Decrescita e lavoro


Il dibattito sul lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. Il Capitale di Marx (che nessuno legge) ha egregiamente spiegato come il lavoro, all’interno della nostra società, è merce, e come tale viene trattata dalle imprese. Oggi le multinazionali riducono al massimo i costi attraverso le delocalizzazioni, il sistema offshore ed i paradisi fiscali. L’equivoco circa l’importanza sul lavoro nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato equivoci culturali poiché nel mondo occidentale, progressivamente, il posto di lavoro è stato sminuito fino a diventare sfruttamento e schiavitù. L’obiettivo di una società giusta non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha ridotto il ruolo pubblico dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto anche dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura, organizzazione e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. La società può evolversi assumendo un nuovo approccio culturale: guardare al lavoro come opportunità di crescita individuale, e chi non intende lavorare per farlo, è sufficiente che non intacchi l’autonomia e la libertà delle comunità sostenibili. Già oggi sappiamo che sarà impossibile dare lavoro a tutti, e non è neanche dovrebbe essere auspicabile poiché si produrrebbe un danno ambientale insostenibile. Chi ha bisogno di un salario minimo potrà averlo, cioè che conta realmente è lo stile di vita. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che vanno dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

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8 pensieri riguardo “Decrescita e lavoro”

  1. Non un numero, Peppe, non un numero. Ma come si fa a parlare così d’economia senza mettere un numero. Sarà che sono tre giorni che mi rompo le balle su un’ipotesi politica basata sui numeri (che non tornano). Ciao

  2. Ciao Sergio, non riporto numeri in questo pezzo (quali sono i dati che cerchi?) poiché lo ritengo del tutto superfluo nella narrazione sopra esposta. In altri pezzi del mio diario, i numeri ci sono e come, ma non sono quelli dell’economia neoclassica, spesso cito i flussi e non i numeri monetari. I numeri, bisognerebbe dire che tipo di numeri, a mio modesto parere semplificano troppo e manipolano la percezione, siamo fin troppo abituati a banalizzare la realtà coi numeri a nostro piacimento che abbiamo perso il senso delle nostre azioni; ma quali sono i dati che cerchi?

    1. Ciao Peppe, il mio è un approccio metodologico/pragmatico. Poichè considero il fatto che siamo in una fase di transizione nella quale si stanno esacerbando le ineguaglianze, penso che sia necessario, in questa fase, fare numeri in base all’economia neoclassica per innescare i processi. Oggi mi sto scornando con i green jobs che mi sembrano non reggere nello scenario attuale. Il mio approccio è dovuto alla convinzione che attraverso l’aumento delle ineguaglianze (Piketty) la lotta di classe ci sia eccome (Gallino) e che quando ci saranno anche da noi gli effetti delle prossime catastrofi ambientali (clima, fuel poverty ecc ecc) questi saranno declinati in base alla classe e saranno oggetto di scontri di classe. Per questo penso che i numeri odierni siano importanti, senza contare il valore che hanno se innestati in una seria proposta politica. Io sto lavorando su questo livello in senso generale. Mi piacerebbe verificare quale sia l’approccio di Podemos, sai di documenti in italiano o in inglese? Ciao e grazie.

