preferisce favorire un capitalismo da rapina piuttosto che applicare la Costituzione.

Dal punto di vista di una politica urbana seria e responsabile, è necessario ampliare i principi di tutela e conservazione ed estenderli a tutta la progettazione urbana, cioè fare l’opposto di quello fatto finora attraverso i piani espansivi per trasformarli in piani rigenerativi. E’ necessario incentivare il sistema dei parchi e ampliare gli ambiti territoriali circa la tutela della biodiversità, portando il concetto di “bio distretto” nelle aree urbane. Solo per l’Italia servirebbero circa 60 miliardi per intervenire e risolvere definitivamente problemi rimasti insoluti negli ultimi quarant’anni, questo solo nelle 26 città in contrazione. Ovviamente bisogna fissare un orizzonte temporale, ad esempio 20 anni/30 anni, e distribuire la programmazione economica per gli anni che fissano obiettivi intermedi e a lungo termine. Quest’atteggiamento cambia la politica nazionale ed europea, cambia la visione e costruisce un presente e futuro fatto di prosperità poiché rigenerare i centri urbani per i prossimi 20 anni con l’approccio conservativo significa risolvere i problemi occupazionali, riequilibra il rapporto uomo e natura in quanto tutela l’ambiente e favorisce lo sviluppo umano. La cifra di 60 miliardi è solo un’indicazione ricavata da scenari progettuali di rigenerazione (un modello), che tengono conto di una certa quantità demolizioni e ricostruzioni; arredo urbano; conservazione; ristrutturazione; riattamento; servizi (verde pubblico, scuola, teatro, biblioteca); sufficienza energetica e mobilità dolce. La cifra varia rispetto ai singoli progetti, ma l’indicazione è utile a capire le dimensioni della programmazione economica che si discosta dagli spiccioli stanziati da una classe dirigente che si pone altre priorità, ma lascia insoluti i problemi sociali delle aree urbane. E’ fondamentale che i cittadini stabiliscano la priorità di riprendersi le città, poiché sono la nostra casa. Bisogna farlo riportando l’architettura e l’urbanistica al centro della politica, come avvenne nel mondo classico della magna Grecia, nel Rinascimento e nell’Ottocento, e stabilire l’uscita dal becero consumismo sostituendolo con la cultura e la bellezza.

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2 pensieri riguardo “Cambiamo le città e vivremo meglio”

  1. […] 24 gennaio 2016 admin (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); Il capitalismo delle rendite immobiliari prima e il neoliberismo dopo, hanno peggiorato le condizioni di vita nelle nostre città e favorito piani urbanistici speculativi che hanno costruito il degrado che osserviamo in diverse città. La deindustrializzazione e la delocalizzazione produttiva hanno innescato un lungo processo di cambiamenti sociali e ambientali. La nostra classe dirigente, anziché favorire programmi per trovare soluzioni e prevenire danni sociali e ambientali, ha scelto di ignorare tale fenomeno. Nonostante la stagione dei “programmi complessi”, le nostre città non offrono luoghi urbani adeguati ai cambiamenti sociali; per aggiustare le aree urbane ci vogliono interventi ben più corposi, poiché bisogna porre rimedio alle cattive espansioni urbanistiche cominciate sin dal secondo guerra. Mentre il paradigma dominate distrugge economie locali e il futuro di diverse generazioni di persone, l’inerzia del legislatore è criminogena. Il territorio è la risorsa principale del Paese, noi dipendiamo dall’energia della campagna e dalle relazioni nelle aree urbane, ma la città è completamente ignorata e assurge all’attenzione dei media solo quando la natura si manifesta con calamità che recano morti e danni ai suoli antropizzati. Il crimine dell’indifferenza è tipico degli idiotes, soprattutto quando l’inerzia politica riguarda la risorsa che ci tiene in vita. Una priorità del genere non dovrebbe neanche essere oggetto di dubbi o discussioni, ma i nostri dipendenti, se fossero persone dotate di un banale buon senso, dovrebbero agire per conservare il nostro patrimonio, unico al mondo, senza fiatare. A questo fenomeno di