Urbanistica e cittadini


L’urbanistica è una disciplina sociale influenzata da diverse componenti (finanza e proprietà privata) e nonostante quella del disegno urbano sia la più importante non è la determinante ai fini delle scelte definitive relative all’organizzazione territoriale e le destinazioni d’uso dei suoli. Esiste una certa consuetudine politica nel ricercare bravi urbanisti cui affidare incarichi di progettazione, e manipolare successivamente le norme tecniche dei piani per assecondare gli interessi privati della rendita immobiliare, con la conseguenza negativa di modificare le previsioni e gli obiettivi del piano urbanistico stesso. Esiste anche la pratica di approvare piani con previsioni deliberatamente errate al fine di alimentare entrate per la spesa corrente degli Enti pubblici e sperare in un mercato immobiliare, ma tali decisioni frutto solo dell’avidità e non di studi consapevoli, servono solo a distruggere le risorse limitate. Questa consuetudine politica ci insegna che nel campo dell’urbanistica il disegno della città ed il relativo dimensionamento vengono sempre condizionati da beceri interessi privati, e dalle discipline economico finanziarie e giuridiche che a loro volta influenzano le decisioni politiche locali, spesso a danno della collettività e dell’interesse generale. Quando i decisori politici hanno saputo conservare una propria autonomia e/o in assenza di pressioni particolari è accaduto che le città sono state pianificate correttamente conservando la coerenza previsionale dei piani stessi, e quindi gli abitanti hanno potuto godere dei vantaggi di una corretta pianificazione urbanistica, cioè una maggiore qualità della vita.

Questa breve premessa accenna ad un problema che dura sin dall’inizio dell’urbanistica moderna poiché attraverso le discipline giuridiche e finanziarie decisori politici e lobbies locali non rispettose dell’interesse generale hanno saputo e potuto agire secondo il proprio tornaconto. La storia e la letteratura urbanistica insegnano che soluzioni pratiche esistono, ma per avere sagge soluzioni e durature per favorire l’interesse generale bisogna modificare gli strumenti giuridici, l’estimo e le procedure urbanistiche favorendo i principi costituzionali sanciti dagli articoli 2, 3 e 9. Ad esempio, è ampiamente noto che in alcuni paesi europei i Comuni hanno potuto conservare la proprietà pubblica dei suoli dandone in concessione d’uso il diritto di superficie, mentre in altri paesi come Italia, all’inizio del novecento, prevalse l’idea di privilegiare la proprietà privata, e durante gli anni ’60 la proposta di ritornare su questa decisione fu bocciata dal legislatore per favorire gli interessi privati propensi ad un’efficace speculazione edilizia attraverso il meccanismo della rendita, tutt’oggi motore obsoleto dei piani urbanistici e sostenuta dagli indicatori finanziari per favorire lo strumento del debito.

E’ altrettanto vero che politici locali di buona cultura possono agire in autonomia e pianificare città sostenibili, ma la selezione della classe dirigente politica italiana non è nelle mani di liberi cittadini consapevoli, sensibili e responsabili, com’è tristemente noto.

Pertanto per ripristinare una buona urbanistica è necessario che la disciplina possa “alleggerirsi” dalle sue componenti giuridiche e finanziarie per ridare valore al disegno, al progetto, e quindi alla creatività umana capace di trovare soluzioni concrete ai problemi degli abitanti delle città, del resto come avviene più facilmente all’estero grazie a strumenti giuridici più efficaci, un sistema bancario a servizio dei cittadini, grazie ad una classe dirigente più acculturata e responsabile, grazie ad un atteggiamento culturale dei cittadini più consapevoli e rispettosi verso i progettisti riconoscendone il valore poiché capaci di migliorare la qualità di vita degli abitanti. Oltre a questo aspetto non bisogna sottovalutare il fatto che numerosi studi ed indagini mostrano un aumento della regressione culturale ed in Italia esiste un enorme problema di ignoranza di ritorno, questo aspetto dannoso e pericoloso influenza il comportamento delle persone che le rende meno consapevoli, meno civili e meno capaci di decidere liberamente su cosa sia meglio per loro e per gli altri. Occorre avviare programmi nazionali di alfabetizzazione sulle materie scientifiche per gli adulti per i laureati, e per i professionisti.

