Non c’è più tempo per fidarsi di loro.


ego-eco

Questa crisi non passeggera ci sta regalando un’opportunità. Le elezioni politiche 2013 ci stanno dando un ennesimo regalo, l’evidenza pubblica degli imbonitori e dei futuri creduloni (gli elettori). La comunicazione dei politici in gara è a dir poco esilarante: chi ha evidenti responsabilità politiche dei danni prodotti dalla crisi sta promettendo tutto, e il contrario di quello che fino a ieri ha deliberato, sbugiardando e smentendo se stesso, il suo partito e ciò che rappresenta.

Il momento della delega dura pochi secondi, metti una croce, pieghi e imbuchi. Tutto ciò non ha nulla a che fare con i problemi delle nostre vite quotidiane, problemi che non avranno risposte dai politici in gara poiché essi non sono pagati per risolvere problemi. Già da oggi sappiamo una cosa, forse scontata ma non è banale: delegare non risolverà alcun problema, e dopo il voto tutto sarà come prima. Tutto cambierà quando il popolo avrà appreso la capacità di valutare e chiedere conto ai dipendenti eletti, tutto cambierà quando il processo decisionale della politica sarà veramente democratico grazie agli strumenti di democrazia diretta. Dopo febbraio possiamo prevedere che questi strumenti non saranno introdotti in Italia, e possiamo prevedere che il partito del non voto avrà un’influenza indiretta su queste elezioni, proprio com’è accaduto nelle recenti elezioni regionali in Sicilia ove la maggiorana degli aventi diritto al voto ha preferito non sostenere il sistema. Questo dato ha un’importanza sociale e politica molto rilevante perché la titolarità giuridica della sovranità, del potere supremo, appartiene al popolo e quando il sovrano preferisce non delegare questo potere, i dipendenti eletti perdono legittimità politica.

Oltre a questo dato sociale è importante organizzare la proposta politica alternativa. I partiti attuali non hanno più legittimazione politica, e non esprimo più la volontà popolare, questa è la sintesi. Il popolo comunque ha bisogno di fare politica, anche quando non si esprime, continua a fare politica.

Se la logica ci indica che non esiste una maggioranza politica legittimata è ragionevole pensare che bisogna trovare legittimità altrove. L’unica è la democrazia, il governo del popolo. In questa sintesi logica è naturale attendersi la trasformazione della Repubblica in un sistema democratico più maturo ove il cittadino possa avere strumenti efficaci per governare direttamente e insieme agli organi elettivi.

Tolta la fiducia ai partiti, i cittadini devono riporla in se stessi e nella comunità. E’ prevedibile ritenere che le elezioni non daranno un governo stabile, ma daranno una risposta politica, antropologica e sociale: bisogna cambiare le regole che organizzano la società per adeguarle ai cambiamenti in corso. Una risposta in linea con la Costituzione è la rinascita della convivialità, delle agorà e delle forme partecipative collettive che possono promuovere la volontà popolare. Le esperienze costruttive di metodi e forme di partecipazione sono presenti nel mondo interno, è necessario che in Italia si cominci a sperimentare e migliorare i processi nel corso tempo.

Può sembrare banale e semplice, ma è proprio così, si esce dalla crisi ripristinando la democrazia oggi sospesa dalle scelte politiche dei partiti tradizionali che hanno consegnato poteri determinanti ad organi non elettivi, e che si trovano nell’Unione Europea. Il popolo ha l’obbligo ed il dovere morale di auto organizzare la futura classe dirigente ribaltando il paradigma odierno che propone principi e regole sbagliate e l’hanno già dimostrato.

Tutti gli indicatori economici ci dicono che la situazione italiana è nettamente peggiorata a causa dell’austerità. I dati ce li fornisce l’ISTAT: nell’agosto del 2011 il tasso di disoccupazione era all’8,4 per cento, l’indice della produttività al 4,8 e quello delle vendite al dettaglio a -0,3 per cento; un anno dopo la disoccupazione era salita al 10,7 per cento, l’indice della produttività si era contratto al 5,2 e le vendite al dettaglio erano scese del 3,2 per cento. Il PIL nel quarto trimestre del 2011 era 0,4 mentre nel terzo del 2012 era sceso a -2,6 per cento. I mercati ci chiedono più interesse perciò siamo più poveri.

L’élite attuale che ha causato questi danni non solo non darà soluzioni positive ai cittadini, ma produrrà altri danni ancora più gravi. La soluzione è nel cambiare paradigma culturale partendo dal ripristino delle sovranità nazionali, la risposta all’austerità che toglie democrazia è più democrazia. Attraverso il progetto di democrazia vendesi puoi esprimere la tua opinione sulla legge elettorale, sul debito e sull’euro.

estratto da: Il governo delle sigle, in Democrazia Vendesi, Rizzoli, pag. 114, di Loretta Napoleoni

Sottoscrivendo il Fiscal Compact nessun Paese potrà spendere più di quanto incassa, che per una nazione come la Germania che gode di un enorme surplus della bilancia commerciale non costituisce alcun problema. Ma che succede quando questo principio viene applicato all’Italia, alla Grecia, e cioè a nazioni gravemente indebitate? Per ridurre il debito lo Stato ha tre alternative: aumentare le tasse, vendere il patrimonio pubblico, ridurre la spesa pubblica.