deindustrializzazione la classe dirigente non ha voluto proporre nuovi paradigmi per governare il territorio e prevenire la disgregazione sociale che assistiamo. La recessione sta facendo abbassare i livelli della qualità di vita. In quasi trent’anni, le città sono cambiate con una velocità inimmaginabile per i secoli passati. Questa velocità è direttamente proporzionale all’evoluzione del capitalismo che si sta sganciando dal lavoro. La degenerazione culturale dell’Occidente è favorita dall’informatizzazione piegata ai capricci del capitale, basti osservare il fenomeno dell’immorale mondo offshore collegato anche all’attività dei piani di riqualificazione urbana a debito, poiché così si nasconde la corruzione, mentre emergono e si diffondo prezzolati servi e adoratori d’internet. Ovviamente internet è l’ennesima tecnica, e non rimane indifferente di fronte alle ingiustizie sociali e alla fame dei popoli, semplicemente le sfrutta poiché rispecchia il nichilismo dell’epoca moderna. Grazie alle giurisdizioni segrete e l’evoluzione dei sistemi informatici, il sistema bancario ha corrotto persino le mafie, e attrae i peggiori criminali del pianeta che possono compiere le proprie transazioni grazie a internet, e i Governi lo sanno benissimo. I politici preferiscono favorire l’industria del grande fratello – google e facebook – per raccogliere informazioni sugli stili di vita dei cittadini e sfruttarle per l’industria delle merci inutili, piuttosto che cancellare le giurisdizioni segrete e incriminare le banche che comprano e vendono armi. Il contesto urbano e territoriale che ereditiamo è complesso, contraddittorio. Abbiamo tutte le principali città italiane – ben 26 – che sono in contrazione (perdita di abitanti) e le rendite hanno favorito la crescita della cosiddetta regione urbana, poiché hanno espulso i ceti meno abbienti dai principali centri urbani e si sono trasferiti nei comuni limitrofi. Questi abitanti usano e vivono un territorio più vasto della città, facendo crescere il volume degli spostamenti pendolari, che realizzati con mezzi privati aumentano l’inquinamento. I piccoli e medi comuni sono cresciuti, deliberando piani urbanistici espansivi hanno consumato suolo agricolo. Nonostante i principali centri urbani siano stati coinvolti dal fenomeno della contrazione hanno approvato piani espansivi con la speranza di incassare soldi attraverso gli oneri di urbanizzazione contribuendo a consumare suolo agricolo. In questo contesto drammatico si intuisce che nessun comune italiano, ripeto, nessuno ha deliberato piani urbanistici rigenerativi secondo i paradigmi della bioeconomia. La rigenerazione urbana è auspicata da tutte le categorie professionali che si occupano di urbanistica ma viene proposta una tecnica che ricade nell’obsoleta cultura delle crescita (perequazione e premi volumetrici), anziché compiere un’evoluzione dettata dalla bioeconomia. Esempi di rigenerazione si trovano soprattutto nel mondo anglosassone che ha conservato una propria sovranità monetaria. La letteratura straniera è molto vasta e mostra aspetti contraddittori poiché da un lato si sono favorite le rendite e dall’altro c’è stata una sensibilità a conservare le risorse naturali. Le tipologie insediative sono generalmente caratterizzate da tessuti urbani con densità che imitano la città classica europea. In Italia ci si è limitati, dove è stato possibile, a recuperare le aree industriali dismesse senza avere il coraggio di intervenire nei tessuti urbani esistenti e costruiti male dalla speculazione. Tutti gli urbanisti sanno bene che la soluzione del problema si trova nella proprietà dei suoli e nella rendita immobiliare, tutti sanno che la cosiddetta municipalizzazione dei suoli avrebbe ridotto i rischi della speculazione capitalista ma il legislatore italiano preferì favorire la lobby degli immobiliaristi. Ci sono proposte di riforma che auspicano la separazione fra la proprietà dei suoli e il diritto alla casa, all’alloggio. Separando il suolo dall’alloggio possiamo immaginare di scomporre e ricomporre parti di città per realizzare una corretta morfologia urbana. E’ fondamentale