Cogliere le opportunità ed evitare danni.


Nel periodo della recessione è bello sapere che ci siano iniziative private pronte a investire 350 milioni sul territorio salernitano. In un momento di gravissima crisi del settore edile, tale notizia dovrebbe suscitare entusiasmo, poi è sufficiente dare un’occhiata alle immagini virtuali prodotte dal progettista e porsi alcuni dubbi circa la bontà delle intenzioni. Prima di tutto, non si tratta di beneficenza, ma un interesse privato legittimo finalizzato al profitto. Gli imprenditori suggeriscono di realizzare un edificio multipiano proprio sulla costa e un master plan che comprende un’area pari alle dimensioni di un quartiere. Possiamo immaginare che gli imprenditori spinti dal cattivo esempio del Crescent avranno pensato di provarci anche loro, e quindi hanno avuto l’ardire di presentare un enorme torre in riva al mare, segnando per sempre l’immagine della città. Oltre alla torre presentano un master plan che comprende la realizzazione di ampi spazi a verde pubblico, mentre tutti gli altri edifici servono a soddisfare l’interesse privato che mira a far cassa attraverso la solita rendita immobiliare. E’ consuetudine decennale cedere alle lusinghe del capitale privato per realizzare standard pubblici e il costo dell’operazione si calibra rispetto all’utile del privato, una volta era lo Stato che pagava gli standard minimi. Le volumetrie descritte dai disegni evidenziano l’interesse di monetizzare le superfici progettuali. Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, e prezzo e costo. Per questo motivo una proposta progettuale che produce un aumento dei capitali (in questo caso un utile per i privati) non è di per se un valore, se questa operazione danneggia il paesaggio e la morfologia della città. La domanda sorge spontanea: i cittadini ne hanno bisogno?

Oltre al predominio degli interessi privati rispetto a quelli pubblici c’è anche la consuetudine progettuale di non adottare la “scienza della sostenibilità”, mentre i Comuni si limitano a mercificare suoli, superfici e volumi anche per ragioni di contabilità pubblica, per soddisfare il recente obbligo del pareggio di bilancio. Grazie alla ritrosia dello Stato è ormai difficile trovare progetti che soddisfino l’interesse pubblico, a meno che non si tratti di progetti figli di una certa sensibilità culturale. Di fronte ad un progetto del genere troppo “ingombrante” che muta radicalmente l’immagine della città, il Comune può rigettarlo o cogliere l’opportunità di suggerire migliorie chiedendo un cambio di paradigma culturale. In altre città italiane sono stati progettati interventi analoghi almeno dieci anni fa, progetti più piccoli, ma la complessità della gestione ha condizionato la realizzazione degli interventi e la recente recessione del mercato immobiliare ha mostrato la debolezza e/o il fallimento di questi piani. Questo fenomeno della crescita infinita col dogma maggiore offerta rispetto alla domanda ha creato la bolla speculativa esplosa di recente, fra il 2007 e il 2013 il valore delle costruzioni perde il 30% e il mercato crolla del 50%, gli occupati si riducono di 400mila unità. In Italia ci sono 250-300mila nuove abitazioni invendute e le imprese falliscono. Se queste risorse fossero state finalizzate all’eco-efficienza attraverso la rigenerazione, oggi non avremmo alloggi invenduti, ma quartieri migliori, non avremmo disoccupati, ma imprese più qualificate attraverso l’innovazione richiesta dall’impiego delle nuove tecnologie necessarie per migliorare gli edifici esistenti. Nel 2014 una proposta del genere, costruire edifici nuovi ignorando quelli esistenti, sembra una provocazione anacronistica, se poi controlliamo la capacità del potere d’acquisto dei salernitani sembra addirittura un fallimento certificato, a meno che non scambiamo i salernitani con gli sceicchi del Bahrein. Le riqualificazioni liberiste hanno prodotto questi danni sociali, la gentrificazione, poiché hanno favorito i ceti più abbienti provocando una colonizzazione forzata dell’elité a danno dell’identità delle comunità locali. Nonostante ciò, augurandoci un aumento degli stipendi medi dei salernitani e un aumento dei loro risparmi bancari. E’ vero che nell’intenzione progettuale c’è anche spazio per alloggi pubblici (social housing), ma bisogna verificarne il prezzo, la quantità e la qualità progettuale. Negli ultimi trent’anni a causa dell’insensato ed eccessivo prezzo degli alloggi il Comune ha perso circa 26 mila residenti (1981 residenti: 157 mila, 2013 residenti: 131 mila), di cui buona parte hanno acquistato casa nei comuni limitrofi, altri sono emigrati al Nord in cerca di lavoro. Questi dati dimostrano che il “libero mercato” ha già prodotto una emigrazione realizzando un danno sociale alla città. Il problema diritto alla casa per le giovani coppie esiste, ma dovrebbe essere cura dello Stato risolverlo come fu negli anni ’60, ’70 e ’80. Il progetto può essere modificato ponendo come priorità la convenienza ecologica rispetto alla convenienza economica del profitto. Distinguendo i beni (ambiente, biblioteche …) dalle merci (superfici) è possibile realizzare servizi utili alla collettività. Partendo dagli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (progetto UrBES di Istat e Cnel), a cui il Comune dovrebbe aderire, si potrebbero realizzare standard di qualità, e avviando un processo di pianificazione partecipata gli investitori privati coadiuvati dal Comune dovrebbero riprogettare l’intervento adottando l’approccio olistico, piuttosto che l’approccio tradizionale: vendere, vendere, vendere. Al di là della promessa di un investimento economico che dovrebbe essere accompagnata da garanzie solide per evitare di rimanere circondati da cantieri aperti, i Comuni devono confrontarsi col popolo sovrano, e sviluppare la capacità di ascoltare. Salerno eredita, senza dubbio, una serie di problemi urbanistici dovuti a un pessimo sviluppo urbano cominciato già negli anni ’50, problemi noti e mai affrontati seriamente. Chiunque intenda, legittimamente, investire su questo territorio deve avere la sensibilità, la creatività e la capacità culturale di presentare soluzioni ad hoc in linea con la “scienza della sostenibilità” dando risposte concrete ai bisogni reali delle persone piuttosto che considerarle consumatrici.