  3. Ok, adesso sei stato chiaro. Per quanto riguarda ciò che studio, l’architettura e l’urbanistica, i numeri dell’economia neoclassica sono utili per capire il livello di spreco. Ma sono sempre numeri suscettibili di opinioni, anche se nell’edilizia andare a trovare divergenze sui numeri è più difficile, ad esempio i costi di costruzione sono più meno quelli. Molto più complicato è trasformare l’edilizia in flussi di energia, ci sono diversi approcci ma al momento ci sono limiti sulle unità di misura. Per quanto riguarda Podemos al momento non ho trovato documenti approfonditi su temi macro economici, ma è un mio limite, può darsi che ci siano; invece sembra chiaro l’approccio politico di Podemos che preferisce le politiche neokeynesiane, cioè banalizzando essi dicono apriamo i rubinetti degli investimenti senza vedere quanto e in cosa si investe, anche c’è un timido accenno alla “conversione ecologica”, ma ho l’impressione che non abbiano capito di cosa si tratta. Il mio approccio invece è diverso poiché bioeconomico, e quindi non si limita a vedere da qui ai prossimi 3, 5 anni, ma da qui ai prossimi 20, 30 anni. Credo sia molto importante far conoscere l’approccio della bioeconomia poiché ci consente di risolvere il problema del capitalismo alla sua radice, superandolo e fornendo soluzioni vantaggiose per tutti. E’ una questione culturale, etica, non meramente economica. Comunque dal punto di vista dell’economia reale che si sviluppa con l’urbanistica, l’approccio bioeconomico è quello più promettente e favorevole anche per un’economia sostenibile poiché si cancellano gli sprechi, si riducono i costi e si progettano città più belle, più confortevoli, più adeguate ai bisogni umani. Sotto questo profilo oltre ai dati ci sono esempi concreti incoraggianti. Per realizzare questa conversione ci vogliono investimenti e sotto questo profilo posso darti dei numeri, ma sono opinabili, come tutti i numeri (ad esempio, secondo un determinato scenario, per rigenerare tutte le 26 città in contrazione, ove vivono circa 11 milioni di abitanti, servirebbero circa 23mila €/procapite, cioè circa 30,9 miliardi), invece è molto più importante comunicare l’effetto sociale di questi progetti poiché migliora la qualità della vita. E’ molto importante avviare una comunicazione qualitativa piuttosto che quantitativa, la felicità e la salute sono più importante dei bilanci. Slide 37 e 37 della presentazione trovi alcuni dati, slide 86,86 e 88 trovi alcuni esempi pratici. http://www.slideshare.net/matierno/lab-pianificazione-partecipata-mdf-salerno

    1. Grazie, vedo le slide e ti rispondo. Io ora sto lavorando sull’unione di tematiche sociali con l’ecologia. Nello specifico sto lavorando per verificare la possibilità di risolvere la crisi occupazionale con i green jobs. I numeri non sono incoraggianti, certo al netto di vantaggi ambientali, sociali ecc ecc. che però spesso non sono contabilizzati nell’economia neoclassica. Vero che va superata, ma poichè il mio approccio è elementare e politico, cifre ipotetiche e poco chiare vengono, politicamente, sconfitte da altre più pragmatiche. Banalizzando: Renzi ha gioco facile a sostenere le trivellazioni in Italia di fronte a un piano energetico sostenibile che punta (giustamente) al 2050.

  4. Quindi sei in cerca di questo genere di dati, capisco. Tramite il mio diario ci sono alcune informative (collegamenti, link) relative all’indotto della bioeconomia, sono solo stime, ma l’indotto vale tantissimo nonostante sia emergendo in questi ultimi anni. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“.
    https://peppecarpentieri.wordpress.com/2015/02/06/quando-la-pubblicita-prevale-sui-contenuti/

    Invece le stime occupazionali per la rigenerazione urbana sono più semplici da desume poiché si tratta banalmente di spostare l’edilizia dall’espansione (costruire il nuovo) al manutenere e trasformare l’esistente. Ti faccio un esempio, vado a memoria, mi pare che il Cresme abbia stima che dal 2009 al 2013 si siano persi 400.000 posti di lavori, se avessero investito nella recupero non solo non avrebbero perso quei posti di lavori ma sarebbero aumentati.
    Prova a cliccare su questi link:
    https://peppecarpentieri.wordpress.com/2014/09/17/la-decrescita-infelice-di-matteo-renzi/
    https://peppecarpentieri.wordpress.com/2012/03/05/uscire-dalla-crisi-2/

  5. Si le stime del Cresme le conosco, ma io voglio lavorare su dei piccoli cluster del sociale, per avere un’analisi il più possibile “replicabile”. Ripeto che non sto facendo un articolo, ma il tentativo di una proposta politica e per questo motivo mi sono dato alcuni paletti, come la fattibilità in uno scenario economico come quello attuale. ciao

  6. Interessante ciò che cerchi, credo stiamo facendo ricerche e studi similari. Ho preparato diversi scenari sulla fattibilità della rigenerazione urbana bioeconomica, ahimé non posso condividere i dati per il momento.

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