L’evoluzione portata nelle regioni urbane


In questi giorni a causa dell’incontro denominato COP21 si torna a parlare di riscaldamento globale. Al di là delle responsabilità e delle polemiche legate alle cause dei cambiamenti climatici, è facile semplificare e sterilizzare le divergenze, dettate da interessi industriali contrastanti, è sufficiente osservare che la vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dalle leggi della fisica: termodinamica. Tutto lo sviluppo industriale dell’epoca moderna è figlio della termodinamica e gli effetti delle tecnologie sulla natura e la specie umana sono evidenti. La domanda da porci, è se le conoscenze della nostra specie siano in grado di abbandonare determinate tecnologie, ormai obsolete e dannose, e avviare un’epoca di transizione. La risposta è decisamente positiva. Il vero contrasto è insito in questo tema, poiché uscire dalla dipendenza degli idrocarburi significa spostare l’asse degli interessi geopolitici mondiali. I tempi della transizione energetica sono dettati da questo, e non dai cambiamenti climatici.

Le principali multinazionali da decenni stanno sperimentando tecnologie e sistemi energetici alternativi, i prodotti sono ormai maturi. Istituzioni e comunità saranno trasformate, dove il capitalismo globale lo vorrà, ma anche nella vecchia Europa se i cittadini sapranno informarsi e soprattutto organizzarsi, potranno trarre vantaggio da un’evoluzione neotecnica abbinata alla valorizzazione di una cultura  progettuale di valore in campo architettonico e urbanistico.

Nonostante l’Italia sia stata la culla proprio della bellezza architettonica, è il Paese che meno di altri sta aggiustando le proprie aree urbane, mal progettate durante la crescita del periodo chiamato boom economico e durante la spinta neoliberista avviata dagli anni ’80. In Occidente, il pensiero pubblicitario della moda ha creato anche il famigerato fenomeno delle archistar auto referenziali, organizzate come un’associazione acchiappa appalti e poco interessata alla reale soluzione dei problemi locali. L’ignoranza e l’arroganza delle classi politiche ha trascurato la principale risorsa del Paese: il patrimonio degli ambienti costruiti. Sembriamo incapaci di rigenerare le nostre città, nonostante queste siano il luogo ove vive la maggioranza degli abitanti e l’ambito ove coesistono enormi problemi socio-economici e soluzioni. Gli esempi di riqualificazione ci sono stati anche da noi, ma spesso sono stati l’espressione dei capricci dell’élite locali e delle rendite di posizione per aumentare la propria avidità, favorendo le diseguaglianze sociali, tant’è che anche da noi, generalmente la finanza ha guidato gli interventi di trasformazione urbana, e i ceti meno abbienti sono stati espulsi dai centri urbani.

La cosiddetta efficienza energetica, ormai introdotta in tutte le norme, è insita nella corretta composizione urbana sin dalla sua nascita, tant’è che i tessuti urbani sono concepiti secondo lo schema dell’isolato che distribuisce lo spazio in maniera proporzionata e dettato dagli spostamenti a piedi, così come un corretto rapporto fra vuoti e pieni, altezze e distanze fra gli edifici. Queste e altre indicazioni progettuali sono ampiamente descritte in tutti i manuali, persino nelle leggi, il problema è l’economia che ha sia condizionato il disegno dei piani e sia edulcorato quelli più sostenibili perseguendo, spesso, obiettivi piegati dall’avidità delle élite locali e dai capricci della rendita.

La fine dell’industrialismo, le rendite fondiarie e immobiliari hanno generato le cosiddette regioni urbane, o città regione. I sistemi urbani sono stati classificati come “Sistemi Locali“, ambiti territoriali dettati dalle relazioni e non solo dai confini amministrativi dei Comuni. In Italia sono 611 i Sistemi Locali del lavoro.

L’opportunità che abbiamo è quella di abbandonare il pensiero dominante della crescita che distrugge le nostre ricchezze naturali e patrimoniali per avviare un nuovo sistema figlio della bioeconomia. La risposta ai nostri problemi non è la crescita della produttività, semmai questa è la causa della fine del lavoro e la distruzione degli ecosistemi, ma la rigenerazione delle regioni urbane. E così i sistemi locali possono essere interpretati come “bio regioni urbane“, e le città come ambiti da rigenerare attraverso principi e valori bioeconomici, favorendo la qualità del disegno urbano che affronta i problemi legati allo sviluppo umano, garantendo i diritti dell’uomo, la bellezza e il decoro urbano. L’indirizzo culturale da adottare è l’approccio conservativo della scuola muratoriana per le zone omogenee A (centro storico) e la ristrutturazione per le zone omogenee B (zone consolidate), concedendo trasformazioni finalizzate al riequilibrio di densità e rapporto fra spazi pubblici e privati recuperando gli eventuali servizi mancanti solo nelle zone B.

Priorità:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Avviare il processo sopra descritto significa realizzare un cambiamento radicale nelle nostre città, creare nuova e occupazione utile poiché gli indirizzi culturali della rigenerazione bioeconomica sono concentrati nella riduzione degli sprechi a favore di stili di vita virtuosi, come la mobilità dolce, la rilocalizzazione produttiva e lo stimolo di maggiore vitalità in ambienti urbani più comfortevoli. E’ un processo evolutivo poiché un ripensamento sul modello della nostra società ci consente di individuare gli errori e di rimuoverli, con soluzioni e proposte migliori di quelle precedenti.

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