Sul decreto Lupi circa il governo del territorio


Nonostante il tema del governo del territorio, ossia dell’urbanistica, sia ampiamente conosciuto e riconosciuto, studiato, e approfondito nell’ambito accademico e professionale, e nonostante sia noto e sia riconosciuto in tali ambienti il fatto che governare il territorio significa determinare la propria ricchezza, nel senso più ampio del termine, non solo materiale, ma anche culturale e spirituale, nonostante tutto ciò, assistiamo alla presentazione di un decreto immaturo e anacronistico rispetto al contesto della depressione economica nazionale generata da un paradigma culturale del tutto obsoleto. «L’urbanistica viene già individuata come una tecnica della prassi politica», per rimanere ancorati alla legge germanica del 1875 e dirla alla Manfredo Tafuri, e quindi con tutte le conseguenze del caso, noti i conflitti che l’urbanistica genera quando l’interesse generale viene sostituito dalla religione neoliberista. La proposta di nuova legge urbanistica nazionale del Governo nasce da un impianto culturale vecchio ed obsoleto, non affronta in maniera compiuta le esigenze degli abitanti e la complessità della questione urbana determinata da vecchi vizi: rendita e conflitto fra poteri, politica e istituzioni. Mentre da decenni altri Paesi investono in programmi adeguati, sperimentando ed innovando (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel), il mondo dei nostri dipendenti politici va in direzioni sbagliate, oppure è del tutto inerte alle esigenze degli abitanti che vivono nelle città ed è del tutto inerte di fronte alle opportunità di nuovi modelli decisionali dal basso. Spesso si è preferito la strada dei grandi appalti e dei grandi eventi, e spesso dietro questi appalti ed eventi si celava il noto e solito malcostume di politici e imprenditori. Nella sostanza la società civile con le proprie capacità creative ed i suoi bisogni si trovano su di un piano, mentre i dipendenti eletti vivono sul piano ideologico che rappresenta un’élite ristretta, ma non rappresentativa dei problemi veri della società.

Non si ha il coraggio di ripristinare il valore del disegno urbano restituendo dignità alla creazione culturale del piano che “organizza” la città nella sua interezza, uscendo dalla deriva politicizzata dei piani dei Sindaci declinati in interventi puntuali ed elettoralistici. Non si ha il coraggio di affrontare il problema della rendita ed il “regime dei suoli” (l’esperienza dell’ex Ministro Sullo fu significativa), non si ha il coraggio di definire un uso razionale delle risorse, e non si ha il coraggio di proporre una nuova visione culturale partendo dalla resilienza e dalla bioeconomia rispettando l’articolo 9 della Costituzione, sia per pianificare correttamente gli ambienti urbani già costruiti, e sia per conservare l’immenso patrimonio storico, architettonico e archeologico italiano.

Un’osservazione non di poco conto è la constatazione che da diversi anni il Parlamento, che ha il potere legislativo, abdica sistematicamente al proprio ruolo costituzionale lasciando che siano i decreti governativi a far nascere il “dibattito” parlamentare su temi vitali per la Nazione. Tale anomalia si ripercuote in maniera negativa sulla qualità democratica delle decisioni poiché le forze politiche, elette e pagate dai cittadini per legiferare, rinunciano al proprio diritto dovere, e troppe volte i decreti governativi diventano legge grazie al “voto di fiducia” sostenuto dalle maggioranze di turno. In tale maniera viene mortificato anche il diritto costituzionale delle minoranze di turno che intendono apporre emendamenti per migliorare le singole proposte. Sono diversi anni che le maggioranze parlamentari violano il principio di separazione dei poteri.

