Un piano sostenibile per la prosperità


L’ho scritto più volte che è necessario cambiare i paradigmi culturali, ma non per una mera questione ideologica poiché è una necessità suggerita dall’osservazione della realtà. L’epoca industriale è finita, il capitalismo è traslocato nei paesi emergenti, e cosa è rimasto? Il nulla, in tutti i sensi. Non è un caso che da anni si parli di resilienza e di decrescita felice, nonostante l’ignoranza di una classe politica faccia molta fatica a capire di cosa si tratta. Persino gli economisti premi nobel avevano previsto l’implosione del capitalismo, ma sicuramente è la categoria meno indicata per suggerire soluzioni alla crisi della nostra società.

Il Sud ha una sola possibilità per restituire dignità a se stesso: avviare un lungo percorso di sviluppo umano attraverso la cancellazione dell’analfabetismo funzionale e di ritorno, e attraverso l’invenzione di impieghi utili. L’aspetto straordinario è che ci sono tutti mezzi tecnologici per farlo. Il monocolore di partito fra Governo e Regioni è una condizione che favorisce il dialogo fra chi siede nelle stanze dei bottoni, ma gli interessi di bottega e la scarsa preparazione culturale sono ostacoli da superare. L’età anagrafica e l’orientamento culturale dei nuovi Presidenti di Regione non li predispone al cambiamento, ma la loro natura di opportunisti politici potrebbe farli pensare che abbracciare le proposte bioeconomiche sarebbe un strategia politica che li condurrebbe nell’olimpo mediatico che sognano.

Del resto se è vero che il loro giovane premier per suoi problemi ideologi disprezza il cambiamento reale poiché rappresenta il conservatorismo dell’élite europea, quella che sta distruggendo le politiche sociali e sta danneggiando l’economia del popolo italiano, è altrettanto vero che i Presidenti sono stati eletti direttamente dal popolo, mentre Renzi è un paracadutato attraverso manovre di palazzo. Pertanto i Presidenti, che sono più navigati dall’ambizioso Renzi, sanno bene che per loro è necessario fare qualcosa di concreto e sanno anche come copiare incollare le esperienze più proficue secondo il loro tornaconto di consenso.

I Presidenti e i Consigli regionali fanno leggi ed hanno piena autonomia di spesa, seppur nel modello redistributivo del Stato centrale che sta a Roma. In buona sostanza le regioni del Sud se abbracciano le linee politiche bioeconomiche nell’ambito del governo del territorio e sull’uso razionale delle risorse, e lo fanno in maniera coordinata investendo risorse in questa direzione, possono offrire una prosperità duratura ai propri abitanti. Da un lato devono inventare e da un altro possono copiare incollare dai numerosi esempi sparsi sia in Nord Europa che negli USA.

Se poniamo un focus sul contesto urbano, ove vive circa il 72% della popolazione europea, dobbiamo riconoscere che da diversi decenni il legislatore italiano è stato completamente insensibile alla trasformazione sociale e industriale avvenuta all’interno delle città, ormai deindustrializzate. I centri urbani sono i luoghi di vita degli esseri umani ma le politiche urbane rigenerative non occupano un ruolo prioritario dell’odierna azione politica. Eppure attraverso le città e il governo del territorio si realizzano i modelli sociali, i modelli occupazionali e la tutela del patrimonio.

In Italia abbiamo una legge urbanistica nazionale che va adeguata al contesto urbano e sociale, poi ci sono venti Regioni con venti diverse leggi urbanistiche. Tutto l’impianto legislativo nazionale e regionale ignora completamente l’approccio bioeconomico e concepisce il processo urbanistico come una tecnica del paradigma mercantile, tutto è merce, e tutto si compra e si vende recando danno alle risorse limitate. Mentre l’urbanistica nacque per affrontare e risolvere problemi creati dall’industrialismo, nel corso dei decenni fu piegata, sia all’ideale capitalistico favorendo il consumismo compulsivo, e sia al modello produttivista dei paesi socialisti. Le città costruite all’interno del cosiddetto mercato hanno preteso la coniugazione di capitalismo e socialismo, conducendo l’uomo nel nichilismo e nell’alienazione.

