Salerno, breve storia urbana


Conoscendo la storia urbana della propria città è possibile comprendere i cambiamenti sociali ed economici dei nostri luoghi. Le città sono gli ambienti che determinano l’esistenza dei cittadini sotto tutti i punti di vista, ambientale, culturale, sociale, economico etc. La storia di Salerno è di grande interesse poiché svela retroscena poco raccontati ai cittadini, a volte nascosti affinché non si comprendano le origini dei disagi, e quindi non si riesca a capire la soluzione per migliorare la vita degli abitanti. Osservando la città attuale figlia dell’insieme di errori urbanistici succedutisi nel corso dei decenni, oggi ci rendiamo conto che per migliorare l’attuale società è necessario ridistribuire le risorse “sequestrate” da un gruppo di famiglie, che hanno vissuto, e vivono, per decenni attraverso le rendite senza contribuire minimamente allo sviluppo umano della comunità. Ciò che è accaduto a Salerno, è successo nella stragrande maggioranza delle città italiane.

Cominciamo col ricordare che nell’Ottocento nacquero le idee utopiste che offrirono soluzioni e stimoli per progettare città migliori, sia per risolvere i problemi generati dall’industria, e sia per porre le basi della nascita del sistema sociale. In quei secoli molti avevano compreso che il problema è insito nel capitalismo e che la proprietà privata era, ed è, un’usurpazione (Proudhon disse che è un furto) contro il diritto delle comunità di migliorare le proprie condizioni di vita. Possiamo credere che ancora oggi, nel nuovo millennio, l’origine dei mali delle città risiede proprio nella divisione e nella mercificazione dei suoli sorta dopo la rivoluzione francese, e lo sviluppo della rendita fondiaria e immobiliare viene interpretata ed usata contro i ceti meno abbienti.

Salerno Piano Donzelli-Cavaccini 1915
Piano Donzelli-Cavaccini, 1915 (modello Garden city)

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione poteva usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di espansione 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di espansione 1934); entrambi i piani non furono rispettati/realizzati ma si preferirono i piani di Calza Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958). I piani Donzelli-Cavaccini e Guerra sono figli delle idee utopiste e della scienza dell’urbanistica che privilegia la qualità urbana, la soluzione di problemi pratici, un corretto rapporto fra lo spazio pubblico e privato; mentre Calza Bini, Scalpelli e Marconi erano urbanisti che rientravano nelle grazie del partito fascista e proposero piani per Salerno che rispondevano ai bisogni del capitalismo (rendita) piuttosto che alle regole compositive della corretta pianificazione urbanistica.

Salerno Piano Guerra 1934
Piano Camillo Guerra, 1934

L’attuale città di Salerno, come la stragrande maggioranza delle città italiane, è figlia di questa malsana ideologia: l’avidità prodotta dalla rendita fondiaria e immobiliare che ha consentito durante gli anni della ricostruzione post bellica di generare un danno ambientale e sociale quasi inestimabile. I limiti delle città moderne producono ancora oggi danni sociali ed ambientali che sembrano quasi invalicabili, a meno che non si esca dal paradigma culturale che le ha costruite, ad esempio attraverso l’esproprio generalizzato e la definizione di beni e merci secondo i principi di bioeconomia, in questo modo la soluzione è vicina.

La legge urbanistica nazionale 1150/42, la legge ponte 765/67 ed il decreto ministeriale 1444/68 rappresentano gli strumenti giuridici più rilevanti per la pianificazione urbanistica italiana; sintetizzando al massimo le leggi stabilirono un principio, un diritto, e cioè che per ogni abitante le città dovevano dotarsi di uno standard minimo necessario a creare condizioni di vita accettabili. Dal 1968 in poi le città dovevano costruire questi diritti minimi obbligatori, ma in buona parte dei comuni coinvolti dalle norme si presentavano complicazioni tecniche e pertanto non furono mai costruiti o costruiti in piccola parte; anzi le Amministrazioni locali interpretarono le norme, e lo fanno ancora oggi, secondo i capricci delle cosiddette rendite di posizione, e negli anni recenti secondo i capricci dei Sindaci, violando palesemente sia legge urbanistica nazionale e sia la Costituzione che indirizza i piani verso la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico e ambientale.

