Il problema non è l’euro, ma questo euro.


Gli italiani hanno avuto il grande merito di far aprire un dibattito pubblico. In Italia esiste una straordinaria voglia di partecipare al processo decisionale della politica, anche se questo desiderio è osteggiato dai partiti, ed è condotta in maniera confusa e poco efficace, poiché si delega agli altri. Che in Italia ci sia un desiderio di cambiamento, questo l’élite lo sa bene, e fa di tutto per scoraggiare la partecipazione, l’ha fatto per decenni tramite i partiti, e lo fa con il controllo dei media e l’uso strumentale dell’economia e della finanza per scoraggiare i cittadini nella comprensione della politica. La grande voglia di partecipare è provata col recente referendum sull’acqua e sul nucleare, ed il ridotto calo dell’astensione dovuto alla presenza di nuova forza politica palesemente antisistema.

Questa nuova presenza in Parlamento inquieta tutti, ed ha il merito di porre un dubbio sull’esistenza del sistema euro così com’è stato pensato e progettato. Sicuramente questo partito pone il tema in maniera sbagliata perché demagogicamente millanta di non essere né di sinistra e né di destra, alimentando una grande confusione fra i cittadini, poiché la proposta di togliere sovranità monetaria agli Stati ha un’origine politica molto chiara: la scuola liberista di Friedman e von Hayek, cioè la destra con la teoria endogena della moneta. I giornalisti semplificano il problema accusando il M5S di voler creare un danno al Paese con l’uscita dal sistema euro. E’ banale evidenziare che il meanstream non ha interesse nell’approfondire il tema: sistema euro, cos’è? Perché esiste? Chi trae vantaggi dal sistema euro? Cos’è la moneta? Come si crea la moneta? Perché l’Italia non ha una politica industriale?

In generale, il mainstream confonde le idee ai cittadini, e mira a fare ostruzionismo al cambiamento, anche condizionando dall’esterno chi oggi millanta un’opposizione allo status quo. I cittadini italiani stanno pagando il prezzo delle scelte politiche per l’incapacità propria di organizzare un soggetto politico nuovo che sappia proporre una nuova visione politica. L’area economica europea è senza dubbio incapace di reagire alla crisi del capitalismo, gli economisti stessi la definiscono un’area economica non ottimale poiché vi sono zone povere e zone ricche. La cessione della sovranità monetaria e gli strumenti dell’austerità – MES, patto di stabilità e fiscal compact – stanno distruggendo la ricchezza e l’economia reale degli italiani. La soluzione del problema dovrà essere suggerita dai cittadini, in sistema di democrazia rappresentativa, ma per noi italiani sarà necessario costruire un nuovo soggetto politico perché quelli attuali non sembrano capaci di affrontare i problemi reali del Paese. I popoli attraverso il voto possono delegare una semplice soluzione: uscire dall’economia del debito e ridare alla moneta il giusto senso: è solo uno strumento, la moneta non è ricchezza. Bisogna transitare dall’economia del debito alla politica delle risorse. La domanda non sarà più quanto costa? Ma ci sono le risorse per farlo?

L’Italia ha le risorse per tutelare e conservazione il proprio patrimonio, anche gli altri Paesi danneggiati dall’euro zona – Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda – hanno le risorse per riavviare la propria economia. I Governi politici dovrebbero utilizzare altri indicatori e strumenti per valutare la qualità delle scelte. La politica ha bisogno di usare la bioeconomia e indicare dimensioni di qualità per misurare il benessere dei cittadini. Parlamenti e Governi devono ripristinare la democrazia rappresentativa – assente nell’UE – e introdurre la democrazia diretta affinché i popoli possano controllare, deliberare e licenziare dipendenti inadeguati. Bisogna transitare dall’attuale sistema feudale-liberista dell’UE alle democrazie mature che sanno prendere decisioni rispettando i limiti della natura, consapevoli delle leggi della fisica.

Prima di tutto dobbiamo riconoscere che il debito è un tema giuridico. Il debito in quanto tale è una convenzione economica per consentire allo Stato di finanziare le proprie attività, pertanto il debito acquistato dallo Stato è un’azione politica virtuosa. Col trascorrere degli anni, le istituzioni politiche hanno cambiato idea facendo prevalere le posizioni neoliberiste, consentendo alle banche private di comprare i Titoli e quindi di condizionare la libertà degli Stati, non più sovrani. Il debito italiano in parte è dello Stato, e in parte, sempre più rilevante, è acquistato da soggetti privati. Il debito posseduto dallo Stato non va ripagato. Una facile soluzione dell’insolvibilità dello Stato; ad esempio, se l’euro fosse una moneta a credito senza l’emissione di Titoli a debito, ogni Stato oggi potrebbe pagare i propri debiti nei confronti dei fornitori, e si può fare “domani mattina”. All’interno delle regole e condotte attuali, cioè all’interno del MES, del fiscal compact, non esiste un’equa e giusta soluzione per ristrutturare i debiti dello Stato, e finora qualsiasi soluzione proposta è nella direzione di spostare risorse creando danni sociali, nella direzione concentrare capitali con la riduzione dei diritti e lo smantellamento del welfare state e la deindustrializzazione di determinate regioni. I famigerati “mercati”, cioè agenzie di rating, banche, assicurazioni, fondi di investimento, ed i partiti sanno bene che gli Stati sono già insolvibili, sono in default tecnico, lo sanno bene. Essi persistono nelle loro scelte fino a quando alcune SpA non avranno preso gli asset strategici dei “paesi periferici” (processo di privatizzazione), in Italia ormai è quasi tutto controllato SpA con pacchetti azionari privati, tranne il servizio sanitario. Non ha senso continuare a strozzare imprese e cittadini con l’invenzione dell’economia a debito, poiché abbiamo le tecnologie per misurare le risorse reali, e impedire qualsiasi speculazione. Parlamenti e Governi devono ripensare l’euro zona uscendo dall’economia del debito. Il sistema è immorale, ingiusto e sbagliato, non ha migliorato la qualità della vita e sta distruggendo l’economia reale dei “paesi periferici”.

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