In Italia il fenomeno delle città in contrazione[1] coinvolge ben 26 città (Milano, Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo, Taranto, Padova, Salerno, Ferrara, Brescia, Livorno, Messina, Pescara, Verona, Bergamo, Foggia, Siracusa e Vicenza) e questo contribuisce al peggioramento della qualità di vita e all’aumento dell’inquinamento poiché non ci sono state adeguate risposte in termini di pianificazione e organizzazione territoriale.

città in contrazione

Osservando le azioni progettuali che rigenerano i tessuti edilizi esistenti, queste si pongono l’obiettivo di ridurre i consumi e si realizzano attraverso i termini ridurre, minimizzare e migliorare al fine di valorizzare e tutelare il patrimonio, l’ambiente e le risorse. Sono tutti termini simili alla decrescita ma non suggeriscono una privazione, un ritorno al passato, non stimolano nella percezione comune immagini negative, anzi sono prescrizioni necessarie per raggiungere obiettivi virtuosi e importanti.

Nuova e utile occupazione si crea recuperando l’intero patrimonio edilizio esistente partendo dai problemi legati al fenomeno delle città in contrazione, la dispersione urbana, le nuove aree metropolitane, la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la prevenzione del dissesto idrogeologico e del rischio sismico attraverso una seria e responsabile programmazione.

L’approccio analitico dei sistemi di rete[2] fondati dalle relazioni commerciali, lavorative, pendolari e naturali, rispetto agli ecosistemi, consente di leggere i sistemi locali individuati dall’ISTAT anche in altre chiavi culturali, come quelle suggerite della bio regione urbana e dai bio distretti. Sono questi ambiti territoriali – sistemi locali, bio regione urbana, bio distretti – ove il legislatore deve concentrare i propri sforzi legiferando norme ad hoc, per programmare interventi di rigenerazione urbana conservativa con principi bioeconomici.

E’ giunta l’ora di eliminare la speculazione dal governo del territorio attraverso la bioeconomia che ci consente di liberare il disegno urbano da discipline pericolose e fuorvianti come la giurisprudenza e l’economia. In questo modo possiamo stimolare la partecipazione popolare e la gestione diretta del bene comune favorendo investimenti pubblici e privati per aggiustare le città creando nuovi impieghi in attività virtuose come il recupero, la conservazione, la sovranità alimentare e l’uso razionale dell’energia.

Le Giunte e i Consigli regionali, prima di tutto, devono mettere mano alle proprie leggi regionali sul governo del territorio inserendo la rigenerazione urbana bioeconomica che significa occuparsi delle zone omogenee A e B. Per le zone B è necessario inserire quei servizi previsti dalle norme, ma che oggi mancano poiché è necessario correggere la morfologia urbana esistente. Per le zone A sarebbe saggio introdurre l’approccio della scuola Muratori. Tradotto in un linguaggio meno tecnico, significa aggiustare le aree urbane esistenti offrendo l’opportunità di recupero e di rivalutazione di tutto l’ambiente costruito, secondo gli odierni criteri di sicurezza dal punto vista sismico e idrogeologico, secondo regole di eco efficienza energetica, e secondo regole compositive urbanistiche di qualità, offrendo anche la partecipazione diretta dei cittadini nei processi democratici per rigenerare anche l’aspetto sociale dei luoghi urbani degradati.

La ragione secondo cui non conviene investire nella conversione ecologica è banale: l’economia neoclassica agisce secondo l’obsoleta funzione del profitto che ignora i flussi di energia e materia. L’intera classe dirigente favorisce solo questa visione: il profitto, anche a danno dello sviluppo umano. In tal senso è necessario ripensare gli obsoleti criteri di valutazione di programmi, piani e progetti introducendo la sostenibilità forte e l’etica, solo in questo modo potremmo avviare concretamente la nuova epoca che verrà e finalmente favorire lo sviluppo umano. Si tratta di insegnare alla futura classe politica e all’intera pubblica amministrazione come si valutano programmi, piani e progetti secondo i principi della Costituzione che hanno come priorità la tutela ambientale e della salute umana.

Se la classe dirigente del Sud riuscisse solo a fare questo produrrebbe un servizio pubblico mai pensato e realizzato a partire dalla famigerata annessione al Piemonte.


[1] La contrazione è la perdita di abitanti.

[2] Possiamo ricordare che la nascita della teoria delle località centrali fornita da Walter Christaller ha consentito di studiare il territorio secondo le relazioni. La teoria fu abbozza da altri autori già nella seconda metà dell’Ottocento.

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