Il serio rischio di un approccio sbagliato è quello di aumentare i problemi di una città già troppo densa, a causa di carichi urbanistici mal distribuiti sul territorio, con evidenti e gravosi problemi di mobilità e pessima distribuzione dei servizi, con un piano urbanistico comunale obsoleto e con un’Amministrazione che non sembra proporre soluzioni ragionevoli alla sfida della transizione energetica. Se i volumi immaginati fossero realmente costruiti l’intervento farebbe aumentare il carico urbanistico sulla superficie fondiaria, e quindi la qualità della vita peggiorerebbe anziché migliorarla. Dal punto di vista della tecnica urbanistica la soluzione sostenibile per una città sovraffollata come Salerno è l’eco-densità, cioè un corretto equilibrio fra abitanti/ettaro, oggi questo equilibrio non c’è, e la proposta va nella direzione opposta. L’intenzione progettuale ha la virtù di appartenere ai progetti di riqualificazione urbana poiché si occupa di intervenire sui suoli già costruiti, ma l’approccio di ispirazione liberista aumenta i problemi anziché risolverli. I salernitani hanno bisogno della “rigenerazione urbana” anziché la riqualificazione. Secondo il Metropolitan Istitute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” ha principi base: avviare un coordinamento fra i settori, creare una visione olistica, rigenerare le persone prima dei luoghi, creare partenariati a tutti i livelli di governo, creare capacità nel settore pubblico, coinvolgere la comunità locale nella pianificazione. I migliori interventi di “rigenerazione urbana” sono stati i “progetti di comunità” poiché hanno prodotto soluzioni durature nel tempo perché traggono energia dalla valorizzazione dell’economia locale ed hanno priorità sociali piuttosto che di mero profitto monetario. L’Amministrazione ha l’occasione e il dovere di farsi portavoce delle istanze locali facendo scegliere le priorità ai cittadini stessi, affinché un progetto di queste dimensioni non rappresenti solo gli interessi degli investitori, o rimanga un mero spot pubblicitario come molti disegni rimasti nel cassetto. L’Amministrazione ha l’occasione di stabilire le priorità: recupero e riuso di alcuni edifici storici, impiego di fonti energetiche alternative, realizzazione di edifici in classe energetica A, e la realizzazione di servizi essenziali: piste ciclabili, biblioteche di quartiere, centro culturale, teatro, sala musica, spazi per il mercato locale ed altro ancora. L’obiettivo è trovare un equilibrio rispetto alla risorse umane e materiali misurando l’impatto degli interventi con l’analisi multi-criteria, e non più con la fuorviante analisi costi benefici. Se l’Amministrazione adotterà questo approccio potrà condurre il progetto verso la giusta direzione dando risposte agli abitanti.