howard3bEntrando nel merito: I temi della “ricostruzione, recupero e riqualificazione” nascono come risposta alle cattive condizioni igieniche ed ambientali prodotte dalla rivoluzione industriale del XIX secolo. Dal secondo dopo guerra (D.L. 145/1945) nascono i piani di ricostruzione per far ripartire il Paese che diedero vita al famoso boom economico. In Inghilterra si cominciò sin dal 1938 (Green Belt Act), poi gli USA nel 1958 con il Federal Urban Renewal programm. Questi programmi politici furono influenzati dalle teorie utopiste dell’Ottocento ove si progettavano città nuove e sostenibili: garden city, city beautiful, etc. che ambivano a sviluppare una sensibilità ecologista. Una sensibilità che non fu accettata dai politici italiani piegati agli interessi delle lobbies della speculazione edilizia che mercifica i suoli. Negli anni ’60 l’esperienza di Fiorentino Sullo dimostra tutta la cattiva fede dell’ambiente politico, poiché la sua proposta attaccava la rendita attraverso l’introduzione dell’esproprio generalizzato dei suoli, tant’è che se fosse stata introdotta quella norma molti costruttori non avrebbero potuto distruggere e speculare contro gli ecosistemi e contro il diritto alla casa.

In Italia con la legge 457/1978 si avviarono i piani di recupero individuando le “zone di recupero” ed i “piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente”. Negli anni ’90 c’è stata l’esperienza dei “programmi complessi” circa il governo del territorio che ha avuto le sue esperienze sul tema della “riqualificazione urbanistica”.

Il paradigma culturale che ha guidato la ricostruzione delle nostre città prima, e l’espansione urbana dopo, è stato quello del consumismo più sfrenato e la progressiva crescita del nichilismo, e tutt’oggi rimane il paradigma predominante di buona parte degli amministratori pubblici, nonostante la proposta dell’UrBES.

La proposta del Governo ambisce a sostituire la legge urbanistica nazionale, e non c’è alcun dubbio che l’intenzione sia fondata e meritevole, ma la proposta non scalfisce minimamente i problemi del governo del territorio condizionati dall’apatia e dal nichilismo dei cittadini, dalla corruzione, dalla rendita, dalla finanza e dall’obsoleto paradigma culturale della crescita infinita.

Fra le finalità del decreto (art. 1) esiste anche l’insano principio di concorrenza totalmente avverso ad uno dei principi della progettazione sostenibile: l’olismo. In tal modo il decreto avvalora ancor più la distruttiva consuetudine di mercificazione del territorio e dei beni immobili, tutto ciò che finora ha contribuito a distruggere gli ecosistemi e l’identità delle città. Aberrazione feudale: il comma 4 del decreto introduce un potere di mercato incostituzionale affidando ai proprietari degli immobili, non allo Stato e non ai cittadini, il diritto di iniziativa, in tal senso si torna indietro di molti secoli e si suggerisce di conformare una vecchia consuetudine scorretta che consiste nell’accorpare proprietà immobiliari prima dei cambi di destinazione d’uso. E’ con questo sistema che sin dagli anni ’50 in poi si sono create le rendite di posizione, le speculazioni, e si sono pianificati interi quartieri ghetto. Con questo principio feudale le rendite di posizione sono legittimate nel perseguire la propria avidità. Sicuramente il principio del coordinamento fra Enti istituzionali (art. 5 del decreto) aiuta la condivisione di valori e obiettivi strategici territoriali individuati in una Direttiva Quadro Territoriale (QDT), e tale approccio può essere utile per correggere elementi negativi emersi delle leggi regionali, così come cogliere elementi positivi emersi dalle stesse Regioni al fine di ridistribuire conoscenze e pratiche virtuose su tutto il territorio nazionale per tendere ad una maggiore coerenza costituzionale rispetto all’articolo 9 della Carta. Un’altra indicazione corretta è senza dubbio il riconoscimento di ambiti territoriali unitari che possono produrre piani adeguati ai Comuni ricadenti negli stessi ambiti. L’art. 6 sostituisce il DM 1444/68 che individuò lo zoning e la soglia minima attraverso lo standard ab/mq, mc/mq, e se da un lato l’art.6 annuncia lo standard di qualità, è del tutto pericoloso cancellare gli standard quantitativi ed il concetto di limite inderogabile poiché si apre l’opportunità a pianificazioni speculative, anche se di fatto già esistono pratiche speculative generate da conflitti di interesse e rendita. Cancellando il concetto di standard minimo si apre il rischio concreto che i Comuni, cioè lo Stato, non siano più obbligati a garantire servizi minimi quantitativi, e così che gli standard possono essere individuati in maniera soggettiva da ogni Comune rispetto alle esigue risorse che lo Stato centrale fornisce loro, ed inoltre gli amministratori spinti dall’obbligo di pareggiare il bilancio saranno legittimati a tagliare servizi e/o affidare i servizi ai privati secondo il principio di concorrenza con l’evidente conseguenza di escludere classi sociali dallo loro fruizione. Uno scenario inquietante: finora i Comuni erano costretti o ad espropriare o scambiare suoli con gli interessi privati per progettare i servizi minimi misurati con criteri oggettivi (ab/mq). Una volta eliminata questa misura minima (ab/mq) e sostituita con criteri soggettivi (un’opinione) accadrà che i privati potranno cancellare dai bilanci anche questa spesa “inutile”. Quando le Regioni avranno legiferato le proprie norme urbanistiche interpretando l’art. 7 nella direzione neoliberista, accadrà che i Comuni potranno deliberare piani col principio di “concorrenza” e “flessibilità”, il che potrebbe significare contraddire i principi ed i diritti dello Stato sociale previsti dalla Costituzione. L’art. 8 intende illusoriamente affrontare il tema della disparità di trattamento dei suoli (principio di indifferenza dei proprietari) innescato dal mercato delle aree edificabili. Il legislatore ed i Governi italiani preferiscono continuare ad ignorare le buone pratiche di alcuni paesi nordici, che hanno dimostrato l’efficacia di una corretta pianificazione e gestione pubblica attraverso il diritto di superficie che non cancella la proprietà privata degli alloggi, e consente all’Ente pubblico di perseguire una razionale organizzazione delle abitazioni con i servizi raggiungendo l’obiettivo dell’interesse generale.