che il disegno urbano si liberi di discipline negative come la finanza e la proprietà. Fatto ciò, bisogna portare l’urbanistica nell’alveo della bioeconomia poiché ci consente di misurare correttamente i flussi di energia e materia. In tal senso l’edilizia è ormai matura, un pò meno l’urbanistica, ma l’approccio della scuola territorialista che fa uso della bioeconomia riempie il vuoto culturale, anche se l’ambito d’intervento è quello territoriale vasto e non la città. L’unico ambito finora rimasto scoperto è quello che riguarda i piani regolatori generali in vigore e gli strumenti giuridici finanziari che valutano i piani. I criteri di valutazione, cioè gli indici finanziari ed economici non servono a nulla per giudicare la qualità progettuale, e pertanto le decisioni politiche sono condizionate da orientamenti fuorvianti e persino dannosi. E’ la qualità urbana e dei progetti che bisogna imparare a valutare ed è necessario sostenere criteri bioeconomici, di bellezza e di decoro. E’ necessario partire da un approccio conservativo, partendo da analisi dirette, funzionali, morfologiche, percettive e bisogna avere l’ambizione e l’obiettivo di riportare la bellezza e il decoro nelle città. Dobbiamo abbattere le rendite immobiliari e di posizione, trasformare le leggi introducendo il concetto di bene nell’accezione bioeconomia per togliere dal mercato i valori del nostro patrimonio e poi favorire interventi di trasformazione urbana che hanno il coraggio e la virtù di aggiustare i tessuti urbani costruiti dalla speculazione. Secondo l’economia neoclassica tali trasformazioni che hanno il coraggio di recuperare standard, non sarebbero economicamente sostenibili ma attraverso l’aumento di carichi urbanistici, cioè speculando, potrebbero esser convenienti poiché si offrono al mercato le superfici che ricoprono i costi delle trasformazioni. Questa logica della crescita figlia dell’ossimoro sviluppo sostenibile è fallita anche nelle città, e contraddice il concetto stesso della rigenerazione. Nel Novecento la città di Ulm tagliò la testa al mostro del capitalismo. L’Amministrazione acquistò i suoli per costruire alloggi e poi li cedette a prezzo di costo ai ceti meno abbienti; “a prezzo di costo“!!! Il Comune di Ulm non fece alcun profitto e agevolò persino le famiglie che non potevano pagare il prezzo di costo, vendendo gli alloggi a rate ma applicando un interesse del 3%. Quando esiste una volontà politica per aiutare le persone più povere, politici seri e civili prendono le giuste decisioni. Le nostre città, cresciute dagli anni ’50 fino agli anni ’80, hanno costruito anche periferie orrende e anziché prendere le giuste decisioni e aiutare i più poveri, i politici hanno favorito le speculazioni e le rendite di posizione. Bisogna porre rimedio con soluzioni radicali e favorire la rigenerazione urbana bioeconomica che come l’esempio di Ulm ignora il profitto ma favorisce la tutela dei diritti e lo sviluppo umano. Il denaro è un mezzo, un banale strumento di misura, l’obiettivo è rigenerare le aree urbane favorendo nuova occupazione, rilocalizzando servizi e attività. Il punto di partenza sono i progetti secondo l’approccio bioeconomico cioè concentrarsi nelle zone omogenee B, cioè i tessuti urbani esistenti, e studiarli secondo “l’unità di vicinato” (cellula urbana), cioè verificare se sussistono le regole della corretta composizione e inserire le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, raggiungendo una maggiore qualità urbana, la bellezza e il decoro, e una sostenibilità duratura nel tempo. Già negli anni ’70 a seguito del DM 1444/68, i Comuni furono costretti a deliberare piani per recuperare gli standard mancanti, ma il risultato in generale, fu che i consiglieri comunali non si schierarono contro le rendite e vinse il disegno urbano speculativo. Fortunatamente ci furono anche casi ove i Comuni progettarono un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato costruendo i servizi in maniera adeguata, ma ciò avvenne ove esisteva una corretta cultura urbanistica a tutela dell’interesse generale. In questi anni 2000, le città