Libertà di pensiero


Ritengo che il chiasso dei media circa le argomentazione politiche degli ultimi giorni sia in linea col desiderio di riempire la nostra testa di sciocchezze, amenità al fine di evitare che una maggioranza degli ascoltatori possa capire cosa stia accadendo in Italia. Le ultime vicende testimoniano come al solito che l’élite sa agire adeguatamente e muove i suoi cavalli per riprendersi un minimo di consenso e continuare il proprio disegno politico.

Tanto per esser chiari, l’élite non ha bisogno di comprare un politico per avere una legge a proprio vantaggio. Ogni organizzazione politica, imitando le gerarchie militari, alleva i propri servi attraverso la selezione del più addomesticato e più ubbidiente (yes man), poiché sarà ricompensato dallo stipendio della poltrona e/o attraverso l’assunzione del marito/moglie, del figlio/a, del nipote, amico o conoscente. In Italia senza alcuna selezione democratica e di merito politico (il famigerato porcellum) è ancora più facile garantirsi un servo ed avere un tornaconto personale, non c’è alcun bisogno di usare una mazzetta, poiché i più addomesticati si fanno avanti da soli e mostrano al capo del partito quanto siano servili (galoppini). Dopo la distruzione del sistema partitico, le multinazionali, da circa vent’anni in Italia, stanno sviluppando questo modello gerarchico che è molto peggiore di quello dei partiti tradizionali poi degenerati in gruppi di potere. Così come nel modello anglosassone anche in Italia la corruzione è stata legalizzata tramite la gestione delle multiutilities SpA usate per produrre clientele e voto di scambio. Dal dopo guerra in poi manager, politici e banchieri si scambiano le poltrone fra SpA e istituzioni politiche al fine di perseguire gli interessi del proprio gruppo di riferimento. «La corruzione è più sottile e meno identificabile, i politici vengono ricompensati per il fatto di ricoprire determinate posizioni, il che li spinge a ricoprirle con più determinazione, finché non si convincono di non essere stati comprati» (Paul Krugman, Fuori da questa crisi adesso, Garzanti, 2013, pag.104). Adesso la direzione del legislatore italiano è copiare gli USA per rendere più efficace il controllo delle multinazionali sul potere legislativo europeo e nazionale, anche se questo controllo è già efficace attraverso l’anti democratica struttura dell’UE e il servilismo del Governi europei, sempre pronti a soddisfare gli interessi del WTO. Negli USA chi finanzia i partiti? Secondo Suketu Metha: «Nessun altro paese spende tanto per finanziare gruppi di pressione o sostenere le campagne elettorali. Quelle presidenziali e politiche del 2012 costeranno 5,8 miliardi di dollari. La maggior parte di queste sovvenzioni è costituita da denaro contante che le grandi aziende mettono a disposizione di candidati che si impegnano a rappresentare i loro interessi. […] La corruzione negli Stati Uniti è tanto più pericolosa in quanto è legale. Qui, una grande impresa non ha bisogno di infrangere apertamente una legge. Basta pagare i politici affinché scrivano le leggi che desidera, come dimostrano quelle che regolano le banche, e che riguardano tutti noi.»[1]

Nel 1998 un signore di nome Sandy Weill, sconosciuto ai cittadini italiani, riuscì a far cambiare una legge americana per introdurre il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 sostenuto prima da un senatore repubblicano, Gramm, che ricevette sostanziosi aiuti dal settore finanziario. La legge ebbe sostegni politici anche dal democratico Rubin, già co-chairman di Goldman Sachs. La norma consentì la nascita di Citigroup col fine di estendere le proprie attività finanziarie che precedentemente costituivano illeciti. Questa storia insegna come sia stato facile far nascere le regole che hanno fatto crescere l’industria finanziaria, quell’industria che ha distrutto migliaia di posti di lavoro per l’avidità di pochi individui. La deregolamentazione ha consentito la diffusione di strumenti come le auction rate securities che svolgono la stessa funzione del credito ordinario senza essere assoggettate alle regole tradizionali, sono gli strumenti usati anche dalla Lehman Brothers. La recessione che stiamo vivendo nasce, cresce e si sviluppa per l’effetto di questa deregolamentazione finanziaria che ha consentito di truffare risparmiatori e investitori per accentrare ricchezze nelle mani di pochi. Nel 2007 il “sistema bancario ombra”[2] diventa molto più grande e pesante del sistema tradizionale, e condiziona le scelte politiche globali e nazionali.

L’aspetto più drammatico dei nostri soggetti politici “rappresentativi” è che nessuno si sta occupando di come introdurre l’etica nel proprio ambito di appartenenza, e nessuno pensa di favorire i capaci ed i meritevoli (come prevede la Costituzione) verso ruoli istituzionali e dirigenziali. Sembra che tutti quanti preferiscono i più obbedienti poiché la fedeltà conviene più del merito se devi ingannare, delinquere. Riconoscere valore e meriti altrui fa perdere visibilità ai galoppini che preferiscono l’autoreferenzialità per “posizionarsi” agli occhi dell’élite attraverso la pratica dello yes man (il servilismo volontario).

Partendo da questa analisi piuttosto semplice gli italiani possono ribaltare questa penosa e dolorosa consuetudine attraverso comportamenti virtuosi e di altruismo, con pratiche democratiche proprio per favorire i capaci e i meritevoli. Nella sostanza non abbiamo bisogno di galoppini e finti rivoluzionari come accadde nel periodo delle dittature, ma abbiamo bisogno di persone oneste e con competenze specifiche forti, noi stessi dobbiamo cambiare il nostro modo di approcciare alla vita politica partendo dagli strumenti che abbiamo a disposizione, ma non utilizziamo per nostra ignoranza. Dobbiamo sforzarci di studiare la politica e la pubblica amministrazione, e proporre una visione diversa dalla res pubblica con nuovi paradigmi, ma per fare questo ci vogliono virtù e persone adeguate dotate di abilità e capacità specifiche. Se leggiamo l’ultimo rapporto dell’Istat, NoiItalia2013, possiamo prendere atto di quali siano i problemi generali e pensare come aggiustare l’Italia con nuovi paradigmi e perseguire una politica industriale adeguata.


[1] Suketu Metha, E li chiamano contributi, in L’Espresso N.44 1 novembre 2012, pag. 52

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