Il decreto è costruito su convenzionali impianti culturali e tecnici di ordinaria amministrazione, dalla “trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori” (art.10, 11 e 12) alle «politiche di rinnovo urbano per la rifunzionalizzazione, valorizzazione e recupero del patrimonio e del tessuto esistente, delle periferie, delle aree dismesse e per il ripristino ambientale e paesaggistico delle aree degradate» (art.16). Secondo il decreto il «rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione, della ristrutturazione edilizia, della demolizione, della ricostruzione di edifici e la ristrutturazione urbanistica, di porzioni di città, e di insediamenti produttivi ed è realizzato attraverso un insieme organico e coordinato di operazioni, finalizzate all’innalzamento complessivo della qualità urbana e dell’abitare, alla valorizzazione, alla rigenerazione del tessuto economico sociale e produttivo, nel rispetto delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, secondo principi di sostenibilità economica sociale e ambientale», questi sono i passaggi più “significativi” del decreto. L’art. 17 prevede strumenti coattivi ed inutili per raggiungere l’obiettivo politico soggettivo del “rinnovo urbano”, e tale processo può innescare dannosi processi di gentrificazione sorti nei paesi anglosassoni attraverso deregolamentazioni e privatizzazioni degli interessi urbanistici e già accaduti anche in Italia. Il decreto anziché copiare ed introdurre modelli partecipativi dal basso preferisce strumenti autoritari e conflittuali. Nell’art. 16 (commi 8,9 e 10) si prefigurano anche le procedure che possono produrre gentrificazione adottando i tradizionali processi amministrativi, per nulla maturi ed idonei a gestire obiettivi che prevedono “abbattimenti e ricostruzioni di porzioni di città”, ignorando completamente le esperienze virtuose dei bilanci partecipativi sorti a Porto Alegre già nel 1989. Il comma 7 dell’art. 16 prevede persino operazioni di rinnovo urbano realizzate in assenza di piano operativo previo accordo urbanistico fra Comune e privati. Tradotto in termini etico sociali si apre alla prospettiva antitetica del concetto generale ed elementare di pianificazione, si legalizza un’idea malsana di organizzare il territorio secondo cui chi dispone delle risorse può trasformare il territorio a suo piacimento e godimento, e pertanto si normalizza la consuetudine già esistente di presentare progetti speculativi avulsi dal contesto e dall’identità dei luoghi col risparmio netto sulla tangente da parte del corruttore.

