La decrescita infelice di Matteo Renzi/2


Bisogna ammettere che in questi giorni abbiamo nuovi ed importanti sostenitori del cambiamento, persino il premier italiano torna a fare battute da cabaret, anziché prendersi la responsabilità delle proprie azioni di governo, e così il 7 febbraio 2014 Renzi dichiara: «io credo che siamo a un passo da un 2015 in cui l’Italia riprenderà a crescere. Ci sono tanti teorici della decrescita felice. Io ho visto gli ultimi 3 anni in Italia. Direi che come decrescita felice ci è bastato», ha proseguito Renzi, rilevando che: «c’e’ stata molta decrescita e poca felicità» (IlSole24ore radiocor). Nel suo modo di comunicare Renzi compie almeno due danni; ma quello più sostanziale è che vorrebbe far credere che la crisi sia colpa della decrescita felice e dei suoi sostenitori, un’operazione mediatica quasi da trattamento sanitario obbligatorio, poiché è lui che governa il Paese. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. L’Italia è l’unico paese che negli ultimi trent’anni ha sottovalutato la contrazione dei principali centri urbani, semplicemente ignorandola nonostante fosse state osservata già negli anni ’70, e tale inerzia politica ha consentito un peggioramento della qualità vita per inseguire un’ideologia, il neoliberismo, che stava distruggendo ecosistemi ed identità culturali. La maggioranza delle città costruite dal dopo guerra in poi, non sono le città dell’urbanistica, ma sono le città del capitalismo. Tutto ciò è noto e mentre l’implosione del capitalismo genera opportunità per ricostruire e ripensare le città, finalmente progettandole con gli abitanti e per gli abitanti, l’Italia è l’unico Paese che sta ignorando questa opportunità poiché non ha una politica urbana adeguata, e non ha strumenti giuridici ad hoc per farlo, e questo il comico Renzi o non lo sa, oppure se lo sa: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» Ciò che ha partorito il Governo Renzi sul governo territorio, è la proposta indecente del suo Ministro Lupi.

Osservazioni: I termini crescita e decrescita non hanno accezioni positive o negative in se; ad esempio è sufficiente osservare che la crescita di una malattia non è un fatto positivo ma negativo, la decrescita della malattia è positiva. In ambito politico economico la crescita del PIL non è un fatto positivo in se, com’è noto. Il termine decrescita non è sostituibile poiché viene usato negli anni ’60-’70 in ambito economico in opposizione alla crescita del PIL; non esiste altro termine migliore per qualificare la critica del PIL, che per l’appunto decrescita del PIL. La questione comunicativa che alcuni fanno notare è figlia del fatto che si confonde facilmente la crescita col miglioramento, mentre in ambiti divulgativi sinceri, la questione della decrescita selettiva del PIL trova un’ampia gamma di vocaboli che declinano gli effetti virtuosi del cambio dei paradigmi culturali; il più popolare è sostenibilità (non l’ossimoro sviluppo sostenibile), poi resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità, poi altri ancora ma più tecnici come conversione ecologica e bioeconomia. Con estrema onestà intellettuale, tutti questi obiettivi – sostenibilità, resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità – per essere perseguiti, necessariamente, partono dal cambio di paradigma, che concretamente si attua solo attraverso un periodo tecnicamente denominato decrescita selettiva del PIL, poi adeguato in decrescita felice. Chiunque interpreti male il senso del termine, in buona fede o in cattiva fede, nella realtà comunicativa e percettiva non compie un vero danno, poiché non sta dicendo la verità del suo messaggio (decrescita selettiva del PIL), e volontariamente o involontariamente aiuta a far emergere comunque una verità insita nella decrescita stessa, già rilevata circa trent’anni fa, ma tenuta nascosta: bisogna uscire dal capitalismo applicando la bioeconomia. Rispetto agli anni ’60 quando si svilupparono aspre critiche al modello di sviluppo capitalista non c’erano tutte le ricerche e le pubblicazioni culturali inerenti alla decrescita, provenienti da tutto il mondo, come le abbiamo oggi, non c’erano le tecnologie della decrescita e gli strumenti di misura ampiamente in uso in diversi ambiti. E’ solo una questione di tempo e di volontà politica; non bisogna crearsi paure che non hanno motivo di esistere. Se la crescita del PIL non dimostra un miglioramento, perché tutti partiti sostengono la crescita del PIL? Perché con la crescita del PIL aumenta il gettito fiscale che viene gestito da tutti partiti, i quali possono distribuirlo dando priorità al proprio tornaconto, se diminuisce il PIL diminuisce anche il budget del loro tornaconto. Ma le tasse non servono a mantenere i servizi pubblici? Certo, ma all’interno di una società con un nuovo paradigma e con una forma di Governo federale tendente all’autogestione e la democrazia partecipava i cittadini ed i parititi dovrebbero preoccuparsi della felicità, e potrebbero co-decidere come destinare le risorse, riducendo e proporzionando correttamente le tasse e la funzione stessa dei partiti, privilegiando l’interesse generale.

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