Salerno, il conflitto culturale e politico


Come ho accennato nel racconto precedente la storia urbana della città consente di cogliere aspetti determinanti della vita di una comunità, nel bene e nel male. Gli anni recenti sono caratterizzati dall’assenza dell’urbanistica e la presenza ingombrante e intollerabile della più becera propaganda che si possa immaginare, gli ultimi vent’anni rappresentano il nichilismo istituzionale, il nulla sotto tutti i punti di vista: valoriale e culturale, e sono anni perfettamente compatibili con lo spirito del tempo: l’avidità del capitalismo.

Com’è noto la scienza dell’urbanistica nasce con la pubblicazione di Teoria dell’urbanizzazione del 1854 di Ildefonso Cerdà, già in quegli anni gli utopisti (Charles Fourier,1829; Robert Owen) progettavano città ideali, e prima ancora persino Ferdinando IV sperimentava con San Leucio (1775) i primi insediamenti produttivi auto sufficienti e addirittura auto gestiti. Nel 1898 Ebenezer Howard pubblica Tomorrow, a peaceful path to real reform, poi ripubblicato col titolo Garden cities of tomorrow. E’ in questo il secolo che si gettano le basi culturali per le città sostenibili ispirandosi anche al Rinascimento italiano ed al modello della città compatta europea figlia degli impianti urbani greco-romani e medioevali.

Ciò che accadrà in Italia sotto il profilo culturale è ben raccontato nella letteratura storica delle città, ha prevalso l’ideologia dello spreco e della speculazione insita nel capitalismo; prima il fascismo e poi il secondo dopo guerra hanno consentito la distruzione e la ricostruzione di luoghi urbani secondo l’ideologia del consumismo per assecondare i desideri del mantra: vendere, vendere, vendere.

Le città moderne in cui viviamo non sono solo il frutto di un aggregato disordinato, irrazionale di edifici orrendi costruiti per rubare ricchezza ai ceti meno abbienti, ma sono l’espressione di uno spirito del tempo avverso agli esseri umani, ma congeniale alla religione della crescita infinita; tutto ciò secondo l’idea malsana che ogni attività imprenditoriale debba essere inserita nella macchina nichilista del capitalismo che ruba le risorse limitate del pianeta violando le leggi della natura ed i diritti universali dell’umanità ignorando il fatto che la vita di questo Pianeta è generata dal Sole e dalla fotosintesi clorofilliana. Quindi le città moderne non sono disegnate dall’urbanistica ma dal nichilismo del capitalismo, ovviamente troviamo anche città costruite dall’urbanistica ma sono, ahimé, una ristretta minoranza.

Il racconto della storia urbana di Salerno ha evidenziato il fatto che nonostante sin dall’inizio del Novecento la città ebbe l’opportunità di essere costruita secondo le idee utopiste, il pensiero dominante riuscì a far realizzare una crescita irrazionale per generare vantaggi personali per gli speculatori, e questo conflitto culturale fra proposte di piani urbanistici e piani speculativi durò molti decenni sino alla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, vero passaggio di svolta ove il modello amministrativo istituzionale dei Comuni mutò radicalmente attraverso una profonda riforma passando da un modello democratico rappresentativo di tipo proporzionale a un modello feudale, violando persino il principio di separazione dei poteri fra organo “legislativo” ed “esecutivo”. Oggi i Sindaci hanno una concentrazione di poteri tale da essere confrontabili al modello feudale medioevale. L’approvazione dei piani regolatori generali rimane al Consiglio comunale, ma spesso il comportamento dei consiglieri è il mero asservimento ai capricci del feudatario spogliandosi totalmente del loro ruolo istituzionale sia di controllori che di indirizzo politico dell’Amministrazione tradendo la Costituzione italiana e la legge urbanistica nazionale.

Dagli anni ’90 in poi non esiste più il conflitto culturale, si spegne la creatività e la visione alternativa di società ed il nichilismo domina sul deserto e sulla città della speculazione, nasce il nichilismo istituzionale e cresce il potere dei mass medium che propagandano l’immagine della globalizzazione affidata alle multinazionali delle cosiddette archistar pronte a prendere i soldi della pubblica amministrazione e scappare. Il nichilismo diventa il dominus della globalizzazione finanziaria, il capitalismo diventa la rapina programmata attraverso il sistema delle società off-shore, dei paradisi fiscali e l’urbanistica totalmente edulcorata è la tecnica dei politici per programmare le rapine locali o più banalmente, come accadeva e accade, è lo strumento dell’impero per rappresentare l’immagine dello spirito del tempo. Se ai tempi del fascismo bisognava mostrare l’immagine del duce, ai tempi della globalizzazione bisogna propagandare l’immagine delle multinazionali, i loro loghi (il brand), e pertanto l’architettura anch’essa viene distrutta e sostituita dalle insegne colorate, mentre ai tempi di internet addirittura essa diventa virtuale, si smaterializza in google e nei video di youtube. C’è un “piccolo” dettaglio dimenticato da questo sistema di robot senza coscienza e senza cultura, e cioè che le città sono il disegno dell’umanità fatta di persone con sensazioni, emozioni, colori, passioni, socialità, speranze, sogni, mestieri, odori.

