Salerno, l’evoluzione negata


Leggere i documenti culturali e tecnici dell’urbanistica salernitana degli anni ’70 insegna molte verità “nascoste”. Innanzitutto trasmette un valore culturale di cui non c’è più traccia nei dibattiti pubblici: immaginare, progettare, proporre e discutere; è sufficiente trascrivere alcuni passi della relazione preliminare del 1974 per cogliere l’opportunità del cambiamento sociale negato ai cittadini ed alla mia generazione che poteva goderne gli effetti virtuosi, «la gestione del territorio va attuata attraverso l’adozione di metodologie aperte, volte alla formulazione di piani processo o piani programma in cui, individuato l’obiettivo fondamentale della realizzazione di un ambiente a misura d’uomo, si definiscono gli obiettivi politico sociali a breve e medio termine in funzione delle concrete risorse economiche utilizzabili. L’adozione di piani processo di per sé non nega l’uso degli strumenti urbanistici vigenti, ma li indirizza, li coordina, li modifica contemporaneamente, adeguandoli volta per volta alla variabilità della realtà sociale. La definizione delle finalità della pianificazione aperta si persegue attraverso il dibattito tra i politici ed i cittadini, attraverso la creazione di istanze democratiche di espressione delle esigenze della collettività (decentramento amministrativo)».

Questi passaggi chiariscono la strategia ed il percorso innovativo scritto dai progettisti salernitani e proposto all’Amministrazione locale, e si comprende bene, col senno di poi, perché i partiti abbiano negato questa strada, che di fatto era la richiesta di avviare la pianificazione partecipata a Salerno progettando secondo i bisogni della cittadinanza. Il contributo dei tecnici salernitani fu quello di consegnare elaborati che fotografavano una realtà cittadina complicata, ma con le soluzioni che avrebbero realizzato una «città a misura d’uomo» pronta da essere realizzata.

Come premessa si suggerì «prima di iniziare nuove costose opere che impegnano direttamente l’avvenire di Salerno, una pausa di ripensamento e di approfondire studi a tutti i livelli (anche a mezzo di tavole rotonde e conferenze sul traffico) per cercare di risolvere il problema viario della città in maniera globale e con prospettive di ampio respiro in modo da trovare soluzioni definitive ottimali e non solo contingenti e artificiose. L’ipotesi di riequilibrio al livello urbano si specifica con la realizzazione di un corretto rapporto tra la città di Salerno ed il suo retroterra». Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

I dettagli estratti dai documenti di quegli anni fotografano il periodo creativo più vicino alla nostra società determinata dagli eventi della seconda guerra mondiale. Già ad inizio secolo vi erano state altre opportunità gettate al vento, ma sono collocate troppo indietro nel tempo per valutarne tecnicamente l’efficacia, certo il Piano Donzelli-Cavaccini del 1915 ha un fascino particolare poiché progetta una lungo Irno bellissima, simile ad un lungo Senna, mentre il piano Guerra del 1934 ci avrebbe lasciato una zona orientale simile al centro berlinese o di Amesterdam, tornando al nostro presente leggendo gli atti degli anni ’70 ed ’80 chiariscono le motivazioni conflittuali e le posizioni contrastanti.

E’ il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilisce di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) c’è l’affidamento ai progettisti salernitani i quali producono studi, indagini e individuano la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. E’ l’anno 1978 (Sindaco Ravera) con delibere n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, che si decide di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambia rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti avevano segnalato che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

L’impianto culturale di quei progetti e di quegli studi costituirono gli elementi politici che favorirono la svolta per la prima Giunta di Sinistra a Salerno (socialisti e comunisti insieme). Tale periodo duro poco, ma in parte riusci a realizzare alcuni obiettivi di riqualificazione urbana (l’isola pedonale e l’arredo urbano per il Corso, osteggiato dagli esercenti; e sempre un nuovo arredo per il Lungomare), poiché quell’Amministrazione fu demolita durante i primi anni ’90 dall’azione giudiziaria rivelatasi infondata solo dopo molti anni, e ciò consentì a un nuovo personaggio politico di ingannare la sinistra salernitana, poiché da un lato millantò di proseguire quell’esperienza ma in realtà utilizzò quel consenso e la nuova riforma maggioritaria a proprio favore personale. Da un lato tagliò incarichi e progetti già approvati facendo pagare penali al Comune, e dall’altro lato cambiò proprio politica ripristinando le politiche neoliberali asservite agli interessi dei soggetti privati con le solite rendite fondiarie e immobiliari. Pochi ricordano uno strano e insano gesto politico a spese dello Stato: la demolizione del nuovo arredo urbano del Corso.

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