Quando la pubblicità prevale sui contenuti


Lettera aperta a Concita De Gregorio,

innanzitutto La ringrazio per avere il coraggio di condurre trasmissioni televisive che parlano di libri, in Italia come Lei converrà noi cittadini leggiamo poco e questa scarsa sensibilità è probabilmente la principale causa della nostra crisi, che prima di tutto è la crisi di un paradigma culturale dominante abbastanza obsoleto e dannoso.

Nella puntata di Pane quotidiano del 4 febbraio 2015, ove Lei ospita Naomi Klein per discutere del suo libro, Una rivoluzione ci salverà – Perché il capitalismo non è sostenibile, ha ritenuto, legittimamente, di lasciare intendere che la cosiddetta decrescita felice non sarebbe desiderabile.

Chi le scrive è socio dell’Associazione di promozione sociale che si chiama proprio Movimento per la Decrescita Felice. Lei è una giornalista fin troppo attenta per non sapere quale sia il senso del termine decrescita adoperato in ambito economico, e sorto in antitesi al termine crescita, con l’esplicito riferimento al prodotto interno lordo (PIL), e quindi non penso le sarà sfuggito che nel dibattito economico si parla di crescita del PIL e/o decrescita del PIL. Come lei sa bene, Bob Kennedy, nel 1968 sostenuto dalle tesi economiche di Galbraith fece quel celeberrimo e stupendo discorso di critica sul PIL, poiché dal suo valore monetario non è possibile capire se siamo degni di vivere correttamente la nostra vita. Il PIL è un indicatore quantitativo e non qualitativo.

Intuisco che per l’opinione pubblica e per questioni di “marketing”, quindi non di merito, il termine decrescita nell’immaginario collettivo, non suscita pensieri positivi, ma poiché Lei parla a milioni di italiani ed è sempre attenta a come e cosa comunica, Le vorrei chiedere di specificare il senso del termine decrescita adoperato in campo economico.  Se oggi siamo in grado di confutare e comprendere che il capitalismo sia sbagliato o meno, è grazie agli studi di economisti, matematici, biologici e filosofi che preconizzarono questo momento di crisi con estrema precisione. Fra questi Nicholas Georgescu-Roegen riuscì a dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, poiché la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” ignorano l’entropia, e Georgescu-Roegen propose una nuova “funzione della produzione” basata sul modello di flussi di energia e di materia. Da molti anni, grazie ai contributi di Keynes, Marshall, Schumpeter, Daly e Georgescu-Roegen sappiamo perché il capitalismo sia insostenibile, e soprattutto abbiamo le teorie alternative per uscirne ed entrare in un sistema economico equilibrato. Il sistema passa necessariamente attraverso un periodo di transizione chiamato “decrescita felice”, tecnicamente è la decrescita selettiva del PIL, cioè la riduzione e cancellazione di sprechi e merci inutili, che ci aiuta a migliorare la qualità della vita, perciò la decrescita è felice, poiché ci consente di decolonizzare l’immaginario collettivo dall’idea errata che la crescita del PIL coincida col benessere, e di avviare un reale sviluppo umano grazie al modello suggerito dalla bioeconomia ideata da Georgescu-Roegen.

Credo che Lei sia una giornalista critica su questo capitalismo, e pertanto Le chiedo di evitare di creare equivoci e/o disinformare i suoi ascoltatori, poiché i soci del Movimento per la Decrescita Felice come Lei immagina non conducono affatto uno stile di vita «penitenziale, un pò monastico per sottrazione», ma al contrario il nostro stile di vita ci consente di sviluppare nuove abilità, e di usarne di nuove per applicare quella riduzione selettiva del PIL prevista dalla bioeconomia, ideata da Georgescu-Roegen. Solo applicando la bioeconomia è possibile tendere ad obiettivi di sostenibilità che il capitalismo non può contemplare, come ormai dovrebbe essere ovvio per chiunque intenda indagare le ragioni profonde della nostra crisi. Ad esempio, la decrescita felice prevede l’uso di tecnologie più avanzate per cancellare gli sprechi energetici degli edifici arrivati a fine ciclo vita; prevede l’impiego della cosiddetta agricoltura sinergica attenta alle leggi della natura; prevede il riciclo totale e la progetttazione con regole di eco-design; prevede le auto produzioni di beni realizzati in casa propria o nei circoli MDF sviluppando abilità in gruppo, e distribuendo conoscenze “gelosamente” conservate dalle multinazionali, ma una volta patrimonio di un saper fare di moltissimi italiani; prevede la ricostruzione di comunità capaci di sviluppare relazioni al di fuori delle logiche mercantili; e si spinge fino alla rigenerazione delle città attraverso nuove forme di governo del territorio, e così via. L’insieme di tutte queste conoscenze, filosofie politiche, applicazioni, pensi un pò, sarebbero persino la soluzione di tre temi e problemi che affligono il nostro amato Paese da decenni: lavoro, ambiente e democrazia. Se Lei in televisione, parlando  a milioni di italiani, lascia intendere, sbagliando, che la decrescita felice preferisce stili di vita «penitenziali, un pò monastici per sottrazione» non fa informazione, e non ci aiuta a cambiare un paradigma culturale ormai dannoso, anzi lo rafforza.

Per fortuna, la decrescita felice è sempre più popolare e affascina accademici, cittadini, e imprese che stanno anticipando e realizzando l’epoca che verrà (Una strategia per una bioeconomia sostenibile in Europa), e speriamo sia sinceramente sostenibile grazie alla transizione chiamata proprio “decrescita felice”. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“.

2 pensieri riguardo “Quando la pubblicità prevale sui contenuti”

  1. […] 6 febbraio 2015. Per fortuna, la decrescita felice è sempre più popolare e affascina accademici, cittadini, e imprese che stanno anticipando e realizzando l’epoca che verrà (Una strategia per una bioeconomia sostenibile in Europa), e speriamo sia sinceramente sostenibile grazie alla transizione chiamata proprio “decrescita felice”. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“. […]

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