Qual è il significato profondo della città moderna? Ci sono diverse interpretazioni, secondo Benevolo è la relazione che c’è fra l’architettura moderna e la civiltà industriale, e quindi l’architettura moderna si attua rispondendo ai desideri di tale cultura. Invece, per Tafuri e Dal Cò il significato profondo si trova nello smascherare i reali conflitti di classe, i rapporti di produzione che «si celano dietro le categorie unificanti dei termini arte, architettura, città»; e quindi capire «come il capitalismo abbia svuotato di senso il ruolo dell’architetto e la sua capacità di mediare in forme rassicuranti la dimensione alienante del lavoro della società industriale» (Pigafetta, 2003).

La rappresentazione cronologica dei piani urbanistici della città di Salerno e le scelte politiche dell’Amministrazione confermano e svelano i rapporti fra capitalismo e architettura. Il capitalismo ha sempre preferito realizzare disegni di città che consentissero la massimizzazione dei profitti immediati a favore dei soggetti privati ignorando il valore dell’ambiente e della qualità della vita, ed è una storia che ancora oggi non ha trovato la sua fine, a meno che si conferma l’implosione teorizzata da Minsky a causa dell’insostenibilità del sistema capitalistico sostenuto dell’economia del debito (Minsky, 2009), e che questo ci consenta di uscire dal capitalismo stesso per approdare ad un sistema di pura economia reale partendo dalla bioeconomia (Georgescu-Roegen, 2003). Il quadro che viene fuori dall’analisi è sicuramente condizionato dalla forza del capitale, ma è un quadro che negli ultimi vent’anni ha costruito un’immagine contrastante, contraddittoria, fatta di eccessi, sprechi, illusioni e dove le istanze dal basso dei cittadini trasformate dagli architetti artigiani in soluzioni concrete utili alla città sono schiacciate dall’architettura mass mediatica generatrice di rendita speculativa.