Oppure una quarta, fare tutte e tre queste manovre in contemporanea.

Aumentare le tasse può essere efficace, ma ha un grave effetto collaterale: deprime l’economia. Riduce infatti la ricchezza di famiglie e aziende e fa calare i consumi, la produzione e dunque l’offerta di lavoro, generando disoccupazione, diminuzione del PIL e, in ultimo, anche una contrazione del gettito fiscale. Come hanno sostenuto molti economisti redditi più bassi e consumi minori danno luogo a meno tasse, si innesca così un circolo vizioso che contrae l’economia, fino ad arrivare al collasso del sistema, con gravi conseguenze sociali. Diverso sarebbe se l’aumento delle tasse si applicasse a rendite finanziarie e grandi patrimoni, e se ci fosse un controllo sui movimenti di capitali all’estero. In questo caso, la capacità di spesa della gran parte della popolazione non si contrarrebbe ma ne soffrirebbe il portafoglio di quella piccola fetta della popolazione che è ricca. Che però è ben collegata alla casta politica da una rete di amicizie e interessi. Basta questo per capire perché non si è fatta la patrimoniale in Italia. Vendere il patrimonio pubblico, per la terza volta in poco più di trent’anni, avrebbe effetti minimi e solo temporanei sui conti dello Stato. Non ha funzionato negli anni Ottanta e Novanta, perché dovrebbe funzionare adesso? Non dimentichiamoci che a guidare questa operazione sarebbe sempre la stessa classe politica, addirittura in gran parte proprio le stesse persone. Diverso sarebbe se questo patrimonio fosse messo a frutto, per esempio affidandone la gestione in cambio di affitti, percentuali sui profitti realizzati dai privati, e se la gestione delle aziende «pubbliche» fosse resa efficiente. Un’azienda pubblica può produrre reddito esattamente come una privata, col vantaggio che i profitti ricadrebbero a cascata sulla collettività; questa possibilità dipende soltanto dalla professionalità dei gestori, ovvero dalla qualità della classe dirigente.

Ridurre la spesa pubblica, invece, è un’operazione più complessa perché esistono due tipi di spesa: quella «utile», che serve a finanziare i servizi sociali, le pensioni, l’istruzione, le infrastrutture, la cultura, la tutela del patrimonio ambientale e storico eccetera; e quella «superflua», o «cattiva», che non si traduce in un temporaneo aumento di benessere o ricchezza per i cittadini, ma alimenta sprechi, inefficienze e così via. È chiaro che sarebbe bene non tagliare la spesa utile perché la qualità della nostra vita è direttamente correlata alla capacità dello Stato di garantire un certo livello di servizi, e questo è possibile solo in presenza di una spesa pubblica adeguata. Eppure in Grecia è proprio la spesa utile che è stata decurtata per prima.

La spesa «superflua» o «cattiva», al contrario, può e deve essere colpita: rientrano in questo campo la sproporzione degli apparati amministrativi, i privilegi di alcune categorie, per esempio i politici, la corruzione, e così via. Ciononostante, pur essendo rilevante in termini assoluti, questa parte di spesa è relativamente marginale sul totale dell’economia, e la sua eliminazione produce scarsi risultati sulla riduzione del debito pubblico. E questo spiega perché si colpisce sempre la spesa utile.

Tassazione sulle famiglie, privatizzazioni e tagli ai servizi, ecco la dieta imposta alla periferia dal Fiscal Compact. Una formula che finisce per produrre un trasferimento della ricchezza pubblica verso interessi privati e lontano dal controllo statale e collettivo, proprio come negli anni Novanta.

La gestione pubblica, anche se poco efficiente, garantisce comunque un minimo livello di controllo «democratico». In conclusione tutte queste misure, come si è detto, hanno effetti fortemente depressivi sull’economia nel complesso e sono antidemocratiche.

Anche dietro lo scudo anti-spread si nasconde il lupo cattivo. E vediamo perché. Quando uno Stato per ottenere prestiti sui mercati tradizionali deve pagare tassi d’interesse troppo elevati può chiedere al Meccanismo di Stabilità di intervenire. In questo caso, i ministri delle Finanze dei Paesi membri, assieme alla Commissione Europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale, la Troika insomma, stilano un «memorandum», ovvero una serie di condizioni che lo Stato in questione deve accettare per ottenere il prestito.

Le condizioni sono ancora una volta la dieta stretta di austerità: riduzione dei salari pubblici, riduzione dei dipendenti pubblici, privatizzazioni delle aziende statali, privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, istruzione eccetera), vendita del patrimonio pubblico, maggiore «flessibilità» del lavoro, e così via. Ma come funziona lo scudo? Semplice: come una banca presta soldi agli Stati in difficoltà dietro interesse. Quindi non si tratta affatto di un salvataggio ma di un prestito, che per di più ha costi non solo finanziari, ma anche politici.

Un pensiero riguardo “Non c’è più tempo per fidarsi di loro.”

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...