In sostanza il decreto riprende principi di recupero del patrimonio edilizio esistente e rilancia una politica sull’edilizia popolare oggi chiamata sociale (art. 18 e 19), ma non c’è alcun elemento culturale innovativo. Non bisogna neanche dimenticare che a fronte di tale proposta la volontà concreta nel perseguire il recupero urbano si trova nella politica economica di Governo e Parlamento, ed è noto che queste maggioranze politiche si rifiutano di adottare il principio fiat money e ripensare l’obsoleto sistema bancario e fiscale dell’UE (patto di stabilità e crescita interno). Ad esempio, se confrontiamo Italia e Inghilterra notiamo che entrambi i paesi all’inizio del secolo novecento controllavano la propria moneta e la banca centrale (politiche autarchiche); ed entrambi i paesi investirono in politiche per costruire nuove città (con caratteri culturali diversi). L’Inghilterra costruì città secondo il modello delle garden city ed in misura minore accade anche in Italia, ma il fascismo eresse l’urbanistica a tecnica per imporre la propria ideologia, da un lato facendo danni nei centri storici e dall’altro costruendo nuove città (fra il 1890 e il 1900 accade anche negli USA il potere politico impose la proprie ideologia, ma essi imposero il modello city beautiful). Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia perse la propria sovranità, ed oggi paghiamo ancora il danno politico di quella sconfitta. Dopo 71 anni è evidente a chiunque il profondo cambiamento della società. Nel 1978 in Inghilterra fu elaborato un “libro bianco” denominato Policy for the Inner city, con soldi pubblici, per promuovere politiche di “rigenerazione urbana”. Pochi anni dopo ci fu la svolta neoliberista, e la rigenerazione fu investita dagli interessi privati diminuendo/cancellando gli investimenti pubblici e causando fenomeni di gentrificazione. Dopo anni di politiche pubbliche (il prestito del piano Marshall), anche in Italia si avviarono progetti pubblici/privati con i “problemi complessi” durante gli anni ’90, ma a differenza dell’Inghilterra, senza una banca pubblica che fa gli interessi dello Stato è impossibile investire in politiche industriali di pubblica utilità (dal 1981 il Governo Forlani avviò il percorso di privatizzazione di Banca d’Italia). Dal 1948 al 1971 (fine del gold standard) la lira ebbe un comportamento simile al “cambio costante” col dollaro, e la Repubblica generò il boom economico. Dopo il 1971 cominciarono le politiche inflazionistiche e quando poi si avviò il progetto SME (oggi l’euro), i Governi italiani smisero di produrre politiche industriali nazionali abbracciando l’ideologia globalista e favorendo indirettamente e/o direttamente la crescita della Germania a danno dei cittadini che pagano le tasse. La stessa analisi che mette in luce l’importanza della sovranità monetaria e l’autonomia politica di scegliersi una politica industriale, può essere svolta leggendo le politiche promosse negli USA a favore delle città grazie all’influenza del Congresso verso la FED; ed ugualmente accade in Cina che investe in politiche urbane grazie all’energia della sovranità monetaria; un potere che non hanno i Paesi aderenti all’euro zona condizionati da interessi contrastanti interni (incapacità culturali dei propri Governi e indicatori obsoleti), ed esterni (debito estero, borse telematiche e agenzie di rating). Se l’Italia intende rilanciare le politiche urbane, così sembra attraverso il CIPU (Walter Vitali, Strategia europea 2020 e Agenda urbana nazionale), può farlo in maniera efficace e seria riformando profondamente l’UE cambiandone i paradigmi culturali (uscendo dall’economia del debito), oppure uscendo dal sistema dell’euro zona, poiché l’ideologia neoliberista e l’austerità (fiscal compact) dell’UE danneggiano anche il mondo delle costruzioni: “il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città” (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag.10).