Negli ultimi decenni gli urbanisti al fine di rimanere coerenti rispetto ai propri disegni urbani hanno dovuto inventare e sviluppare diverse tecniche per consentire loro di stare dentro i limiti giuridici (acquisizione delle aree) ed economici, cioè la ricerca di risorse monetarie per attuare i piani. Tutte le tecniche finora applicate appartengono al piano ideologico della crescita, poiché è l’ideologia più studiata e diffusa in ambito scolastico ed accademico. Da poco più di un decennio alcuni urbanisti hanno deciso di uscire da questo piano ideologico, alcuni circa trent’anni fa sono stati dei precursori quando hanno immaginato città sostenibili e piani a “crescita zero”, chiaramente ispirati dagli utopisti dell’ottocento e dall’approccio olistico. I cittadini dovrebbero sapere che possono vivere in città migliori di quelle realizzate a partire dagli anni ’50 in poi, molto migliori, ed il più grande ostacolo a questa evoluzione sociale collettiva risiede nel nichilismo e nell’ignoranza dei cittadini stessi, oltre che in una inadeguata classe politica locale che rappresenta i cittadini stessi. Scovato il problema, trovata la soluzione: i cittadini. Nessuno vieta ai cittadini di riunirsi e proporre soluzioni adeguate investendo risorse umane e monetarie proprie al fine di rigenerare il quartiere e la città. Il mondo intero, e l’Europa stessa è ricca di esperienze e soluzioni che dimostrano come siano i cittadini a fare la differenza positiva o negativa nella gestione della città e della polis.

Gli investimenti nelle attività di pianificazione sono quelli più duraturi, almeno vent’anni anni. I cittadini possono investire i propri risparmi nell’aggiustare la propria città e migliorare il proprio quartiere, non si tratta di un intervento speculativo come spesso accade dal soggetto promotore, ma di un investimento per il proprio benessere promosso da un nuovo soggetto: la comunità. Essi dovrebbero imparare a giudicare la qualità del progetto rispetto all’impatto sociale dell’intervento e la partecipazione attività ed i diritti costituzionali: la bellezza e il decoro, ambiente e salute, la qualità dello spazio pubblico, l’efficienza energetica, i nuovi servizi come le biblioteche e la mobilità intelligente, l’uso razionale delle risorse, ed in fine la sostenibilità economica, verificandone semplicemente gli indici. Con una forte regia pubblica, la comunità deve assumersi la responsabilità di diventare committenza della rigenerazione urbana bioeconomica al fine di superare i tradizionali piani espansivi e speculativi e favorire piani di recupero dei tessuti esistenti.

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3 pensieri riguardo “Urbanistica e cittadini”

  1. […] I limiti per trasformare le nostre città sono culturali ed economici, ma per rigenerare seriamente gli ambienti urbani è necessaria la volontà politica, e questa manca. Il merito di parlare di agenda urbana sta nel fatto di stimolare l’apertura di un dibattito pubblico, ma crea anche frustrazioni agli urbanisti italiani poiché all’estero le trasformazioni e si pianificano e si eseguono, mentre in Italia la storia ci ha insegnato che la nostra classe dirigente ha sfruttato l’urbanistica per creare consenso e distruggere bellezza. Per cambiare dovremmo “semplicemente” cambiare classe dirigente e stimolare le coscienze addormentate dei cittadini, anche perché, dove la speculazione è stata realizzata, i danni li hanno subiti proprio i cittadini, spesso inconsapevoli delle logiche che creano i piani. […]

Rispondi a Agenda urbana? | diario di Peppe Carpentieri Annulla risposta

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