Ecco cosa è accaduto a Salerno fra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, semplicemente che urbanistica ed architettura espressione di una visione della società sono scomparse poiché i protagonisti degli anni ’70 ed ’80 sono stati sostituiti dal nichilismo delle multinazionali del progetto che nulla hanno a che fare col territorio e con i problemi reali e concreti dei cittadini, i quali in buona parte apatici e perfettamente inseriti nel nichilismo imperante hanno consento il congelamento della creatività consegnando le chiavi della città al nulla. Ovviamente il nulla ha generato la fuga degli abitanti dalla città realizzando un danno molto maggiore di quello causato da un abuso edilizio, e cioè la fuga dei giovani e l’emigrazione, che sono il preludio alla morte di una comunità, poiché senza un rinnovo generazionale le comunità si spengono lentamente nel silenzio, anzi nel nulla. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti. Il fenomeno delle città in contrazione riguarda ben 26 città italiane ed è la degenerazione del capitalismo e della speculazione sostenuta dalla rendita fondiaria ed immobiliare col contributo dell’inerzia di politici incapaci. Il fenomeno viene ignorato dalle amministrazioni locali che non adottano politiche di contrasto alla dispersione urbana e non sostengono i ceti meno abbienti, costretti a lasciare le proprie città poiché l’avidità delle rendite di posizione esige prezzi sempre più alti non compatibili col potere d’acquisto degli stipendi salariati. Il fenomeno della contrazione si prefigura in Italia a partire dagli anni ’70 (fine della città industriale e deurbanizzazione), e l’aspetto drammatico è che addirittura a Salerno la dispersione urbana (sprawl) viene persino suggerita dalla Giunta comunale in una delibera del 1983 concludendo che sarebbe stato meglio diramare “all’esterno verso le altre aree territoriali” servizi come l’Università, il centro annonario, il centro direzionale, l’interporto, il centro commerciale etc. Tutto ciò nonostante l’Amministrazione sapesse che il problema era determinato proprio da una cattiva costruzione della città, e che la soluzione era proprio riprogettare la città moderna dall’interno, riequilibrando le densità e introducendo i servizi che mancavano, ma nella sostanza l’Amministrazione stava pensando di urbanizzare l’intero territorio. Nel frattempo si arriva alla fine degli anni ’80 e la prima Giunta di Sinistra sconfigge la DC e riesce a realizzare un’interessante rivitalizzazione del centro cittadino con la pedonalizzazione del Corso Vittorio Emanuele e la riqualificazione del lungomare con nuovi arredi urbani, negli anni ’90 il Comune riesce a partecipare ai PIC Urban (1994) per riqualificare alcune parti del centro storico, ma ormai siamo alla fine degli interventi pubblici poiché il legislatore abdica il potere di controllare la moneta, e pertanto i piani rispecchiano soprattutto gli interessi dei privati e non più il bene comune. La cosiddetta perequazione che caratterizza i piani di terza generazione non risolverà le complicazioni del capitalismo, anzi a Salerno la perequazione non progetterà la carenza di servizi registrata nella “relazione intermedia” del 1979, ma grazie all’apatia generale i piani non riguarderanno più un’idea di città nella sua interezza, ma saranno l’insieme di singoli interventi puntuali totalmente slegati dal difficile contesto urbano, e ignari della contrazione della città in corso d’opera, addirittura il PUC proporrà sia uno sviluppo previsionale del fabbisogno abitativo su dati sbagliati e fuorvianti, e poi assegnerà in maniera impropria aree a standard verde pubblico esistente diverse piazze e strade a traffico limitato, così di fatto approvando un documento completamente edulcorato e manipolato, ed alimentando interventi di palese speculazione edilizia e privando i cittadini dei diritti minimi (DM 1444/68), e consentendo di liberare aree che potevano essere destinate proprio a verde pubblico. «Risolvendo il mondo nel mondo del denaro, l’economia spoglia la nozione di società e la nozione di individuo di ogni valenza qualitativa e, visualizzando l’una e l’altro da un punto di vista puramente quantitativo, riduce la società a mercato, e l’individuo a sintesi dei suoi interessi materiali. Nel mercato sono gli interessi a porre in relazione gli individui, i quali interagiscono non in quanto individui con le loro specifica e peculiarità, ma in quanto titolari di interessi, in quanto personificazioni» (Galimberti, 2009). Da qui la nota contraddizione del capitalismo liberale che fa sparire la libertà degli individui per far emergere gli interessi del capitale. Nelle città questo interesse è ampiamente presente con le architetture simbolo del “nuovo” potere, architetture auto referenziali, con forme e simboli della globalizzazione che hanno omologato tutto e tutti. Sono i simboli dell’ideologia che toglie opportunità e creatività alla comunità locale; Winckelmann direbbe che certe opere non essendo espressione dell’anima non potrebbero mai essere belle, ed una in particolare, il Crescent, potrebbe essere giustamente etichettata come opera kitsch, cioè di cattivo gusto. Jürgen Joedicke direbbe del Crescent che «presuntuosamente rievoca le forme architettoniche di epoche passate dissimulando la propria incertezza».

Un’inversione di tendenza è possibile solo uscendo dal nichilismo. Ci troviamo in un passaggio d’epoca (la fine dell’epoca industriale) che ci consente di studiare i fatti, la storia e riflettere sugli errori del passato. Uscendo dai paradigmi culturali obsoleti possiamo progettare la comunità ed affrontare e risolvere i problemi della città. Basti pensare alle esperienze positive recenti (spazi pubblici del Corso Vittorio Emanuele, il lungomare, Piazza Portanova, il PIC Urban, e gli arredi di via Achille Napoli [Quartieri Italia ed Europa]) ed ai modelli gestionali e partecipativi di molte altre realtà sparse in Europa e nel mondo. Bisogna uscire dalla logica secondo piani e progetti devono essere realizzati secondo l’utile netto generato dalle quantità vendute di superfici lorde poiché spesso si tratta di un’offerta di merce che il mercato non desidera, e pertanto è necessario consentire la detrazione fiscale di demolizioni e ricostruzioni che consentono di creare nuovi spazi pubblici e nuovi servizi minimi obbligatori previsti delle leggi e richiesti dai cittadini. Questo andava fatto a Salerno fra gli ’70 ed ’80 quando si scopri dalla relazione del 1979 che la pubblica amministrazione stava sprecando risorse pubbliche, ed oggi lo fa ancora, poiché preferiva indirizzarle alle remunerazione delle rendite di posizione.

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