Sul profilo del “rinnovo urbano” l’impianto è condivisibile, ma il decreto che intende far ripartire le costruzioni sembra nascere dallo stesso piano ideologico che le ha fatte crollare: la crescita non finalizzata all’utilità sociale e al bene comune poiché non si coglie alcuna intenzione di uscire dalla speculazione edilizia. Non c’è alcun riferimento a cambiare la fiscalità locale per evitare che i Consigli comunali, pur di fare cassa e perseguire l’obbligo del pareggio di bilancio, rinuncino a mercificare nuovi suoli agricoli. Non c’è alcun riferimento alla resilienza urbana, nessun riferimento alla naturale connessione fra urbanistica ed energia, nessun riferimento all’introduzione di tecniche per il recupero del plusvalore fondiario, e nessun riferimento all’avvio di processi partecipativi popolari.

Sicuramente la pubblicazione del decreto può far nascere e sviluppare un dibattito su un tema fondamentale per l’economia e la qualità di vita degli abitanti della Nazione, e sicuramente il mondo accademico e professionale italiano ha le capacità per migliorare il testo e suggerire al legislatore integrazioni e modifiche per innovare l’indirizzo culturale del decreto. Gli addetti ai lavori sanno come “aggiustare” le città: Istituto Nazionale di Urbanistica, Uscire dalla crisi, le risorse per la rigenerazione delle città e dei territori. Il dubbio legittimo è che Governo e legislatore non abbiano alcun interesse nell’ascoltare le legittime proposte di urbanisti che sanno come governare eticamente il territorio, basti ricordare la storia delle proposta di Fiorentino Sullo.

Priorità:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della sostenibilità forte.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi  attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Considerata l’inadeguatezza della classe politica, è necessario che i cittadini ispirati dalla valida esperienza culturale e imprenditoriale di Andriano Olivetti capiscano di dover fare a meno di certe categorie di individui inutili e dannosi allo sviluppo umano. Ricostruendo le comunità, cittadini possono auto governarsi e proporre le dovute modifiche ai piani comunali copiando le migliori pratiche ed esperienze già svolte nel resto del mondo (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel). I cittadini hanno, la forza e l’energia, se lo desiderano e se si appropriano con consapevolezza, responsabilità e maturità del governo del territorio, hanno il diritto, hanno gli strumenti giuridici (cooperative di comunità), ed hanno l’opportunità di pianificare comunità sostenibili attraverso la scelta di urbanisti dotati di certe sensibilità che attraverso l’approccio adeguato possono promuovere rigenerazioni dei tessuti edilizi con un adeguato disegno della morfologia urbana. I cittadini possono sfruttare gli enormi vantaggi delle odierne tecnologie con l’impiego di un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. Altre comunità nel mondo lo stanno facendo da tanti anni migliorando la propria esistenza verso un’evoluzione della specie umana. L’urbanistica e l’architettura rimangano comunque arti e mestieri testimoni delle capacità umane, siano essi segni che mostrano una regressione (le città nichiliste del consumo e dello spreco) o dell’evoluzione umana (le città della cultura e della tutela ambientale).

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2 pensieri riguardo “Sul decreto Lupi circa il governo del territorio”

  1. […] Dal punto di visto macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 29 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. L’Italia è l’unico paese che negli ultimi trent’anni ha sottovalutato la contrazione dei principali centri urbani, semplicemente ignorandola nonostante fosse state osservata già negli anni ’70, e tale inerzia politica ha consentito un peggioramento della qualità vita per inseguire un’ideologia, il neoliberismo, che stava distruggendo ecosistemi ed identità culturali. La maggioranza delle città costruite dal dopo guerra in poi, non sono le città dell’urbanistica, ma sono le città del capitalismo. Tutto ciò è noto e mentre l’implosione del capitalismo genera opportunità per ricostruire e ripensare le città, finalmente progettandole con gli abitanti e per gli abitanti, l’Italia è l’unico Paese che sta ignorando questa opportunità poiché non ha una politica urbana adeguata, e non ha strumenti giuridici ad hoc per farlo, e questo il comico Renzi o non lo sa, oppure se lo sa: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» Ciò che ha partorito il Governo Renzi sul governo terrtiorio, è la proposta indecente del suo Ministro Lupi. […]

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