Nel 1972 Salerno, come molti altri comuni, cercò di progettare i diritti minimi e diede incarico ai progettisti salernitani (Cannella, Capobianco, Carpentieri, Centola, De Vero, Dell’Acqua, Fabiano, Francese, Giannattasio, Ilardi) di recuperare gli standard e individuare le zone omogenee (Del. n. 4406/bis del 31/07/1972). Nel 1974 lo studio preliminare evidenziò la carenza di servizi minimi e la relazione dell’elaborato intermedio del 1979 rappresentò con precisione che lo standard esistente era di 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab) e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (la manualistica prescrive 300 ab/ha), e suggerì il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (città moderna e periferia). Un altro aspetto interessante emerse con evidenza pubblica, e cioè il danno delle famigerate rendite di posizione poiché la pubblica amministrazione, pur di avere i servizi minimi, pagava, e tutt’oggi lo fa ancora, un affitto ai privati per possedere uffici presso sedi improprie, cioè edifici costruiti per civili abitazioni. Il Consiglio comunale con delibera n. 139 del 1/08/1978 ritenne di «estremo interesse» l’acquisizione di tutti gli elementi di valutazione relativi alla problematica sollevata. Nonostante la lentezza nel decidere la soluzione dei problemi cittadini, in un documento deliberativo di Giunta comunale del 17 marzo 1983 si discusse circa l’opportunità di superare il Piano Marconi ritenuto obsoleto e dannoso, e di pensare ad un nuovo «piano complessivo di ampia scala» necessario per «il rilancio della vita sociale e produttiva della città» poiché «non possono più essere consentiti interventi disorganici», in quanto già nel passato «la città è stata consegnata nelle mani della speculazione che ne ha definito la crescita caotica sull’esclusivo interesse del singolo con la conseguenza di una vita sociale povera e densa di squilibri». Da questi virgolettati i cittadini comprendono che gli amministratori conoscevano tutti i limiti del passato, e le opportunità per correggere gli errori del passato. Furono i progettisti salernitani a suggerire le soluzioni più idonee, ma il nuovo piano non fu mai realizzato, anzi le idee progettuali furono abbandonate. Salerno aveva l’opportunità di progettare una città migliore di quella esistente, ma l’Amministrazione quando capì che doveva deliberare una decisione opposta ai capricci del capitalismo e delle rendite generate da costruttori e dalle famiglie “influenti”, cambiò idea perseguendo proprio l’avidità di pochi. Questo accadde a Salerno a cavallo degli anni ’70 ed ’80, ed è ciò che avvenne in molti altri comuni più grandi; cioè buona parte dei piani che miravano ad un riequilibrio degli standard secondo regole compositive della corretta urbanistica furono boicottati e/o edulcorati dai partiti, solo qualche città riuscì a sfuggire all’avidità di pochi, tant’è che in tali centri gli abitanti possono godere di scelte lungimiranti e si ritrovano in ambienti urbani con aree verdi adeguate e servizi raggiungibili a piedi.

Un’altra occasione persa fu il Master Plan del 1987. Nonostante l’abbandono dell’idea di realizzare una città con una morfologia urbana più razionale, i progettisti salernitani produssero un altro piano ispirandosi ai principi di Kevin Lynch e consegnarono l’idea progettuale di recupero dell’intera fascia cittadina lunga circa nove chilometri.

Salerno Master Plan costiero 1987
Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Questo breve resoconto mostra sia la capacità e la creatività degli urbanisti nel disegnare città ideali, e sia la cialtroneria di politici irresponsabili che nel corso della storia hanno servito gli interessi particolari degli speculatori piuttosto che applicare la legge, la Costituzione e pianificare la tutela del bene comune. Svelare la storia è un importante esercizio per conoscere il passato ed evitare errori nel presente e nel futuro; innanzitutto si apprende un aspetto importante: le capacità progettuali degli artigiani locali nel risolvere problemi e progettare un futuro sostenibile; ed in fine l’opportunità di creare nuove visioni progettuali lungimiranti ispirandosi alle esperienze virtuose. Una soluzione pratica sta nel fatto che i cittadini devono proporsi come committenti di piani rigenerativi attraverso cooperative, poiché in questo modo condizionano positivamente la pianificazione territoriale, ed in fine è necessario che il legislatore pensi forme fiscali di detrazione sugli interventi di demolizione e ricostruzione che costituiscono l’incentivo a trasformare gli attuali piani urbanistici espansivi in piani di rigenerazione urbana.

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