Da questa proposta i cittadini possono cogliere un’informazione utile, con una stima di 350 milioni è possibile realizzare interventi di questo tipo. Il parco disegnato nel master plan copia l’intenzione progettuale del 1915, progetto del duo Donzelli-Cavaccini, che rappresentava una città-verde, ed è “sufficiente” iscrivere il Comune al futuro “piano-città” per costruire standard svincolandosi dagli interessi privati. A Reggio Emilia, tramite un Programma di Riqualificazione Urbana è stato possibile fare di meglio trasformando il quartiere Compagnoni Fenulli e spendendo molto meno, circa 34 milioni. Di recente il Governo ha riavviato una cabina di regia per far ripartire il “piano città” (Comitato Cipu), e l’Amministrazione può coglierne l’opportunità presentando progetti sostenibili e farsi finanziare una cifra analoga per rigenerare parti di città, quelle parti costruite per la città pubblica e che ereditano problemi di scarsa qualità architettonica e urbanistica (INA Casa, PEEP, Gescal). Il Comune ispirandosi alla filosofia della bioeconomia, dovrebbe valorizzare i giovani progettisti locali, e può farlo sperimentando percorsi partecipativi col fine di presentare interventi ispirati alla “rigenerazione urbana” figlia della sostenibilità. Se abbiamo memoria, identità e guardiamo la storia urbana salernitana a fine anni ’80, i politici locali, facendo squadra, avviarono una piccola rivoluzione urbana di cui tutti noi godiamo ancora i risultati positivi. Con l’intervento dello Stato essi riuscirono a programmare e realizzare progetti semplici e sostenibili: la chiusura al traffico cittadino del Corso Vittorio Emanuele arredandolo, e la riqualificazione del Lungomare Trieste. La prima Giunta di sinistra progettò e realizzò la rinascita di Salerno con soldi pubblici e interventi mirati, i media di allora legati ancora alla DC criticarono aspramente i progetti, ma quegli interventi oggi rappresentano ancora l’esempio di buone pratiche che hanno fatto rinascere Salerno migliorando la qualità della vita con una spesa poco superiore ai 2 mln di euro. Oggi, l’Amministrazione locale si dimentica di programmare una seria manutenzione di questi spazi pubblici fondamentali per la qualità urbana cittadina e dell’economia locale. Come negli anni ’80 i media locali sono vicini alla Giunta odierna, ma i salernitani hanno bisogno di un cambiamento culturale per rigenerare la città (periferie e centro storico). In generale, l’incapacità della classe politica è ampiamente documentata dal danno economico stimato dal centro studi ANCE Salerno che denuncia l’incapacità di spendere i soldi pubblici dei Programmi Operativi Regionali e dei Programmi Operativi Nazionali, e così in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Se poi andiamo a leggere i programmi politici degli anni ’70 scopriamo che diversi problemi di allora sono rimasti insoluti, e le progettualità che nascevano in quegli anni avevano una visione lungimirante (compresa la famigerata metropolitana). Sarebbe saggio riattivare quelle capacità e quelle strategie progettuali che hanno favorito l’economia locale, strategie che ponevano al centro il valore dell’interesse pubblico al prezzo giusto piuttosto che cedere agli interessi privati. E’ vero che a partire dagli anni ’90 tutti i Comuni hanno privilegiato la privatizzazione dell’azione politica, ma sappiamo che quel passaggio fu sbagliato poiché oggi ne paghiamo i danni in tutti i sensi (morali, ambientali, sociali ed economici). La legittima iniziativa privata deve rientrare in obiettivi politici di interesse pubblico coinvolgendo i cittadini, e la storia insegna che in quelle occasioni l’iniziativa privata, rispettando le sensibilità locali, produce valore aggiunto, diversamente ha prodotto danni irreversibili. E’ determinante affidarsi ad una classe politica capace e seriamente intenzionata a restituire forza monetaria e dignità allo Stato privilegiando un’azione politica autonoma rispetto alle proposte delle lobbies per ripristinare la democrazia rappresentativa, e integrarla con una democrazia partecipativa e diretta.

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