hanno accelerato la propria crisi poiché il capitale si trasferisce nei Paesi emergenti e innesca la recessione che colpisce il potere d’acquisto dei lavoratori salariati. La soluzione alla recessione è sul piano dei nuovi paradigmi culturali col ripristino della sovranità monetaria. Per avviare questa transizione nelle nostre città, e anche nelle città europee, non servono le mance proposte dal Governo ma una seria riforma del sistema economico europeo. Bisogna cambiare i Trattati e le funzioni della BCE per uscire dall’economia del debito. L’aborto politico chiamato UE è un sistema idiotes che sta danneggiando i popoli e adotta un’agenda urbana fatta di indicazioni e buoni propositi sotto il profilo energetico ma culturalmente carente sotto il profilo urbanistico e territoriale. Lo stesso Governo italiano manifesta una carenza culturale per governare il proprio territorio e i centri urbani, nonostante la creazione del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane. I documenti pubblicati dalle agenzie istituzionali manifestano diverse carenze circa le forme urbane che si sono sviluppate e trasformate negli ultimi trent’anni. E le proposte legislative, come il DDL sulla riforma urbanistica, sono addirittura pericolose per la tutela del nostro patrimonio poiché lasciando intuire un certo incentivo per progetti criminali privati. Possiamo comprende che al di là della carenza culturale chi ha il potere di decidere preferisce favore un capitalismo da rapina piuttosto che applicare la Costituzione. Dal punto di vista di una politica urbana seria e responsabile, è necessario ampliare i principi di tutela e conservazione ed estenderli a tutta la progettazione urbana, cioè fare l’opposto di quello fatto finora attraverso i piani espansivi per trasformarli in piani rigenerativi. E’ necessario incentivare il sistema dei parchi e ampliare gli ambiti territoriali circa la tutela della biodiversità, portando il concetto di “bio distretto” nelle aree urbane. Solo per l’Italia servirebbero circa 60 miliardi per intervenire e risolvere definitivamente problemi rimasti insoluti negli ultimi quarant’anni, questo solo nelle 26 città in contrazione. Ovviamente bisogna fissare un orizzonte temporale, ad esempio 20 anni, e distribuire la programmazione economica per gli anni che fissano obiettivi intermedi e a lungo termine. Quest’atteggiamento cambia la politica nazionale ed europea, cambia la visione e costruisce un presente e futuro fatto di prosperità poiché rigenerare i centri urbani per i prossimi 20 anni significa risolvere i problemi occupazionali, riequilibra il rapporto uomo e natura in quanto tutela l’ambiente e favorisce lo sviluppo umano. La cifra di 60 miliardi è solo un’indicazione ricavata da scenari progettuali di rigenerazione, che tengono conto di una certa quantità demolizioni e ricostruzioni; arredo urbano; conservazione; ristrutturazione; riattamento; servizi (verde pubblico, scuola, teatro, biblioteca); sufficienza energetica e mobilità dolce. La cifra può giustamente variare rispetto ai singoli progetti, ma l’indicazione è utile a capire le dimensioni della programmazione economica che si discosta dai ridicoli spiccioli stanziati da una classe dirigente a dir poco, dannosa, inutile e immatura. E’ fondamentale che i cittadini stabiliscano la priorità di riprendersi le città, poiché sono la nostra casa. Bisogna farlo riportando l’architettura e l’urbanistica al centro della politica, come avvenne nel mondo classico della magna Grecia, nel Rinascimento e nell’Ottocento, e stabilire l’uscita dal becero consumismo sostituito dalla cultura e dalla bellezza. https://peppecarpentieri.wordpress.com/2015/12/23/cambiamo-le-citta-e-vivremo-meglio/ […]

  2. […] Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività ma riducendo i costi, e il lavoro è una merce, un costo che si può ridurre delocalizzando in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche in sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo stesso delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali. […]

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